Mostra: 61 - 70 of 80 RISULTATI
INTERVISTE

PICCINI

INTERVISTE

PIERI

Intervista a Francesca Pieri, addetta stampa dell’editore Donzelli
FRANCESCA PIERI, RESPONSABILE UFFICIO STAMPA DELLA CASA EDITRICE DONZELLI

 

Forte di un’esperienza di oltre dieci anni nel mondo dell’editoria romana, Francesca Pieri, dopo aver lavorato, tra gli altri, per Gallucci e Newton Compton, ricopre attualmente il ruolo di responsabile dell’ufficio stampa presso Donzelli Editore. In quest’intervista, oltre a raccontare le peculiarità della sua professione e il suo percorso formativo e professionale, Francesca Pieri descrive quelli che sono gli aspetti più stimolanti e ricchi di soddisfazione del suo lavoro e riflette sul futuro dell’editoria italiana e del mercato del libro, cartaceo e digitale.

 

  • Quali sono le funzioni di un addetto stampa in una casa editrice?

La funzione principale di un addetto stampa in una casa editrice è la promozione del libro attraverso gli strumenti della comunicazione. I canali possono essere molteplici, più o meno diretti, ma diciamo che l’obiettivo fondamentale è rafforzare l’uscita del libro facendo in modo che, in coincidenza dell’arrivo in libreria, se ne parli attraverso i media. Questo può prendere avvio con una serie di azioni che vanno dalla tradizionale comunicazione rivolta alla stampa (giornali, radio, tv e web), a una efficace studiata campagna social, fino ad arrivare all’organizzazione di incontri pubblici (presentazioni, festival, rassegne, premi). In poche parole, l’ufficio stampa comunica l’uscita del libro. In questo senso si pone al punto di snodo tra il lavoro di redazione e quello del commerciale.

  • Attraverso quale formazione culturale e seguendo quali motivazioni personali si arriva a ricoprire questo ruolo professionale?

Posso raccontare la mia esperienza personale. Io ho studiato Lettere e in seguito mi sono specializzata in gestione delle attività culturali. Ho poi tenacemente intrapreso un percorso sempre limitrofo ai libri e all’editoria, prima sul fronte dell’organizzazione di grandi eventi (parlo di festival e fiere), poi approdando in una casa editrice dove ho imparato sul campo questo mestiere. Una casualità, potrei dire, ma anche una fortuna, perché mi è stata offerta l’occasione di un vero e proprio apprendistato, facendo esperienza diretta dell’intera filiera del lavoro editoriale, collaborando strettamente con la redazione e aprendomi a una professione che, con il tempo, ho ritagliato sempre di più intorno ai miei interessi e al mio temperamento.

  • Quali aspetti del tuo lavoro ti recano più soddisfazione, da un punto di vista umano?

Considero il mio lavoro circolare rispetto al percorso di studi e ai miei interessi personali. È indubbio che lavorare in questo ambiente ti permette di entrare in contatto con un mondo di relazioni interessanti, di portarti quotidianamente avanti nell’ambito delle tue conoscenze, di sperimentare il difficile equilibrio tra realtà e narrazione della realtà. Devo dire che, a distanza di tanto tempo, poter seguire l’intero percorso di ideazione e realizzazione di un libro rimane per me la parte più bella di questo lavoro, quella da cui tiro fuori le motivazioni più forti e l’energia che mi serve nel quotidiano. Non ho smesso mai, seppure nelle difficoltà e con le pressioni alle quali il mio ruolo mi sottopone, di sentirmi fortunata per essere riuscita a tradurre la mia passione, i miei studi, nella mia professione. Non c’è stato libro che non mi abbia lasciato qualcosa (e qui ci metto anche i rapporti con l’editore, gli autori, i giornalisti, i critici, i curatori dei volumi, coloro che, nell’insieme, fanno la storia e la fortuna di un progetto editoriale) e considero questa la mia grande soddisfazione: potermi identificare con il lavoro che faccio, sentirlo alla base della mia piena realizzazione, non soltanto professionale, ma anche umana.

  • Come giudichi l’attuale mercato del libro in Italia? Ci sono ancora prospettive di crescita, e in che ambito?

Esprimere un parere sul mercato editoriale attuale non è semplice, non lo certamente per me che sono molto presa dalla realtà della casa editrice per la quale lavoro, dal mondo che lo circonda e dalle prospettive che condividiamo ogni giorno. Posso giocare al rilancio e dire cosa mi aspetto invece, come operatrice del settore e come lettrice appassionata. Mi aspetto di assistere a una progressiva ripresa del settore, a un appianamento dei conflitti che lo lacerano e che si esprimono nel complesso riposizionamento di marchi e di gruppi sullo scenario nazionale, come anche nelle dispute attuali sugli eventi fieristici. Mi aspetto che il libro ritrovi la sua centralità e che la promozione della lettura diventi un tassello della crescita civile di questo paese, non l’oggetto di azioni sporadiche, prive di reali conseguenze. Mi aspetto che la scuola e le biblioteche rientrino nell’orbita di questa prospettiva, vedendosi restituito un ruolo di mediazione e di rilancio culturale all’interno del quale l’editore possa dialogare e trovare terreno fertile.

  • Pensi che i supporti elettronici soppianteranno il libro cartaceo?

Finora non ci sono dati che realisticamente fanno pensare a un passaggio prossimo venturo dal cartaceo al digitale. Le due dimensioni mi sembrano destinate a una lunga convivenza, quello che va discusso al momento e difeso è il libro nella sua dimensione totale. Gli strumenti di lettura possono aggiornarsi, ma se non si recupera il valore della lettura sarà difficile darsi prospettive.

  • Quali ritieni siano le caratteristiche più peculiari delle edizioni Donzelli?

La mia collaborazione con l’editore Donzelli non compie ancora due anni, ma il mio rapporto con la casa editrice è lungo. Li conosco e li seguo da anni con passione e assiduità. Arrivare a lavorare con loro è stato per me la felice realizzazione di un percorso, ma anche un buon punto di partenza da cui ricominciare e rilanciare la mia professione. Per Donzelli mi occupo di comunicazione e pubbliche relazioni. Qui ho trovato una dimensione stimolante e accogliente. Se dovessi individuare gli elementi peculiari della casa editrice direi senz’altro una forte dimensione identitaria, la cura del catalogo, la vocazione indipendente e un dialogo aperto con la nostra attualità culturale. A questo io cerco di rispondere ogni giorno interpretando il lavoro con chiarezza, visione e tenacia.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/IntervistaFrancescaPieri.html     4 ottobre 2016

INTERVISTE

POLESE


CINQUE DOMANDE A RANIERI POLESE

Ranieri Polese è nato nel 1946 a Pisa; ha studiato filosofia e, dalla fine degli anni Settanta, è membro del sindacato Critici cinematografici. Ha scritto per le pagine culturali di diversi giornali (La Nazione, L’Europeo). Dal 2006 ha curato l’Almanacco Guanda. È stato caporedattore cultura e inviato del Corriere della Sera, a cui ancora collabora. Tra i suoi libri: Il film della mia vita, Rizzoli 2005; Almanacco Guanda. La bugia: un’arte italiana, Guanda 2013; Per un bacio d’amor, Archinto 2017; Tu chiamale, se vuoi…, Archinto 2019.

 

  • Le origini familiari, gli studi, le passioni culturali. Firenze e poi Milano. Cosa ci può raccontare della sua formazione?

A Firenze mi laureai in Filosofia morale su un dimenticato filosofo hegeliano (Angelo Camillo De Meis), amico di De Sanctis ma politicamente molto conservatore. In quegli anni Sessanta, anche se davo esami sugli scritti giovanili di Marx, sulla Fenomenologia di Hegel ecc., cinema e canzoni erano ugualmente importanti. Al cinema si vedeva tutto: da Bergman alle farse italiane di Franco e Ciccio, da Godard e Fellini fino a 007. E il Festival di Sanremo era un’altra cosa da cui non si poteva prescindere. Erano anni che stimolavano la curiosità, tutto era cultura, passato e presente si intrecciavano (per il cinema c’era la funzione benefica dei Cineclub: lì si vedevano gli Espressionisti tedeschi, Renoir, Carné, Duvivier, i capolavori del cinema giapponese; oggi, su internet, si trova quasi tutto, ma chi dice ai ragazzi di oggi di cercarsi Murnau o Mizoguchi?).

  • Cinema, musica, costume. Quali tra questi tre importanti aspetti della cultura italiana ha segnato maggiormente il suo percorso intellettuale?

Come giornalista, ho lavorato sempre per le pagine spettacoli e cultura. Collaboratore e critico cinematografico (quando ancora il n. 2 doveva firmare: Vice), poi redattore, caposervizio e, a Milano, caporedattore della cultura al Corriere. Negli anni – tanti – sono cambiate molte cose, e non solo in cultura e spettacoli… Per esempio c’è stato un periodo in cui nessun argomento/personaggio si poteva trattare/intervistare se non desse adito alle polemiche. Oggi, fortunatamente, l’epoca della “Controversialità” mi sembra un po’ tramontata, ma restano sempre vecchi vizi: l’anteprima, l’esclusiva, il retroscena. Del resto, la politica è fatta ogni giorno così, e non mi sembra che le pagine di politica dei quotidiani servano a far capire molto il punto a cui siamo. Quando cominciai a scrivere di cinema, come Vice, era la grande stagione del cinema italiano di Serie B: Alvaro Vitali, Bombolo, Cannavale e le commedie sexy; e i poliziotteschi, con annessa parodia del sotto-genere con Tomas Milian, er Monnezza.

  • Ci può indicare almeno due nomi di elezione, suoi riferimenti mitici, per ognuno dei tre campi d’indagine citati?

CINEMA- A qualcuno piace caldo (ma in realtà tutto Billy Wilder); Otto e mezzo (ma anche La notte dei morti viventi, di Romero). MUSICA- Classica: Brahms, Ciaikovski, Puccini (decisamente romantico!). Pop rock: Rolling Stones; Ornella Vanoni. (Un solo cantautore: Gino Paoli). E tutti i songs di Brecht-Weill, magari cantati da Lotte Lenya, e molta Edith Piaf. DIVI E DIVE- Marlene Dietrich SÌ; Greta Garbo NO; Marilyn SÌ, Meryl Streep (bravissima) ma NO…

  • Com’è cambiato il giornalismo di costume dai suoi esordi professionali a oggi?
    Consiglierebbe a un giovane laureato di intraprendere la carriera di giornalista?

All’epoca, quando cominciai, c’era una grande attenzione ai titoli: spesso calembour, giochi con le parole, furti non sempre innocenti da canzoni e cinema. Era un esercizio molto divertente, poi tutto si è abbastanza appiattito. C’è solo Carlo Verdelli su Repubblica (e anche l’Espresso) a riprendere quel metodo, bravo! Cosa consigliare ai ragazzi di oggI? Leggere, studiare, guardare i grandi film di ieri, ascoltare canzoni e cantanti che oggi il rap/trap ha fatto scomparire, non fidarsi dei social, leggere quotidiani stranieri (Guardian; Le Monde; i grandi tedeschi), lasciar perdere gli/le influencer.

 

  • Nel suo ultimo volume indaga il rapporto tra poesia e canzone. Ci vuole illustrare in breve motivazioni e finalità di questa ricerca?

Continuando il libro sui baci, con l’attenzione per il grande patrimonio culturale/linguistico che la canzone rappresenta per l’Italia (i soli testi memorizzati in un’epoca, in una scuola che ha proibito lo studio a memoria dei poeti), ho voluto documentare quanto i testi di canzoni siano – quasi fino a oggi – debitori della cultura cosiddetta alta. Per scoprire che anche nelle “canzonette” si conservano echi di autori importanti.

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/Cinque-domande-Ranieri-Polese.html       3 dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

INTERVISTE

READERFORBLIND

Casa editrice Readerforblind: intervista alla redazione

Casa editrice Readerforblind: intervista alla redazione
La nostra collaboratrice Alida Airaghiha intervistato la redazione della giovane casa editrice romana Readerforblind, nata inizialmente come rivista online nel 2015 e specializzata nella narrativa breve. I fondatori del progetto sono Dario AntimiAdria Bonanno e il giornalista e scrittore Valerio Valentini. Ma dietro il nome di readerforblind si nasconde anche un intero team di persone preparate e appassionate: Margherita Macrì, in redazione; Roberta De Marchis, all’ufficio stampa e comunicazione; Emilio Fabio Torsello, alla gestione e ai contenuti Social; Valentina Russo che si occupa della grafica.

Ecco come nasce la casa editrice “readerforblind”: sapete che il nome si ispira a un famoso racconto di Raymond Carver? Il perché ce lo svela la redazione nell’intervista che segue.

  • Quando e dove è nata la vostra casa editrice, con quali programmi e finalità?

La casa editrice nasce ufficialmente nel dicembre del 2020 e nel marzo del 2021 esce la nostra prima pubblicazione, I superflui di Dante Arfelli. Abbiamo passato l’intero lockdown del 2020 a studiare e pensare il progetto. Nasciamo a Ladispoli; abbiamo pensato all’eventualità di spostarci a Roma, ma alla fine abbiamo deciso di restare in provincia. Amiamo il nostro territorio e qui una casa editrice neanche c’era. Quindi abbiamo pensato: “Perché no?”. Non ci siamo pentiti, in qualche modo è stato un atto d’amore.
Prima di allora, readerforblind era una rivista online di narrativa breve, insomma, avevamo un sito e pubblicavamo racconti. Lo facevamo dal 2015, ma con il passare degli anni sentivamo di volere di più. Quello della casa editrice è sempre stato un sogno; alla fine è arrivata la giusta motivazione per realizzarlo.

  • Avete scelto un nome originale per le vostre edizioni: potete spiegarcene origine e motivazione?

Readerforblind ce lo portiamo dietro dall’inizio, da quando il progetto era una rivista. È un omaggio a Raymond Carver; nel racconto Cattedrale c’è questo annuncio sul giornale: “Cercasi lettore per cieco” – Readerforblind. Viene da lì. Portare avanti per cinque anni una rivista di racconti significa che il racconto lo ami, e parte del nostro amore verso questa forma narrativa deriva proprio da Carver. Quando il progetto è mutato e da rivista è diventato casa editrice, abbiamo deciso di mantenere invariato il nome, un po’ anche per ricordarci da dove – e da cosa – veniamo.

  • Quante persone fanno parte della vostra redazione e in quante collane si suddivide la vostra produzione?

In redazione siamo circa una decina, e saltuariamente ci avvaliamo delle competenze di collaboratori esterni. La nostra produzione si suddivide attualmente in tre collane: le polverii superflui e le polveri black edition.
Le polveri è la nostra prima collana. Qui trattiamo titoli di narrativa pubblicati nel corso del Novecento e non più ristampati da allora. Nei Superflui ci concentriamo su nuove voci contemporanee e nelle Polveri black edition trattiamo invece opere di grandi autori e grandi traduttori della letteratura.

  • Quali sono le vostre pubblicazioni che hanno ottenuto più riconoscimenti e secondo voi per quali motivi? Quali sono i prossimi tre titoli che avete in cantiere?

Tra i titoli che hanno ottenuto più riconoscimenti troviamo sicuramente I superflui di Dante Arfelli e Cristo fra i muratori di Pietro Di Donato.
Arfelli è stata in parte una sorpresa, innanzitutto perché era il primo titolo e non ci aspettavamo una tale risposta da parte del pubblico e della critica. Abbiamo pubblicato I superflui, per un caso totalmente fortuito, nel centenario della nascita dell’autore; probabilmente c’era grande attesa circa il ritorno di Arfelli nelle librerie, quantomeno da parte di una nicchia affezionata di lettori.
Per quanto riguarda Pietro Di Donato, invece, il discorso è diverso: anche in questo caso c’era probabilmente una certa attesa, ma crediamo che il successo di Cristo fra i muratori sia dovuto al tema che il libro tratta: la storia è d’ispirazione autobiografica ed è raccontata da Paolo (personaggio appunto riconducibile a Pietro Di Donato), che all’età di dodici anni perde il padre per un incidente sul lavoro. Quello delle morti sul lavoroè un tema molto sentito nel nostro paese, ed è vergognoso che oggi come allora si muoia in tali circostanze. Dall’inizio dell’anno ci sono già state sette “morti bianche”. In soli tre giorni, e siamo all’11 di gennaio.

Nel nostro piccolo, pensiamo sia importante partire dalla sensibilizzazione per creare una sorta di consapevolezza generale, e crediamo che negli ultimi anni questo stia accadendo: sempre più persone non sono disposte ad accettare condizioni di lavoro che non garantiscono sicurezza e sempre più persone si stanno battendo per un cambiamento, perché morire di lavoro non è accettabile.
Circa i prossimi tre titoli che abbiamo in cantiere possiamo dirvi che il 27 gennaio uscirà Nella città l’inferno di Isa Mari per la collana Le polveri. A febbraio, nella collana I superflui, pubblicheremo Il corpo della medusa di Luca Martini, già autore, fra gli altri, di Manuale di sopravvivenza per bambini invisibili (Pequod, 2018) e Mio padre era comunista (Morellini Editore, 2019). Per il terzo titolo ci concentreremo nuovamente su Le polveri, ed è previsto per marzo. Su questa pubblicazione non possiamo dirvi di più, ma ne sentirete parlare presto!

  • Attraverso quali canali preferenziali riuscite a pubblicizzare i vostri prodotti e che traguardi vi proponete di raggiungere, a livello di mercato e di incidenza culturale?

Fin da subito abbiamo improntato la comunicazione e la distribuzione su tutti i canali possibili, non trascurando nessuno e cercando di essere presenti tanto nel “reale” (con un rapporto diretto con le librerie indipendenti, con un rapporto diretto con la promozione e con un aggiornamento costante con i buyer delle centralizzate) quanto nel digitale, attraverso lo shop sul nostro sito, la presenza su tutte le piattaforme digitali e una gestione dei social dinamica, ma allo stesso tempo istituzionale. Tutto ciò ci ha permesso di interfacciarci con un pubblico composto da lettori giovani e meno giovani e da lettori occasionali e grandi lettori. Il mercato delle riscoperte, sulla carta, era focalizzato sul grande lettore che ricercava da anni libri oramai giudicati introvabili, ma grazie a questo mix di comunicazione reale e digitale abbiamo constatato che siamo riusciti ad arrivare a una fetta di lettori più giovani (anche anagraficamente) e, appunto, più occasionali; lettori che hanno dedicato ore di lettura a libri di cui magari non sarebbero mai venuti a conoscenza. Questo grazie al lavoro dei librai indipendenti ma anche di catena, che hanno sposato da subito le nostre scelte editoriali.
Questo è anche un po’ quello a cui aspiriamo con il nostro lavoro: far conoscere a più gente possibile grandi autori ingiustamente dimenticati nel tempo e nuove voci contemporanee valide che troppo spesso passano in sordina.

  • Vi ritenete più o meno ottimisti riguardo al futuro del libro (cartaceo o digitale) nel nostro paese, dato che la lettura è sempre più minacciata da altri e più aggressivi mezzi di comunicazione?

Ogni mezzo di comunicazione è a sé, e sono diversi. Che in Italia si legga poco purtroppo è una realtà, ma chi non legge non lo fa perché Netflix gli propina un numero indefinito di serie tv tutte insieme – probabilmente queste stesse persone non avrebbero letto o non leggevano nemmeno vent’anni fa. Crediamo che l’intrattenimento non sia solo intrattenimento fine a sé stesso – molte attività provengono da forme artistiche; c’è un tempo per tutto, ed è giusto sia così. In quanti nelle ultime settimane hanno chiuso un cerchio guardando l’ultima stagione di The Walking Dead? È difficile che questo abbia impedito alle persone di leggersi un libro se questo era ciò che volevano fare. Insomma, una cosa non esclude l’altra. Tra l’altro, durante il lockdown del 2020, ci fu una lieve inversione di tendenza. Durante quelle settimane molta gente aveva a disposizione diverse ore di tempo libero e questo tempo proveniva dal non lavorare o dal lavorare da casa, non dalla mancanza di altre forme di intrattenimento.
Anche l’utilizzo dei social, da questo punto di vista, non ci preoccupa più di tanto; nonostante il tempo speso sui social sia sempre maggiore, difficilmente immaginiamo che le persone smettano di seguire le proprie passioni per questo. Se usati bene, inoltre, possono essere un ottimo strumento per seguire case editrici e progetti editoriali validi, in un modo così diretto e interconnesso che è sorprendente, e di certo non auspicabile fino a qualche anno fa.

Concludiamo con un altro spunto di riflessione: alcuni lettori hanno il brutto vizio di giudicare malamente chi legge meno, e questo è il miglior modo per allontanare le persone dalla lettura, anziché avvicinarle.

 

SoloLibri.net › Intervista-redazione-Readerforblind       12 gennaio 2023

 

INTERVISTE

RIGOTTI

FRANCESCA RIGOTTI, FILOSOFA E DOCENTE UNIVERSITARIA

Filosofa, saggista e docente universitaria, Francesca Rigotti ha insegnato a Göttingen e Zurigo e dal 1996 insegna all’Università della Svizzera italiana a Lugano. La sua ricerca è caratterizzata dalla decifrazione e dall’interpretazione delle procedure metaforiche e simboliche sedimentate nel pensiero filosofico, nel ragionamento politico, nella pratica culturale e nell’esperienza quotidiana. Ha ricevuto nel 2016 lo Standing Woman Award.

I suoi libri sono tradotti in tredici lingue. Tra le sue pubblicazioni più recenti, andando all’indietro: “Una donna per amico” (con Anna Longo, Napoli-Salerno, 2016), “Manifesto del cibo liscio” (Novara, 2015); “Onestà” (Milano, 2014); “Senza figli” (con Duccio Demetrio, Milano, 2012); “Partorire con il corpo e con la mente. Creatività, filosofia, maternità” (Torino, 2010), “Gola. La passione dell’ingordigia” (Bologna, 2008); “Il pensiero delle cose” (Milano, 2007; Premio Capalbio); “Il pensiero pendolare” (Bologna, 2006); “La filosofia delle piccole cose” (Roma, 2004) e “Il filo del pensiero” (Bologna, 2002, Premio di Filosofia Viaggio a Siracusa). Il suo ultimo libro è “De senectute” (Einaudi, 2018).

  • L’ambiente familiare e culturale in cui è nata e cresciuta come ha contribuito alla sua formazione intellettuale?

Sono cresciuta in una famiglia meridionale trapiantata a Milano, di alto rigore morale ma di scarsi impulsi intellettuali. In casa mia c’erano forse tre libri. Però grazie a mia sorella maggiore scoprii ben presto il piacere della lettura (le regalarono l’Enciclopedia dei Ragazzi Mondadori alla quale potevo attingere, che miniera!); in qualche modo individuai anche l’esistenza della biblioteca di quartiere, nello stesso edificio della scuola, e allora lì fu una immersione totale. E poi, altra benedizione, il liceo classico.

  • Quali sono stati gli autori classici e contemporanei che più hanno inciso nella configurazione del suo profilo filosofico?

Tra coloro che ho potuto frequentare di persona, citerei senz’altro Mario Dal Pra, mio docente all’Università, Salvatore Veca, Remo Bodei. Tra gli autori contemporanei, sicuramente e sopra ogni altro Hans Blumenberg e tutti i suoi straordinari studi di metaforologia e di storia culturale; ma anche Jacques Derrida e Martin Heidegger, e il modo che avevano entrambi di estrarre saggezza dalle parole. Tra i classici, Kant, sia il Kant morale sia il Kant gnoseologico.

  • In che modo il femminismo ha influenzato le sue scelte esistenziali, lavorative e intellettuali?

Sono diventata femminista a tre anni, quando è nato il mio fratellino minore, nel constatare che della sua nascita tutti gioivano mentre della mia (seconda femmina…) tutti – raccontava la saga familiare – si erano rammaricati. Poi a lui venne regalata l’automobilina rossa a pedali che io avevo sempre sognato. Per fortuna è comunque diventato una bravissima persona. Ho pagato alcune scelte femministe piuttosto duramente, allorché per esempio si pensava che avrei dovuto scegliere una professione da donna che mi permettesse di assistere e coadiuvare la carriera dell’uomo, cosa alla quale mi opposi con tutte le mie forze.

  • Le è stato difficile conciliare la sua vita familiare con il suo impegno di studiosa?

Tenendo presente che i figli sono venuti in quattro (maschio, femmina più due gemelli maschi nel giro di cinque anni) non è stata proprio una passeggiata, in più in un paese straniero. Però il compito è stato equamente ripartito con il loro padre e mio compagno (straniero) e questo ha semplificato ogni cosa.

  • A quale tra i suoi libri si sente più legata emotivamente, e quale l’ha più gratificata dal punto di vista del successo editoriale?

Il libro che amo di più è “Il filo del pensiero. Tessere, scrivere, pensare”, che uscì con Il Mulino di Bologna nel 2002. È incondizionatamente il mio preferito, anche se non ha avuto il successo editoriale de “La filosofia in cucina”, ristampato varie volte e tradotto in moltissime lingue, l’ultima il portoghese per l’edizione brasiliana, pochi mesi fa. Un testo che parla dell’uso, nel linguaggio filosofico, delle metafore derivate dalla preparazione del cibo, del tipo impastare i pensieri, per intenderci.

  • Nel suo ruolo di docente universitaria, trova che i giovani con cui si confronta quotidianamente siano più o meno motivati nei riguardi del sapere di quanto lo fosse la sua generazione? E cosa teme o spera per il loro futuro?

Noi avevamo soltanto la lettura, anche come svago, mentre i ragazzi di oggi hanno molti più stimoli e possibilità. Spero che li usino bene. Quando vedo a lezione i loro occhi interessati (non di tutti, diciamocelo, tanti li puntano soltanto sullo smartphone) penso che ce la faranno, nonostante il fatto che le de-formazioni (chiamate impropriamente ri-forme) introdotte nella scuola – non solo italiana, io insegno in Svizzera e abito in Germania – facciano di tutto per soffocarne gli slanci.

 

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/Sei-domande-a-Francesca-Rigotti.html       23 febbraio 2018

INTERVISTE

RIMI

Poesia e scienza: sei domande a Margherita Rimi
POESIA E SCIENZA: SEI DOMANDE A MARGHERITA RIMI

 

Margherita Rimi è nata a Prizzi (PA) e risiede in provincia di Agrigento. Poetessa, medico e neuropsichiatra infantile, svolge da anni una intensa attività di prima linea per la cura e la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, lavorando in particolare contro le violenze e gli abusi sui minori e a favore dei bambini portatori di handicap. Tra le sue raccolte in versi, sono da segnalare: “Per non inventarmi” (Kepos, 2002), “La cura degli assenti” (LietoColle, 2007), “Era farsi. Autoantologia 1974-2011”, (Marsilio, 2012; Premio Laurentum, 2012 e Premio Brancati Zafferana, 2013; Segnalazione Speciale Stefano Giovanardi, 2013); “Nomi di cosa. Nomi di persona” (Marsilio, 2015). Nel 2014 le è stato conferito il Premio Città di Sassari alla carriera, e nel 2016 ha ricevuto un riconoscimento dall’Unicef-Italia.

  • Nella sua formazione culturale è nato prima l’interesse per la poesia o quello per la scienza?

Non c’è un prima e un dopo: la curiosità per la scienza (intesa come bisogno di esplorazione della natura, degli animali e dell’uomo) e quella per la letteratura (come passione per le parole, interesse per la lettura) sono nate quasi incrociandosi, legate alla curiosità della conoscenza e del mondo. Alle Elementari sottolineavo parole, frasi e scrivevo, nei margini bianchi dei libri, delle parole chiavi, che richiamavano l’argomento: per me utili per imparare meglio e prima. I libri che dovevano tenersi per disciplina puliti, io li imbrattavo e di questo mi vergognavo: quelli dei miei compagni erano lindi. In adolescenza, grazie alle lezioni di validi professori del Liceo Classico (ad Agrigento) sono stata più consapevole della grande passione sia per la letteratura, che per gli argomenti scientifici. Nella scelta universitaria, poi, tra Lettere e Medicina ha prevalso la Medicina, l’aspetto umano della cura e del prendersi cura dei malati. Pensavo nella mia giovinezza di salvare tante vite umane, ed è capitato qualche volta nella pratica del mio lavoro in Pronto Soccorso. Ma la letteratura era là, non mi lasciava. Insieme ai libri di medicina leggevo tanti testi letterari, e testi di psicologia che, per tipologia e contenuti, si avvicinavano alla conoscenza dell’animo umano.

  • Quali sono i poeti e i narratori che hanno avuto un ruolo più rilevante nell’avvicinarla alla scrittura?

Mi hanno avvicinato alla scrittura, prima di tutto, i libri scolastici e qualche classico per l’infanzia (“Giannettino”, “Pinocchio”, “Alice nel paese delle meraviglie”). Successivamente i classici greci e latini, la Divina Commedia, la Bibbia, la letteratura russa (Gogol’, Čechov, Tolstoj, Dostoevskij). Tra le autrici ho trovato molto particolare la scrittura di Ágota Kristóf e Herta Müller. Letture fondamentali sono state le “Operette morali” di Leopardi, le opere di Pirandello, Sciascia, Vittorini, Giuseppe Pontiggia. Tra i poeti Bacchini, Porta, Enzensberger, Birgitta Trotzig, Ana Blandiana, solo per citarne alcuni.
Ad avvicinarmi alla scrittura non sono stati solo i testi di letteratura, ma anche di argomenti medico-scientifici e anche diversi autori psichiatri e psicoanalisti (Winnicott, Alice Miller, Ferenczi).

  • In che modo la sua professione medica e la sua produzione letteraria si influenzano reciprocamente?

Penso che in tutti e due ci sia un primario bisogno di verità e di conoscenza, una ricerca di bellezza. Nel mio lavoro c’è la bellezza di prendersi cura dell’altro, nell’ascolto e nello scambio, nella costruzione di una relazione e nella conoscenza reciproca; e c’è anche un andare verso la verità attraverso la parola. Non si procede, però, solo con tecniche medico-scientifiche e psichiatriche, si tratta di un processo che coinvolge anche l’aspetto umano. E nella mia produzione letteraria è lo stesso, vi è la ricerca di una verità umana e della bellezza: nella scelta della parola, nella disposizione dei versi, nell’ascolto del sentimento e del pensiero, del suono, nella costruzione di significati e di senso. È così che, nella creazione poetica, avviene pure una forma di conoscenza, non solo di se stessi, ma anche di un sapere che va oltre il dato di circostanza. Penso che l’arte e la poesia vadano oltre la scienza stessa, oltre la contingenza, perché tendono a cogliere aspetti di eternità e universalità dell’essere umano. Ma lo spirito con cui mi pongo di fronte a tutti e due è lo stesso. Il lavoro con i bambini malati ha affinato la mia sensibilità anche linguistica e la mia capacità di comprensione sia razionale che emotiva. I bambini stessi hanno rappresentato una guida nella mia ricerca di verità. Imparando ad interagire con loro, ho imparato come una nuova lingua, che è divenuta parte della mia ricerca poetica. C’è un dialogo continuo tra poesia e scienza: parte del linguaggio medico-scientifico e psichiatrico viene assunto dalla parte poetica, viene integrato alla lingua e al sapere della poesia. Ma lo scambio non è meramente linguistico o di trasferimenti di parole settoriali e tecnicismi vari dall’uno all’altro campo, sic et simpliciter dalla medicina alla poesia; sarebbe solo un abbellimento, un vezzo, un artefatto, una ostentazione del sapere scientifico, sfruttando la poesia. Tra il sapere medico-scientifico, psichiatrico e la poesia c’è uno scambio attraverso cui passano valori umani e sentimenti, studi, conoscenze e tecnica, esperienze e percezioni, scelte etiche e di pensiero, consapevolezza di libertà. E, lo ripeto, una comune spinta verso la verità. La medicina impara dalla poesia e la poesia dalla medicina. La poesia ha fatto suo un dialogo tra il sapere letterario e quello scientifico, ma alla fine è la poesia stessa che assorbe gli altri linguaggi per farne una creazione artistica.

  • Ritiene che la poesia abbia una funzione non solo didattica e culturale, ma anche qualche utilità terapeutica nella sua attività di neuropsichiatra infantile?

Non uso la poesia come strumento tecnico nella terapia con i bambini. Ma le parole, poiché fanno parte del processo terapeutico, possono, nell’interazione e nel dialogo con il bambino, assumere una struttura e valenza poetica e artistica. Succede che tra me e il bambino nasca, a tratti, una vera e propria lingua poetica come una lingua comune, la quale sembra potenziare l’effetto terapeutico. Penso comunque che l’arte, in tutte le sue forme, possa giovare al trattamento di tante malattie. Del percorso terapeutico, dunque, possono far parte anche tecniche che appartengono all’arte (musica, poesia, narrazione, pittura, teatro) oltre che, naturalmente, i trattamenti psicoterapici delle diverse scuole.

  • Come vive il rapporto tra lingua scritta e parlata, tra italiano e dialetto? Secondo quali direttive trova più facile e arricchente esprimersi?

Non penso alla scissione tra lingua scritta e lingua parlata, né tra italiano e lingua siciliana o altre lingue. Li sento e li vivo insieme, come a dire che una sola forma non basta e che una sola lingua non basta. La poesia ha bisogno di tutto questo. Mi affascina molto la lingua parlata la parola parlata, parlata da chiunque, che sono spesso fonte di ispirazione: di parole o frasi, di suoni, da cui, attraverso una rielaborazione artistica, può svilupparsi un componimento poetico. Ricordiamoci che prima di imparare a scrivere abbiamo impariamo a parlare.
Nell’ultimo mio libro di poesia “Nomi di cosa. Nomi di persona” (edito da Marsilio, con risvolto di Amedeo Anelli e foto di copertina donata da Letizia Battaglia che ringrazio entrambi) ho utilizzato anche parole e frasi, oltre che in siciliano, in francese e inglese, come un’incisione, un innesto sull’italiano. Penso di avere potenziato e arricchito la mia lingua poetica. Questo non l’ho fatto per abbellire, per ornare o per esercizio estetizzante, ma per una necessità di ricerca linguistica, di sperimentazione; per dare più forza, più bellezza e varietà di suono alla mia poesia. Appunto quando una lingua non basta. Così accade anche con il linguaggio scientifico: il suo utilizzo è piegato alla poesia, alla sua arte della parola. È la poesia che comanda.

  • Quali sono i problemi che più la coinvolgono nel suo relazionarsi con i piccoli pazienti e con le loro famiglie? Ritiene che la medicina e la situazione sanitaria in Italia e in particolare in Sicilia godano di sufficiente attenzione da parte del potere politico? In che maniera si potrebbe rendere più efficienti ospedali e ricerca?

I problemi sono la carenza di figure professionali: l’assistente sociale, il pedagogista, con i quali si dovrebbe lavorare in equipe e nell’ottica di una integrazione multidisciplinare. In particolare nel caso della cura dei bambini è indispensabile anche un lavoro con i genitori. Nonostante la carenza di personale e altro, la situazione sanitaria italiana regge. Nel riordino del sistema sanitario, si sono introdotte delle regole proprie delle aziende private (l’attenzione ai costi e ai risultati). Mi auguro che la politica e i governi non dimentichino mai che la salute è un valore umano inestimabile e non un prodotto commerciale.

 

© Riproduzione riservata

www.sololibri.net/Poesia-scienza-MargheritaRimi.html       2 settembre 2016

 

 

 

INTERVISTE

RONCHI

 

 

 

INTERVISTE

ROVELLI

Carlo Rovelli e la poesia

Fisico e saggista (Verona 1956), dopo essersi laureato in fisica presso l’Università di Bologna, Carlo Rovelli ha svolto il dottorato all’Università di Padova. Ha lavorato nelle Università di Roma e di Pittsburgh, e attualmente è ordinario di fisica teorica all’Università di Aix-Marseille. I suoi studi vertono soprattutto sulla gravità quantistica. Si è anche occupato di storia e filosofia della scienza con il libro Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (2011). Tra le sue altre opere: Che cos’è il tempo? Che cos’è lo spazio? (2010), Sette brevi lezioni di Fisica (2014, tradotto in 41 lingue, con una diffusione di oltre un milione di copie), L’ordine del tempo (2017, da cui la regista L. Cavani nel 2023 ha tratto l’omonimo film), Helgoland (2020), Relatività generale (2021) e Buchi bianchi (2023).
Collabora regolarmente con il Corriere della Sera, in particolare con il supplemento La Lettura. I suoi articoli sono apparsi sul supplemento culturale de Il Sole 24 Ore, e saltuariamente su la Repubblica, sul Guardian e sul Financial Times.

Professor Rovelli, ricorda quando è stato il suo primo approccio a un testo poetico, e quale è stata la prima poesia che ha imparato a memoria?

Forse la prima poesia che ho imparato a memoria è stata La Madre di Ungaretti. Penso sempre che sia stata una grande ricchezza aver imparato versi a memoria da ragazzo.

Le capita tuttora di leggere raccolte di versi, e preferisce gli autori classici o i contemporanei, gli italiani o gli stranieri?

Si, mi capita di leggere poesie. Preferisco i grandi classici. Amo molto Orazio per esempio. Ma leggo anche di tanto in tanto poesie contemporanee…

Sono noti il suo impegno politico, e l’adesione convinta al movimento pacifista. Tra i libri di poesia predilige quelli che danno voce a istanze civili, e in particolare di quali autori?

Trova che esista una corrispondenza tra l’intuizione artistica di chi scrive poesia e l’intuizione scientifica di chi ricerca lo svelamento di un mistero nella materia? In entrambi i campi non sono forse necessarie notevoli doti creative?

Penso che ci sia una vicinanza profonda fra la scienza migliore e la migliore poesia, perché entrambe sono modi per aprire uno sguardo nuovo sul mondo, per farci vedere qualcosa che prima non vedevamo, o vedevamo solo confusamente. Entrambe si aprono mondi.

Ha letto poeti che nella loro produzione si siano ispirati alla scienza? Recentemente Bruno Galluccio (fisico che si è occupato di telecomunicazioni e sistemi spaziali) ha pubblicato tre volumi nella collana bianca di Einaudi…

Esiste una diffidenza nei lettori sia verso il linguaggio poetico sia verso il linguaggio scientifico. Ritiene che tale difficoltà inerisca alla struttura specifica di entrambi i codici espressivi e alla scarsa dimestichezza con i metodi delle due diverse discipline, o a semplice disinteresse?

Penso che serva un apprendistato, un imparare, in entrambi i casi, che spesso non è semplice. Come tutte le cose che nella vita valgono la pena, serve fatica per arrivarci.

Si, molto spesso. Soprattutto i Canti di Leopardi. Ne ho imparati alcuni a memoria da ragazzo e quando sono solo, magari all’aperto, me li ripeto nella mente. E li trovo sempre meravigliosi. Il Passero Solitario per esempio, mi accompagna spesso…

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 14 ottobre 2024

INTERVISTE

RUCHAT RONCATI

floraFLORA RUCHAT RONCATI, ARCHITETTO

  •  Non è del tutto scontato che una donna eserciti la professione di architetto arrivando a occupare una posizione di grande rilievo nel suo paese, proponendosi, quindi, come punto di riferimento. Che ruolo hanno avuto, nella sua formazione, se non nella sua vocazione, l’ambiente familiare e quello culturale in cui è cresciuta?

Tendo quasi istintivamente a smitizzare il concetto di “vocazione” nel senso di richiamo imperioso a esercitare una particolare funzione nella vita. Credo che molte delle esperienze che ci troviamo a vivere siano piuttosto frutto del caso, di una serie di circostanze spesso imprevedibili. Almeno, a me è capitato che le grosse scelte – quelle gravide di conseguenze anche esistenziali – si siano imposte quasi da sole: penso agli studi a Zurigo, ai primi lavori in Ticino, alla parentesi romana. Comunque, può anche aver avuto un suo peso il fatto che io sia nata da una famiglia di costruttori, e che quindi abbia respirato sin da piccola un certo tipo di problematiche (ma anche un vocabolario, una sensibilità) relative al mondo dell’edilizia. Intendiamoci, mio nonno era muratore, e ha vissuto tutto dall’interno il destino del ticinese emigrato costretto a mettere radici in vari paesi…

  • Il Ticino, appunto, tradizionalmente considerato fucina di architetti, che importanza ha avuto nel plasmarla: prigione o trampolino?

Mi ha ovviamente condizionata, nel bene e nel male: gli anni del liceo a Lugano sono stati molto intensi, fondamentali soprattutto da un punto di vista affettivo. Ma già allora provavo prepotente la voglia, la spinta a evadere, a uscire dai suoi confini, a confrontarmi con una realtà più vasta…Zurigo è stata una scelta obbligata: era in pratica l’unico sbocco per chi – ticinese – volesse andare all’università, perché la guerra, ma in particolare il fascismo, avevano interrotto il rapporto con l’Italia che si è ricucito solo molti anni dopo. Ho vissuto Zurigo, all’inizio, con un senso di estraneità pressoché totale: la barriera della lingua costituiva una specie di diaframma tra noi e l’esterno, ancora oggi mi accorgo di non possedere il tedesco pienamente… Ma la città mi coinvolge sempre di più, tant’è vero che ogni volta che mi si è offerta l’occasione di tornarci l’ho colta al volo.

Ritornando al periodo degli studi, parecchi problemi hanno condizionato tutti quegli anni. Ricordo comunque con gratitudine e rispetto in particolare la figura di Tami, ma anche quelle di Roth e Waltenspühl, miei docenti all’ ETH. Un primo concorso pubblico, che poi ho vinto, ha segnato il mio inserimento forzato nella professione, e il ritorno in Ticino. Qui – ed è la seconda fase del rapporto con il mio cantone – per dodici anni ho lavorato a una serie di progetti nel campo dell’edilizia scolastica e residenziale, sia da sola sia in collaborazione con altri colleghi. Oggi torno spesso in Ticino, ma quasi essenzialmente per godere di quelle amicizie e di quegli affetti (persone e spazi) che durano una vita…

  • Recentemente, in una conferenza all’ETH, ha esordito affermando che «parlare architettura» è più facile che «parlare di architettura». Premesso che sono convinta che lei sappia fare molto bene entrambe le cose, quali sono state le tappe più significative della sua attività?

Negli anni ’60 si viveva in un clima particolare, pieno di entusiasmi e di utopie. Lavorare nell’edilizia scolastica significava anche essere coinvolti in un grosso processo pedagogico, e quindi politico, che mediavamo attraverso la nostra unica arma: l’architettura, a cui allora attribuivamo un ruolo strutturale, convinti che anche attraverso il discorso architettonico si potesse cambiare il mondo. Ciò comportava prese di posizione, polemiche, spesso anche rischi economici. Di quel periodo vorrei menzionare i progetti dell’asilo di Chiasso, della scuola di Riva S.rVitale e dell’asilo di Viganello. Agli anni ’70 appartiene invece una realizzazione molto discussa, il bagno pubblico a Bellinzona, in collaborazione con Galfetti e Trümpy, che è stato in pratica il mio intervento conclusivo in Ticino. Nel ’75 mi sono trasferita a Roma, dove ho vissuto per un decennio, e questa esperienza ha soddisfatto una mia ansia di uscire dai confini della Svizzera, di confrontarmi con altre realtà che mi portavo dentro dall’adolescenza. Roma è una città che comunque non può lasciare indifferenti, incide a fondo. Vivere a fianco di tanti esempi di splendida armonia architettonica, stratificati in duemila anni di storia, è un continuo stimolo: e in confronto aiuta anche a ridimensionarsi, riducendo le ambizioni. Purtroppo a Roma, quando si tratta di produrre praticamente (mi occupavo soprattutto di progetti residenziali e di recupero nel meridione), il discorso si fa complesso, ci si scontra con difficoltà di ogni genere, dalle preesistenze archeologiche, ai vincoli normativi, alle pastoie politico-legali, a un’inerzia atavica che rende tutto più difficile, ma comunque sempre coinvolgente e in qualche modo possibile.

Nell’85 mi è stata offerta la cattedra di Progettazione all’ETH di Zurigo, e ho accettato con qualche titubanza ma soprattutto con curiosità. Una scommessa! L’impegno didattico mi assorbe moltissimo, più del previsto, ma cerco di non trascurare il mio lavoro più propriamente pratico, confrontandomi e verificandomi continuamente con esso. Solo così penso sia possibile travasare onestamente qualcosa di proprio nell’insegnamento quotidiano; è facile altrimenti farsi spremere come un limone, e rimanere a secco…

  • Il lavoro di uno scrittore, di un pittore, è reso inconfondibile da stilemi personali, da segni di riconoscimento. Qual è il tratto che più caratterizza le sue opere?

Penso faccia stato la storia: gli infiniti esempi noti e meno noti che ci precedono costituiscono la linfa del nostro lavoro di «ricerca paziente». Evidentemente tra essi emergono figure che ci sono più consone e ci accompagnano costantemente allargando ( ma in qualche modo anche limitando, con le necessarie esclusioni) il repertorio di riferimento. È probabile che chi guarda un mio disegno, osserva una mia realizzazione, riesca a individuare una verità che mi appartiene. Anche se un architetto non è mai del tutto autonomo nel suo lavoro, deve rispondere delle sue scelte a un committente, ed è vincolato da precisi limiti e condizioni da rispettare… L’architettura è cambiata pochissimo, eppure è databile: ecco, il tentativo è quello di rispondere ai problemi di oggi con i mezzi di oggi, in un linguaggio attuale, vivo.

  • Esiste una specificità femminile nell’architettura?

Ci credo poco. In ciò che risulta dal lavoro direi di no: alla fine il progetto è lì, «in carne e ossa», o sulla carta, e il suo valore o il suo livello si giudica in assoluto, senza distinzioni di sesso. Esiste, invece, un modo diverso di lavorare: la donna è più insicura, quindi più capace di recepire positivamente la critica e di rimettersi in discussione, proprio perché da poco è arrivata a questo stadio produttivo. In genere non pretende di lasciare la sua traccia, le basta lasciare una traccia, senza avere la pretesa di inventare nulla. Inoltre c’è una grossa differenza nel gestire il proprio privato, che è indubbiamente più complesso e dispersivo per una donna che per un uomo, soprattutto nei riguardi della famiglia, della routine domestica…

  • Ci può illustrare la novità e il significato di questa mostra basilese che la vede tra i promotori?

La preparazione è stata un’esperienza piacevolissima per me – la prima di lavoro tra sole donne. Tre età, tre culture, tre stili, e nessun conflitto! Ci siamo poste l’obiettivo di comunicare, attraverso la manipolazione dello spazio concesso, alcuni aspetti indotti e/o congeniti della donna oggi, nei suoi ruoli diversi e compresenti, nel tentativo di lanciare al visitatore (senza distinzione di sesso) una provocazione a reagire, in bene o in male, forse a riflettere… La mostra è tutta lì da vedere, fino alla fine di giugno. È iniziata per caso il primo di aprile…Un pesce?

«Agorà» (Svizzera), 10 maggio 1989

INTERVISTE

SAYA

Pubblicare un libro di poesie: intervista all’editore Marco Saya
 MARCO SAYA, EDITORE E POETA

 

Le edizioni Marco Saya, attive a Milano dal 2012 (www.marcosayaedizioni.net), si occupano prevelentemente di pubblicare e diffondere poesia. Ecco un’intervista all’editore.

 

  • Brevemente, qualche cenno alla sua biografia.

Un passato da informatico e una vita parallela presente che trascorre tra un grande amore per il jazz, la scrittura poetica e una neo casa editrice. Sono nato a Buenos Aires. A tre anni sono stato dirottato a Rio de Janeiro, prima di approdare definitivamente a Milano a dieci anni. Dopo il diploma al liceo classico Giovanni Berchet e una lunga frequentazione universitaria presso la facoltà di Ingegneria Elettronica, mi sono dedicato per anni al jazz come chitarrista professionista, alla poesia con diverse pubblicazioni e alla collaborazione con numerosi siti letterari.

  • Quando e spinto da quali motivazioni ha aperto la sua casa editrice?

Ho aperto la casa editrice nel gennaio del 2012. Perché? Premetto che sono un editore che non chiede contributi all’autore. Normalmente sono sempre i soliti noti che pubblicano con i soliti editori nel solito scambio di figurine, tralasciando tutto un mondo di altrettanto ottimi poeti, spesso esclusi dal mercato dello scambio delle figurine. Non si tratta dunque di incrementare il numero di player nel catalogo della Panini, ma di dare voce a chi merita di essere selezionato e pubblicato secondo alcuni parametri in parte soggettivi, legati a un gusto personale, in parte indirizzati all’individuazione di un’univocità e ricerca della scrittura poetica che non sia omologata come tantissima poesia del 900. È inutile aprire una casa editrice che sia una copia sbiadita di tante altre, deve esistere per tutti la possibilità di dare voce a una creatività che non sia solo “imprenditoriale”!

  • Quali difficoltà trova oggi, sul mercato librario, un editore che si occupi principalmente di pubblicare poesia?

La prima difficoltà riguarda la distribuzione, ma è anche vero che sono pochissimi i lettori di poesia e dunque questo potrebbe essere un falso problema. Semmai ci dobbiamo domandare come poter incrementare il pubblico dei lettori. Personalmente mi affido e mi trovo bene con i distributori online. Per un editore il conto vendita presso un libraio non è, di questi tempi, un buon affare. Il libro, poi, si vende solo nel caso di una presentazione ben organizzata, e sottolineo il “ben organizzata”.

  • Qual è il suo giudizio sulla produzione poetica italiana attuale? Perché la poesia riscuote così poco interesse tra i lettori?

La poesia dovrebbe anche arrivare al lettore/lettore e non solo, come spesso avviene, al lettore/autore. Troppi scrivono e pochissimi leggono: e chi scrive, quasi sempre, non legge gli altri. Nei primi sette mesi di quest’anno sono usciti circa 2000 titoli di poesia. Come è possibile, a questo punto, giudicare la produzione poetica attuale? Aggiungo che, secondo me, manca anche una critica (a parte qualche rara eccezione) che sappia discernere e voglia indicare nuove vie. Spesso si preferisce rimanere nei tradizionali orticelli dei già collaudati. Come editore pubblico solo 12 titoli all’anno, sperando così di poter dare una buona visibilità all’autore/autrice tramite una serie di presentazioni: l’unico modo, a mio avviso, di far conoscere e promuovere degnamente un autore. Poi, come sempre, sarà il tempo e un lettore attento a decidere se l’editore avrà operato delle scelte che caratterizzino la poetica di quel determinato scrittore.

  • Lei scrive versi. Cosa ha pubblicato finora e quali sono i poeti che sente più vicini alla sua sensibilità?

Ho pubblicato diverse raccolte, l’ultima dal titolo Filosofia spicciola nel 2014. Amo soprattutto Montale e la sua ironia presente in parte della sua vasta produzione, e poi il suo modo di intendere la poesia come “filosofia dell’esistenza”, le risposte che suggerisce discretamente alle eterne domande, al quid irrisolto che ci accompagna nella nostra fragile consapevolezza umana. E poi Ungaretti, Zanzotto, Caproni, Fortini…Ma sono tanti i poeti che amo.

  • Concluda questa breve intervista con un suo verso che le stia particolarmente a cuore.

Basterebbe una sola poesia, / quattro versi che possano girare il mondo / con le proprie parole. / Di questo si tratta, / scrivere questi quattro versi.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Pubblicare-un-libro-di-poesie.html

3 settembre 2015