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INTERVISTE

LEARDINI

Promuovere la poesia nel 2015: intervista a Isabella Leardini

ISABELLA LEARDINI, POETESSA E OPERATRICE CULTURALE

Isabella Leardini, nata a Rimini nel 1978, ha vinto nel 2002 per la sezione inediti il Premio Montale. Inclusa in diverse e importanti antologie, ha pubblicato nel 2004 «La coinquilina scalza» per le edizioni «La Vita Felice» di Milano. Ha creato il Festival Parco Poesia, di cui è tuttora direttore artistico, con il lodevole intento di promuovere la diffusione della poesia tra i giovani.

  • Qual è stata la tua formazione culturale e secondo quali modalità ti sei avvicinata alla poesia?

Dopo il classico ho studiato lettere all’Università di Bologna. Alla fine degli anni ’90 molti tra i migliori professori dell’ateneo dedicavano proprio alla poesia del ‘900 il loro corso. La mia scelta è stata frequentarli tutti, mi interessavano la critica e la storia della poesia del ‘900 italiano: Alberto Bertoni e Roberto Galaverni in questo sono stati punti di rifermento per me. Nello stesso tempo frequentavo tutte le iniziative e i laboratori del Centro di Poesia Contemporanea, avevo la possibilità di incontrare molti poeti italiani e internazionali. La poesia però era arrivata molto prima, si può dire che sia stata la prima cosa che sono riuscita a leggere e a scrivere.

  • Quali sono i tuoi riferimenti letterari e i percorsi di scrittura che più ti hanno influenzato? Quali tra i poeti italiani, più e meno giovani, senti più vicino alla tua sensibilità?

In fatto di letteratura come nella vita sono una di pochi ossessivi amori. Nella mia strana mania poetica infantile c’era Pascoli, nell’adolescenza Pavese. Sereni è stato l’ autore più amato, e nella scrittura del mio primo libro è entrato in cortocircuito con la Achmatova e con Milo De Angelis, che ne è stato l’interlocutore principale. Edna St. Vincent Millay, Elizabeth Barrett Browning, Cristina Campo, Emily Dickinson sono state determinanti per il mio secondo libro, Marianne Moore e anche Antonio Riccardi per quello appena iniziato che sto scrivendo. Tra i coetanei ho notato che trovo molta più affinità con poeti che lavorano anche con la narrativa.

  • Puoi raccontare brevemente la tua esperienza di organizzatrice di eventi poetici? In quali difficoltà ti sei imbattuta e quante soddisfazioni hai avuto nella progettazione di Parco poesia?

Ho iniziato ad organizzare a 23 anni con un ideale: portare i maestri e i coetanei che avevo incontrato in un festival che fosse anche un po’ una festa, ma che diventasse un servizio per i giovani che come me scrivevano, un luogo in cui iniziare un percorso serio e sfuggire dall’editoria a pagamento. Credevo di fare qualcosa di innocuo, una specie di gita scolastica, invece ho scoperto presto la vasta gamma delle meschinità letterarie. Le conosco quasi tutte, le so interpretare, dimenticare e ricordare al momento giusto. A me però piace perfino l’aspetto marziale del mondo della poesia, sono un po’ artemidea in questo; e mi appassiona la sociologia della letteratura.
Ballare come una salamandra nel fuoco – mi sono sempre vista un po’ così, perché la mia scrittura per me è in un altrove intoccabile, poesia e organizzazione sono due polarità separate.
Se mi chiedi perciò quali sono le difficoltà te ne dico due: la prima è quando ti accorgi che per te non è una festa ma un lavoro e che anche gli amici si dimenticano di dirti dove vanno a bere, mentre tu sistemi ancora le cose. La seconda è quando non avere i fondi ti toglie la libertà di fare una cosa bella in cui credi e ti costringe a fare una qualcosa che non ti convince: questa è la cosa più dolorosa.
Oggi dopo 13 anni ho realizzato il sogno iniziale; le soddisfazioni sono poche ma profonde: il realizzare un luogo che per i ragazzi ha qualcosa di magico e che getta dei semi, fa nascere cose durature. L’amicizia con cui i poeti che stimo di più si sono messi in gioco accanto a me. E poi anche la consapevolezza di aver creato qualcosa che in qualche modo ha influito sulla poesia contemporanea.

  • Perché ritieni che in Italia si legga poco la poesia e come rimediare a questa mancanza?

Perché i poeti credono che il problema non siano i pochi lettori ma i troppi poeti: considerano fastidiosi dilettanti quelli che invece sono i loro potenziali lettori. Tre milioni di potenziali lettori salverebbero il mercato editoriale della poesia se iniziassero a leggerla. Credo che il rimedio sia nel trasformare in lettori di poesia contemporanea coloro che si dilettano a scrivere anche nel modo più amatoriale. Lo si può fare solo incontrandoli, mostrando loro che la poesia contemporanea ha a che fare con quello che scrivono e che leggendola potrebbero perfino scrivere meglio. E farlo con le nuove generazioni è un’esperienza bellissima.

  • Ci parli delle tue pubblicazioni e di quello che hai in cantiere, magari concludendo con qualche tuo verso che ti sta particolarmente a cuore?

Il mio primo libro è uscito nel 2004 per la collana Niebo, che in quegli anni Milo De Angelis curava per La Vita Felice. Racconta la giovinezza attraverso un amore non rivelato che ha le sue radici nell’adolescenza. Cercavo di raccontare l’amore non corrisposto come atto conoscitivo nella quotidianità, e volevo farlo con un libro che non temesse il più lirico dei temi, in cui ogni singolo testo fosse autonomo, ma con una struttura narrativa dell’insieme. La coinquilina scalza è stato un libro fortunatissimo, si è creato quasi subito un pubblico anche al di fuori del circuito di chi legge poesia. Era già alla seconda edizione quando nel 2007 una poesia è stata pubblicata sulla rivista femminile più letta in Italia. Dopo pochi giorni quel testo rimbalzava online su blog e forum e tutt’ora non smette di diffondersi da sé su tutti i social network. Le ragazze che hanno amato quella poesia hanno cercato il libro e lo hanno comprato, dimostrando che quando la poesia esce dai suoi confini, incontra anche nuovi lettori capaci di diventare fedeli. Dopo 12 anni dall’uscita il libro è stato ristampato molte volte e le persone non smettono di scrivermi, mi sono arrivate lettere bellissime, in tanti mi hanno raccontato come la mia poesia abbia attraversato le loro vite. Uno di questi lettori è stato il cantautore Vasco Brondi, che ha citato i miei versi in alcune canzoni dell’ultimo album delle Luci della centrale elettrica. Nella prima settimana il disco era già primo in classifica, e così la fortuna della coinquilina sembra continuare a incontrare lettori. Nel frattempo sono uscite diverse poesie in due antologie molto importanti, Les Poètes de la Méditerranée per Gallimard, in cui sono la più giovane dell’intero libro accanto a grandi nomi della poesia internazionale e Nuovi Poeti Italiani 6 di Einaudi. In questi anni ho lavorato al mio secondo libro  Una stagione d’aria, che considero il mio più importante: è finito già da un po’ e spero di poterlo presto pubblicare. Nel frattempo, dopo un lungo silenzio, ho iniziato a scrivere anche qualcosa di nuovo, sono solo pochi testi ma già di un altro passo.

 

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1 dicembre 2015

 

INTERVISTE

LECOMTE

MIA LECOMTE, FONDATRICE DELLA “COMPAGNIA DELLE POETE”
INTERVISTE

MACCARI

Alida Airaghi intervista Paolo Maccari

 

PAOLO MACCARI, POETA E CRITICO LETTERARIO

Paolo Maccari è nato a Colle Val d’Elsa (Siena) nel 1975. Ha pubblicato Ospiti (Manni 2000, con prefazione di Luigi Baldacci – Premio Bagutta Opera Prima), Fuoco amico (Passigli, 2009) e Contromosse (Con-fine, 2013). Suoi testi poetici sono apparsi in riviste e antologie. Come critico letterario è autore di una monografia su Bartolo Cattafi, Spalle al muro (Sef, 2003) e di un volume su Dino Campana, Il poeta sotto esame (Passigli, 2012). Dirige con Valerio Nardoni la sezione poesia Valigie rosse del Premio Piero Ciampi.

  • Qual è stata l’importanza, per la sua scrittura, dell’ambiente toscano in cui è nato e cresciuto?

È oggettivamente difficile stabilirlo. Intanto bisognerebbe restringere il significato di “ambiente”. Se si intende quello culturale, la Toscana, e segnatamente Firenze, sono stati per me importantissime. La nozione di toscanità – laddove significhi bozzettismo, arguzia bonaria, religione del ricordo addomesticato e ben composto ecc… – mi repelle. Repelleva, d’altronde, anche agli scrittori toscani che più mi piacciono e ammiro: Tozzi e Pea, per esempio, o certo Bilenchi, o Bianciardi. E quella stessa nozione, per arrivare all’oggi, ha indubbi avversari in toscani come Giacomo Trinci, poeta che unisce una sua assolutezza di canto con interferenze umorali della nostra contemporaneità, e in Attilio Lolini, che secondo me è uno dei più grandi poeti viventi.

  • Attraverso lo studio di quali poeti e narratori si è avvicinato alla letteratura?

Non ho un percorso originale. Ho iniziato a leggere seriamente verso i quattordici anni, iniziando, come tanti, dall’Ottocento: Poe, Baudelaire, i Russi ecc…

  • In che modo la sua attività di critico letterario influenza la sua produzione poetica?

Chi lo sa: non è lo stesso leggere liberamente o leggere con la prospettiva di rendere conto pubblicamente della propria lettura. Sono, si sa, due livelli diversi e non è detto che uno sia più profondo dell’altro. Come si depositi una certa modalità di lettura nella nostra memoria e nella nostra sensibilità è difficile stabilirlo. Poi, ho avuto la fortuna di impegnarmi professionalmente quasi soltanto su autori che mi piacevano, in alcuni casi – come Cattafi o Raboni – che amavo molto. A volte mi dispiaceva quasi doverne scrivere perché mi pareva di dover definire emozioni che avrei preferito lasciare in uno stato felicemente informe, come è spesso la sincera ammirazione, che lascia perdere le proprie ragioni e si contenta di se stessa.

  • Di cosa si sta occupando attualmente, sia a livello professionale, sia creativamente?

Sul piano professionale, e dopo molti anni, di niente. Leggo quel che mi pare (se interessa, al momento Chiamalo sonno di Henry Roth: un grande romanzo che non conoscevo), prendo appunti che non mi serviranno. Non so quanto continuerà questa condizione, che in un certo senso mi spaventa perché asseconda uno dei miei peggiori e più disperanti tratti caratteriali, cioè la pigrizia. In astratto, mi attira l’idea di tornare a recensire o a scrivere brevi saggi sulla letteratura contemporanea. Per un periodo l’ho fatto: è stancante, ma restituisce un po’ il senso di un interesse autentico per l’esistenza, nel suo farsi e primo apparire, che è comunque vitale, al di là del panorama su cui il destino ci impone di posare gli occhi.

  • Qual è la sua opinione sul panorama letterario italiano contemporaneo, e quali autori in prosa e in versi predilige tra i più giovani? Ritiene che i vari festival e saloni del libro abbiano una funzione positiva nel promuovere la lettura?

La prosa la conosco pochissimo e non so giudicarla. Vado un po’ meglio con la poesia, ma le poche volte che mi capita di parlare con amici informati davvero mi rendo conto che il mio è uno sguardo parziale e lacunoso. In ogni modo, posso dire che leggo volentieri alcuni miei più o meno coetanei, che tra l’altro sono risultati vincitori del Premio Ciampi poesia: Matteo Marchesini (di cui ammiro anche la produzione critica e narrativa), Andrea Inglese, Italo Testa, Francesco Targhetta, Azzurra D’Agostino. Molti altri poeti, anche qui a Firenze, scrivono cose interessanti (mi viene in mente tra gli altri, anche perché è uscito di recente con un nuovo libro, Marco Simonelli). Tra i più giovani, recentemente ho letto alcune poesie molto belle di Lorenzo Mari. Tra i cinquantenni, Paolo Febbraro, di cui sta per uscire un libro di racconti da Pendragon, lo seguo con partecipazione da molti anni.
In quanto ai festival e ai saloni del libro: non sono mai stato a un salone del libro, e non so valutare la sua efficacia nel promuovere la lettura, mentre quella dei festival mi pare limitata e soprattutto impegnata a evangelizzare chi è già un fedele devoto.
Siccome insegno a scuola, dovrei ora dire che decisiva è la scuola. Ma non sono sicuro nemmeno di questo. Vedo ragazzini che non leggono anche a fronte di grandi sforzi del professore e altri che leggono nonostante gli sforzi involontariamente contrari di un altro professore. Inoltre, guardo con sospetto al pregiudizio per cui l’importante è leggere, avvicinare alla lettura, abituare alla lettura, perché il lettore abitudinario dopo aver accumulato una libreria di paccottiglia finirà per avventurarsi nella lettura di Joyce o di Pound. Come non è vero che i consumatori di droghe leggere prima o poi passeranno a quelle pesanti, non è vero nemmeno che, in questo caso, debba avvenire il salto di qualità. Anzi, il più delle volte chi inizia male – se non è stornato da motivi di studio o da incontri fortunati – continua beatamente male.

  • Crede esista un pubblico della poesia, oggi, o i poeti sono letti solo dai poeti?

Ogni tanto mi capita di incontrare qualche lettore di poesia innocente, che non la scrive e non ne scrive. Sono creature quasi leggendarie, che quando vengono avvistate sono cinte da uno stupore ammirato e incredulo. Si pensa che, sotto sotto, la loro immacolata scrivania abbia un cassetto con il doppiofondo, e lì riposino le prove peccaminose del vizio: fogli scritti andando a capo. Invece no: esistono, sono pochissimi ma esistono. E probabilmente ne esisterebbero molti di più se fosse incrementata la forma meno elitaria e autoreferenziale di diffusione della poesia, vale a dire la pubblicazione seria di opere poetiche, in collane accreditare, con un buon ritmo di uscita, con un’adeguata distribuzione e un investimento promozionale abbastanza convinto. Certo, detta così sembra un’utopia, ma ricordo un articolo di Raboni – uno che le regole del gioco editoriale le conosceva benissimo e dall’interno – in cui si diceva all’incirca questo: gli editori non credono nella poesia e per lei non si prendono nessun rischio, ne deriva che la poesia non si vende, pertanto gli editori ci credono ancora meno ecc… Sicuramente a invertire la rotta non bastano gli editori piccoli o medi che rappresentano le proverbiali eccezioni, né le operazioni strombazzate dei grandi che ciclicamente scaraventano in edicola i soliti classici. Ci vorrebbe un’operazione in forze, che contempli tempi medio-lunghi. Tempi completamente sfasati rispetto al nostro, ed ecco che si torna a una prospettiva utopica che non promette avveramenti. Ma non saremmo uomini di oggi se non lamentassimo la decadenza della poesia, il suo poco seguito, la sordità dei nostri contemporanei.

 

© Riproduzione riservata      www.sololibri.net/PaoloMaccariintervista.html     21 marzo 2016

INTERVISTE

MADERA

ROMANO MÁDERA, FILOSOFO E PSICANALISTA

Romano Màdera è stato professore ordinario di Filosofia morale e di Pratiche filosofiche presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Fa parte delle associazioni di Psicologia Analitica italiana e internazionale, del Lai (Laboratorio analitico delle immagini, associazione per lo studio del Gioco della sabbia nella pratica analitica) e della redazione della Rivista di psicologia analitica. Ha chiamato la sua proposta nel campo della ricerca e della cura del senso analisi biografica a orientamento filosofico e ha fondato la Società degli Analisti Filosofi (Sabof).
Tra le sue pubblicazioni: “L’animale visionario” (Il Saggiatore, 1999); “Il nudo piacere di vivere” (Mondadori, 2006); “La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica” (Raffaello Cortina, 2012); “Carl Gustav Jung”, (Feltrinelli, 2016); “Sconfitta e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche” (Mimesis, 2018).

  • I suoi interessi culturali erano rivolti alla filosofia già ai tempi del liceo, nutriti da quali letture, e indirizzati verso quali obiettivi?

Al liceo ho incontrato Cesare Revelli, il mio professore di filosofia e storia. È lui all’origine della mia vocazione alla filosofia, ad una filosofia capace di farci capire il mondo cercando di cambiarne le strutture materiali e culturali che contrastano le possibilità di espressione e di sviluppo delle qualità umane di solidarietà e di ricerca di senso.

  • Quali sono stati gli incontri a livello personale e intellettuale che più hanno segnato il suo carattere e le sue scelte esistenziali e professionali?

Cesare Revelli, come ho già detto, Giovanni Arrighi, amico e studioso di macrosociologia storica, Paolo Aite, il mio primo analista, Carlo Enzo, un grande e misconosciuto esegeta delle Scritture ebraiche e cristiane. Sul piano delle letture, anche se con Pierre Hadot ci siamo scambiati qualche lettera, direi Karl Marx, Nietzsche, Jung, Hadot appunto, Lucrezio, Epicuro, Leopardi, Dostoevskij, Tolstoj… Ovviamente per me la “Bibbia”, Merton, Thich Nhat Hahn…. Potrei continuare per molto, il mio motto è: “imparare da tutto, imparare da tutti”.

  • Quando e in che modo le strade della filosofia e della psicanalisi si sono incrociate nella sua formazione?

Da molto giovane. Ero l’ultimo figlio di quattro. Ho imparato molto dai miei fratelli e da mia sorella. Già a sedici-diciassette anni avevo scelto filosofia perché volevo fare psicoanalisi, poi la militanza politica ha interrotto per un po’ la sequenza, infine la crisi esistenziale e politica intorno al 1973-75 mi ha dato la spinta decisiva a incominciare l’analisi e, cinque anni dopo, il training analitico.

  • La sua è una ricerca non solo filosofica, ma anche spirituale. In che maniera l’ha nutrita e continua ad approfondirla?

La mia è una filosofia come modo di vivere, implica esercizi spirituali quotidiani, quelli antichi e quelli nuovi. La mia sensibilità è sempre stata fortemente religioso-spirituale, a un certo punto sono entrato nella Chiesa Valdese, però frequento i monaci camaldolesi e altri amici cattolici. Ho visitato monasteri buddisti come quello in Francia di Thich Nath Hahn e ho imparato e seguo tuttora alcune delle meditazioni che ho imparato, per due anni ho seguito le pratiche dello Dzogchen insegnate da N. C. Norbu. Ma in definitiva ho piano piano dato forma a una disciplina tagliata su misura – come teorizzo per altri che vogliano inserirsi in questo modo di realizzare una spiritualità laica, cioè aperta a variazioni sulla base di scelte di fondo individuali – e fatta da diversi esercizi filosofici, da pratiche meditative, dalla preghiera e dalla lettura, da momenti di riflessione e di pratica autoanalitica.

  • Tra il suo lavoro di psicanalista e quello di studioso e docente universitario quali sono i maggiori punti di incontro e di attrito?

Considero l’insegnamento solo una parte di un esercizio, la lezione e parzialmente qualcosa del dialogo, ai quali manca il contesto della filosofia come pratica di vita. Comunque studiare accademicamente può essere un buon esercizio se lo si fa cercando di servire la ricerca della verità e non la propria ambizione di riuscire e di apparire. Può essere anche una scuola di umiltà e di pazienza. Poi ho sempre provato a far entrare in università un diverso modo di concepire e di praticare lo studio e il confronto, per esempio con la formazione dei seminari aperti di pratiche filosofiche che non hanno alcuna funzione curriculare. Ho sempre avuto difficoltà nel momento degli esami, ho cercato di sperimentare forme diverse, ma ci sono riuscito solo all’Università della Calabria dal 1978 al 1982, quando era un vero campus. Anche nel lavoro di tesi avevo sperimentato nuove forme, poi le ho raffinate e trasportate nella prova finale della scuola in analisi biografica a orientamento filosofico che dal 2006 vive a Philo a Milano. E adesso qualcosa del genere proviamo anche nella scuola Mitobiografica, un tentativo di cercare il senso della vita e del sapere in un gruppo di sodali, senza altro scopo che l’espressione e la comunicazione di questa esperienza di ricerca.

  • Di quale tra i suoi libri si sente più soddisfatto e orgoglioso, e a cosa sta dedicando attualmente la sua ricerca?

Il mio preferito è “Dio il Mondo” uscito per Coliseum nel 1989 allora diretta da Nanni Cagnone, del quale sono poi diventato amico, uno dei più intensi poeti italiani contemporanei. L’ho scritto dal 1980 al 1985, l’ho dovuto accorciare di molto per renderlo pubblicabile, ma è un primo tentativo di mia Mitobiografia. Poi “La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica” che è ad oggi la sintesi più riuscita del mio tentativo di pensiero e di pratica.
Da trenta anni cerco di trovare il varco e il tempo per scrivere un testo che parli della mia analisi, delle immagini delle sabbie di allora soprattutto, dentro il contesto storico biografico e con una rilettura del mito cristiano… e poi anche qualche nota teorica su psicoanalisi e analisi biografica a orientamento filosofico dopo “La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica”. Come si vede è troppo e per questo chissà se riuscirò mai a scriverlo.

 

 

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Intervista-a-Romano-Madera.html            23 marzo 2018

INTERVISTE

MANGANARO

PATRIZIA MANGANARO, PENSIERO ED EMPATIA
Patrizia Manganaro è Docente Ordinario di Storia della Filosofia contemporanea e di Filosofia del linguaggio alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha all’attivo numerose pubblicazioni tra saggi, monografie e volumi collettanei: Empatia (EMP, Padova 2014); Persona-logos. La sintesi filosofico-teologica in Edith Stein (Lup 2015); Narcisismo (EMP, Padova 2016) sono tra i suoi libri più recenti.

 

In quale maniera l’ambiente in cui è nata, cresciuta e in cui si è formata culturalmente ha influenzato le sue scelte intellettuali e professionali?

Ho deciso che “da grande” avrei fatto l’insegnante all’età di otto-nove anni, stimolata dall’ambiente scolastico di Bergamo e poi di Roma, la mia città di adozione. Un giorno, tra i libri di mio padre, ho trovato La nausea di J.-P. Sartre. Avevo dodici anni e, da allora, non mi sono più separata dalla filosofia. Non me ne sono mai pentita, anche quando si diceva che non mi avrebbe dato un futuro. All’Università “La Sapienza” di Roma ho ascoltato maestri autorevoli: Francesco Valentini, ordinario di Filosofia teoretica, che mi ha insegnato a leggere Hegel e con il quale ho discusso una tesi sul razionalismo critico di Antonio Banfi; e poi docenti del calibro di Marco M. Olivetti, Gennaro Sasso, Tullio De Mauro, Gabriele Giannantoni, Tullio Gregory, Manlio Simonetti. Ricordo il primo giorno di lezione universitaria a Villa Mirafiori, sede della Facoltà di Filosofia: rimasi incantata dalle riflessioni del docente sul tema della temporalità in Anassimandro, Platone, Agostino, Tommaso, Kant, Heidegger. Laico, raccomandava a noi studenti la lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni. È stato un consiglio intelligente e lungimirante, di cui ancora lo ringrazio. Io ero già credente: credente e interrogante. Dopo la Laurea, ho conseguito il Dottorato in Filosofia all’Università Lateranense, con una ricerca sulla fenomenologia dell’alterità e dell’intersoggettività, poi pubblicata da Città Nuova con il titolo Verso l’Altro. L’esperienza mistica tra interiorità e trascendenza nel 2002. In questa Università ho approfondito la lettura filosofica dell’esperienza mistica e, sotto la guida di Angela Ales Bello, la fenomenologia della religione.

Quali sono i filosofi, classici e contemporanei, che più hanno contribuito alla costruzione del suo pensiero critico?

D’istinto, direi Ludwig Wittgenstein e Edith Stein. L’uno mi ha insegnato l’importanza del logos come linguaggio, come “gioco” condiviso, mentre dall’altra ho appreso la grammatica fenomenologica del “sentire” e l’epistemologia analitica dei vissuti coscienziali di matrice husserliana. Ma in realtà sono molti e, per evitare un arido elenco, direi piuttosto qualcosa su alcuni testi che hanno contribuito alla progressiva stratificazione del mio pensiero, attraverso l’esperienza della lettura, dell’ascolto e della riflessione. In gioventù, i dialoghi di Platone Parmenide e Sofista sono stati formativi da un punto di vista teoretico: il primo concerne la questione dell’uno e dei molti, del tutto e delle parti, con formidabili incursioni sul tema del tempo, del divenire, dell’istante: mi ha insegnato il valore dell’aporia, la capacità di elaborare un tema filosofico, le sue molteplici possibilità di articolazione e di scandaglio, il gusto per il gioco intellettuale e l’esercizio del pensiero; il Sofista, che discute il tema del non-essere come differenza, mi ha aperto nuove strategie di comprensione di quel “non”, che a volte fa paura. I libri X e XI delle Confessioni di Agostino sulla memoria e sul tempo sono uno straordinario documento del quaerere della ragione, del cercare domandando piuttosto che del superbo affirmare. Qui ho imparato l’umiltà del pensiero e, insieme, la sua forza. Insegnando Storia della filosofia contemporanea, segnalerei almeno il criticismo di Kant e gli Scritti teologici giovanili di Hegel, insieme alla Scienza della logica. Tutto Nietzsche, assolutamente geniale, unico, lucido nella sua esaltazione: le sue parole feriscono, tagliano come lame, costringono a pensare, quasi ti inchiodano. E ancora, le Idee di Husserl per l’esplorazione dell’intenzionalità della coscienza e l’elaborazione di un criterio metodologico innovativo, con una serie di potenzialità che ritengo, almeno in parte, inesplorate; e il pensiero di Wittgenstein, dal Tractatus alle Ricerche filosofiche, sino ai suoi diari, così traboccanti di umanità. Edith Stein per lo studio filosofico della persona umana, della coscienza religiosa e mistica; Hannah Arendt, Martin Buber, Hans Jonas, Jacques Maritain, e molti, molti altri. Tra i contemporanei italiani, il Diario fenomenologico di Enzo Paci mi è particolarmente caro, per la squisita sensibilità filosofica.

La filosofia rimane un ambito di riflessione per pochi, o può ambire a raggiungere e a motivare intellettualmente un pubblico più vasto?

La filosofia è una disciplina tecnica, non c’è dubbio. Ma sarebbe uno sbaglio lasciarla agli “addetti ai lavori”, come se fosse soltanto mera erudizione. Con la filosofia, è possibile costruire la pace. Come? In primo luogo, incarnandola, testimoniandola, perché studiare rende liberi: è un diritto, prima ancora che un dovere. In secondo luogo, imparando ad ascoltare: anche chi è più distante, anche il pensiero che non condividi ti arricchisce e diventa un bagaglio prezioso. Credo nel valore dell’educazione e sono convinta sostenitrice dell’insegnamento della filosofia sin dalle scuole elementari, se non prima, per formare le coscienze dei futuri cittadini al bene comune e affinare la sensibilità di tutti e di ciascuno. Sì, perché logos e pathos non sono contrari, ma complementari. La filosofia, diceva Wittgenstein, è un lavoro su di sé, è una terapia (non nel senso di Freud, per il quale la civiltà genera patologia, ma nel senso squisitamente ellenico della therapeia, che significa “servizio”, “cura”). A scuola, abbinerei l’avviamento alla filosofia alla pratica dello yoga, che estende la coscienza della complessità che siamo, a partire dal corpo. Quando entro in classe, prima di iniziare la lezione invito gli studenti a un momento di riflessione e, per chi lo desidera, di preghiera, in silenzio: in quel momento, ciascuno è con se stesso e tutti sono solidali con tutti, e questa è già comunità, condivisione, documento della propria e dell’altrui umanità. Homo sum: humani nihili a me alienum puto, scriveva Terenzio, e io cerco di combattere l’indifferenza con la filosofia. Inoltre, c’è già uno scopo didattico: gli studenti fanno esperienza concreta del legame tra pensiero e linguaggio, nonostante il silenzio, anzi proprio grazie al silenzio. Che a quel punto non è un limite, ma una potenzialità nuova, e più ampia.

Insegnando all’Università Lateranense di Roma, immagino che lavori in un ambiente vincolato a una precisa ideologia e scelta di campo teorica. Non ritiene ciò un possibile limite alla libera indagine filosofica?

La filosofia è una disciplina autonoma, con un proprio statuto epistemologico, i suoi metodi, i suoi criteri. La Facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense è frequentata da studenti e studentesse provenienti da tutti i continenti del mondo, persino dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente; i laici e le donne sono ben rappresentati; discutiamo Tesi di Laurea e di Dottorato in inglese, francese, portoghese, spagnolo, superfluo sottolineare come l’ambiente internazionale favorisca lo scambio interculturale e l’apertura a realtà altre. Qui gli studenti non sono meri numeri di matricola, ma persone, e la nostra docenza riflette l’idea e la pratica del personalismo filosofico, la dignità della persona umana. Non mi sembra un limite, ma un valore aggiunto. Direi inoltre che la fede non è un fatto privato, ma interiore. Pensare che sia un ostacolo per la ragione è un pregiudizio smentito dalla storia, un luogo comune. L’esperienza del limite, della finitudine, della sofferenza, la domanda sulla vita e sulla morte aprono la ragione filosofica alle questioni più brucianti, più radicali: l’infinito, la trascendenza, il bene comune, la bellezza, la pace. L’indagine filosofica del filosofo credente è e rimane libera: prendiamo un Pareyson, che ha messo a tema la questione dilaniante del male e della libertà, persino in relazione a Dio. Prendiamo il pensiero ebraico, la spinosa questione del pensare Dio dopo Auschwitz. Insegno storia della filosofia contemporanea e dedico molto tempo allo studio dei “maestri del sospetto” Marx, Nietzsche e Freud, che hanno saputo capovolgere molti luoghi comuni, invitandoci a riflettere, ad approfondire, a ricercare sempre e di nuovo. Il pensiero è sempre arricchente, la filosofia è un invito a pensare lo spazio pubblico, mentre non manca di rivolgersi ad intus.

Nella società attuale, così individualistica e attratta da valori effimeri – quali il successo economico e l’esibizione personale -, un forte richiamo etico e teologico suscita ancora interesse, ha una reale presa sul pubblico, soprattutto tra le giovani generazioni? Non le pare che tutto stia scivolando verso derive di disinteresse e apatia, in qualche modo veicolate da superficiali richiami mediatici?

Insegno da molti anni e non è questa la “fotografia” dei giovani che l’esperienza didattica mi ha offerto. Nella maggioranza dei casi, i giovani hanno chiesto cura, attenzione, impegno, passione, solidarietà, valori, creatività, professionalità. Non hanno perso la capacità di domandare, di interrogare, di porre questioni, di incuriosirsi, di stupirsi, di fare comunità. Hanno anzi mostrato interesse per questioni almeno in parte nuove: le neuroscienze, l’ecologia, gli animali, l’ambiente, la bioetica. Penso siano segnali importanti, da cogliere e ac-cogliere. Non ignoro alcune preoccupanti derive, come lo scollamento tra insegnanti e genitori, o la crisi che logora un sapere ormai frammentato, ma non identificherei le giovani generazioni con “il pubblico”, perché il sapere non è uno “spettacolo”; e i filosofi non sono gli opinionisti o i frequentatori dei salotti mediatici, ma si pongono al servizio del pensiero, cioè dell’umano. Ho affrontato questi temi da due punti di vista diversi, nei volumetti Empatia (2014) e Narcisismo. Tre riflessioni liquide (2016), cercando un linguaggio duttile, fluido, plastico, per dire che l’indifferenza, l’apatia, la visibilità a tutti i costi, l’anestesia del sentire sono i mali del nostro tempo, uniti alla solitudine di massa, ancor più inquietante perché virtuale. La figura di Narciso, in questo senso, è emblematica, perché ama un’ombra, e la prende per corpo. Ma Narciso muore nel momento in cui si rende conto di essere uno, di essere solo. Sta a noi adulti dare per primi l’esempio, prendendoci la responsabilità dei nostri gesti, azioni, comportamenti, parole, relazioni. Sta ai cosiddetti intellettuali suscitare un pensiero critico, maturo, svincolato dai luoghi comuni e dalle tendenze omologanti: questo significa, semplicemente, lavorare sulla qualità. Avere cura. Mettersi al servizio dell’altro e testimoniare, così, la libertà del pensiero.

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Cinque-domande-alla-filosofa-Patrizia-Manganaro. html      21 settembre 2018

INTERVISTE

MARCHAND

INTERVISTA AL PROFESSOR JEAN-JACQUES MARCHAND

di Alida Airaghi

 

Il professor Jean-Jacques Marchand, Accademico della Crusca e ideatore del Progetto internazionale Baslie, risponde ad alcune domande sull’importante opera di catalogazione dei testi letterari prodotti dagli italiani all’estero

I Gennaio 2025 – Gli Stati Generali

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Nato nel 1944, da padre svizzero e da madre fiorentina, Jean-Jacques Marchand ha studiato a Losanna e a Firenze. È stato ordinario di letteratura italiana all’Università di Losanna fino al 2006 ed è adesso Professore emerito. Docente invitato in varie università svizzere e straniere, i suoi ambiti di specializzazione sono il Rinascimento (Machiavelli, la poesia di corte del Quattrocento) e il periodo contemporaneo (la letteratura degli emigrati di lingua italiana nel mondo, gli autori della Svizzera italiana). Ha pubblicato una ventina di volumi e circa 150 articoli. Ha organizzato vari convegni internazionali, in particolare sul Rinascimento fiorentino come Machiavelli storico politico e letterato (1995), Storiografia fiorentina tra Quattro e Cinquecento (2002) e Machiavelli senza i Medici, Scrittura del potere / potere della scrittura (2004). Una ricerca da lui diretta è sfociata nella pubblicazione: Dalla storia alla politica nella Toscana del Rinascimento (Roma, 2005). Ha fatto parte del comitato dell’Accademia svizzera di scienze morali e del Consiglio di Fondazione del Dizionario Storico della Svizzera. È membro del comitato scientifico per l’Edizione Nazionale delle Opere di Machiavelli e del Consiglio direttivo dell’Enciclopedia Machiavelli (Roma, Istituto dell’Enciclopedia Treccani), per la quale ha scritto una dozzina di voci. Ha pubblicato nel 2018 due volumi di Studi machiavelliani (Firenze) e la voce “Machiavelli” nella decima Appendice dell’Enciclopedia Treccani. È membro di vari comitati di redazione, tra cui “Storici e cronisti di Firenze”, “Centro Camporesi” e “Medioevo e Umanesimo”; è presidente della commissione “Testi per la storia della cultura della Svizzera italiana”. È Accademico della Crusca e Corrispondente della Classe di Lettere e arti dell’Accademia Olimpica di Vicenza.

 

Jean-Jacques Marchand | University of Lausanne - Academia.edu

 

Professor Marchand, a quando risale la sua affiliazione all’Accademia della Crusca Italiana? Immagino che questa nomina l’abbia colmata di gioia e legittimo orgoglio: non penso siano molti gli stranieri che ne fanno parte…

Sono stato eletto accademico corrispondente estero dell’Accademia della Crusca nel 2017. È stata una vera sorpresa: sono certo un filologo che ha lavorato all’edizione di testi in prosa e in poesia, prevalentemente del Rinascimento, ed ho avuto perciò a che fare con la lingua italiana, ma non sono un linguista puro. La gioia è stata quella di pensare che l’amore per la lingua italiana che i miei genitori, e mia madre fiorentina in particolare, mi avevano inculcato, mi aveva portato a questo riconoscimento, riservato a pochi, dato che gli accademici corrispondenti esteri per tutto il mondo sono un po’ più di una trentina.

 

Il suo amore per la letteratura italiana, in particolare per il Rinascimento fiorentino, è nato negli anni universitari, o le era già stato inculcato nell’infanzia dall’educazione materna?

Il mio amore per la letteratura italiana risale certamente all’educazione materna. Visto che ero nato e frequentavo una scuola di lingua francese, mia madre si è premurata fin dai primi anni di trasmettermi l’amore non solo per la lingua, ma anche per la cultura italiana in senso ampio. Quando ero ancora piccolo, la mamma passò spericolatamente dalla lettura di Cuore di De Amicis ai Promessi Sposi manzoniani, che ascoltavo come un romanzo d’avventure! Contemporaneamente avveniva la scoperta delle città d’Italia, grazie ai meravigliosi album di foto del Touring Club Italiano, seguita dall’iniziazione all’opera, di cui, in mancanza di dischi, la mamma mi raccontava l’intreccio, illustrandomelo con arie che aveva imparato frequentando il Maggio musicale fiorentino. Poi ci fu l’incontro, all’inizio dei miei studi universitari, con Fredi Chiappelli, un brillante professore di letteratura italiana, che mi prese subito come assistente, facendomi presto trascrivere centinaia e centinaia di lettere amministrative e diplomatiche di Machiavelli. Negli anni seguenti, mi cimentai con una sfida filologica: l’edizione critica in cinque volumi dell’opera poetica, allestita con una collega messinese, delle Rime di Antonio Tebaldeo. Nel frattempo, ci furono i concorsi universitari, fino alla nomina a professore straordinario nel 1983: una cattedra ancora parziale che venne completata nel corso degli anni fino all’ordinariato…

All’interno dell’Accademia, quale è stato il suo ruolo nell’ideazione del Progetto Baslie? In cosa consiste tale programma? È stato difficile farlo accettare dagli altri membri della Crusca?

Il progetto BASLIE nasce nel 1990 all’Università di Losanna dove insegnavo, da un altro filone delle mie ricerche: le opere scritte da emigrati o da residenti italiani all’estero. Era un fenomeno letterario praticamente ignoto all’epoca, sebbene fosse costituito da migliaia di testi pubblicati praticamente su tutti i continenti, e prevalentemente in Europa, nelle due Americhe e in Australia. Faceva seguito a un convegno internazionale che avevo organizzato poco prima a Losanna. Allestito e sviluppato con pochi mezzi finanziari e tecnici, venne ampliato negli anni seguenti fino verso il 2010. Ma, se per i paesi europei la copertura raggiungeva un buon livello, per gli altri continenti le lacune erano ancora notevoli. Il mio ingresso alla Crusca, e l’inserimento fra gli “Scaffali digitali” dell’Accademia della BASILI, creata dal prof. Armando Gnisci all’università di Roma, sul modello e come “pendant” della BASLIE, in quanto registra le opere scritte in italiano da immigrati venuti a vivere e lavorare in Italia, mi ha spinto a proporre la migrazione della nostra banca dati alla Crusca. L’operazione ha richiesto un ripensamento totale della struttura per adeguarla alle norme dell’Accademia, un controllo sistematico delle schede e un loro parziale aggiornamento. Attualmente la BASLIE censisce circa 700 opere per 440 autori.

 

Quali prospettive di sviluppo si pone Baslie? Su quanti collaboratori sparsi per il mondo può contare?

 La BASLIE andrà sviluppata in due direzioni: l’ampliamento del censimento, a partire dalle prime manifestazioni del fenomeno alla fine dell’Ottocento, nelle due Americhe e in Australia due continenti di forte emigrazione italiana (e forse anche in Africa durante gli anni della colonizzazione) e, d’altra parte, l’aggiornamento per tutti i paesi, in particolare europei, sulle opere uscite negli ultimi 20-30 anni. Lo sviluppo dovrà anche tenere conto delle nuove forme di spostamento e di lavoro degli italiani all’estero – fra le decine di migliaia d’italiani che partono ogni anno all’estero sono convinto che alcuni scrivono e pubblicano ancora testi di intento letterario – e di nuove forme di pubblicazione dei testi sempre più frequentemente on line su siti o blog, come questo. Occorrerà ricostituire una rete di collaboratori in vari paesi come quella che avevamo ancora alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. La Crusca non disponendo di finanziamenti ad hoc, dovremo contare molto sul volontariato di studiosi, e magari su qualche contributo di ricerca, come quello che ci è stato recentemente concesso dall’università di Losanna.

 

Crede che lo studio della lingua e della letteratura del nostro Paese sia destinato ad avere un      incremento, in questo particolare periodo storico in cui è l’inglese a dominare qualsiasi modalità espressiva a livello internazionale?

 Non mi faccio molte illusioni sull’incremento dello studio della lingua e della letteratura italiana, vista la prevalenza assoluta e sempre più imperante dell’inglese; ma credo che le posizioni della nostra lingua nel mondo non siano vicine all’implosione. Anche se gli italiani che si recano all’estero usano di solito l’inglese, è anche vero che numerosi sono gli studenti americani, australiani, giapponesi ed anche cinesi che imparano e usano la nostra lingua. In molto ambiti come l’arte, la moda, la gastronomia, il turismo, l’italiano ha delle posizioni da difendere. Numerosissime sono le persone nel mondo che hanno una conoscenza almeno passiva della nostra lingua.

 

 

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INTERVISTE

MATTEI

SEI DOMANDE A PIERA MATTEI

Piera Mattei è nata e vive a Roma. Dopo gli studi di filosofia ha lavorato nell’ambito del giornalismo culturale e dello spettacolo, pubblicista per diverse testate, tra le quali, del quotidiano romano Paese sera. È stata autrice e realizzatrice di spettacoli teatrali, ha pubblicato volumi di

racconti e di poesie, saggi, recensioni, traduzioni e curatele. Suoi testi, tradotti in diverse lingue, sono presenti in antologie e riviste italiane e straniere. Ha vissuto per lunghi periodi negli Stati Uniti, in Giappone, a Parigi. Nel 2010 ha fondato a Roma le edizioni Gattomerlino, e alcuni anni dopo ha aperto uno Spazio per le presentazioni e anche incontri di arte e musica, nella stessa città, in Borgo Vittorio 95.

 

Quando, e incoraggiata da quali ambienti familiari e culturali, è iniziata la sua passione per i libri,
letti e scritti? 
Per la risposta a questa domanda, che intende riportarmi indietro nel tempo, premetto pochi versi tratti dalla mia poesia “Il volto-le mani”: non amo i ricordi – i racconti sul filo dei ricordi/ ma le immagini che giungono dal passato/ quelle sì- le afferro/in queste brevi mani le tengo strette (in “L’equazione e la nuvola”, Manni 2004).
Vorrei dire con questo che non si può mai essere certi che quanto appare come ricordo non corrisponda invece a immagini, a miti sedimentati nella nostra mente, addirittura creati dalla mente. Per questo motivo parlerò qui degli anni della crescita e della formazione in terza persona. Quella bambina che porta il mio stesso nome, che vedo dentro di me e guardo con meraviglia e rispetto, è legata, fin dai suoi esordi nel mondo, alla poesia. È una bambina che recita, prima ancora d’imparare a leggere, e non ricordo che qualcuno l’abbia spinta a farlo o glielo abbia insegnato. L’amore per la parola, la memoria delle parole che risuonano, la lettura e la scrittura, nascono in lei come fatto spontaneo, per il quale riceve naturale riconoscimento. Questo esordio forse però negli anni potrebbe averla portata a una certa chiusura, a sentirsi già pronta, a rifiutarsi al confronto, a non avvertire il bisogno di dover mostrare, e dimostrare.

Tra i poeti e i narratori, italiani e stranieri, quali ha sentito e sente più vicini? A chi in particolare ritiene di dover esprimere riconoscenza per il ruolo formativo e di stimolo della sua sensibilità
letteraria?
Si chiede del ruolo formativo, quindi non si farà riferimento agli scrittori e ai poeti che pure ha frequentato come conoscenti e amici nella sua piena giovinezza e anche dopo. Scriviamo qui delle letture dell’adolescenza, che sono i grandi romanzi russi, i racconti di Kafka e anche la poesia, Thomas Hardy, le Bronte e Dickinson. Studia appassionatamente i classici (a dieci anni, durante la pausa di un “trasferimento” impara a memoria il primo canto del Paradiso) ma l’attraggono anche i manuali di medicina e gli atlanti, la biografia di Marie Curie che scopre in casa. Una “casa” che è sempre un appartamento diverso, i suoi spazi sempre diversi, ogni volta che torna dal collegio.  Al liceo incontra, e studia poi appassionatamente, Catullo, Ovidio, Lucrezio e i lirici greci. Meno la interessano i contemporanei, preferisce Caproni a Montale.  Ama il latino e la riflessione filosofica. Ma cerca anche nei libri di scienza risposte alle sue domande, senza però arrivare a comprendere, ad afferrare bene, i concetti scientifici.  In tutte le poesie che scriverà, o in quasi tutte, sarà presente la domanda circa l’Esistere fisicamente, lo Spazio, il Movimento. L’ambiente scientifico diventa presto anche il suo ambiente, dopo l’incontro con un fisico che diventa suo marito e il padre, con lei madre, di una figlia che, allevata da lei amorosamente nel
ulto della letteratura e dell’arte, si realizza infine come brillante scienziata. A loro soprattutto, ai “miei” scienziati, per la possibilità che quotidianamente mi concedono di accedere al loro mondo, la mia gratitudine.

Quando ha deciso di fondare la sua casa editrice, e spinta da quali motivazioni? Il suo impegno editoriale ha limitato, influenzato o addirittura spronato la sua scrittura personale? 
Nei miei viaggi e residenze in altri paesi ho sempre cercato nelle librerie, ma anche con incontri diretti, di conoscere autori contemporanei, soprattutto poeti. Tornavo con il mio carico e lo proponevo in particolare alla rivista alla quale ho collaborato per lunghi anni, la “pagine”, rivista di
poesia internazionale di Vincenzo Anania, personalità certamente molto interessante, ma anche molto risentita, un ex-giudice. Mi concedeva una notevole libertà di proposte e avevamo insieme discorsi importanti, anche da punti di vista talvolta divergenti.  Gli sono grata per avermi
comunque fatto molto spazio in un progetto che, nel complesso, restava suo.  Infine è maturato il desiderio di creare una mia casa editrice, che rispettasse la mia personalità dedita alla letteratura e ai libri, ma lontana dai gruppi e dalle giurie dei premi, libera, anche se solitaria, in un contesto culturale per lo più abitato da scienziati.  In quel periodo moriva il mio gatto Merlino, per quasi due decenni fedele compagno delle mie letture. Così decidevo che la casa editrice, che doveva avere la porte aperte su poesia e scienza, si sarebbe chiamata con il suo nome.  Negli anni la fisionomia delle
edizioni è poi in parte mutata facendo molto spazio alla poesia di giovani esordienti italiani o in lingua italiana.
Infatti l’autore con il quale ho aperto la collana “Quaderni di pagine nuove” è stato un originale pittore edile romeno, che ci lasciava in dono i suoi scritti, stesi a mano anche su carta da parati – in un italiano da emigrato che non usa il dizionario, sua sola lingua della scrittura – ogni
volta che terminava la giornata di lavoro in casa nostra. Devo aggiungere che, tornando senza vera premeditazione al progetto originario di coniugare
poesia e scienza, in questi giorni è in lavorazione “La lavagna luminosa” una mia raccolta di poesie scritte a Erice, presso il centro Ettore Majorana, tra il 3 e il 9 dell’agosto appena trascorso, durante una conferenza scientifica internazionale alla quale sono stata, a mio modo, partecipe.  Intendo diffonderla anche nell’ambiente scientifico, che certo non sdegna la poesia.

In cosa Gattomerlino si differenzia da altre attività editoriali delle stesse dimensioni?  A quali forme espressive presta più attenzione, ritenendole meritevoli di incoraggiamento e curiosità?
A questa domanda credo di aver già risposto dichiarando il mio interesse per la poesia anche di altri paesi, e per la scrittura, sia in prosa che in poesia, dei più giovani. Inoltre cerco di creare rapporti d’amicizia tra gli scrittori Gattomerlino, anche invitandoli insieme agli incontri nello Spazio che abbiamo, a Roma, in Borgo Vittorio 95.

In che misura il suo lavoro si avvale di collaborazioni interne ed esterne, e a quali aspetti crede di
aver dato un’attenzione più originale e innovativa nella creazione del prodotto librario? Editing,
grafica, traduzione, diffusione? 
Curo molto le copertine dei libri. Con il nostro grafico Paolo Alberti scelgo e controllo fino all’ultima bozza. Faccio per i miei autori quello che avrei voluto dagli editori ai quali mi sono rivolta.  Quanto alla distribuzione, le nostre tirature sono necessariamente di modesta entità e il sito credo offra una visibilità adeguata. Del resto capita anche di ritrovarsi in contesti importanti come è stato per il libro “Sacro e urbano” di Isabella Capurso, del quale si è parlato sia in Campidoglio sia a Venezia, nell’ambito del Premio Bookciak, nella giornata degli Autori.

Quali sono i vostri titoli che più hanno riscosso interesse in termini di critica e di vendite, e che obiettivi si propone di raggiungere in questi due ambiti fondamentali riguardanti il successo di un libro?

Vendite mai molte, in verità. Si scrive assai più che non si legga. Infatti ricevo ogni mese  decine di proposte, ma quelle stesse persone non  pensano di acquistare e leggere i nostri libri. Seleziono molto i premi ai quali inviare le pubblicazioni. A volte consegno di persona i libri a chi dovrebbe esserne interessato, e potrebbe scriverne, non sempre con successo.  Tuttavia alcune pubblicazioni hanno suscitato interesse in ambienti particolari: oltre a “Sacro e urbano” appena citato e premiato all’incontro tra letteratura e cinema, metterei ”La mia ombra è un leone danzante“ testi e disegni di Laura Corbu, protagonista in un episodio di malattia mentale; “Caro Omero ti scrivo”, nella collana azzurra dedicata ai ragazzi, testo che raccoglie, per la cura del loro insegnante di epica Giorgio Frontini, le lettere inviate all’autore e ai personaggi dell’Odissea, da parte degli alunni di una seconda media di una scuola romana; infine “Chiralità: la vita è asimmetria?” un libretto composito che comprende la prima traduzione italiana del discorso  di Pasteur, durante una conferenza  sul tema, un articolo scritto dal chimico e scrittore Primo Levi, e il contributo dello scienziato Gianni Jona Lasinio.
A proposito di ambienti particolari, le traduzione in italiano del poeta lettone Juris Kronbergs   sono state lette nella splendida cornice della biblioteca centrale di Riga, sospesa sulla città e il suo fiume Daugava, con grande successo di pubblico e attestazioni d’amore per la sonorità della lingua italiana, mentre le traduzioni italiane dei i poeti estoni Maarja Kangro, Doris Kareva e Kaliju Kruusa, con i quali si è sviluppato un durevole rapporto d’amicizia, sono state lette in più occasioni a Tallinn e a Tartu.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 7 settembre 2023

 

INTERVISTE

NACCI

INTERVISTA AL PROFESSOR BRUNO NACCI

Bruno Nacci ha curato classici della letteratura francese, si è occupato in particolare di Blaise Pascal, di cui ha scritto il saggio biografico La quarta vigilia. Gli ultimi anni di Blaise Pascal (La Scuola di Pitagora, 2014). Ha scritto il noir storico L’assassinio della Signora di Praslin (Archinto, 2000), cronaca di un fatto di sangue che sconvolse l’aristocrazia parigina nella prima metà dell’Ottocento. Con Laura Bosio ha scritto i romanzi storici Per seguire la mia stella (Guanda, 2017), sulla vita della poetessa lucchese del Cinquecento Chiara Matraini, e La casa degli uccelli (Guanda, 2020), che racconta un fosco episodio avvenuto durante la Rivoluzione francese nel periodo del Grande Terrore. Ha pubblicato le raccolte di racconti La vita a pezzi (Solfanelli, 2018) e Dopo l’innocenza (Solfanelli, 2019), tranches de vie di inquiete solitudini urbane. Da fine settembre è in libreria con Destini. La fatalità del male (Ares, 2020).

  • Attraverso quale percorso di studi è arrivato a occuparsi di letteratura e in che modo l’ambiente familiare e sociale in cui è cresciuto ha assecondato i suoi interessi culturali?

Come molti, sono sempre stato attratto dalla letteratura fin da bambino, quando passavo interi pomeriggi ad ascoltare racconti recitati alla radio e poi li ripetevo a mia mamma. E ho trascorso ogni momento libero a leggere. Ecc. Niente di particolarmente originale. In casa mia non c’erano libri, o pochissimi. Ma mio padre ha sempre assecondato la mia inclinazione prendendo in prestito presso la società in cui lavorava le serie di Salgari. Anche in questo, credo di avere avuto una precoce attrazione per la letteratura, ma non poi così rara.

  • Quali autori hanno avuto un ruolo preponderante nel plasmare la sua disposizione intellettuale ed etica?

La letteratura greca ha avuto un peso predominante, e in seguito i grandi pensatori da Montaigne a Leopardi. Ho amato gli scrittori russi e francesi, che mi aprivano la mente sui temi dell’esistenza ma lasciavano anche trasparire l’esistenza di altri mondi, oltre a quello piccolo borghese in cui ero nato.

  • Cosa le ha lasciato in eredità la sua lunga esperienza di insegnante? Come giudica lo stato attuale delle istituzioni scolastiche italiane?

Sarebbe meglio chiedere se ho lasciato in eredità qualcosa io ai miei studenti… Ma sì, al di là delle banalità che si possono dire al proposito, credo di essermi fatto degli amici devoti nel corso degli anni. Ho sempre considerato la scuola come un luogo di amicizia, senza inutili confusioni di ruoli. Non voglio giudicare la scuola di oggi. Invecchiando si contrae una brutta malattia, che consiste nel cogliere del presente solo gli aspetti negativi paragonandoli a quelli positivi del passato. Finché ci saranno giovani e adulti che si occupano di loro, la scuola sarà sempre la scuola, cambieranno i modi, le leggi, i regolamenti, ma… Per il resto, gli incapaci c’erano una volta e ci sono anche adesso. Auguro a ogni ragazzo di trovare sulla sua strada un autentico maestro, come è capitato a me, che è il bene più prezioso che si possa desiderare.

  • In un volume del 2014 ha compiuto un’indagine sul carattere degli italiani, aldilà degli stereotipi e delle retoriche. Nel periodo difficile che stiamo vivendo, il suo giudizio sul nostro paese rimane ancora sostanzialmente positivo? E vale anche per ciò che riguarda la politica, la cultura, l’universo dei media?

Allora, con Laura Bosio, avevamo cercato di dare voce, dall’unità a oggi, all’Italia nascosta, quella che non ruba, che non vive di esibizioni pacchiane, il contraltare insomma dell’italiano furbo e cialtrone reso magistralmente da Alberto Sordi e tanti altri registi e attori della commedia all’italiana. Quell’Italia c’è, l’altra Italia appunto. Fatta di serietà, buon senso, capacità di guardare in modo costruttivo al bene comune. Se così non fosse, il nostro paese sarebbe scomparso da tempo. Purtroppo l’avvento dei cosiddetti social, la presenza ossessiva della televisione anche come veicolo di prodotti che vengono da lontano, e un certo degrado dei costumi, non in senso moralistico, ma morale, appanna lo sforzo di chi sa mantenere la schiena diritta e cercare soluzioni positive. Faccio mia la riflessione di Musil, secondo cui la differenza tra il mondo di ieri e quello di oggi non consiste nel fatto che in quello di ieri ci fossero meno stupidi che in quello di oggi, ma che un tempo a nessuno sarebbe venuto in mente di dire che uno stupido è una persona intelligente o di valore.

  • Nel passare dalla traduzione e curatela di classici alla scrittura personale, quali difficoltà o supporti ha trovato?

La domanda avrebbe senso se io avessi effettivamente seguito un percorso cronologico. Ma così non è. Ho sempre affiancato al lavoro letterario e editoriale la ricerca della scrittura, le due passioni sono andate parallelamente. Però è vero che la traduzione, in particolare, mi ha insegnato molte cose. Seguire passo passo i grandi scrittori, significa affinare la capacità di esprimere con precisione l’esperienza e i sentimenti, con la massima sobrietà. Ciò che mi colpiva e mi colpisce ancora, è l’economia di mezzi espressivi dei maestri. Non so bene cosa sia lo stile, ma ciascuno di loro trova la sua strada nel rigore e nel controllo assoluto della lingua, che vuol dire poi anche del pensiero.

  • Il suo ultimo libro affronta il problema del male nelle sue origini, scopi, conseguenze. Si tratta di un tema che ricorre anche in altre sue opere di narrativa? Unde malum, si chiedeva Agostino. E potremmo aggiungere, cur malum? A questa domanda che l’umanità si pone da sempre è riuscito a dare una risposta che esuli dal campo strettamente religioso?

 

Non ho alcuna pretesa di dare una risposta chiara ed esaustiva. Sia in La vita a pezzi che in Dopo l’innocenza, le precedenti raccolte di racconti, mi sono sforzato di comporre una specie di fenomenologia quotidiana del male, descrivendolo nelle minime pieghe di vite comuni, del tutto anonime. In quest’ultima raccolta ho scelto invece di prendere esempi grandi, noti, perché, come osservava Platone, nelle cose grandi puoi vedere meglio riflesse quelle piccole. E soprattutto volevo accostare il male senza attribuirlo a forze misteriose o che per lo più non ci riguardano, come la follia o la perversione. Parlando di grandi malvagi, prima o dopo il tempo in cui si distinsero per i loro crimini, volevo alludere al fatto che non esistono mostri, e che ciascuno corre costantemente il rischio di diventare come loro.

© Riproduzione riservata      9 dicembre 2020

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INTERVISTE

NOTA

Intervista a Davide Nota: editore, poeta, narratore
DAVIDE NOTA: POETA, EDITORE, CRITICO LETTERARIO

 

Davide Nota è nato nel 1981 a Cassano d’Adda, in provincia di Milano. Da sempre residente ad Ascoli Piceno, si è laureato in Lettere moderne a Perugia nel 2007. Nel 2011 ha fondato la casa editrice Sigismundus. Ha pubblicato i libri di poesia “Battesimo” (LietoColle, 2005), “Il non potere” (Zona, 2007) e “La rimozione” (Sigismundus, 2011), ora raccolti in unico volume rivisto e corretto sotto il titolo “Il non potere” (2014), e il libro di racconti “Gli orfani” (Oèdipus, 2016). Vive e lavora tra le Marche e Roma.

 

  • Entro quali orizzonti, familiari e ambientali, è avvenuta la tua formazione culturale?

Ho passato lʼinfanzia tra libri di avventura e fantasia, in una casa per lo più satura di volumi di storia e filosofia politica. Nella prima adolescenza, grazie a un magico insegnante di nome Tonino DʼIsidoro, ho amato Kafka, Edgar Allan Poe e Baudelaire, i primi custodi di un regno sotterraneo che avevo sete di scoprire. Qui inizia il labirinto e ogni labirinto conduce a una caverna. Così è arrivata infatti la poesia di Rimbaud, e lʼiniziazione ha raggiunto il suo vertice, vale a dire la vocazione e la trasfigurazione solitaria da adolescente a poeta.
Yeats, Ezra Pound, Trakl, Rilke, Keats, Joyce, sono a seguire. Così gli italiani: Foscolo, Pascoli, Corazzini, Campana, Roversi. Cito giusto i più determinanti in una formazione. Ma le influenze sono sempre frutto di una sovrapposizione di elementi discontinui. Dislivelli. Pasolini, Carmelo Bene, Burroughs, mi hanno abitato, sono rimasti. Umberto Saba e Jim Morrison, Don De Lillo e Céline, una raccolta di frammenti orfici, curata da Reale, e la poesia dei provenzali, fino alla scuola siciliana (Jacopo da Lentini!). Amelia Rosselli e Philip K. Dick oggi mi chiamano. Mi stanno parlando. Amo leggere opere di filosofia estetica, teologia e in maniera occasionale scienza e nuova fisica (divulgativa). Ma ormai non le considero più separazioni di genere, tutto mi appare come espressione e visione.
Ad ogni modo il polittico originario, la pala dʼaltare (rimanendo nella nostra metafora sacra) rimane così incisa: Poe, Baudelaire, Rimbaud, Kafka (con Rimbaud in alto, a corona).

  • Quali sono i poeti e gli scrittori che senti più vicini alla tua sensibilità, quelli a cui ritieni di dovere particolare gratitudine?

Devo gran parte della mia formazione a Gianni DʼElia, maestro di stile, di metro e di coscienza estetica e filosofica. Grazie a lui sono stato accolto nella Libreria Palmaverde di Roberto Roversi. Se DʼElia è infatti il maestro, Roversi è lʼantenato. Quando talvolta nella mia scrittura si incontra la figura ambigua dell’antenato (che quasi sempre parla, pronuncia parole, rivela) penso a unʼanima grande e antica che in parte ha il carattere di Roberto Roversi e in parte quello di mia nonna Maria Alboini, seconda elementare e una vasta saggezza. Lei mi ha insegnato a parlare con le piante attraverso il tatto, ad occhi chiusi, sotto il sole. Tra i viventi ascolto inoltre con profonda partecipazione lʼopera di Eugenio De Signoribus.

  • Quando e come hai deciso di fondare la casa editrice “Sigismundus” e perché l’hai chiamata così? Ci puoi illustrare brevemente la sua attività?

Sigismundus era unʼiscrizione latina che appariva sulla porta in travertino del piccolo negozio alimentari di mia nonna, nel centro di Ascoli Piceno. Un saluto, dunque, alla sua luminosa assenza. Unʼeredità spirituale, forse. Un continuare il cammino. La Sigismundus è una piccola officina editoriale di poesia, prosa dʼarte e pensiero estetico attraverso cui nel 2011 ho trasformato in un piccolo mestiere artigianale lʼattività che già svolgevo da anni con la rivista di poesia e realtà “La Gru”, vale a dire curare e diffondere una certa idea di poesia, che non abbia paura di essere filosofica né di essere sentimentale, che non si inchiodi alle estetiche egemoni di ricerca museale o di lirica domenicale e pensi piuttosto a spalancarsi come la rosa dei Sonetti a Orfeo di Rilke al sole feroce del giorno quanto allo sgomento orrore delle notti.

  • Quali sono le tue pubblicazioni e a cosa stai lavorando attualmente? Ti senti più attratto dalla produzione in versi o in prosa?

Ho pubblicato tre capitoli di poesia dal titolo Battesimo (2005), Il non potere (2007) e La rimozione (2011), ora gratuitamente consultabili dal mio blog (dadonota.wordpress.com). Recentemente per Oèdipus è uscito un libro di racconti, Gli orfani (2016). Dal 2015 sto lavorando invece a Endimione, un poema pluristilistico e che amo definire porno-teologico, in cui si alternano capitoli di prosa lirica, con personaggi, dialoghi e scene incisi nellʼordito semantico piuttosto fitto, e sezioni di poesia. Credo mi occuperà per anni. Ne consegue che non faccio alcuna distinzione fra i generi. In entrambi i casi si tratta di scrittura ritmica, di ispirazione musicale.

  • Cosa pensi del mondo letterario italiano? Ritieni ci sia possibilità per le voci più giovani e originali di emergere e a quali condizioni?

Oggi temo non vi sia possibilità per nessuno se non di attraversare il deserto storico trasportando con sé qualche vecchio baule tarlato. Forse piuttosto è questa la grande possibilità. Non essere invischiati in trame non nostre, in ambienti che ci deformano, in forme di stima ricattatorie. Dopo la traversata apriremo i bauli e vedremo quali saranno i tesori.

 

© Riproduzione riservata         www.sololibri.net/Intervista-a-DavideNota.html     6 maggio 2016

INTERVISTE

PALMA

5 domande a Leda Palma
LEDA PALMA: ATTRICE, REGISTA, POETA

 

Leda Palma ci parla del suo rapporto con la parola scritta e recitata, con la lingua popolare e colta, con i diversi ambienti in cui è cresciuta, si è formata intellettualmente e ha operato artisticamente.

  • In quale realtà familiare e ambientale è cresciuta e si è formata culturalmente?

Famiglia piccolissimo-borghese di 5 persone (genitori e tre sorelle) che arrancava con un solo stipendio, quello del padre impiegato comunale, in un paese contadino, di poche anime, dove l’orto era sudore e trepidazione, l’italiano una lingua da imparare a scuola. Borgo, parrocchia, lo spazio domestico. “Tre figlie, tre maestre”, sosteneva mio padre, che ha dato tutto se stesso perché potessimo diplomarci. L’università un sogno, troppe tasse; o lavori e studi, altrimenti fai la maestra in un paesino qualunque di montagna. Per le donne l’unica via d’uscita dalla casa oltre al matrimonio. Questa prospettiva non mi si addiceva, io amavo il teatro, a scuola mi chiamavano sempre a leggere poesie; da dove scaturiva questa passione, mistero. Forte il desiderio di evadere, di fuggire da quella realtà sonnolenta e arcaica. Per fortuna a Udine esisteva un nutrito e preparato gruppo teatrale, riuscii a infilarmici e lì mise radici forti e stabili la mia professione futura, che divise il mio paese in due: metà mi bollò, l’altra metà rimase a guardare. Primo contratto con il Teatro Stabile di Bolzano ovvero L’Ultimo Carro di Tespi, diretto da Fantasio Piccoli. Mi addentrai nella poesia durante una lettura al premio Cittadella dove conobbi e diedero inizio al mio “corpo a corpo” con essa, Luciano Erba, Sergio Solmi, Bino Rebellato e altri.

  • Cosa del suo Friuli nativo è rimasto nella sua attività lavorativa a Roma e in che modo riesce a recuperare la linfa vitale che ha nutrito la sua giovinezza quando torna al suo paese?

La lingua! Una volta lontana dal mio Friuli ho iniziato ad amare il friulano, quel friulano di cui mi vergognavo quando, per le scuole medie e superiori, ero costretta a percorrere in bicicletta quei chilometri che separavano Udine, la città, da un mondo contadino guardato con diffidenza e superiorità . A Udine si parlava l’italiano o l’udinese che io detestavo. Così il friulano rimaneva circoscritto alla famiglia e al paese. Oltrepassati i confini si trasformava all’istante in italiano, a volte storpiato.
A Roma mi impegnai allora a moltiplicare in teatro e in radio le letture di Pasolini, Leonardo Zanier, Bartolini, Giacomini, tutte rigorosamente in friulano e io ero l’unica a conoscerlo alla perfezione. Poi naturalmente Padre Turoldo di cui ricordo volentieri una lettura scenica insieme ad Achille Millo. Scrissi anche per la radio uno sceneggiato e un radiodramma dedicati al Friuli.
I miei numerosi ritorni in Friuli erano ritorni soprattutto alla natura, ai campi, agli alberi, ai torrenti, alle albe e ai tramonti che come lampi mi folgoravano e ancora oggi mi trascinano, per quel che ne è rimasto, in un mondo di silenzio, di purezza, un mondo che si va via via perdendo, con cui stabilire una relazione sensoriale e profondamente spirituale. Il paesaggio è un essere vivo.

  • Le sue esperienze teatrali quanto hanno inciso sulla sua produzione letteraria e viceversa?

Al teatro ho dedicato la vita, è la mia passione, ma fra teatro e poesia non vedo distinzioni così nette. Nel teatro le parole sono in azione. Posso vederle come profumo, colore, come entrata, uscita, come fatto fisico. Così la poesia, l’etimologia greca di poesia è – azione. Infatti in poesia la parola deve essere densa, contenere azione appunto. Si sente dire spesso: questa è una cosa poetica, non c’entra niente con la realtà mentre la poesia è quanto di più concreto ci possa essere. In teatro prendo a prestito parole d’altri, conflitti d’altri. In poesia le parole sono mie, è la mia coscienza a discorrere. Teatro e poesia sono momenti di verità e tutti e due contribuiscono a uno scavo interiore, a scandagliare i propri abissi. E’ un tornare a casa dentro di sé, dentro la propria interiorità. Cercare un punto di contatto con il proprio sé, con il divino che è in noi. Comunque si alimentano a vicenda.

  • Quali sono i poeti, classici o contemporanei, che più influenzano la sua scrittura in versi?

Naturalmente cerco di non farmi influenzare ma va da sé che certi poeti li abbiamo dentro, ce li portiamo ovunque, li respiriamo. Da ragazzina ero perdutamente innamorata di Leopardi e lo sono ancora. Ma ne ho aggiunti altri come Ungaretti, Quasimodo e ai nostri giorni o quasi: Marina Cvetaeva, Dickinson, Amelia Rosselli, Ripellino…

  • A quale personaggio che ha interpretato sul palcoscenico o in televisione si sente più vicina e ritiene di dover esprimere più riconoscenza?

In un primo tempo ho pensato a Giulia, la protagonista giovane di Mercadet, l’affarista di Balzac che ho interpretato a teatro insieme a Tino Buazzelli, poi, riflettendo, ho scelto un insieme di personaggi che ho raccolto sotto il titolo ORE 9 DEL SILENZIO. L’ora del terremoto in Friuli 40 anni fa. Questo monologo l’ho recitato nel ventennale di questo tremendo sisma e tutti i personaggi da me interpretati erano reali, vivi e morti, donne e uomini, tutti accomunati da questo orrore senza fine. Spunti per un richiamo al dialogo, a una comune riflessione sui valori etici e spirituali, per ritrovare un senso di umanità e di universale solidarietà, di giustizia sociale, rispetto dei diritti e dei doveri nei confronti di tutte le creature. Questa la condizione per continuare a parlare di umanità.

 

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5 settembre 2016