Mostra: 1021 - 1030 of 1.349 RISULTATI
RECENSIONI

POZZI

GIOVANNI POZZI, TACET – ADELPHI, MILANO 2013

L’essere umano «è un’entità fatalmente duale, maschile e femminile, corporeo e spirituale, io e tu». Così affermava in un suo scritto del 2001, ora ripubblicato da Adelphi, Padre Giovanni Pozzi, illustre letterato e monaco ticinese, studioso di testi sacri e mistici. Ma al colloquio, al rumore, al confronto polemico, a tutto ciò che porta a confondersi nel pubblico, spesso è da preferire l’isolamento e il tacito raccoglimento. Quindi al silenzio, alla solitudine, alla contemplazione sono dedicati questi brevi e intensi contributi meditativi, che richiamano severamente il lettore alla necessità di «sottrarsi alla banalità quotidiana», nella ricerca di uno spazio interiore che sappia aprirsi alla riflessione, fuggendo il caos del molteplice «nell’anelito di giungere all’inseparabile». I «solitari in Dio» (gli eremiti, gli stilisti, i dendriti…) hanno cercato l’assoluto nella mortificazione sessuale, nel digiuno, nel deserto, convinti che nel rifiuto del mondo si celasse la risposta alla loro ansia spirituale. I monaci trovano nell’isolamento delle loro celle il rifugio dall’inquietudine e dal turbamento («pax in cella, foris bella»), convinti che non si sale a Dio solo attraverso la scala di Giacobbe, ma anche scendendo nella tomba di se stessi. E quindi immergendosi nel silenzio, che è rinuncia all’imposizione di sé e insieme capacità di ascoltare e conservare la parola altrui. Parola che risulta tanto più preziosa e apprezzabile quando si presenta silenziosamente in un libro letto: «Amico discretissimo, il libro non è petulante, risponde solo se richiesto, non urge oltre quando gli si chiede una sosta. Colmo di parole, tace». Conquistare un silenzio che sappia farsi memoria, preghiera, contemplazione, in un itinerario dal buio alla luce: questa è la proposta di salvezza di Giovanni Pozzi.

«Accademia del Silenzio», 10 dicembre 2013

RECENSIONI

POZZI

ANTONIA POZZI, MIA VITA CARA – INTERNOPOESIA, LATIANO (BR) 2019

A partire dalla fine degli anni ’80 si sono intensificati studi, convegni, edizioni degli scritti di Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938), quasi a voler risarcire il silenzio, l’indifferenza e le censure seguite alla sua tragica fine. I critici ne hanno spesso interpretato tendenziosamente sia l’opera sia la biografia, chi facendone un vessillo di indipendenza femminista, chi decantandone l’ansia di assoluto e di ricerca spirituale. Le sue più importanti commentatrici, Alessandra Cenni e Onorina Dino, le hanno attribuito caratteristiche opposte: la prima una fisicità disinibita e ardente, la seconda un fiero anticonformismo, animato però da una castità misticheggiante.
Coesistevano probabilmente entrambi gli aspetti, nel temperamento e nella produzione letteraria di Antonia, come si può dedurre dalle sue lettere e dai versi, amorosamente appassionati e insieme nobilmente ascetici:
“Guardami: sono nuda. // … Vedi come incavato ho il ventre. // … Oggi, m’ inarco nuda, nel nitore / del bagno bianco e m’ inarcherò nuda / domani sopra un letto, se qualcuno / mi prenderà”, “Io non devo scordare / che il cielo / fu in me”, “Afferrami alla vita, / uomo. Passa la nebbia / e lambe e sperde l’incubo mio folle”, “A tratti le parole si frangevano / in sfumature lunghe di silenzio / e all’anima sembrava di vibrare / nuda nel vento e di sfiorare Dio”, “Ciascuno la propria tristezza / se la compra dove vuole”, “Ma io ardevo / dal desiderio di scattare fuori, / nell’invadente sole…”, “Signore, per tutto il mio pianto, / ridammi una stilla di Te / ch’io riviva”.
Da un lato l’ostilità verso il “velenoso mondo”, dall’altro la brama di aderirvi anche sensualmente.
Poetessa sensibile e raffinata, studiosa di filosofia e di letteratura, appassionata fotografa, nella sua breve vita intrecciò amicizie importanti con Vittorio Sereni, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, seguendo all’Università Statale le lezioni di Vincenzo Errante e di Antonio Banfi, con cui si laureò discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Antonia proveniva da una stimata e ricca famiglia milanese (suo padre, Roberto Pozzi, era un noto avvocato, podestà in epoca fascista; la madre, contessa Lina Cavagna Sangiuliani, era nipote dello scrittore risorgimentale Tommaso Grossi); trascorse i suoi pochi anni tra il palazzo liberty di via Mascheroni 23 e una villa settecentesca a Pasturo, ai piedi delle Grigne, in provincia di Lecco, dove amava rifugiarsi per dedicarsi alla scrittura. Dopo un’infanzia e un’adolescenza protette e serene, vissute tra attività sportive (bicicletta e alpinismo), viaggi all’estero e studi di lingue straniere, negli ultimi anni di frequenza al Liceo Classico Manzoni aveva intrecciato con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione molto osteggiata e poi interrotta nel 1933 per il severo intervento dei suoi genitori. Si uccise a ventisei anni nel prato dell’abbazia di Chiaravalle, e il suicidio venne fatto passare dai parenti per polmonite; il padre distrusse il suo testamento e arrivò ad alterare le poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite, eliminandone i riferimenti affettivi più espliciti.
Antonia fu sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo, i suoi scritti e la stessa casa di vacanza furono ceduti alle Suore del Preziosissimo Sangue di Monza: fu Madre Onorina Dono che con perizia filologica creò un archivio dei manoscritti (con tutte le poesie, i diari, l’epistolario, la tesi di laurea, le fotografie), ceduto poi all’Università dell’Insubria.
Molto si è scritto soprattutto sul suicidio di Antonia Pozzi, che alcuni attribuirono a una cocente delusione sentimentale (dopo l’amore infelice per il suo insegnante Antonio Maria Cervi, patì il doloroso rifiuto del filosofo Dino Formaggio), ma anche il cupo clima politico italiano ed europeo di quegli anni, e le leggi razziali del 1938 che avevano colpito alcuni dei suoi amici più cari, contribuirono ad acuire il suo disagio esistenziale. “Forse l’età delle parole è finita per sempre”, aveva scritto quell’anno a Vittorio Sereni.
L’italianista Maria Corti, che la conobbe all’università, disse che “il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava più dei suoi simili”.
Così infatti aveva scritto nel suo biglietto d’addio per i familiari: “Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.
La scelta di finire i suoi giorni sdraiata in un prato era stata adombrata in molti versi giovanili: “Poi restare, a notte, / stesa nel prato, con le vene vuote: / le stelle ‒ a lapidare imbestialite / la mia carne disseccata, morta”, “O lasciate lasciate ch’io mi perda / ombra nell’ombra ‒ / gli occhi / due coppe alzate / verso l’ultima luce”.
La giovane casa editrice InternoPoesia ha da poco pubblicato Mia vita cara. Cento poesie di amore e di silenzio, a cura di Elisa Ruotolo, selezionando le liriche in ordine di composizione, dal 1929 al 1938. Vi sono raccolte le più note ed emblematiche, con la prevalenza di temi sentimentali, dedicate a A.M.C. (dolce mio bene, mio dolce amico, fonte della vita, anima buona) o a un altro amore, più sognato che vissuto: e sono pagine commoventi e accorate, in cui il desiderio di fusione e completa dedizione all’amato si confonde con l’acuta necessità di sentirsi protetta, abbracciata, difesa dai propri incubi.
“Ma vieni: camminiamo: anche l’ignoto / non mi spaventa, se ti son vicina”, “Io vorrei, per te, essere la terra / tepida e molle, che attutisce l’urto”, “Dammi la mano, amore. Attraversiamo / l’ombra di questa porta”, “Accettami così, ti prego. Prendimi / così come ora sono. Non mi chiedere / di più. Sei forte: sii pietoso. Tendimi / la tua mano tenace; fammi credere alla vita”, “Tu sei tornato in me / come la voce / d’uno che giunge, / ch’empie a un tratto la stanza, / quando è già sera”, “Ti do me stessa, / le mie notti insonni, / i lunghi sorsi / di cielo e stelle”, “Non tu, / ma le tue mani giovani / dicono alle mie mani, / a me: Come siete / vecchie”.
Un primo consistente nucleo di versi, scritti negli anni adolescenziali, risente dell’atmosfera crepuscolare, sia nel ricordo di un’infanzia già segnata da una sensibilità ferita, sia nel vagheggiamento di una natura intatta, materna, rasserenante (le montagne, i laghi, i prati fioriti).
Più mature e malinconicamente rassegnate, diverse poesie alludono a un bambino mai nato, e che mai vedrà la luce, nella consapevolezza di una maternità fortemente desiderata ma negata dalle circostanze: “Oh bimbo, bimbo mio non nato, / la tua mamma non sa / che viso avrai”, “Questo è il mio bambino / ‒ vedi ‒ / il mio bambino / finto”, “E perciò il nostro bimbo / unico / sarà quello / che noi sognammo / nei mattini di giugno”, “ma tremo / come una mamma piccola giovane / che perfino arrossisce / se un passante le dice / che il suo bambino è bello”.
Solo la poesia riesce a trasfigurare una realtà che si esibisce aggressiva e ingiusta, e nella poesia Antonia crede come viatico e benedizione. In una lettera aveva scritto: “La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare”.
La vita troppo amata non si fa perdonare quando tradisce le aspettative: “Per troppa vita che ho nel sangue / tremo / nel vasto inverno”. Eppure, è amata comunque, regalo riconosciuto persino quando la si abbandona: “oh, per averti sognata, / mia vita cara, / benedico i giorni che restano”.
Per accomiatarci dalla figura e dai versi di Antonia Pozzi, mi piace trascrivere quella che ritengo la più intensamente evocativa tra le sue composizioni, Confidare: “Ho tanta fede in te. Mi sembra / che saprei aspettare la tua voce / in silenzio, per secoli / di oscurità. / Tu sai tutti i segreti, / come il sole: / potresti far fiorire / i gerani e la zàgara selvaggia / sul fondo delle cave / di pietra, delle prigioni / leggendarie. / Ho tanta fede in te. Son quieta / come l’arabo avvolto / nel barracano bianco, / che ascolta Dio maturargli / l’orzo intorno alla casa”.

 

© Riproduzione riservata                         «Il Pickwick», 30 maggio 2019

 

RECENSIONI

PRETE

ANTONIO PRETE, TUTTO È SEMPRE ORA – EINAUDI, TORINO, 2019

Delle cinque sezioni che compongono il volume einaudiano di Antonio Prete, Tutto è sempre ora, l’ultima presenta tredici passaggi narrativi dedicati al tema dell’apparenza. In queste brevi “prose d’inverno”, come le definisce l’autore (alludendo non solo al periodo stagionale, bensì anche al silenzio, al freddo, al biancore dell’età senile), ciò che si mostra fugacemente al pensiero si oppone alla concretezza del reale rischiarandolo di una luce nuova, incorporea e trascendente. Così, a partire da un contesto fisicamente tangibile (un tavolo, una finestra, una strada), si affacciano visioni leggere e impalpabili (nuvole, visi di donna, stelle, musiche) che conducono chi scrive in uno “stato di sospensione” arioso e armonioso, in cui “tutto quel che appare è come un simulacro di qualcosa che sta altrove, sotto un’altra forma, in un’altra materia, in un altro tempo”.

Ecco, il tempo è forse il leitmotiv principale che deve accompagnare il lettore alla scoperta di questo libro composito, in cui si intrecciano versi in lingua italiana e in dialetto salentino, descrizioni paesaggistiche e meditazioni filosofiche, ricordi personali e letterari, recuperi sottintesi ed eredità palesi di poeti classici e contemporanei: tutto reso eterno e insieme fuggevole dallo scandire le ore di un’impietosa clessidra, cosmica e mentale. Il tempo, già implicito nel titolo eliotiano, riporta passato e futuro a un adesso in cui ogni elemento si fonde e trova una sua giustificazione: “L’inizio, i fuochi e le pietre stellari / dell’inizio, la fiumana di tempo / fatta conchiglia, deserto, montagna, / le voci d’animali nelle selve, / tutto è sempre ora”, “tempo qui raccolto nell’angustia / dell’accaduto // disperso / nei miraggi”, “E camminano i morti lungo le rive / deserte di tempo”, “Il tempo che è cammino e apparizione. / Pulsazione di radice, / vertigine / di millenni. / Il tempo che è solco / di conchiglia e fuga di comete”.

La rarefazione, l’immaterialità, la “perlata trasparenza” in cui cose e persone si trasformano, divenendo quasi evanescenti, è evidente nel riproporsi di alcuni termini: ombra, chimera, piuma, nuvola, sabbia, soffio, profumo. Ma a questa predilezione per l’evanescenza (richiamata dalle figure dei trapassati, dell’angelo, dell’assente, dei fantasmi) si frappone improvvisamente la durezza dell’attualità, dei rumori del mondo, con i suoi soprusi e la sua detestabile ingiustizia. Allora il poeta riscopre una propria voce civile, più vicina comunque alla pietà che all’indignazione, come nei versi dedicati ai migranti morti in mare, alla sofferenza muta degli animali, alle sommosse dei popoli oppressi.

La seduzione della vita brulicante, colorata, vivace persiste nel ricordo dei luoghi abitati o solo visitati: la Puglia amata (Antonio Prete è nato a Copertino nel 1939), la campagna toscana (ha insegnato per molti anni Letteratura comparata all’Università di Siena), o la Milano cosmopolita, la marina ligure, una romantica Venezia vespertina, e altri orizzonti europei o americani: sempre sfondo a qualche profilo umano, talvolta leggiadramente femminile. In questi ritratti geografici ritornano i prediletti elementi naturali e atmosferici (il vento, la luce lunare, il mare, le spiagge, gli ulivi), a testimoniare bellezza e innocenza. Si impone poi la possanza di una visione infantile, la torre sveva del paese natale, cui si accompagnano suoni e danze locali, sorrisi incantatori di ragazze, odori di cibo e di mosto: “E la luce, com’era bianca la luce / fin dentro il cuore della sera”.

Ogni memoria di luoghi e di incontri, di poeti a cui è dovuta gratitudine (John Donne, Eliot, Stevens, Celan, Valente, Jabès…), ogni lampo di ricordo offre rifugio e salva dal nulla cui siamo destinati: “Un esercizio amaro è dare / un nome a quello che è perduto”. Anche il solo nominare regala infatti consistenza a ciò che è esistito, donando un sovrappiù di “grazia, precisione, finezza” alla nostra lingua che si sta stemperando “nell’inerte, nel vago”, e che – come ogni cosa fragile e preziosa – dovrebbe essere preservata con cura e dedizione.

 

© Riproduzione riservata

https://www.sololibri.net/Tutto-e-sempre-ora Prete.html          3 ottobre 2019

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PRETE

ANTONIO PRETE, DEL SILENZIO – MIMESIS, MILANO-UDINE 2022

In un volumetto pubblicato da Mimesis, il Professor Antonio Prete ha raccolto prose, versi, riflessioni, appunti critici sul fascino misterioso Del silenzio, indagato da poeti, filosofi, pittori e musicisti già a partire dagli albori della cultura occidentale. Antonio Prete – saggista, poeta, narratore, traduttore di classici -, ha insegnato Letterature comparate all’Università di Siena: oggi continua a esercitare la sua competenza di insigne studioso in articoli e recensioni su blog e riviste letterarie.

Le prime pagine del saggio sono dedicate alle varie definizioni attribuite al silenzio, percepito sia ai margini di ciò che cade sotto i sensi, sia nel raccoglimento interiore: “Il silenzio è il legame profondo che unisce in uno stesso respiro l’essere e l’apparire, la forma e la natura”, nel primo incontro con la parola modulata dal carezzevole linguaggio materno, e poi con il suono avvertito attraverso i rumori dell’habitat circostante.

Il silenzio che zittisce le voci disorientanti del proprio tempo diventa esplorazione di sé, meditazione, ascolto: assomiglia al Silentium raccomandato dal monachesimo nel raccoglimento della preghiera e dell’ascesi.

Prete distingue fa tra i due verbi latini tacere e silere, dove il primo sembra alludere a una zona d’ombra, forse al nascondimento di un segreto o a una mancanza di coraggio, mentre il secondo si propone come “un’attitudine interiore, un abito mentale, o anche una ricerca”. È il silenzio luminoso, “non come assenza di parola, ma come esperienza di un’attenzione al visibile, e all’invisibile, che passa dall’ascolto, e non dalla pronuncia, dalla contemplazione e non dalla descrizione, dalla cura interiore dell’immagine e non dalla sua rappresentazione esteriore”.

Pochi pittori sono riusciti, nelle loro tele, a dipingere il silenzio, facendo emergere gli oggetti da una presenza priva di tempo, sulla soglia in cui si manifestano ancora prima del loro apparire concreto: “Cézanne, Morandi: le loro nature morte fanno del silenzio la materia della forma, la linea e il colore e lo spazio della forma. Il rosso delle mele di Cézanne, le linee delle bottiglie di Morandi sono figurazioni silenziose perché non danno presenza al reale ma alla sua enigmatica ombra, non raccontano il visibile ma il suo sfondamento verso l’invisibile”.

La concentrazione mentale e spirituale favorita dalla sospensione della parola vana, del brusio ininterrotto, della comunicazione superficiale, aiuta a riscoprire ciò che rimane nell’al di qua della lingua umana, oltre la corruzione che si attua tra il pensiero e la sua espressione: la quale resta intatta, invece, nella magia della produzione poetica. Al silenzio i poeti hanno infatti dedicato versi memorabili, da Virgilio a Dante, da Foscolo a Leopardi, fino a Hölderlin, Mallarmé, Rilke, Valéry, Jabès.

Quando Hölderlin – il poeta impazzito prigioniero nella torre – scriveva: “Capisco i silenzi dei cieli, / non capisco la parola degli uomini”, indicava la sua scelta della verticalità, di uno sguardo contemplativo verso l’alto. Lo stesso che ha nutrito i versi di Leopardi e Baudelaire, indagati dall’autore negli ultimi due capitoli del libro. Del recanatese si mettono in luce composizioni celebri, che hanno alimentato l’immaginario di generazioni di italiani (L’infinito, La sera del dì di festa, La vita solitaria, Il canto notturno), insieme ad alcune Operette morali. “L’idillio leopardiano L’infinito è silenzio che muove verso la parola e che dalla parola si ritrae quando il pensiero che ha tentato l’estrema sfida – voler dire l’infinito – incontra sé stesso, cioè il suo proprio limite: l’impossibilità di rappresentare l’infinito”. Di Charles Baudelaire si sottolineano i momenti in cui dal silenzio scaturisce il respiro poetico: l’elevazione verso un altrove, il ricordo dell’infanzia, l’immersione nel buio notturno, la visione rapita della figura femminile.

Lo stesso Antonio Prete riconosce nel silenzio la capacità di rendere la sua anima e il suo pensiero più aderenti alla verità, nel momento in cui si incarnano nel ritmo dei versi, o delle prose liriche qui riportate: “amo le forme che non sono, / la loro trasognata trasparenza”. La poesia, infatti, “è lingua abitata dal silenzio. Sopra quel silenzio le vocali e le consonanti sono le acrobate del senso e del suono, della loro congiunzione: la poesia è lingua che non definisce le cose ma mostra, delle cose, il loro respiro, la loro necessità, viventi in un universo che è vivente”.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 12 agosto 2022

 

 

RECENSIONI

PRETE

ANTONIO PRETE, CONVITO DELLE STAGIONI – EINAUDI, TORINO 2024

 Come giustamente rileva il commento in quarta di copertina a Convito delle stagioni, ultimo volume di Antonio Prete (Copertino 1939), i due caratteri fondamentali della raccolta sono senza ombra di dubbio la natura e il tempo. La natura contemplata e raccontata in ogni sua espressione, dal cosmo al paesaggio che ci circonda, dal mondo vegetale e animale all’ambiente antropico, sempre riflessi attraverso la lente magica della meditazione metafisica, capace di riassumere in sé sentimenti di stupore, gratitudine, consapevolezza del sublime. Il tempo come mistero che permea l’esistenza degli esseri umani, nello scandire delle ere geologiche, della cronologia storica e della vita privata di ciascuno.

In questo senso, la lezione leopardiana concentrata nei quindici versi dell’Infinito, ha impresso tracce indelebili nella scrittura di Prete, egregio studioso e interprete della poetica del recanatese: il verde del colle e della siepe, il passato e il presente, la lontananza dell’orizzonte, il silenzio e lo spaesamento del pensiero, l’immensità di cielo e mare. Ognuno di questi elementi viene ripreso e amplificato nelle sei sezioni che compongono il libro, vero e proprio convito ricco di emozioni, suoni, colori, memorie.

In un capitoletto interno, Per un bestiario, sono celebrate presenze animali che hanno la funzione illuminante e fugace di una rivelazione improvvisa, più spirituale che materiale. Apparizioni angeliche, nel loro inaspettato mostrarsi e nei nascondimenti segreti: cani, gatte, istrici, insetti, cervi “vicini al respiro / della terra”, che hanno “in comune gli stellari / silenzi, l’indecifrata distanza”.

Sparse invece in tutte le pagine del volume sono le presenze vegetali, più di trenta specie di alberi e fiori, ascoltati nel canto sommesso dello stormire delle foglie, osservati nei mutamenti stagionali,

compianti nella crudele agonia imposta dalla siccità, dal disboscamento, dalle epidemie batteriche: “C’era nella musica degli alberi / un silenzio che era specchio / del cielo, dei suoi silenzi”.

L’attenzione al paesaggio, essenzialmente quello salentino di nascita, si esplica in una poesia intessuta di immagini che abbracciano in un quadro luminoso (invaso dalla luce, celebrata non solo come elemento fisico, ma come capacità di illuminazione interiore) terre e cieli, minimi figuranti umani e presenze animali, come in questo Notturno: “il tempo dell’infanzia, con il folto / degli ulivi sulla terra rossa, gli spaccapietre / sul ciglio della strada, sotto il sole, / il monaco che sostava nella controra / all’ombra dell’eucalipto, la ragazza / nella casa di calce, vestita di bianco, / la voce del violino che la chiamava al ballo / di san Paolo, i cavalli nel meriggio / con i carri carichi d’uva, // e il mare, il grido / del mare nelle notti di luna, sotto l’alta / torre saracena”.

Il Sud, “lontananza e insieme spina” è “lingua del ricordo”, “vento dei pensieri”, mitizzato nella sua fissità arcaica, non vissuto nelle contraddizioni sociali, ma reso eterno dalla memoria e dal desiderio di Stare: “stare in quella privazione di tempo / dove tutto quello che accade, amori, / erranze, perdite, ardimenti, / non conosce il gelo della sparizione, // stare nell’incantata spera / d’una sempre lucente primavera”.

Appunto al tempo (“che è lampo di presenza e stilla / d’accaduto”) viene demandato il compito di preservare il ricordo, pur nella coscienza della sua labilità: memoria che si affaccia negli anni che si accumulano, visi e voci amate che ritornano a vivere, squarci che si aprono nel buio, riportando alla mente le tante città visitate, i poeti incontrati, le parole pronunciate. Ma anche il tempo della storia collettiva, quella passata e quella violentata, tenebrosa, del presente, con le guerre in atto, tra eroismi e sopraffazioni, ingiustizie e morte. E infine il tempo dell’universo, delle galassie “sul cui confine il tempo non è più tempo”, in cui il pensiero, leopardianamente, si annega.

Compito della parola rimane quello di preservare tutto il vissuto e ciò che rimane da vivere, per salvare un barlume di speranza che aiuti ad andare avanti: “Le parole camminano con noi”. In particolare è la parola poetica, curata e sensibile, che assume su di sé la responsabilità di un’espressione più intensa, matura, sofferta: “la poesia, conoscenza e insieme / angustia per le ferite del mondo”. Antonio Prete celebra nel suo convito verbale l’accadimento dei giorni, sforza lo scrigno della bellezza perché si apra al mondo.

 

© Riproduzione riservata       «Gli Stati Generali», 2 ottobre 2024

 

RECENSIONI

PROUST

MARCEL PROUST, LETTERE ALLA VICINA – ARCHINTO, MILANO 2015

Nelle eleganti edizioni Archinto sono uscite queste 23 lettere proustiane, scritte in otto anni – tra il 1908 e il 1916 – e indirizzate alla vicina di casa, signora Williams, che occupava con il marito dentista i due piani superiori rispetto all’appartamento dello scrittore. Nate con il pretesto esplicito, e alquanto ossessivo, di implorare rispetto e discrezione nei riguardi della sua attività compositiva, e soprattutto di chiedere una tregua ai lavori di ristrutturazione che disturbavano il suo sonno e la sua riflessione, queste missive vanno via via manifestando nel tempo una maggiore attenzione e confidenziale simpatia verso la loro destinataria. Marcel Proust si interessa al ménage familiare della vicina, alla sua salute, ai suoi lutti, alle sue passioni musicali; la informa sulla propria attività letteraria, sui problemi editoriali, sulle sue amicizie; condivide con lei la preoccupazione per il tragico destino del mondo in guerra, per la sorte della cultura e dell’arte mondiale. Ma soprattutto rivela la sua ansiosa e ansiogena fobia per il rumore, che gli scatena attacchi asmatici, insonnia e blocchi creativi, e lo fa con una sorta di isterica ironia, con cerimoniosa deferenza, e in definitiva ammettendo di essere inguaribilmente nevrotico: “A me sembra normale essere ammalato… E poi, come tutti gli infermi, ho imparato a passare la vita nella bruttezza in cui, per ironia della sorte, di solito sto meno male… Devo compiere il grande sforzo di cercare di uscire la sera e, siccome ho crisi d’asma tutta la notte, se al mattino danno martellate sopra di me posso dire addio al riposo per tutto il giorno, la mia crisi non si ferma più e mi è impossibile uscire… Dato che di notte riparano il boulevard Haussmann, di giorno rifanno il suo appartamento e negli intervalli demoliscono il negozio del 98 bis, è probabile che quando questa squadra armoniosa si sarà dispersa, il silenzio suonerà al mio orecchio così innaturale che… sentirò la mancanza della mia Ninnananna”.

IBS, 17 aprile 2015

RECENSIONI

PROUST

MARCEL PROUST, POESIE – FELTRINELLI, MILANO 2020 

Le Poesie di Marcel Proust furono pubblicate nel 1982 da Gallimard, nel decimo dei “Cahiers Marcel Proust”, con l’introduzione di Claude Francis e Fernande Gontier.

Oltre alle otto poesie contenute in Les Plaisirs et les Jours (1894) e a poche altre sparse su riviste,  ne sono state ritrovate decine negli epistolari, o utilizzate come dediche accompagnatorie: probabilmente esistono  ancora composizioni simili, non ancora recuperate,  in manoscritti e archivi privati, protette dalla riservatezza o dall’autocensura degli eredi dei destinatari con cui l’autore aveva avuto rapporti d’amicizia o amorosi. Molti dei titoli sono stati apposti dai curatori.

Un gruppo di versi sono dedicati ad amici e amiche (Reynaldo HahnDaniel Halévy, Robert de Billy, Madeleine Lemaire, Marie Nordlinger, Louisa de Mornand, Antoine Bibesco, Emmanuel Bibesco, Bertrand de Fénelon, Louis d’Albufera, Jean Cocteau, Armand de Gramont, Paul Morand e ai conti Greffuhle), spesso poco comprensibili per le allusioni alla vita privata o ad accadimenti quotidiani. Due poesie sono destinate alla fedele cameriera degli ultimi anni, Céleste Albaret (“Alta, slanciata, bella, un poco magra, / qualche volta stanca, qualche volta allegra, / sia la teppa che i principi rallegra / getta a Marcel una paroletta agra, / rende aceto per miele e mai è pigra, / ma sempre agile spiritosa integra…”).

La versione italiana di Franco Fortini, uscita nel 1983, fu accolta da diverse polemiche, soprattutto da parte di Alberto Arbasino che non condivideva la decisione della trasposizione in prosa di parte della raccolta.

L’attuale riproposta di Feltrinelli recupera due precedenti edizioni, curate da Luciana Frezza, del 1993 e del 2008, ed è introdotta da una presentazione di Luigi De Nardis. Le poesie qui raccolte ricoprono gli anni 18881922, e spaziano dai primi schizzi giovanili fino alla morte dell’autore. Si tratta di un centinaio di composizioni dalla prevalente motivazione ludica, spesso burlesche o satiriche, composte con atteggiamento mimetico nei confronti di altri scrittori, e con un gusto di accentuato virtuosismo. Versi in cui probabilmente lo stesso Proust non credeva appieno: dopo le prime prove giovanili ispirate a Baudelaire e a Verlaine, parve considerare la poesia un’arte minore rispetto alla prosa, incapace di rappresentare la ricchezza e molteplicità dei dettagli e delle sfumature dell’esistenza.

Luciana Frezza nel suo bel saggio introduttivo ritiene che volutamente Proust abbia scelto di bloccare nella crescita e lasciare allo stadio di ipotesi la produzione in versi, consapevole della sua evidente inferiorità nei confronti della narrativa. Secondo la traduttrice il mondo non ha perso molto, rinunciando a un Proust poeta, che “sarebbe stato forse, nella più felice delle situazioni, un fantaisiste, combinando la voglia di giocare con la leggerezza di segno nel delineare alla svelta paesaggi o silhouettes umane”.

Perché scriveva versi, quindi, il sommo autore della Recherche? “Per rilassarsi, per comunicare, stuzzicare o provocare, per essere gentile o chiedere un indirizzo, ‘perdere’ insomma un po’ di tempo, giocando con le cianfrusaglie del Tempo che si perderà”.  Nel suo divertito e dissacrante verseggiare “Proust ci mostra, più che la sua faccia umana, la sua maschera sociale”. L’eletta mondanità viene implicitamente evocata nell’uso ammiccante di nomi propri, nelle allusioni a pettegolezzi salottieri, nell’utilizzo ambiguo dei pronomi possessivi per rivelare la realtà di alcune relazioni. “Ginnastica da camera, saltelli per sgranchirsi e tonificare i muscoli e accrescere così l’agilità sociale… – trionfo dell’effimero!”, postilla Frezza.

In questo poetare di circostanza, la cerimoniosità con cui l’autore si rivolge al sesso femminile rivela sia un’ironica superiorità, sia un parodiante cicisbeismo da librettista settecentesco: “Signora, può darsi che dimentichi / il vostro divino profilo d’uccello / e come si salta in un cerchio / io sfondi la follia del mio cervello / ma gli occhi vostri sul soffitto della mia testa / chiari rifulgeranno come lampadari”.

L’amore è affrontato come argomento retorico, secondo stilemi recuperati da una frustra tradizione letteraria: “Lo so, domani me ne andrò perdutamente / di nuovo solo verso conturbanti dimore / ma oggi la tua grazia mi è amica: / per me i lenti tuoi sguardi color malva sono tutto al mondo. // La tua fronte non chiude nell’esigua bianchezza / l’ombra infinita da cui scaturirà la luce / eppure, o testa cara, io t’amo stranamente. // Quando al tuo riso chiaro non batterà più il cuore / arrossirò forse ancora alla dolcezza / che sarebbe stata accucciarmi nel tuo cuore / come nel chiaro cortile di un delizioso convento”.

Anche l’autoritratto assume caratteri imitativi, quasi parodistici: “Ahimè che troppo ho aperto finestra / e porta, ho cercato / l’azione, il piacere, fosche parole”, “Proust abita al 102 del Boulevard Haussmann più ardente per Ormuz e stufo di Arriman”, “Con il pretesto che è Domenica / Marcel Proust in quel paradiso / da cui un angelo fa capolino / tanto è restato… che è lunedì!”.

Nel ritrarre personalità maschili, Proust sembra più a suo agio, più sciolto e frizzante, addirittura mordace nelle punzecchiature polemiche, spesso con espliciti riferimenti omoerotici: “Maure, balzacchiano, dal passo affrettato / Jean, levigato, occhi viola del pensiero, / Lucien barboncino rasato a squadra, / Douché falso magro sempre desiderabile; / Herrmann per cui la stessa / Pazienza l’ha persa, / Nijinski, del sublime fuoco d’artificio nerastro, / inconcepibile, residuo sottile / Bakhst, spettro della rosa e asino della lesina, / Boni, pancia di crusca e viso di bambola, / la sua mano pare sempre che ti porga una spada / l’occhio che ti giudica ti ha bell’e sistemato”.

Invece languido e ammirato appare nell’omaggiare i musicisti che ama: Chopin: “Pallido e dolce compagno della luna e dell’acqua, / principe della disperazione…”, Schumann “sognante e disilluso combattente”, Mozart, il cui “magico Flauto / stilla nell’ombra ancora calda / degli addii di una bella giornata, / la freschezza dei gelati, / dei baci e del sereno”.

Accompagnando come un divertissement leggero e vivace la monumentale struttura della Recherche, i versi di Marcel Proust ne sottolineano per contrasto la complessità. Sono, come suggerisce la curatrice, “un angolo incolto nell’immenso giardino” della sua opera. La presentazione di Luigi De Nardis non si sofferma tanto sulle qualità letterarie della raccolta, quanto invece sull’eccellenza della traduzione di Luciana Fresa (Roma, 1926-1992), che è stata oltreché francesista di rispetto, valida e originale poetessa: le sue rese in versi sono vere ri-creazioni e introiezioni in un lessico poetico personale, che ha saputo valorizzare lo stile proustiano, “troppo spesso privo di espressività”, in vivaci moduli ritmici e indovinate accensioni verbali.

© Riproduzione riservata             «Il Pickwick», 16 giugno 2020

 

 

RECENSIONI

PUGNO

LAURA PUGNO, LA MENTE PAESAGGIO – PERRONE, ROMA 2010

Tutte le poesie che compongono le cinque sezioni di La mente paesaggio di Laura Pugno sono spezzate in due o tre strofe che lasciano consapevolmente molto spazio al bianco della pagina, quasi a suggerire un’ipotesi di sospensione o silenzio, un invito alla pausa. Che non è mai indicata da punti fermi, inesistenti in tutta la raccolta: ci sono virgole, e soprattutto trattini di separazione, a segnalare una sottolineata divisione tra i versi (a volte brevissimi, di una sola parola; a volte ipermetri, o spesso consegnati all’invocata pacatezza dei settenari o degli endecasillabi).
Sembrano poesie che reclamino una loro ribadita oralità, scritte per essere recitate e offerte a un pubblico, sullo sfondo di una scenografia da documentario naturalistico. Le immagini evocate si susseguono ripetutamente, a confermare l’intenzionalità espressa dal titolo: un’esplorazione del paesaggio, del fuori, dell’ambiente noto o lontano, ma assolutamente controllato dall’attività mentale, concettuale, della poeta. Sono le profondità degli abissi marini, il bianco luminoso dei ghiacciai e delle nevi perenni, il verde intenso dei boschi a colpire l’immaginario del lettore, in panorami che poco tengono conto della figura umana: “è mondo prima del mondo”. Anche presenze animali attraversano queste pagine: volpi, uccelli, pesci, meduse, ostriche che rinserrano perle preziose. Ma il “tu” cui ci si rivolge sembra piuttosto un alter ego dell’autrice, la richiesta di una conferma intellettuale al proprio esistere fisico, fibra universale pensante: “tu-io sei quella che rimane / corpo quasi identico / visibilità estrema del da te / non visto”.

E la domanda che Laura Pugno fa a se stessa e al lettore è quella di un riconoscimento di sé, della sua parola poetica che abita corpo e mente: “balbetta una nuova / lingua nel buio / che avvolge il corpo // ha pochissime parole nel buio // il corpo ora è la coperta / della mente”.

 

© Riproduzione riservata    «sololibri», 9 novembre 2016

RECENSIONI

PULCINI

ELENA PULCINI, INVIDIA – IL MULINO, BOLOGNA 2011

Nella collana che Il Mulino dedica ai 7 vizi capitali, il volume riservato all’invidia è affidato alla sapiente competenza letteraria e filosofica di Elena Pulcini. Già il primo capitolo, destinato alla definizione etimologica e culturale dell’invidia (“Passione triste”, dal latino in-videre, guardare storto), si apre con un’acuta distinzione tra invidia, gelosia e risentimento, attraverso una colta disamina dei vari apporti alla comprensione di questo sentimento.

Elena Pulcini spazia infatti da Esopo a S. Tommaso, da Scheler a Nietzsche, da Lacan a René Girard, senza dimenticare le arti figurative e il cinema, e con riferimenti alla cronaca più recente (da Erba a Avetrana). Nei capitoli successivi, l’excursus dell’autrice prende l’avvio dai greci: pressoché ignorata da Omero (che privilegia la descrizione dell’ira), è invece narrata efficacemente a partire dai tragici (che arrivano ad attribuirla persino agli dei) e ai politici, che ne danno addirittura una concretizzazione sociale nell’istituzione dell’ostracismo. Ben nota alle pagine delle Scritture (da Lucifero a Caino, da Giacobbe a Giuseppe, per finire con lo stesso Gesù, vittima consegnata alla croce proprio per invidia), ritorna prepotentemente in scena durante il Medioevo. E’ infatti Gregorio Magno che la cataloga al secondo posto tra i vizi capitali, e Dante nel Purgatorio condanna gli invidiosi ad avere gli occhi cuciti col fil di ferro. Se si invidia soprattutto quando ci si confronta, in un ambito a cui si tiene molto, con qualcuno che ci è pari, realisticamente commensurabile con noi (e mai con chi ci è troppo superiore), si pecca proprio “con la malignità dello sguardo, in quell’evil eye che si posa obliquamente sull’invidiato”. E allora risulta particolarmente pungente, nella galleria iconografica offerta dal volume, la foto di una Sofia Loren che occhieggia invidiosa la scollatura di Jayne Mansfield…  Un libro illuminante, che arriva a indagare questo universale “tarlo dell’anima” fino alla cultura moderna e postmoderna.

 

IBS, 16 marzo 2011

RECENSIONI

PUSTERLA

FABIO PUSTERLA, BOCKSTEN – MARCOS Y MARCOS, MILANO 1989

Fabio Pusterla è uno dei poeti ticinesi più interessanti; se posso essere meno diplomatica, mi spingo ad affermare che è il più importante che il Ticino possa vantare tra i poeti che hanno meno di quarant’anni. Lo ha dimostrato con la sua prima raccolta di poesie (Concessione all’inverno, Bellinzona 1985), prefata da Maria Corti e vincitrice dei premi Montale e Schiller. Lo conferma con questo suo secondo lavoro, pubblicato da Marcos y Marcos, Bocksten, libro decisamente meno autobiografico del primo, meno ironico e polemico, ma senz’altro più colto e sofferto. Verrebbe da definirlo “disperato”, se non si temesse la retorica suscitata da tale aggettivo. Bocksten è una località svedese, vicina al mare e al confine con la Norvegia, dove nel 1936 è stato ritrovato lo scheletro di un uomo del XIV secolo, probabilmente linciato o ucciso nel corso di qualche rituale magico-propiziatorio. Di lui rimangono (straordinariamente ben conservati dall’azione della torba in cui era sepolto) le ossa, brandelli di un abito di tela, i capelli rossi e alcuni pioli confitti nel petto. Partendo dalla descrizione di questo crudo fatto, Pusterla innalza il Bockstenmannen a simbolo di un destino più generale delle vittime misconosciute della storia: compito del poeta è quindi dare voce a un morto di cui nessuno sa niente, riscattarlo dal silenzio orrendo dei secoli, dall’indifferenza delle generazioni successive: «Ti presterò un voce per il buio / una mano per i tre pioli / nel tuo petto». Il bosco in cui si attua questa rivisitazione (quasi ricerca archeologica e insieme rito apotropaico) è un bosco ossessivo, “in rovina” come fosse un tempio sconsacrato: melma, palude boscosa, pozzo fangoso, putridume, detriti, rottami, muschio, rami rotti, luce spiovente, silenzio, sono i termini usati per offrirne una prima, angosciante, immagine. Si susseguono poi altre presenze tacite e minacciose come fantasmi («La marcia umida degli alci, / il bramire dei cervi»; «Altri incontri nel bosco / orbite vuote, fisse, / mani scarne…// Li immagino / strisciare lungo bave di lumache, / spiare dalle tane delle talpe…»; «ed è lontano / il trotto dei cavalli, il passaggio / di corpi e luci e sagome sull’acqua…») a rafforzare l’idea di un incubo che esplode nella nebbia di un sonno lungo quanto la storia. E’ uno scenario che può ricordare i primi film di Bergman, l’angoscia sottile di una natura immodificabile matrigna dell’uomo. Il poeta da una iniziale, oggettiva per quanto partecipe narrazione in terza persona, arriva poi a identificarsi totalmente con la sorte dello sconosciuto morto seicento anni fa, e a descriversi in prima persona: «Mi portano qui / con mille ragioni o per un disguido, / digrignando i denti e recitando preghiere»; addirittura inventa quale può essere stata la vera causa della sua morte, estrema e vivifica libertà dell’arte rispetto alla ottusa costrizione della realtà storica: «ho deciso per te la snellezza del viandante / ucciso per un motivo».
Il destino di chi scrive – di chi soffre scrivendo, non dei poeti salottieri e festaioli purtroppo sempre più numerosi e premiati dalla nostra società – è un destino di solitudine e diversità, alla ricerca faticosa di risposte, con la consapevolezza tragica che una risposta definitiva non si avrà mai: «Alcuni hanno scelto il mare, il suo rollio. / Altri coltivano segale, radici, / e danzano la notte attorno ai fuochi. / Io scavo, scavo, non so perché». Vittima dei suoi incubi, ma anche di quelli di chi legge, portavoce dell’inconscio collettivo, amplificatore della paure di tutti, Fabio Pusterla in quest’ultimo libro fa parlare il nostro terrore ancestrale di non essere niente, di non servire a niente: «Sale su, aggalla in un risucchio lento, / il gorgo abbagliante che preme, si espande, / strascina un ricordo di caverna…// è il mostro della stiva che sale sulla plancia, / l’urlo che nasce in pancia e vuole uscire»; «E se il buio fosse di tutti, e servisse a qualcosa / tastarne gli scalini da basso inferno?».

Il suo discorso usa termini duri, immagini violente, ma curiosamente ne escono versi dolci, armoniosi: ne sono testimonianza le numerose poesie che iniziano con gli endecasillabi più tradizionali, molto cantati. Quasi ancora cercasse nella musica una consolazione al disagio del vivere. Il poemetto è incastonato tra alcune poesie di apertura e altre di chiusura, testamentarie. Le prime le potremmo definire introduttive al tema, e narrano del fluire cosmico del tempo, del lento e inarrestabile distruggersi del mondo, con la certezza dell’ inessenzialità della vita umana e della storia individuale (non a caso prevalgono qui le immagini di rifiuti, di scarichi, di stracci e immondizie materiali e morali). Le ultime sono anch’esse un messaggio di asciutta disperazione, ambientata nelle immobili pianure del nord, in un’Europa settentrionale freneticamente tesa ad annientarsi, tra catastrofi ecologiche in cui «l’anguilla sorella» di Montale «guizza tra scoli di atrazina…/ perché il mare è un profumo lontanissimo»». Cosa rimane indenne da questa scena apocalittica? L’immagine appunto di questa anguilla testarda e innamorata della vita che lotta «per strappare / un attimo all’asfissia, un’idea di vita / all’evidenza dei fatti…». L’immagine di una poesia che lotta per continuare a esistere, e -si può dire?- civile, nel senso più alto, come questa di Fabio Pusterla.

«Agorà» (Svizzera), 20 dicembre 1989