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RECENSIONI

SANTAYANA

GEORGE SANTAYANA, CHE COS’È L’ESTETICA? ‒ MIMESIS, MILANO 2019

Le cinquanta paginette di questo piccolo volume di George Santayana comprendono un’introduzione e una postfazione di Giuseppe Patella, una esaustiva bibliografia, le indispensabili informazioni biografiche e il testo di un breve e singolare saggio, Che cos’è l’estetica?
“Santayana chi?”, ironizza il curatore nel titolo della prefazione: perché di questo prolifico e raffinato filosofo-scrittore (nato a Madrid nel 1863, trasferitosi bambino negli Stati Uniti, stimato professore a Harvard per decenni, poi rientrato in Europa e stabilitosi a Roma, dove morì nel 1952 in un convento di suore, pressoché dimenticato da tutti), non è rimasta che una vaga eco di gravità teorica e morale.
La sua poderosa ed eclettica produzione letteraria (comprendente interventi critici su vari aspetti dello scibile umano, epistolari, poesie, articoli militanti, una biografia, il romanzo bestseller L’ultimo puritano) in Italia è stata tradotta e commentata in misura molto limitata. Secondo Patella, questa indifferenza a uno dei maggiori scrittori americani del XX secolo è dovuta in parte alla difficoltà di inquadrare la sua figura intellettuale in uno schema ben definito: estraneo a ogni scuola, cattolico poco tradizionale, rivoluzionario e conservatore insieme, solitario e bohémien, serenamente rigoroso negli atteggiamenti, era insofferente di ogni mondanità e accademismo.

Anche il saggio ora pubblicato da Mimesis, scritto nel 1904, non è facilmente classificabile come dissertazione filosofica. Infatti, Santayana nega all’estetica la definizione di categoria scientifica, separata da altri specifici rami del sapere. Essa può essere ritenuta un ramo particolare della psicologia, dell’etica, della storia dell’arte, della critica letteraria: eppure travalica tutte queste discipline, pur essendo apparentata a ciascuna di esse. “L’esperienza estetica è così estesa, multiforme e così sottilmente diffusa in ogni aspetto della vita che, come la vita stessa, estende la riflessione in diverse prospettive”.

Poiché riguarda la bellezza, appartiene sia al mondo reale che a quello ideale, agli oggetti concreti come alle loro immagini e al loro valore astratto. Musica e poesia non si possono toccare, un dipinto si può solo guardare: eppure i nostri sensi vengono sollecitati, l’immaginazione è stimolata, la ragione viene coinvolta in un giudizio quando ci rapportiamo ad essi. “I regno del bello non è un recinto scientifico; al pari della religione è un campo di esperienze sublimate che diverse scienze possono parzialmente attraversare, ma nessuna può interamente ricoprire”. Il piacere estetico, sia che nasca dall’ osservazione o invece dalla creazione, perfeziona e nobilita qualsiasi altro valore, anche quello utilitaristico, perché si basa sempre su qualcosa di sostanziale e razionale, e integra ogni attività umana, affermandone con pienezza la vitalità e la spontaneità immaginativa. Pertanto, l’estetica per George Santayana non ha validità e spessore come disciplina autonoma, bensì come esperienza che coinvolge ogni aspetto della vita, rendendola più armoniosa, più giusta, bella e buona, in sintonia con la felicità a cui deve tendere il moto perpetuo dell’esistenza universale.

 

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https://www.sololibri.net/Che-cos-e-estetica-Santayana.html        20 settembre 2019

RECENSIONI

SANTI

FLAVIO SANTI, MAPPE DEL GENERE UMANO – SCHEIWILLER, MILANO 2012

Il titolo di questo volume di Flavio Santi (1973) è senz’altro accattivante: «al confine tra la cartografia che uccide l’incanto dei mondi sconosciuti, e la genetica, che chissà cosa uccide», scrive nella sua generosa e ammirata prefazione Emanuele Trevi. Che definisce Santi «un pantografo in versi della nostra condizione di folli ridotti in cattività… stimolato da una dolente e sarcastica musa civile». Lo stesso autore poi esplicita la sua idea di poesia come «potenziale possibilità di mappare il genere umano, in un movimento dall’interno sempre più verso l’esterno, dall’Io all’Altro, in cerchi vorticosamente più concentrici». Con queste premesse, il lettore si avvicina alle pagine di Santi con trepidazione e grandi aspettative, sperando di venire folgorato da qualche metafora, soluzione stilistica, idea illuminante e rivelatrice che ci salvi dalle tenebre che ci sommergono. Ecco quindi il poemetto iniziale, dedicato a due icone nazionali di una generazione inquieta e travolta dalle sue stesse aspirazioni (Marco Simoncelli e Pietro Taricone) in cui il poeta si finge ironicamente clone di un grandissimo di due secoli fa: «mi sono ritrovato anch’io, / per chissà quale oscuro evento, / a nascere Giacomo Leopardi oggi, / che responsabilità, a culo scoperto in pratica». Quindi il dialogo-rispecchiamento-sbeffeggiamento con le figure, i temi, il mondo e la filosofia leopardiana diventa un irriverente e polemico scontro con la tradizione, la storia passata, i maestri celebrati che più nulla sembrano avere da insegnare alla disperazione attuale: «vaghe stelle e solitarie notti da masturbare, / e tu luna che fai tu luna? / Abbandonato, occulto / tutta la notte con in mano il rasoio / del proprio cazzo e con l’altra a cercare / buchi di talpa nella rete / quando davanti non passa / un concilio, un papa, un Pio benedicente, / nemmeno un’etica erotica o pornografica / ma solo il proprio stare qua, in questo / natio sito selvaggio, investito / dalla luce del video, / le mani umide / di chi si è appena fatto, / non mi sono ancora pulito ,/ qualche goccia sulle dita / naufragare il corpo…».

E ancora: «O Nerina, Nerina mia. / La prima della serie: gambe aperte. / Le braccia conserte sui seni, / niente ostensione ascellare. / Nerina, hai la figa slabbrata / ma io ti chiaverò di solo pensiero». Il percorso che il poeta traccia dall’Io all’Altro è quindi scandito nelle varie tappe della sua crescita fisica, culturale, professionale e sociale: dai primi turbamenti sessuali dell’adolescenza, (con un’ esibita ossessione onanistica), agli scontri con l’ambiente familiare ottuso e asfissiante («Odio questo / Papà / fatto di dialisi e di fernet / che ha un inferno nel ventre. / Papà, cacca.»), alla satira rabbiosa contro il sistema universitario, le sue umilianti trafile burocratiche, i compromessi accettati o subiti per arrivare alla cattedra. E il cerchio della denuncia civile si allarga via via fino a comprendere l’ufficialità culturale («borghesi illustri / pieni di letame, morite o vivete / siete sassi, tanto è uguale»), il sindacato («Il sindacato poi è stato / un imbarazzante equivoco, / visto che si sono comportati / come i peggiori fascisti ai ministeri / più inetti. Mandarini dallo stomaco / ostruito, gerarchi bavosi, / pieni di rogna e piegati / sul proprio piccolo cazzetto o / a grattarsi l’ano e soffiare scoregge / che divulgano per lotte di classe»), il mondo intero, corrotto e mefitico. A cui Flavio Santi propone qualche sua ricetta di filosofica analiticità, qualche suggerimento di riscatto: «la storia è fatta di strati / di merda e gemme d’onice», «Il cazzo è condiloma dell’anima, / sua antenna, escrescenza / e mucosa. Dialogare col cazzo / è dialogare con l’anima».
E impietoso è anche il giudizio su se stesso e i suoi imbelli coetanei: «Siamo la generazione perlana / offuscata dagli strapiombi, / dalle risse per vedere Moana», «scopro che ci siamo laureati, / ma non cresciuti, siamo uguali / ai nostri padri», «tuo figlio, guarda, ha il cuore spezzato / e il latte ai testicoli e tanto pantano / ma intanto -piccola normalità- / caga dall’ano».

Emulo probabilmente di un Pasolini ben più temprato di lui nella versificazione e nell’indignazione civile, Flavio Santi ci lascia con due versi che sono davvero e finalmente, i più riusciti del volume , in una poesia dedicata a un misero Bertolt Brecht (e non «Bertold»!) che non ha più niente da dire all’umanità: «vita assassina come farò / a chiamarti bellissima?». Da riflettere, allora, sulle parole del prefatore Emanuele Trevi: «Non credo di esagerare affermando che queste  ‘Mappe’  sono un’opera di altissima ispirazione, un risultato poetico che non assomiglia a nessun altro». Forse (forse) esagera.

 

«criticaletteraria», 2 aprile 14

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SANTONI

VANNI SANTONI, TUTTI I RAGNI – DUE PUNTI, PALERMO 2012

La casa editrice palermitana :duepunti ha in catalogo un’originale collana dedicata a scritture “zoologiche”, in cui vengono pubblicati racconti che hanno come protagonisti gli animali.
Si tratta di libriccini stampati con inchiostri ecologici su carta riciclata al 100%: una proposta, quindi, rispettosa dell’ambiente, in linea con i contenuti narrativi che presenta. Nel caso di cui occupiamo, lo scrittore toscano Vanni Santoni (Montevarchi, 1978) ha dedicato una sessantina di paginette, simpatiche e veloci, a Tutti i ragni.

Se l’aracnofobia sembra essere la paranoia più diffusa tra gli italiani, secondo approfondite indagini statistiche, Santoni confessa di esserne rimasto vittima solo in età adulta. Perché da bambino i ragni lui li amava: li cacciava e catturava con i suoi amichetti (Federico, Tommaso, Francesca… ), nella casa di campagna, nelle cantine, nei boschi. E poi li torturava, staccando loro le zampette, soffocandoli nel miele, asfissiandoli in barattoli. Li trovava ovunque: in bagno, sotto le lenzuola, addirittura nel brodo preparato dalla nonna; ne studiava le caratteristiche e le abitudini sui libri, o li sceglieva come protagonisti dei videogiochi. Piccoli, grossi, pelosi, neri-gialli-marroni-rossi-rosa, filiformi o tozzi, spaventati o aggressivi, solitari o in colonie, velenosi come la vedova nera e il ragno eremita, giganti come la tarantola e la migale. Al liceo e all’università il futuro scrittore scopre i ragni nel cinema, nei fumetti, nei giochi di ruolo: e poi se li ritrova ovunque durante i viaggi in Nord Europa, in Texas, in India, nei campeggi o nelle camere d’albergo con le fidanzate.
Finché avviene la tragedia che trasforma negativamente il suo rapporto con la specie degli aracnidi: viene punto al mignolo da un ragno velenoso, al pronto soccorso lo anestetizzano e gli asportano la parte necrotizzata, ricucendola poi con cinque punti. Amore e interesse si convertono allora in diffidenza, paura, rabbia, odio cieco, sentimenti che possono essere riconosciuti e neutralizzati magari con l’esercizio di una scrittura ironica.

 

© Riproduzione riservata        www.sololibri.net/Tutti-i-ragni-Vanni-Santoni.html       30 maggio 2016

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SAPIENZA

GOLIARDA SAPIENZA, L’UNIVERSITA’ DI REBIBBIA – EINAUDI, TORINO 2012

Einaudi ristampa dopo trent’anni il romanzo che Goliarda Sapienza (intellettuale, attrice, femminista siciliana: donna libera e anticonformista) scrisse dopo la sua detenzione a Rebibbia per furto. Si tratta di pagine dense e veloci, dettate da un’ansia di resoconto e confessione che sopraffa anche la riflessione su ciò che significano colpa e castigo, pena e riscatto. «A sirene spiegate» l’autrice viene introdotta nel carcere, dapprima in una cella isolata, costretta in un silenzio e in un’immobilità innaturali che debilitano da subito anima e corpo e annullano qualsiasi fantasia o progettualità di futuro. Quindi trasferita in una cella comune, costretta a una promiscuità fisica e di pensiero che dapprima la sconcerta e spaventa, ma lentamente finisce per conquistarla a una consapevole, riconoscente solidarietà. Le sue compagne di prigionia appartengono in genere al popolo, si esprimono in romanesco, con un gergo colorito e iniziatico: sono condannate per spaccio di droga, furto, rissa, prostituzione, omicidio. Ma ci sono anche le detenute politiche, con una loro rabbiosa coscienza critica e utopistica. Hanno soprannomi di fantasia: Marilyn, Mamma Roma, James Dean, Annunciazione, Suzie Wong… Si amano e si odiano tra di loro, si picchiano e si denunciano alle guardiane, si invitano vicendevolmente nelle celle a prendere il tè, organizzano un loro mercatino interno, scrivono leggono cantano e imprecano, o vivono in una sorta di immobile catatonia. Ma le differenze di classe e di cultura rimangono inalterate come nel mondo di fuori: «Qui dentro noi privilegiati dalle famiglie, protetti fin da bambini dal bisogno vero, restiamo larve anemiche, né buoni né cattivi, né onesti né disonesti, a confronto di questa masnada di bucanieri che in un modo o nell’altro non s’è piegata ad accettare le leggi ingiuste del privilegio».

Una scuola di vita, anzi un’ università da cui si esce marchiati per sempre, diversi, e convinti che non si esiste se non nella collettività.

 

«Leggendaria» n.93, maggio 2012

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SARAJLIC’

IZET SARAJLIC’, CHI HA FATTO IL TURNO DI NOTTE – EINAUDI, TORINO  2012

Izet Sarajlic’, nato nel 1930 e morto nel 2002, è stato forse il più noto poeta bosniaco del 900, grazie anche all’immediatezza della sua scrittura, lontana da ogni intellettualismo e artificiosità letteraria. La sua esistenza ha attraversato due guerre sanguinose, la seconda mondiale e quella della ex Jugoslavia, perdendo in esse parenti stretti e amici cari, abitazioni e sicurezza economica, libri e pagine scritte. Ma nei suoi versi parla di queste tragedie con una sorta di pacata accettazione, accentuando soprattutto l’aspetto sentimentale dei suoi rapporti umani, la vitalità degli affetti che perdurano anche e nonostante i cataclismi storici. Così, il fil rouge che segna i cinquant’anni della sua poesia è senz’altro l’amore unico e insostituibile per la moglie, dagli anni giovani alle visite bagnate dalla pioggia alla tomba di lei, in versi commossi: «Un immortale agosto ti ha portato nelle mie ballate», «al cinquecentesimo chilometro dell’amore / ti amavo esattamente come al primo», «da quando sei andata via tu / è come se fosse andata via anche la città», «Cosa facevo io mentre durava la storia? / Mi limitavo ad amare te».

Talvolta tuttavia eccedendo in qualche banalità, od effetto troppo facile: «In questa tristezza che ci opprime entrambi, / e io piango, piango, piango, / perché sono tempi duri per l’amore, sempre più duri», «In quest’anima si è ammucchiata / tanta tristezza, /tanta delusione, / tanta amarezza, / tanta disperazione», «Oggi per me è importante ogni giorno / in cui ti posso guardare».

Alcune sue soluzioni stilistiche potrebbero ricordare Prévert, o un nostro Saba alquanto diluito: manca del tutto il senso del tragico, e ogni descrizione appare sospesa in una levità lontana dalle passioni. Quindi anche Auschwitz e Sarajevo sono vissute attraverso le sofferenze particolari di una sola anima, e non dei destini collettivi di un popolo. Qualche accennata ironia si riserva alle incongruenze e al conformismo della cultura letteraria, mentre il rimpianto è tutto per il tempo dei sentimenti che fugge: «La vita è trascorsa, e se ne va via. / Resta da scriverci una poesia», «L’epoca della grande arte è passata. // Io / almeno / c’ho vissuto dentro». E rimane comunque in chi legge questi versi l’impressione di cantabilità e semplicità eccessive, di un sentimentalismo esibito, di un consapevole e orgoglioso rifiuto dell’elaborazione linguistica, quale invece si presuppone in un poeta contemporaneo. Erri De Luca, nella sua partecipe prefazione ( in cui come sempre riesce a parlare di se stesso anche quando deve parlare di un altro) afferma: «In un poeta cerco, esigo che la sua vita sia all’altezza della sua pagina»». Giustissimo: ma anche la pagina deve essere alta.

 

«Atelier» n.65, marzo 2012

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SARCHI

ALESSANDRA SARCHI, VIOLAZIONE – EINAUDI, TORINO 2012

In questo romanzo di Alessandra Sarchi si fronteggiano due nuclei familiari, due ambienti culturali e soprattutto due diversi modi di affrontare l’esistenza. La prima famiglia è quella costituita da Primo Draghi -possidente terriero e costruttore edile-, sua moglie Genny, le loro due bambine, la nonna e alcuni inservienti rumeni. Orgogliosamente consapevole delle proprie possibilità economiche e delle proprie ambizioni, questa famiglia vive a pochi chilometri da Bologna, in una tenuta agricola che vorrebbe trasformare in sito residenziale, aggirando fraudolentemente qualsiasi vincolo paesaggistico, violentando il territorio con inqualificabili abusi, sfruttando la manodopera straniera e imbrogliando malcapitati e ingenui acquirenti. Solidali nella loro disonestà finalizzata al puro arricchimento senza scrupoli, i coniugi Draghi sono tuttavia genitori modello, teneramente attenti allo sviluppo delle figlie: in particolare affettuosissimi con Vanessa, gravemente disabile. Di tutt’altro spessore etico e intellettuale la seconda coppia, formata dall’architetto Alberto Donelli e dalla ricercatrice universitaria Linda, che vivono freneticamente in un piccolo appartamento del centro città, insieme ai due figli Filippo e Martina: nostalgicamente attratti dal recupero di una dimensione più umana del vivere, all’interno di spazi naturali e incorrotti. I Donelli quindi abboccano all’amo astutamente offerto loro dai Draghi, e acquistano una casa nella loro tenuta, senza sospettare di stare sprofondando in un tranello economico ed ecologico.
Alessandra Sarchi ha ideato un plot narrativo di indiscutibile interesse, che sfiora diverse e impegnative tematiche: rancori familiari e ambizioni di riscatto sociale, arrivismo e corruzione, sfruttamento dell’immigrazione e cementificazione delle campagne, abusi edilizi e compromessi politici. Ma la resa stilistica che ne deriva risulta piuttosto deludente. Il tono è spesso involontariamente didascalico, quasi che l’autrice si sentisse in dovere di spiegare al lettore vicende storiche, evoluzioni di costume, scoperte scientifiche, tesi filosofiche man mano che i protagonisti del romanzo si presentano sulla pagina con le loro specifiche professionalità e ideologie. Così della neurologa Linda veniamo a conoscere le ipotesi di studio sui «segnali intrasinaptici» e sulle scoperte di Mc Culloch e Pitts; di suo marito Alberto scopriamo che si tormenta sulla «dicotomia sviluppo umano-rispetto dell’ambiente», pronto tuttavia ad abdicare ai suoi ideali per banali interessi di carriera; dal costruttore edile Primo Draghi, fedele al motto «urbanizzare e vendere», recepiamo formule di successo basate su un realistico buon senso capitalistico: e contemporaneamente veniamo catechizzati da allarmanti e fosche previsioni sul surriscaldamento terrestre, sullo smaltimento dei rifiuti tossici, sulla disumanizzazione della medicina, sulla corruzione morale scaltramente inoculata dai media nelle anime più indifese. Anche i dialoghi sembrano spesso costruiti e artefatti, con giardinieri che parlano come libri stampati, immigrati clandestini eloquenti, ragazzini insopportabilmente saccenti e poco credibili. Al punto che dopo l’omicidio efferato con cui si chiude il volume, a scapito dell’unico personaggio davvero innocente e nobile, ci imbattiamo in uno scambio di battute di questo tenore: «Ma perché l’ha fatto?» «E saperlo cosa ti cambia? Credi che un atto criminale sia maggiormente pensato e voluto rispetto a un atto innocuo? Questa differenza, secondo me, non esiste».
Forse una vicenda ricca di stimoli e provocazioni come quella ideata da Alessandra Sarchi meritava un restyling maggiormente accurato, per evitare ingenue o noiose banalità che possono infastidire anche il lettore più bendisposto.

 

«Leggere Donna» n.166, gennaio 2015

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SARTRE

JEAN PAUL SARTRE, LA RESPONSABILITA’ DELLO SCRITTORE – ARCHINTO, MILANO 2012

Bene ha fatto l’editrice Archinto a proporre questa prima traduzione in italiano della conferenza che Jean Paul Sartre tenne nel 1946 all’Unesco, offrendo al lettore la possibilità di meditare sulla tensione utopistica, di irriducibilità ideologica e insieme di archeologica ingenuità delle parole del filosofo francese. Chiusa da appena un anno l’esperienza tragica della seconda guerra mondiale, della resistenza al nazismo, con la sua ansia di libertà e la candida esigenza di una nuova giustizia sociale, l’intellettualità occidentale faceva i conti sia con i suoi complici e vili silenzi, sia con rivoluzionari orizzonti di engagement futuro. Sartre appare consapevole, elettrizzato e quasi spaventato dalla responsabilità che lo scrittore del secondo novecento ha nei confronti della società, e soprattutto nei riguardi degli oppressi (“l’infelice coscienza marxiana”!), in un’epoca in cui la comunicazione sta assumendo dimensioni prima sconosciute (quello che oggi definiamo “villaggio globale”, lui lo chiamava più romanticamente “one world”…). E molto insiste sull’ambiguità dello scrittore postbellico, stritolato tra la sua provenienza borghese, il suo ruolo di disvelatore dei meccanismi di oppressione sociale e politica, il suo dovere di denunciare qualsiasi sopruso, violenza, negazione della libertà.

«Lo scrittore scrive perché, in un mondo in cui la libertà è costantemente minacciata, si assume il compito di ribadire l’affermazione della libertà». Dovere della letteratura è quindi quello di trasformare la realtà, facendosi parola ed espressione: «La letteratura trasporta un fatto immediato, irriflesso, forse ignorato, sul piano della riflessione e dello spirito oggettivo»; e ancora : «Opprimere i neri non era niente finché qualcuno non ha detto ‘I neri sono oppressi’ ». La missione, il compito e la responsabilità che Sartre affida allo scrittore è quindi smisurata e gravosa, e oggi la sentiamo sperequata e illusoria rispetto al ruolo secondario che arte e letteratura rivestono in un mondo sempre più asservito e dominato dall’economia. Il “pentalogo” di compiti che delinea per l’intellettuale moderno ci appare ingenuo e utopistico. Chi mai si azzarderebbe oggi a definire lo scrittore un uomo libero, condizionato com’è dalle scelte editoriali, dal mercato, dalle mode filosofiche? Se è vero che gli intellettuali occidentali sono sempre stati legati a doppio filo al potere (un tempo militare, ecclesiastico, politico; oggi soprattutto mediatico e finanziario), chi affiderebbe ad essi, oggi, il riscatto degli oppressi, la critica delle classi dirigenti, la rivendicazione dei diritti calpestati? Sartre, già nel 1946, intuiva il paradosso in cui viveva e operava lo scrittore, se poteva scriverne: «Quando egli cerca di difendere la libertà di pensiero, non si sente la coscienza a posto, perché, nonostante abbia assolutamente ragione, in un certo senso difende soltanto la propria libertà: che cosa significa ‘libertà di pensiero’ per un’operaia che cuce stivaletti?», e ancora: «o parla tanto per parlare, ed è un commovente, puro e semplice idealista, o imbroglia le carte. In entrambi i casi sbaglia. Ondeggia senza tregua».

Questo scriveva più di sessant’anni fa il filosofo che rifiutò il Nobel: ma oggi le coscienze critiche della letteratura le troviamo nei salotti televisivi, nelle mortificanti classifiche dei best-seller, a contrastare l’esibito e forse giustificato disinteresse dei non lettori.

 

«Orizzonti» n. 42, 2013

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SAUNDERS

GEORGE SAUNDERS, L’EGOISMO E’ INUTILE – MINIMUM FAX, ROMA 2014

Dello scrittore americano George Saunders (1958), di cui in Italia sono state pubblicate quattro raccolte di racconti, molto celebrate e premiate negli USA, la casa editrice romana Minimum Fax propone due brevi saggi dedicati rispettivamente alla gentilezza e al dominio dei media nella società contemporanea. Se il primo intervento sottolinea con garbo e delicatezza l’urgente necessità di rinunciare, oggi e nei rapporti interpersonali, all’egoismo e alla sopraffazione derivanti dalla volontà di raggiungere posizioni di prestigio, rifacendosi invece a un’esigenza etica di rispetto per gli altri e per la propria vita, nel secondo capitolo Saunders risulta più polemicamente ironico e dissacrante, meno serafico e conciliante. I suoi strali, ragionevolmente puntuti e spesso sarcastici, sono rivolti contro “l’informazione deficiente” da cui siamo intontiti nei messaggi mediatici, e da cui ci lasciamo convincere e intorbidire mentalmente rinunciando a qualsiasi spirito critico. Un’informazione sempre più prona agli interessi economici e politici di chi ci governa, agendo sui nostri meccanismi di difesa, di paura, di dipendenza: e rendendoci illusi gregari in una corsa esistenziale che non riusciamo più a indirizzare secondo le nostre vere priorità. Ormai qualsiasi dj radiofonico, qualsiasi imbonitore pubblicitario, e qualsivoglia Talent show o fiction televisiva è in grado di condizionare milioni di persone più di un premio Nobel. I media non si interrogano tanto sulla validità o veridicità di una notizia, quanto sulla sua capacità di “fare colpo”, di reclutare ascolti, e in concreto di realizzare profitto. Usando spesso volgarità e sproloqui, esasperazioni e gusto per il torbido, pur di ottenere audience. Il volume si conclude con un’intervista di Christian Raimo all’autore, che sempre con ironia e intelligenza racconta di se stesso, della sua fiducia buddhista in un mondo più umano, e nel dovere morale di chi scrive nei riguardi dei lettori e della sua stessa scrittura.

IBS, 25 agosto 2014

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SAUNDERS

GEORGE SAUNDERS, PASTORALIA – MINIMUM FAX, ROMA 2014

Dei sei racconti (stralunati, sarcastici, polemicamente amari) che compongono il volume, il primo è quello più programmaticamente inverosimile e insieme più plausibile in un prossimo, paradossale futuro della nostra illogica umanità. La voce narrante della vicenda – che impersona un cavernicolo in un parco a tema interattivo – vive con la collega Janet in una grotta, scuoiando capre di cui si cibano entrambi, catturando scarafaggi, raccogliendo rifiuti e grugnendo tutto il giorno per divertire i turisti. La sera deve redigere per l’amministrazione un modulo di valutazione del successo ottenuto con il pubblico e del rapporto con la partner, e inviarlo via fax. Sia lui sia Janet hanno i problemi familiari ed economici di qualsiasi altro lavoratore del parco, e di qualsiasi spettatore: figli malati o drogati, possibilità di licenziamento, furti, anziani a carico. Ma tutto risulta farsesco o indifferente a fronte della recita assurda che sono chiamati a interpretare quotidianamente. Tragicommedie simili animano le pagine degli altri cinque racconti, i cui protagonisti sono sempre dei perdenti, persone di scarsa istruzione e in gravi difficoltà economiche, illusi di poter trasformare magicamente la propria esistenza per qualche improvviso intervento divino o della sorte, o per un improbabile e mai realizzato scatto d’orgoglio personale. Così ci imbattiamo nella famiglia proletaria che vive di espedienti al limite della legalità e del buon gusto, con una vecchia e amatissima zia risorta dalla tomba per rimettere tutti in riga con l’autorità minacciosa di una rivoltante zombie. Oppure nello sfigato che segue un ridicolo seminario sull’autostima nella vana speranza di riuscire a imporsi sulla sorella deficiente e ricattatoria. In uno stile veloce, fitto di labirintici percorsi mentali e dialoghi surreali che ben esprimono la banalità del quotidiano, George Saunders ci offre un realistico e commovente spaccato dell’America attuale, impoverita e disorientata.

IBS, 25 agosto 2014

RECENSIONI

SAUNDERS

GEORGE SAUNDERS, LINCOLN NEL BARDO – FELTRINELLI, MILANO 2017

George Saunders, texano nato nel 1958, ingegnere geofisico di formazione, in seguito scrittore e saggista di fama, ha espresso una sua originale vena di autore satirico attraverso la proposta di storie che utilizzando un tono tragicomico, rivelano una pungente critica alla società dei consumi e al ruolo manipolatorio dei media. In Lincoln nel Bardo (il primo romanzo dopo diversi volumi di racconti di successo) si misura con temi più profondi, e con le domande che da sempre si pone l’umanità intera: esiste una vita dopo la morte, rivedremo chi abbiamo amato in un ipotetico aldilà, come si può superare il dolore del distacco definitivo dai propri cari? Lo fa in maniera particolare, usando sia la leggerezza dell’invenzione fantastica, sia l’empatia che nasce dall’osservazione della sofferenza. La vicenda si svolge in una sola notte del 1862, quando l’America è impegnata nella guerra civile e il suo Presidente, il gigantesco – fisicamente e moralmente – Abramo Lincoln porta sulle spalle la responsabilità di guidare il paese nella tempesta, e contemporaneamente vive una sua privatissima e sconvolgente tragedia. Il figlio Willie, splendido e adorato undicenne, gentile d’animo e attaccatissimo al padre, muore per febbre tifoidea dopo una breve agonia. Saunders narra la disperazione dei genitori, il funerale gremito e straziante, le vicende politiche e belliche che continuano a sovrapporsi indifferenti.

L’invenzione dell’autore, che rende il romanzo assolutamente insolito e sorprendente, consiste nell’intercalare ogni momento narrativo con testimonianze cronachistiche dell’epoca (diari, articoli, memorie) e attraverso commenti pronunciati da un coro di trapassati, che osservano e giudicano dall’Aldilà ciò che succede nell’Aldiquà. Una sorta di popolosa e democratica Commedia dantesca, di vociante e confuso Spoon River in cui si radunano potenti e diseredati, nobildonne e ruffiani, sguattere e accademici di ogni età, rievocanti con nostalgia o rabbia, con rimpianto o sete di vendetta la loro esistenza terrena e i particolari del decesso che persistono a non accettare, ritenendosi imprigionati in uno stato onirico destinato a infrangersi magicamente, catapultandoli nuovamente nell’esistenza precedente. Questo affollato Eliso vede quindi arrivare l’ombra impaurita e disorientata del piccolo Willie Lincoln, quando il suo corpo fisico viene invece seppellito nel cimitero di Georgetown, accompagnato dal pianto angosciato dei parenti e dal cordoglio di tutta Washington. La notte stessa, il Presidente torna a visitare la sepoltura del figlio, solleva la pietra tombale, scardina la bara e stringe a sé il cadavere del piccolo, accarezzandolo, mormorandogli parole affettuose, in una delle scene più toccanti del libro, mentre il fantasma di Willie «sfrecciava avanti indietro lì accanto, in un evidente parossismo di frustrazione», stizzito perché il papà cullava la sua forma morta ignorando il suo spirito bisognoso di attenzione e conforto. Così l’anima del bambino decide di rientrare nel proprio corpicino irrigidito, per ritrovare nell’abbraccio paterno la calda intimità del tempo vissuto.

Dall’alto, i defunti stipati nel Bardo (riferimento al “Libro tibetano dei morti”, che indica con tale nome il momento del trapasso) osservano questa incredibile reincarnazione, sperando che lo stesso miracolo possa ripetersi per ognuno di loro. Infatti il limbo viene invaso da una valanga di parenti e amici urlanti, imploranti, recriminanti, furiosi, dando inizio a una sarabanda di scambi tra passato e presente, vita e non-vita, assurdo e razionale, finzione e verità, santità e demonismo che sottolineano come sia sottile il confine che separa la tragedia dalla farsa, la ragionevolezza dalla pazzia, l’eresia dalla fede. I trapassati fanno visita ai cimiteri terreni, i sepolti riprendono i contatti con i viventi, gli scheletri danzano, la vegetazione si anima, silenzi paurosi si alternano a urla assordanti, in un bailamme infernale e celeste in cui l’ultima drammatica domanda rimane quella sull’essere o il non essere.

Abramo Lincoln, nello stesso giorno del suo lutto privato, viene informato dell’eccidio in cui sono sati uccisi più di mille giovani soldati: altri genitori affranti, altro dolore inconsolabile, altri interrogativi senza risposta. «Signore, perché? Perché tutto questo camminare, provare, sorridere, fare inchini, scherzare? Sedersi a tavola, stirare camicie, annodare cravatte, lucidare scarpe, programmare gite, cantare canzoni al bagno? Se poi devo lasciarlo quaggiù?» Anche il lettore, affascinato e sconcertato, si interroga sull’effettiva finalità dello scrivere, quando l’abilità letteraria offre esibizione di sé scommettendo sulle carte del dolore e della disperazione, con il timore che (per dirla con Montale e con il Bardo britannico), “tutti siamo già morti senza saperlo” perché “fatti della stessa sostanza dei sogni”.

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