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RECENSIONI

SERRES

MICHEL SERRES, CONTRO I BEI TEMPI ANDATI – BOLLATI BORINGHIERI, TORINO 2018

Prossimo ormai ai novant’anni, il filosofo francese Michel Serres continua a stupire il mondo con la sua saggistica vivace, piena di entusiasmo e ottimismo, aperta ad ogni rivoluzionaria scoperta scientifica e tecnica, solidale con le giovani generazioni che abitano il virtuale. Decisamente favorevole alla “civiltà dell’accesso”, ama presentarsi come strenuo difensore di Internet e di Wikipedia, e di qualsiasi nuova modalità di espressione nella scrittura, nel linguaggio parlato, nell’arte, per una cultura finalmente accessibile a chiunque, in ogni luogo, senza barriere e pedanteschi paludamenti. Nato ad Agen nel 1930, figlio di un conduttore di chiatte, studiò all’École Navale e  all’École Normale Supérieure, impiegandosi come ufficiale di marina prima di ottenere il dottorato in filosofia nel 1968 e cominciare ad insegnare a Parigi. I suoi studi scientifici e di linguistica furono da subito orientati eticamente verso la critica di ogni bellicismo e potere reazionario, valorizzati da scambi e reciproche influenze tra i diversi saperi e discipline. Membro dell’Académie Française dal 1990, è oggi considerato uno degli intellettuali più rappresentativi e dei teorici più stimolanti nel suo approcciarsi criticamente e in modo divulgativo alla cultura contemporanea. In Italia quasi tutti i suoi lavori, espressi in una lingua lineare e accattivante, sono stati pubblicati da Bollati Boringhieri. Si tratta in genere di pamphlet scritti per un pubblico non specialistico, con l’ambizione di contestare pregiudizi radicati nelle coscienze e nell’immaginario collettivo, e di provocare nei lettori curiosità, domande e contestazioni, sempre da lui considerate proficue e necessarie.

In un volumetto uscito nel 2013, Non è un mondo per vecchi, si augurava la nascita di una società “nuova, variabile, mobile, fluttuante, variopinta, tigrata, cangiante, intarsiata, musiva, musicale, caleidoscopica…” e soprattutto “connessa”, in grado di occupare spazi orizzontali di vicinanza simultanea e democratica, offrendo risposte adeguate alle aspettative dei giovani in ambito scolastico, professionale e di utilizzo del tempo libero. Se in pochi decenni si è trasformato clamorosamente e irreversibilmente il nostro modo di vivere occidentale (boom demografico ed economico, libertà sessuale, longevità, multiculturalismo, progresso scientifico e tecnologico, aumento dell’istruzione e della ricchezza pro capite, assenza di conflitti bellici), è doveroso ideare nuovi metodi di trasmissione della conoscenza, di fare politica, di lavorare e di comunicare. Bisogna sconvolgere, rendere permeabile e disordinata ogni forma antiquata di pedagogia. “L’era dei decisori è finita… il solo atto intellettuale autentico è l’invenzione”. C’è un rischio in questa rivoluzione culturale che rende ciascuno più libero, indipendente, attivo e creativo? Certo, e Serres ne è ben consapevole: esiste una “presunzione di competenza”, che può illudere chiunque sulle proprie capacità intellettuali o artistiche, rinsaldando alla fine e nuovamente il sapere nelle mani dei soliti, pochi, manovratori. Ma è un rischio che vale la pena di correre, perché il passato va superato e vinto, anche di fronte alla prospettiva di un futuro ancora nebuloso.

Nell’ultimo saggio da poco pubblicato, Contro i bei tempi andati, l’autore sconfessa e ridicolizza senza remissione chiunque deprechi il presente in nome degli anni “di prima, di una volta”, rivisitati ed edulcorati con ipocrita nostalgia. I trentatré paragrafi di cui si compone il testo hanno due referenti immaginari: un Vecchio Brontolone, arcigno denigratore del tempo presente, e Pollicina, ragazza “disoccupata o stagista” che nel suo smartphone, ossessivamente consultato, contiene tutto il sapere del mondo. Serres prende chiaramente posizione a favore di quest’ultima, sottolineando quanto la storia, la civiltà e la cultura dei secoli scorsi, fino a buona parte del ’900, abbia prodotto di negativo e crudele nella vita degli individui (guerre, eccidi, dittature, torture, epidemie infettive, oscurantismo, retorica patriottica, razzismo e sessimo). Lo fa con cognizione di causa, avendo vissuto un’infanzia e una giovinezza tormentata da povertà e fame, da bombardamenti e persecuzioni, da tabù ed emarginazione: si sofferma a descrivere i suoi primi vent’anni, vissuti in una famiglia operaia sulle rive della Garonna, lavorando nei campi o nei cantieri navali per pagarsi gli studi.  Elenca quindi una serie di disagi e difficoltà concrete che le popolazioni a cavallo tra le due guerre mondiali dovevano patire, tra scarsissima igiene, malattie malcurate, sessualità inibita, ignoranza e superstizioni, comunicazioni precarie, lavori domestici faticosi, totale assenza di ammortizzatori sociali. L’ovvia commozione nel ricordare “i bei tempi andati” è corretta da una bonaria ironia e da un sorriso di compatimento, nel ribadire a chi afferma che si stava meglio quando si stava peggio una verità scontata e incontrovertibile: quando si stava peggio, si stava davvero peggio.

© Riproduzione riservata                «Il Pickwick», 14 giugno 2018

 

 

 

 

RECENSIONI

SESBOUE’

BERNARD SESBOUÉ, LO SPIRITO SENZA VOLTO E SENZA VOCE – SAN PAOLO, MILANO 2010

Queste pagine del teologo francese Bernard Sesboué presentano un breve excursus storico sugli sviluppi della teologia dello Spirito Santo nella Chiesa: terza Persona della Trinità, la più enigmatica e incompresa, quella a cui meno si rivolgono i fedeli nelle loro preghiere. Il termine greco Pneuma è neutro, quello ebraico Rùah è femminile, Spiritus latino è maschile; molte sono le ambivalenze anche nelle sue rappresentazioni metaforiche: vento, acqua, fuoco, luce, potenza, soffio, colomba, dono, ecc. L’evangelista che ne parla più diffusamente è senz’altro Giovanni, indicandolo come “intercessore” comparabile a Gesù stesso. Eppure, riesce difficile definirlo come “persona”, al pari del Padre e del Figlio: perché è senza volto e non parla, non rappresenta un Tu, ma rimane un Egli. Si manifesta sotto la forma di lingue di fuoco, come visualizzazione teofanica: tace, ma fa parlare gli uomini che ispira, gli apostoli, i profeti, i Padri della Chiesa. Non va cercato di fronte a noi, ma dentro di noi. “Deus intimior intimo meo”, come scriveva Agostino: metapersona che agisce nella profondità del soggetto umano. Bernard Sesboué analizza la storia dello Spirito Santo nella tradizione ecclesiale antica (Atanasio ,Basilio, Gregorio di Nazianzo fino a Cirillo) e nel medioevo, soprattutto soffermandosi sulla riflessione di Tommaso D’Aquino. Ma le pagine più interessanti risultano ovviamente quelle dedicate alla teologia recente, con la speculazione profonda di K.Rahner sulla presenza trascendentale dello Spirito, e di Von Balthasar, che indica nella Terza Persona “l’esegeta” di Dio e del Cristo, colui che non aggiunge nulla all’insegnamento divino, ma lo interpreta e lo fa comprendere. “E’ libero e rende liberi”, non va interpretato tanto nel suo “partire da” le altre due Persone, quanto nel suo “verso”, nell’amore reciproco del Padre e del Figlio, che può essere colto solo nei suoi effetti. Ma la definizione più originale dello Spirito rimane proprio quella di Sesboué : “E’ il nostro inconscio spirituale”.

IBS, 13 MARZO 2012

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SEUSS

DIANE SEUSS, LA RAGAZZA DALLE QUATTRO GAMBE – ENSEMBLE, ROMA 2021

Premio Pulitzer 2022 per la poesia, la statunitense Diane Seuss è stata pubblicata per la prima volta in Italia dalla casa editrice romana Ensemble, con il volume La ragazza dalle quattro gambe. L’introduzione di Alessandra Bava, che ne ha curato la traduzione insieme a Maria Adelaide Basile, parla esplicitamente per questo testo di “invenzione    di una nuova forma poetica americana”. La poeta stessa ha infatti coniato per la propria scrittura l’espressione freaking form, intendendo con ciò di aver voluto “apprendere forme tradizionali per usurparle, rovesciarle, riutilizzarle”, facendo dei suoi versi una sorta di scherzo di natura.

E agli scherzi di natura, alle deformità, ai deragliamenti da regole e consuetudini è dedicata anche la presente raccolta, il cui titolo rimanda all’infelice figura di Myrtle Corbin, nata nel 1868 e affetta da dipigo, il cui corpo terminava con due bacini e quattro gambe. Diventata nel 1913 una delle attrazioni più celebri del Circo Barnum, a lei è dedicato il testo conclusivo del libro (Is there still a Betty in this new life?): “Per aver visto lungo la strada per Ramptown, le gambe in più penzolare / inutili tra le cosce delle altre due, inutili come un usignolo / meccanico, inutili come la frangia del tuo kimono transilvano, / cantai sottovoce // … le tue gambe non erano petali o viticci come avevo creduto,     // ma sfrontate, i tentacoli aberranti sotto la veste di una regina segreta”.

Nata in una small town del Michigan nel 1956, rimasta orfana di padre a sette anni, dopo il liceo Diane si trasferisce a New York, lavorando come segretaria e scrivendo romanzi rosa e pornografici per mantenersi. Si introduce nello spietato mondo artistico della metropoli, unendosi agli adepti di William Burroughs e Andy Warhol. Alla morte del suo compagno per overdose, torna a vivere nel Midwest, si laurea in Scienze Sociali presso il Kalamazoo College, dove continuerà a insegnare scrittura creativa per trent’anni.

L’ambiente sociale in cui ambienta i suoi versi è quello miserevole dell’infanzia, con strade sterrate, paludi infestate da cicale, paesi semideserti, pochi negozi, qualche pollaio e la morte che si aggira tra imprese di pompe funebri e cimiteri. La sua adesione anti-intellettualistica al mondo degli emarginati deriva da una concreta esperienza esistenziale, come afferma in una orgogliosa dichiarazione di poetica: “Ritengo che il mio lavoro possa essere definito come punk rurale. Emerge dagli spazi rurali alla ricerca della durezza, della stranezza, dell’assurdità, della tigliosità, della rabbia e del dolore di ogni cosa in contrapposizione alla rusticità. La ruralità non è meno punk dell’urbanità. La mia estetica è quella delle carcasse di animali investite. Dei fantasmi che fumano sigari lungo le sponde del fiume”.

La campagna, infatti, fa da sfondo alla maggior parte delle composizioni, mantenendo nel suo rivelarsi qualcosa di minaccioso e di putrido, persino nella sua colorata e lussureggiante fertilità: “nella merda di falco, nella borragine, nel crescione, / nella licnide, nella vite americana, nella fitolacca, nella phryma, nel convolvolo, /  nel trifoglio e nel fiore di caprifoglio, bianco come osso bollito”, “Gli iris si alzano su steli carnosi, / i boccioli ancora avvolti in qualcosa di simile a cartine, / il viola che passa attraverso, il colore delle viscere”, “Qui, a metà maggio,  passato il fiore degli anni, / i tulipani ingialliti e spampanati come cose trascinate a riva, / e le ragazzacce si sono tolte gli abiti da sposa, hanno fatto ricadere le tette, / hanno allentato i loro strascichi. La bellezza era un fardello, dopo tutto, / non è vero?”, “Ricordi quella primavera? La brezza odorava di preparato per torte / e di un certo non so che di sodomia nell’aria. Forse era la spirea, / che olezzava di spermatozoi e detersivo al pino”.

Dalla desolazione campestre del Michigan, ancora più squallida negli interni domestici, al feroce abbruttimento del periodo newyorkese, Diane Seuss sembra non volersi risparmiare nulla in infelicità e abiezione: a sfregio di ogni facile e privilegiato perbenismo, sceglie l’abisso, il degrado, e la provocazione diventa per lei bandiera.  Il rifiuto riguarda ogni cosa, dalla banda degli amici punk all’intellettualità di moda, dalla maternità alla religione (“Dio ha persino il voltastomaco per le preghiere / dei credenti. Sono sudaticce e ampollose, / non come stalker ma come guardoni, che propendono / all’introversione e alla balbuzie”). Soprattutto respinge l’idea di morte, dopo che quella paterna ha tormentato il suo immaginario infantile, lasciando in lei cicatrici indelebili: “i tumori di mio padre / sbocciavano come i palloncini nei cartoni animati”, “quando / ero bambina, la bara nera di mio padre mi ricordava // un piano. Un piano senza tasti. Ero abbastanza / giovane da credere che fingesse di essere morto / e i miei // incubi erano colmi della sua strana resurrezione, / braccia cariche di gigli bianchi”.

Finché, per salvarsi, decide di anestetizzarsi, cementandosi: “Non c’era sollievo a essere / umana e così mi trasformai in pietra   / e ora non provo sollievo / a essere una pietra. Non / ho scelto di essere pietra”.

Nella postfazione, Maria Adelaide Basile insiste giustamente sullo stile immaginoso delle frequenti metafore usate da Diane Seuss, sempre visivamente plastiche, mescolanti realtà e magia, storia e affabulazione. Le immagini che ci scorrono sotto gli occhi sono nitide e oniricamente svianti, nel loro variopinto anarchismo, capaci di suscitare inconciliabile rabbia, e umanissima pena.

 

© Riproduzione riservata           «Gli Stati Generali», 30 maggio 2022

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

SEVERINO

EMANUELE SEVERINO, IL MIO RICORDO DEGLI ETERNI – RIZZOLI, MILANO 2011

Da quanto scrive il filosofo Emanuele Severino in  Il mio ricordo degli eterni, ricordare è alterare, errare: «È una parte del grande sogno in cui il mondo esiste». E questa sua autobiografia risulta, quindi, un errore: «Trapelano, in queste mie pagine, vanità e puerilità»,messaggi che allontanano dalla verità, addirittura nella falsità dello stile: «Ho nostalgia del linguaggio pesante e duro dei miei scritti».

E ancora: «Pubblicare un’autobiografia è dar confidenza al prossimo. Che a volte la merita, altre no». Ma non sempre chi legge la narrazione di una vita altrui lo fa per banale curiosità: a volte può sperare in un’illuminazione, desidera imparare dall’esistenza di un Maestro. Ecco che allora la vita di un filosofo può risultare davvero un insegnamento, non solo nei particolari biografici (la famiglia d’origine, siculo-bresciana, con il padre ufficiale dei bersaglieri e poi bancario; un fratello maggiore morto in guerra; la moglie amatissima, conosciuta a sedici anni e sposata a ventidue; due figli, e un’intera esistenza dedicata alla ricerca, allo studio, all’insegnamento universitario).
Non solo, quindi, nelle vicende della quotidianità: l’amore per la musica e per la letteratura (soprattutto Leopardi e i tragici greci), gli incontri con i grandi pensatori italiani ed europei (Gadamer e Levinas tra gli altri), le polemiche e gli scontri ideologici con altre teorie filosofiche (tra cui, fondamentale, quella con le gerarchie della Chiesa), i viaggi.

Ma essenzialmente nelle graduali conquiste filosofiche, nell’avvicinarsi al nucleo tematico del suo pensiero: l’oltrepassamento del nichilismo, inteso come “alienazione essenziale”, secondo cui le cose vengono dal nulla e vi ritornano; la critica al cristianesimo, al capitalismo, al tecnicismo; l’approfondimento di parole chiave (l’incontrovertibile, il rimedio e il riparo). E in particolare la sua tesi più originale e discussa, ma inevitabilmente più affascinante: l’eternità di tutti gli essenti, per cui «se tutto è eterno, tutto è legato a tutto, sì che, se un filo d’erba non fosse, nulla sarebbe».

Perché «ciò che se ne va scompare per un poco. Ma poi, tutto ciò che è scomparso riappare».

 

© Riproduzione riservata     

www.sololibri.net/mio-ricordo-eterni-Severino.html     10 giugno 2016

RECENSIONI

SEVERINO

EMANUELE SEVERINO, IL NULLA E LA POESIA – BUR, MILANO 2005

Due grandi pensatori si interrogano, a duecento anni di distanza l’uno dall’altro, sul “nulla”: il primo con la tentazione e il desiderio di naufragarvici dentro, il secondo per negarlo teoricamente ed eticamente. Emanuele Severino, polemico assertore dell’eternità del tutto, e strenuo accusatore del nichilismo come forma mentis del pensiero occidentale, ha il grande merito di rivalutare, in questo suo documentatissimo volume, Giacomo Leopardi come profondo e originale filosofo, oltreché eccelso poeta. E lo fa scandagliando a fondo sia lo Zibaldone sia l’ epistolario, e mettendoli a confronto tra di loro, con la produzione poetica e con le Operette Morali. Sappiamo che fin dall’adolescenza Leopardi aveva studiato e meditato tutto lo scibile greco e latino, dai Presocratici in poi, ed era convinto anche della necessità di misurarsi con le scienze e la cultura contemporanea. Già nel 1821 poteva quindi scrivere che “il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla”, basandosi non solo sulla sua tormentata sensibilità, ma soprattutto sulle sue documentate ricerche. Per lui era ovvio dedurre che sia il pensare alla nullità delle cose sia “la cognizione della nostra miseria” fossero radice e causa dell’infelicità umana. Meglio quindi non essere che essere, meglio l’ignoranza che la sapienza, più felici gli animali, i bambini e gli ignoranti che l’uomo colto. Unica consolazione può essere data allora dall’immaginazione e dalle illusioni, soprattutto nella loro forma più alta: la poesia, capace di “fingere” profondissima quiete, di perdersi nell’indeterminatezza dell’infinito. Dopo aver indagato alcuni termini chiave del pensiero leopardiano (il piacere, la ragione, la noia, la verità, la natura…), Severino offre al lettore una guida sapiente alla poesia eterna del recanatese, con due interpretazioni di A se stesso e  La ginestra, e conclude definendo Leopardi epigono e precursore insieme di ogni nichilismo passato e futuro.

IBS, 11 settembre 2013

RECENSIONI

SEVERINO

EMANUELE SEVERINO, LA STRADA – BUR, MILANO 2008

“Ritorniamo indietro di millenni e le cose – per esempio queste voci che vengono su dalla strada- sono lì già da sempre, con la pioggia che questa sera le circonda e la lampada che illumina la stanza. Andiamo avanti per millenni, ed esse sono lì per sempre, così come ora appaiono, nella loro interezza. Nessuna cosa, quindi, è “creatura” e nessuna è un “creatore”. Nessuna ha bisogno di un “dio”, di un “padre”, di un “signore”, di un “padrone”, di un “artefice”, di un “produttore” che le garantiscano il suo permanere nell’essere e la tengano lontana dalla minaccia del niente”. Nella sua appassionata ed esaltante fede nell’eternità del Tutto (“La più umile delle cose è eterna in un senso abissalmente più profondo dell’eternità di ‘Dio’ “), Emanuele Severino sa assumere toni di purissimo lirismo, che lo avvicinano più all’ispirazione poetica che alla speculazione filosofica, come quando ci descrive il bruciarsi della legna, il suo ridursi prima a brace e poi a cenere, senza tuttavia diventare “niente”, ma persistendo nella sua eternità: “Se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto”. Come il sole allo spuntare del nuovo giorno, anche ciò che muore e apparentemente finisce, in realtà, può “ritornare”. E questa profonda convinzione deve renderci certi della nostra finalità di gioia (“Noi siamo la Gioia”), consapevolmente oltre la follia di tutta la filosofia nichilista dell’occidente, che dai greci in poi ha cercato di convincere l’umanità che il non-niente sia il niente, destinato al niente. E cosa ribattere, quindi, alle affermazioni degli astrofisici, secondo cui anche il Sole, le galassie, l’universo moriranno, inghiottiti da un’entropia irrevocabile? Anche il nulla è eterno, come il dolore, la felicità, ogni pensiero?

IBS, 30 giugno 2013

RECENSIONI

SEVERINO

EMANUELE SEVERINO, DEL BELLO – MIMESIS, MILANO 2011

“Quando parliamo di estetica abbiamo l’impressione che questa disciplina si interessi del superfluo, perché i bisogni primari dell’uomo sono altri: la sopravvivenza, la tranquillità dell’anima…”: così inizia la conferenza che Emanuele Severino ha dedicato al concetto di bellezza, e che l’editore Mimesis ripropone nella sua esatta trascrizione. In effetti, sembra che sia l’homo oeconomicus sia l’homo eticus abbiano la prevalenza, nella soddisfazione dei loro bisogni materiali e spirituali, rispetto a chi privilegia la dimensione estetica della vita. Ma “la bellezza è una forma di rassicurazione della propria esistenza… il bello è un rimedio contro l’angoscia provocata dal pericolo che avvolge l’esistenza”. E ancora “Il bello compare come strumento mediante il quale è possibile, sia nel corpo sia nell’anima, liberarsi dalla morte”. Severino ribadisce qui che ogni nostra angoscia proviene dal divenire, e soprattutto dalla sua imprevedibilità: al fuoco annichilente del divenire si può opporre solo la perfezione della bellezza, della poesia, dell’opera d’arte: ” la bellezza diventa la potenza con cui si guarda l’impotenza delle cose”. Allora, al dolce naufragare nel nulla dell’Infinito leopardiano, lo stesso Leopardi oppone il giallo della ginestra che fiorisce nel deserto, consolandolo della sua aridità. Nell’arte, nel bello, si manifesta “il significato ultimo di qualcosa”, l’immagine dell’unica salvezza possibile. Poiché siamo consapevoli di essere “effimeri, esposti al pericolo del nulla”, tentiamo di affidarci a una “volontà di rimedio che è anche volontà di bellezza”. Quindici pagine che ovviamente non esauriscono gli infiniti interrogativi posti dalla definizione di estetica, ma propongono spunti di riflessione. Corredate da un glossario, curato da Davide Grossi, dei termini filosofici più indagati da Severino, tra cui i suoi tòpoi: divenire, apparire, nichilismo.

IBS, 22 aprile 2012

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SHAKESPEARE

WILLIAM SHAKEAPEARE, NON CHIEDERE RAGIONE DEL MIO AMORE – L’ORMA, ROMA 2016

In una originale ed elegante veste tipografica, l’editore romano L’Orma propone a un prezzo molto conveniente libriccini di autori classici, contenuti in una sovraccoperta trasformabile in busta pronta ad essere affrancata e spedita. Idee regalo, quindi, preziose e finemente curate. La collana, denominata “I Pacchetti”, offre ai lettori testimonianze epistolari di famosi filosofi, artisti e politici di ogni epoca e nazionalità, corredate all’interno da fotografie o immagini poco note al grande pubblico.
Tra le ultime uscite Non chiedere ragione del mio amore, un florilegio di messaggi epistolari tratti dalle opere teatrali di William Shakespeare, che rivelano nuove prospettive di interpretazione dei drammi del Bardo, svelando intrighi di potere, amori turbolenti, foschi drammi esistenziali dei suoi immortali personaggi.
Così scrive il traduttore e curatore dell’antologia Eusebio Trabucchi: «Il teatro di Shakespeare è costellato di lettere: scambiate, scritte, falsificate, sussurrate, fatte a pezzi, declamate ad alta voce. In scena entrano spesso di colpo suscitando negli spettatori un brivido di trepidazione o uno squasso di risa».

Sono quindici i brani scelti, estrapolati da undici opere shakespeariane, e tutti illustrano con fulminea evidenza e vivace dinamismo i caratteri peculiari dei personaggi in scena, sia che siano mittenti, destinatari o semplici lettori delle missive.
Falstaff, ad esempio, rivelando il suo amore a una incredula e sdegnata signora Page, le si rivolge in questo modo: «Non vi dico: abbiate pietà. Non è frase degna di un soldato. Vi dico invece: amatemi. E mi firmo: sono il vostro cavaliere / sia di giorno sia di notte / le mattine e anche le sere / sempre pronto a fare a botte / per difendere vossia». E Amleto così scrive a Ofelia: «Tuo più che mai, signora prediletta, finché questo congegno apparterrà ad Amleto». E a Orazio: «Raggiungimi con la velocità con cui si fugge alla morte». Malvolio, ne La dodicesima notte, legge una sentenza passata ai posteri per la sua lapidaria evidenza: «C’è chi nasce grande, chi la grandezza la conquista, chi invece la riceve in dono».

Artemidoro mette in guardia Giulio Cesare dai congiurati che lo attendono al varco, e Macbeth si rivolge alla sua terribile moglie chiamandola “mia carissima compagna di grandezza”.
Questo volumetto con cui l’editore romano intende celebrare il quarto centenario della morte di William Shakespeare, intitolato poeticamente Non chiedere ragione del mio amore, si conclude con un’ultima lettera, ma di Eugenio Montale, che si rivolge con sublime sprezzo a un Malvolio intellettuale contemporaneo di cui stigmatizza la «focomelia concettuale» e l’agilità nel rimescolare «materialismo storico e pauperismo evangelico».
Tanto per dire che vizi, viltà, accuse e polemiche dell’epoca elisabettiana possono rivivere in qualsiasi epoca e compagine storica.

 

© Riproduzione riservata          www.sololibri.net/chiedere-ragione-amore-Shakespeare.html

18 maggio 2016

 

RECENSIONI

SHAPIRO

BRETT SHAPIRO, L’INTRUSO – FELTRINELLI, MILANO 1994

Di Giovanni Forti, corrispondente da New York per L’Espresso, morto di Aids nel 1992, molti ricorderanno un coraggioso reportage-diario sulla sua agonia, cosciente e combattuta, pubblicato dal settimanale, e una straziante intervista televisiva con Enzo Biagi. Ci avevano impressionato i suoi occhi mobilissimi e stanchi, i tratti tirati, la voce affaticata ma intenerita con cui parlava di sé, del suo essere ebreo e omosessuale, del suo compagno e dei suoi bambini: ma anche di flebo e diarree, di reazioni fisiche mortificanti, della sua voglia di non arrendersi. L’annuncio, dopo poche settimane, della sua morte, ci aveva toccato non solo dal punto di vista umano, ma anche culturalmente, con la consapevolezza di aver perso una voce anticonformista e stimolante.
Ora Brett Shapiro, che aveva diviso con Forti gli ultimi due anni di vita, pubblica presso Feltrinelli un libro che è omaggio al suo compagno e insieme narrazione spietata di un lento, inevitabile soccombere alla malattia: ne è derivata una «storia d’amore della fine del nostro secolo» (come scrive Rossana Rossanda nella sua lucida e partecipe prefazione), più qualcosa d’altro. Una sfida al nostro perbenismo sempre in agguato, uno schiaffo al pregiudizio, un pungolo all’apertura della mente. Giovanni Forti (romano trentaseienne di origine ebraica, ex redattore de Il Manifesto, ex marito di Giovanna Pajetta, padre a tempo pieno dell’undicenne Stefano) incontra a New York tramite un annuncio sul giornale Brett Shapiro, intellettuale suo coetaneo e padre di un bambino adottivo. Forti è da anni sieropositivo, e non nasconde la sua condizione all’amico, che l’accetta insieme a tutte le inevitabili conseguenze: i due decidono di convivere, coinvolgendo nella loro scelta non solo i due figli, ma anche le famiglie d’origine, sempre incombenti e affettuose, totalmente comprensive, e di arrivare addirittura al matrimonio ebraico con rito tradizionale. Di fronte a un rabbino newyorkese, Brett e Giovanni si sposano sotto la huppah, recitando le formule della torah e calpestando i bicchieri di vetro, festeggiati da amici e parenti. Il desiderio di essere una famiglia “vera” è a tal punto impellente, insopprimibile, da richiedere il sigillo del rito, il ritorno alla tradizione più conservatrice e severa, quella della religione ebraica. E ciò che ai nostri occhi cattolicamente italici pare più incredibile, è la totale naturalezza con cui questa scelta viene accettata e condivisa dall’ambiente familiare e culturale che circonda i due compagni: così come ci sconcerta la scelta del coinvolgimento dei due bambini in un ménage tanto diverso dai soliti, non solo ideologicamente, ma proprio nelle abitudini quotidiane, nel sovvertimento dei ruoli, nella divisione dei compiti maschili e femminili. Ci imbarazza la presenza, molto americana e assidua, e per niente ironica, dell’analista-donna, delegata a risanare i traumi, a superare le divergenze in ogni occasione difficile della vita a due; ci infastidisce a volte l’esibizione provocatoria di un epistolario domestico che sembra ingiustificatamente diffuso su episodi troppo particolari e personali. Ma non si può negare al libro la capacità concreta di scuoterci prima ancora che di commuoverci con il resoconto del graduale spegnersi della vita di Giovanni e con la dedizione assoluta, generosa e appassionata di Brett al destino del suo compagno, al punto di convincerlo ad accompagnarlo a Roma, ormai sulla sedia a rotelle, perché lui possa morire dove desidera, tra i suoi, e riposare nel settore ebraico del Verano. Lo strazio della morte di Giovanni risulta dai fatti raccontati con asciutta veridicità, e lo riviviamo un po’ tutti perché ormai sappiamo (chi più chi meno) cosa significa assistere un malato terminale. Eppure davanti a questa morte così accoratamente pianta, ci ritroviamo più fragili e vulnerabili, e allora “ebreo”, “gay”, e quant’altre definizioni si vogliano, appaiono appunto quello che sono: etichette.

 

«L’Arena», 17 febbraio 1994

RECENSIONI

SHELLEY

PERCY BYSSHE SHELLEY, IN DIFESA DELLA POESIA
MIMESIS, MILANO 2013

Percy Bysshe Shelley (1792-1822), uno dei più rappresentativi poeti del romanticismo inglese, ostile al conformismo e al fariseismo della società borghese ottocentesca, scrisse questo polemico pamphlet nel 1821, quando risiedeva in Italia, un anno prima di morire in un naufragio nel mare ligure.
In difesa della poesia è un saggio denso e vibrante, ideato in un periodo di forti contrasti ideologici che animavano il mondo letterario e civile europeo.
In esso Shelley prende decisamente e fieramente le parti della composizione poetica intesa come unico antidoto in grado di opporsi al dominio dell’interesse economico, egoistico e calcolatore, che ottunde con le sue lusinghe la mente e la sensibilità dell’essere umano: “Il corpo è diventato troppo ingombrante per ciò che lo anima”.
Attività per eccellenza nobile e gratuita, la poesia si presta a diventare il mezzo privilegiato capace di alleggerire lo spirito appesantito degli individui e delle collettività, agendo non solo esteticamente attraverso lo stimolo dell’immaginazione, ma anche eticamente con la promozione della solidarietà e del sentire comunitario.
La contrapposizione tra immaginazione e ragione vede Shelley schierarsi apertamente in favore della prima delle due facoltà mentali, che caratterizza l’umanità già dai suoi albori. La ragione è sintetica, stabilisce i rapporti tra i pensieri, individua le differenze; l’immaginazione è analitica, arricchisce i pensieri, coglie le somiglianze tra le cose. È da quest’ultima che la poesia trae linfa per esplorare l’ignoto, avvicinarsi al bello, modulare armonie, creare metafore e associazioni, superando ogni contingenza temporale ed elevandosi alle verità eterne e universali.
“La poesia solleva il velo dalla nascosta bellezza del mondo, facendo sì che le cose familiari appaiano come insolite; essa dà nuova vita a tutto ciò che rappresenta…”
Shelley ripercorre la storia della poesia universale partendo da Omero (i cui eroi spronavano al raggiungimento di un grande ideale etico) per arrivare a Shakespeare, che con il Re Lear toccò la vetta dell’arte drammatica mondiale: ogni vera poesia educa, eleva, ammonisce, commuove e rende migliore chi ne fruisce. Ma nei periodi di decadenza sociale e politica, anche l’arte e la letteratura illanguidiscono, si raffreddano e involgariscono, perché esiste una corrispondenza inevitabile tra gli avvenimenti storici e la loro interpretazione creativa.
La realtà nutre la poesia, ma non la vincola alla sua pura descrizione. Spetta “ai ragionatori e ai meccanicisti”, ai filosofi e agli economisti politici, servirsi della ragione per allontanare “il fastidio dei bisogni dalla nostra natura animale”, assicurare agli uomini un’esistenza più sicura e tranquilla: a loro spetta l’utilità del pensiero e dell’azione. Tuttavia, il loro ruolo è circoscritto e temporaneo, legato a interessi particolari, spesso dipendenti dal potere delle classi dominanti. Scienziati, finanzieri e politici producono “gli effetti inevitabili dello smodato esercizio della facoltà computazionale”.
Ma “quale sarebbe stata la condizione morale del mondo” senza i poeti e gli artisti che con l’immaginazione e la creatività hanno illuminato, esaltato e consolato l’anima universale? Nell’idolatria del calcolo, del denaro, del successo “abbiamo mangiato più di quanto siamo in grado di digerire. L’assenza della facoltà poetica ha fatto sì che il culto di quelle scienze che hanno allargato i confini del dominio dell’uomo sulla realtà esterna, abbia man mano circoscritto quelli del mondo interiore, e l’uomo, pur soggiogando gli elementi, è rimasto schiavo”.
L’esaltato fervore di Percy Bysshe Shelley “in difesa della poesia” lo porta a farne “qualcosa di divino”, “il centro e la circonferenza della conoscenza”, “la radice ed il germoglio di tutti gli altri sistemi di pensiero”.
Essa sola “rende immortale tutto ciò che di più bello e di più buono c’è nel mondo”.

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https://www.sololibri.net/In-difesa-della-poesia-Bysshe Shelley.html          6 settembre 2019