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RECENSIONI

SIMONELLI

MARCO SIMONELLI, L’ESTATE STA FINENDO – LECONTE, ROMA 2011

Marco Simonelli (Firenze 1979), poeta, critico e traduttore, pubblica questo libriccino di originali poesie, dai versi lunghi e dalle cadenze narrative, ma animate da una musicalità discreta e catturante, in cui riesce a intrecciare il suo privato (la scoperta adolescenziale della propria omosessualità: non ostentandola polemicamente, ma sottolineandola con sensibile ironia) alla deludente storia collettiva di un recente passato italiano. Dopo una breve intervista iniziale, in cui rimarca cos’è oggi necessario a chi scrive (“tenersi sempre pronti… ascoltare il ritmo, le pause, i tentennamenti… essere curiosi… essere eretici”), Simonelli da subito esplicita la sua cultura impastata di musica (Soft Cell, Cure e Bauhaus) e di internet (“e questo è confermabile, lo dice wikipedia, è un fatto vero”). La “prova schiacciante” della sua diversità è il ricordo di quando bambino si esibiva ballando “davanti ai grandi”. Ma l’infanzia è anche il condominio abitato da esistenze disagiate, inquiline pazze e casalinghe suicide, o gite al mare turbate dalla cottura crudele dei girini d’anguilla. E ancora l’adolescenza, in cui i primi, intimoriti trasalimenti sessuali appaiono innocentissimi rispetto al corrotto affarismo di un losco socio d’affari del padre, in un’Italia “economicamente destabilizzata”: e gli eccitati incontri con il mondo dei trans (prostituzione ed estrogeni, silicone e spudorate esibizioni di sensualità) sono raccontati con umanissima partecipazione, priva di qualsiasi retorica, in un linguaggio che sa calibrare neologismi e citazioni dotte (Puccini, Artusi, Ovidio come Brandon Lee e Tom Cruise; la pineta toscana frequentata da pederasti e la Senna o Malibu; i Rayban e i ghiaccioli Calippo). Ma soprattutto il tremore del sentimento vero con “la ripetizione meccanica dell’atto”. Allora la parodia di Presso il Bisenzio di Mario Luzi è un’addolorata e sarcastica constatazione di quanto storia, società e poesia si siano trasformati negli ultimi, frustranti, 50 anni.

IBS, 8 luglio 2012

RECENSIONI

SIMONIGH

CHIARA SIMONIGH, LA DANZA DEI MISERI DESTINI, TESTO&IMMAGINE, TORINO 2000

Chi ha amato Decalogo di Krzysztof Kieślowski (oggi scaricabile in tutti i dieci episodi su diverse piattaforme streaming) può leggerne un’esauriente e appassionata esegesi nel volume La danza dei miseri destini di Chiara Simonigh, pubblicato nel 2000 ma ancora facilmente recuperabile nelle librerie online. Il libro si apre con un excursus sulla biografia di Kieślowski, nato a Varsavia nel 1941 e morto nella stessa città nel 1996, in seguito a un intervento al cuore. Orfano di padre dall’adolescenza, la sua vita fu segnata da problemi di salute, familiari, economici e da persecuzioni politiche. Laureato alla Scuola di Cinema di Łódź nel 1969, iniziò la sua carriera girando documentari, per cui si valse della collaborazione dell’avvocato Krzysztof Piesiewicz, divenuto suo prezioso sceneggiatore in quasi tutti i film successivi, caratterizzati dall’assenza di effetti speciali o spettacolari, da dialoghi scarni e da temi concentrati su laceranti dilemmi etici ed esistenziali.

Il cinema “di pensiero” di Kieślowski raggiunse il suo apice espressivo proprio nel Decalogo, serie di 10 mediometraggi prodotti dalla televisione polacca  dal 1988 al 1989: ogni episodio della durata di un’ora circa, indipendente dagli altri, racconta storie di vita quotidiana, ispirate vagamente o in maniera più esplicita a uno dei dieci comandamenti biblici. Chiara Simonigh ne offre un’accurata sinossi, presentando i vari personaggi nell’incalzare degli avvenimenti esteriori che li coinvolgono, conducendoli poi verso scelte definitive e discriminanti. Il luogo in cui le vicende accadono è un anonimo condominio del quartiere Stowski di Varsavia, dall’architettura spoglia e squadrata, a sottolineare la presenza spersonalizzante, livellatrice del regime. I condomini vivono vite parallele ma estranee tra loro: di tanto in tanto alcuni personaggi appaiono fuggevolmente e in modo enigmatico in puntate diverse, come a richiamare un’unicità di destino, o all’opposto uno stridente contrasto. Una sola figura ritorna con insistenza in tutti e dieci film, osservatore misterioso e silenzioso, testimone dell’accaduto o di ciò che accadrà, incarnazione di un giudizio destinato a restare inespresso.

Gli anni in cui il Decalogo fu ideato e girato avevano visto nascere dapprima la dittatura comunista di Jaruzelski nel 1981, in un clima di terrore e abbattimento sociale, quindi la contrapposizione del movimento sindacale di Solidarność, appoggiato dalla Chiesa: come alternativa al totalitarismo e alla paralizzanti paure della sua gente, Kieślowski scelse di dare voce ai conflitti interiori, alla destrutturazione psicologica individuale, alle domande esistenziali delle singole coscienze piuttosto che alle imposizioni del potere e alla ribellione politica collettiva. Preminente era infatti nelle sue inquadrature il senso di desolazione degli ambienti esterni ed interni, che rifletteva sia la rassegnazione e la mancanza di iniziativa popolare, sia un insopprimibile senso di colpa, di sospetto e di vergogna nei rapporti interpersonali.

In tutti gli episodi il richiamo a una spiritualità capace di superare la contingenza materiale del vivere mantiene sempre qualcosa di segreto e indecifrabile, non direttamente collegabile a qualche fede o esperienza religiosa, estraneo a ogni schema dottrinale, lontano da toni moralistici. Il regista polacco in più riprese ebbe a definirsi laico: “Da quarant’anni non vado in chiesa… Bisogna cercare Dio in altre cose cha vadano oltre Dio… Non credo in Dio, ma anche non credendo, ho comunque un rapporto con Lui”. Il dio privato di Kieślowski non fa riferimento a nessuna Chiesa (non è presente alcun rappresentante del clero in tutto il ciclo), ma il sentimento del divino è innegabilmente pervasivo e perturbante in tutta l’opera, simbolicamente rappresentato da segnali provenienti da un aldilà, da un altrove non razionalizzabile: oggetti, animali, suoni, ricorrenze visive, presagi imperscrutabili, indizi sibillini privi di nessi logici che mirano a sconcertare chi guarda, ponendogli domande ineludibili.

Chiara Simonigh lo conferma: “Lo spettatore è continuamente posto dinanzi all’inesplicabile, alla contraddizione, al paradosso, senza che questo scalfisca in nulla la trasparenza, a tratti così limpida da risultare intollerabile, del realismo dei dieci film”.

L’autrice indaga trasversalmente forme e contenuti delle diverse puntate utilizzando alcune questioni fondamentali presenti in varia misura in ciascuna di esse: il senso metafisico di un’alterità che pur rimanendo inconoscibile continua a interrogare le coscienze, la contrapposizione tra caso e destino, la colpa e il castigo osservati dall’implacabile lente della giustizia, il corpo nella sua gloria e nella sua miseria, il paradosso impietoso del grottesco nella tragedia. Tanti i casi umani raccontati: il rapporto genitoriale, la morte ingiustificabile di un bambino, il tradimento nella coppia, l’avidità, l’omicidio, la malattia, l’eroismo e la viltà, la sensualità, il perdono, la tentazione. La relazione con i dieci comandamenti dell’Antico Testamento non è dichiaratamente espressa, ma rimanda allusivamente all’insieme di norme che per millenni hanno indirizzato la condotta morale dell’intera civiltà occidentale, comunemente accettate e continuamente trasgredite.

Oltre all’importante esegesi offerta nel libro di Chiara Simonigh, un più recente e-book di due psicanalisti friulani (A mani vuote, di Sandra Puiatti e Moreno Manghi) suggerisce un’analisi critica acutamente provocatoria del Decalogo, a indicare quanto questi film di iKrzysztof KieślowskI ancora oggi possano offrire al pubblico spunti di riflessione, com’è nella natura di ogni capolavoro.

© Riproduzione riservata                «Gli Stati Generali», 8 luglio 2021

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

SINI

CARLO SINI, IL GIOCO DEL SILENZIO – MIMESIS, MILANO 2013

L’editore Mimesis ripropone (in una collana tutta dedicata al silenzio) questo breve e prezioso saggio del Professor Carlo Sini, già pubblicato da Mondadori nel 2006. Una lunga meditazione, ma resa in termini quasi colloquiali, e senz’altro ispirati, sulla natura del silenzio, che è «l’intorno e l’intervallo…è prima di ogni cosa, però è anche tra le cose: le separa…un impercettibile intervallo al mutare di ogni stato di cose». Silenzio che può maturare nell’assenza e nel vuoto, o come opposizione, contrasto, sottolineatura della parola. Quindi la riflessione filosofica deve partire proprio da qui, dalla nostra capacità/possibilità di espressione, dal linguaggio: «La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire». E quanti sono i silenzi che ci circondano: il silenzio dell’ignorante e dell’ignorato, il silenzio dell’animale, dell’infante, della nuvola, che «sono quello che sono e sanno fare quello che fanno senza bisogno di parlarne». Il silenzio di Dio, che non preoccupa né l’ateo né il credente convinto, ma turba chi si interroga sul suo «imponente, onnipresente, esorbitante riserbo», forse giustificabile solo come salvaguardia della nostra libertà.
Quel silenzio che rende «irriducibile ogni domanda, inconsistente ogni risposta, imprevedibile il futuro, irrevocabile il passato, col suo bene e col suo male, decisiva, emozionante e inquietante la croce del presente…».

La scrittura del filosofo diventa in queste righe intensa e profetica, quasi a farsi «coscienza desta della vita…giusta eco del silenzio del mondo…aspirazione silenziosa che vive nell’esperienza di tutti», perché «la virtù prima del filosofo non è la parola, bensì l’ascolto, non è la ragione espressa, ma la domanda silenziosa». Che il linguaggio salvi, esprima la sua carità. Altrimenti, come scriveva Wittgenstein, meglio che taccia.

 

«Accademia del silenzio», 16 dicembre 2013

RECENSIONI

SINISGALLI

LEONARDO SINISGALLI, TUTTE LE POESIE – MONDADORI, MILANO 2020

 

A sedici anni, nell’antologia scolastica di poesia contemporanea di G.Rispoli-A.Quondam, sulle cui pagine ho incontrato per la prima volta il nome di mio marito Siro Angeli, ho letto con emozione anche i versi di Leonardo Sinisgalli. Questi, in particolare: “I fanciulli battono le monete rosse / contro i muri. (Cadono distanti / per terra con dolce rumore). Gridano / a squarciagola in un fuoco di guerra. / Si scambiano motti superbi / e dolcissime ingiurie. La sera / incendia le fronti, infuria i capelli. / Sulle selci calda è come sangue: / il piazzale torna calmo. / Una moneta battuta si posa / vicino all’altra alla misura di un palmo. / Il fanciullo preme sulla terra / la sua mano vittoriosa”.

La forte impressione di quella “mano vitttoriosa”, così stagliata visivamente come in un’inquadratura cinematografica, mi ha colpito ancora, a distanza di cinquant’anni, sfogliando il corposo volume che meritoriamente Mondadori ha dedicato al poeta lucano.

Intellettuale sui generis, Sinisgalli si configurò già nel dopoguerra come originale protagonista della storia letteraria del nostro Novecento. Nato a Montemurro (Potenza) nel 1908 da una famiglia contadina “al limite dell’indigenza”, morto a Roma nel 1981, era laureato in ingegneria; oltre che poeta fu narratore, saggista, critico d’arte, traduttore, art director, autore di documentari e programmi radiofonici, disegnatore, acquerellista. Fondò importanti house organ e fu responsabile della pubblicità per molti gruppi industriali (Olivetti, Alfa Romeo, Pirelli, Finmeccanica, Eni, Alitalia), cui seppe fornire ricchi spunti creativi, nella convinzione che la cultura italiana necessitasse di contaminarsi con diversi ambiti produttivi, più moderni e complessi.  Scriveva infatti: Io aspetto il gran giorno in cui il Regno dell’Utile sarà rinverdito dalla cultura, dalle metafore, dall’intelligenza”.

Anche la poesia, avrebbe quindi dovuto rinunciare alla sua aureola di decantata purezza, se in un articolo del 1945 così aggiungeva “Siamo tutti convinti (ad eccezione di Benedetto Croce) che la poesia non può essere un metallo puro. Non lo sono neppure le monete più pregiate, i carlini, i napoleoni, i talleri. Certo bisogna regolare la dose di queste impurità: storia, scienza, biografia, psicologia, nomenclatura, ecc. Un meticciato è redditizio per fortificare le nascite, così come un’aliquota di carbone è necessaria al ferro per renderlo più robusto”.

Sinisgalli proclamava palesemente il suo interesse per tutte le ramificazioni della scienza; dalla questione ecologica di cui avvertì precocemente la rilevanza (numerose le sue composizioni dedicate agli animali e all’ambiente, minacciato dall’inquinamento: “la natura si vendica / delle abiure cervellotiche”), alle rivoluzionarie intuizioni della fisica quantistica. In una composizione intitolata Varenna si confessava affascinato dall’imprevedibile e misteriosa possibilità di mutazione, di devianza e di flessibilità del reale: “Quella domenica di Pentecoste / Heisenberg in cattedra / spiegava il Principio di indeterminazione / a una platea di eletti. / In un angolo Fermi e Dirac / si guardarono un attimo sbigottiti, / poi si scambiarono brevi formule / scritte sui palmi delle mani”. E in Visioni celebrava il superamento del dato reale, in favore del non prevedibile, dell’indefinito: “Le cose che vedo / non ci sono. / Ci sono state, / ci potranno essere”. Addirittura, in una lettera a Gianfranco Contini del 1941, si spinse a ipotizzare “un tipo di poetica condensata nella formula a + bj, il numero complesso che compendia entità reali (a e b) e un operatore immaginario (j) che altera nel profondo la realtà attraverso il linguaggio”. Geometria, algebra, chimica entravano nei suoi versi non tanto come contenuto ma nel senso di un rigore compositivo in grado di applicare l’astrazione concettuale al dato descrittivo.

Nel suo libro di saggi più noto, Furor mathematicus (1950), ispirato all’interazione tra differenti campi disciplinari, associava all’idea di ordine, razionalità e regolarità (proprie della matematica), l’entusiasmo dell’atto creativo, affrontando in maniera eclettica le materie e i soggetti più vari. Primo critico di se stesso, sia nei libri di poesia sia negli articoli giornalistici e nei frammenti sparsi, Sinisgalli esibiva costantemente dichiarazioni di poetica, sentendo l’esigenza di riflettere sulla propria produzione e più in generale sul ruolo di chi scrive in versi. Non gli era congeniale la vocazione all’impegno, al dogma, all’enfasi, alla ricerca di una verità ideologica. Anteponeva al realismo l’invenzione libera, l’associazione spontanea di memorie, immagini, sentimenti, seguendo il proposito di “cancellare i connotati del vero”. Rifuggiva dagli astrusi sperimentalismi linguistici, dalle forme chiuse ormai ritenute obsolete, da ogni provocazione polemica, dagli eccessi esornativi: sempre fedele a una volontà di chiarezza e semplicità comunicativa, amava combinare nelle sue raccolte versi e prosa, canto e parlato.

I riferimenti biografici rimangono essenziali dalla prima produzione, declinata in tonalità elegiache e musicali, all’ultima, più narrativamente distesa.

I suoi luoghi lo seguirono sempre: l’amata Lucania (“Terra di mamme grasse, di padri scuri / e lustri come scheletri, / piena di galli / e di cani, di boschi e di calcare, terra / magra dove il grano cresce a stento”, “Qui dovevo vivere, / verrò a morire tra i ruscelli / le vigne le pietre”), poi Roma (“Sprango la mia finestra / all’afrore delle carni fresche, / allo sciame delle rondini tiburtine. // Ruderi dell’Appia aguzzi ispidi grevi”), Milano (“In quel fosso è nato / il grattacielo di Milano, / un piccolo segno di vittoria / per noi apostoli di cànoni nuovi / del nuovo vangelo”), la Sardegna dove fu richiamato col grado di ufficiale durante la guerra.

Nello stesso modo, anche le persone campeggiano vivide nei suoi ritratti, volti amati di familiari e amici.

La madre: “Mia madre aveva un modo strano / di carezzarmi la faccia, mi premeva / il palmo contro il muso, quasi mi / schiacciava le labbra, mi tirava indietro / di colpo per baciarmi sulla nuca”, “Caldo com’ero nel tuo alvo / Mi attacco alle tue reni / Madre mia. Io sono / Il tuo frutto e a te ritorno / Ogni notte e nell’ora della morte”, “Nessuno più mi consola, madre mia. / Il tuo grido non arriva fino a me / neppure in sogno”.

Il padre: ”L’uomo che torna solo / A tarda sera dalla vigna / Scuote le rape nella vasca / Sbuca dal viottolo con la paglia / Macchiata di verderame. //… È un uomo, un piccolo uomo / Ch’io guardo di lontano. / È un punto vivo all’orizzonte”, “Padre mio che sei / sulla loggia dopo cena / e sonnecchi. Ti scuoti / al rumore dell’acqua / che dal barile è calata nei secchi”, “Mio padre parlava di quel ciliegio / Piantato il giorno delle nozze, mi diceva, / Quest’anno non ha avuto fioritura, / E sognava di farne il letto nuziale a me primogenito”.

La sorella morta bambina, “Io ricordo, sorella, il tuo pigolìo / quando ti chiudevi a piangere sulla loggia / perché volevi andare sul tetto a stare. / Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra. / Ti misero nella cassa gli oggetti più cari, / perfino una monetina d’oro nella mano / da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata / all’altra riva”.

La malattia e la morte della moglie Giorgia de Cousandier: “Lasciami contare i tuoi capelli / da mattina a sera, / e a mezzanotte rifare i calcoli”, “Davanti a te sto seduto per ore. / Non mi dici niente”, “Rimane male / quando entra in camera / all’improvviso e trova / che sto guardando / fisso, fuori”, “Ti devo abbracciare / con cautela / per non spezzarti”, “Ti nascondi / nella bottiglia d’inchiostro, / ho paura di trafiggerti / con la punta del pennino”, “Quello che tu / avevi messo dritto / è tornato alla rovescia”.

L’antologia che Mondadori ha dedicato a Leonardo Sinisgalli è presentata nell’empatica introduzione del suo attento curatore, Franco Vitelli, come “un vero e proprio ‘atlante’ della sua produzione in versi. Comprende infatti tutte le poesie da lui pubblicate in vita sia in raccolte sia in plaquette, a partire dalla ‘preistorica’ Cuore, che si ristampa per la prima volta dal 1927”.

Ricchissime le note finali, la biografia e la bibliografia critica, puntuale ed esaustiva l’introduzione: un volume, dunque, che viene giustamente a ricordare un poeta e intellettuale che ha saputo mantenere, in cinquant’anni di attività, un profilo discreto e insieme rigorosamente definito (“Io cerco da anni questa sintesi. // Cerco di salvare la grazia / negli esercizi di calcolo”), anti-eloquente nella sua naturale chiarità di stile: “Io devo veder crescere la frase / come cresce l’unghia ai vitelli, / come cresce la barba sulla guancia dei ragazzi”.

 

© Riproduzione riservata           «Gli Stati Generali», 8 maggio 2020

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

SITI

WALTER SITI, IL REALISMO E’ L’IMPOSSIBILE – NOTTETEMPO, ROMA 2013

Nella nota finale a questo smilzo e coltissimo saggio, Walter Siti gioca al ribasso: “Nel presente libretto la precisione filologica non è garantita, le citazioni sono a orecchio e spesso di seconda mano; volevo che conservasse il carattere di una confessione di laboratorio, se avessi lasciato entrare il demone dell’accademia certo questo mi avrebbe dissuaso dall’affrontare un argomento così impegnativo”. Ci vuole infatti coraggio e una certa dose di improntitudine per prendere di petto la questione dibattutissima del realismo in letteratura con la verve, l’ironia e la consapevole, istrionesca nonchalance di cui Siti si serve per calcare le orme di un gigante come Auerbach, spaziando attraverso la letteratura mondiale di tutte le epoche (da Plinio il Vecchio a Dante a Shakespeare, fino a Philip Roth e a Easton Ellis; da Balzac e Zola a Sartre e Genette; da Dostoevskij e Proust al “minimalismo fabulatore” dei nostri Ugo Cornia e Paolo Nori); attraverso le citazioni cinematografiche di Visconti, Ken Russell e Jodorowsky, e la pittura di Lotto, Velázquez, Courbet, Picasso e Warhol: per concludere con esempi concreti tratti con “una bieca ammissione di poetica” dai suoi stesso romanzi.

Cosa si propone lo scrittore realista “nell’impresa scriteriata e arrogante di ricreare la vita coi segni”? Secondo l’interpretazione provocatoria ma un po’ vaga dell’autore, non “un rispecchiamento piatto e subalterno, ma uno svelamento impossibile”, “realismo come trasgressione e rottura di codici…attitudine a sconvolgere gli stereotipi culturali…anti-abitudine”: specchio sì, ma “concavo che concentri in una fiamma i raggi sparsi della realtà”. Il saggio di Siti termina con questa intensa e poetica affermazione: “Se dovessi trovare, per il realismo come lo intendo, un verbo riassuntivo, indicherei il verbo ‘sporgersi’ “. Sporgersi, quindi, affacciarsi: fuori, al di là, oltre.

IBS, 21 marzo 2013

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SMITH

ZADIE SMITH, L’AMBASCIATA DI CAMBOGIA – MONDADORI, MILANO 2015

Mondadori, che nel 2001 aveva pubblicato Denti bianchi della giovanissima Zadie Smith (nata a Londra nel 1975 da padre inglese e madre giamaicana), romanzo divenuto subito un best-seller internazionale, propone oggi una novella della stessa autrice, certamente non allo stesso livello della sua opera d’esordio. Si tratta di un racconto scandito in 21 capitoletti, quanti sono i punti di una partita a badminton, perché proprio sui colpi cadenzati (poc, smash; poc, smash…) di questo gioco si modula la narrazione. Protagonista è la giovane ivoriana Fatou, arrivata a Londra dopo aver attraversato Africa e Italia in cerca di un futuro decente, e dopo aver subito una violenza sessuale in Ghana da parte di un turista russo, insieme a molte altre umiliazioni nei più disparati posti di lavoro. A Londra presta servizio presso una ricca famiglia araba, occupandosi delle pulizie e dei tre figli spocchiosi e aggressivi. Non riceve nessuno stipendio, e le viene nascosto il passaporto perché non possa scappare. Suo unico diversivo è recarsi a nuotare nella piscina di un centro benessere con i biglietti omaggio dei suoi datori di lavoro. Per farlo, ogni lunedì passa davanti all’ambasciata di Cambogia, un villino circondato da un alto muro di mattoni rossi, dall’interno del quale sente sempre arrivare i colpi di volano del badminton. Fatou ha un unico amico, uno studente nigeriano che la istruisce sommariamente con elementari lezioni di storia, raccontandole qualcosa della dittatura cambogiana e dei Khmer Rossi, abbozzando pensieri di una banalità quasi sconcertante: «C’è sempre qualcuno che vuol essere l’Uomo Forte, e arraffare tutto, e dire a tutti come pensare e cosa fare. Quando in realtà è lui quello debole. Ma se un Uomo Forte vede che tu vedi la sua debolezza, non gli resta che distruggerti. Questa è la vera tragedia».

La vicenda, tutto sommato piuttosto inconsistente e senza alcun approfondimento di tipo sociologico, si conclude con l’immotivato licenziamento di Fatou, salvata alla fine dall’ amico nigeriano che le presta generosamente il suo solidale soccorso economico ed esistenziale.

 

«Leggendaria» n.111, maggio 2015

RECENSIONI

SMITH

PATTI SMITH, A BOOK OF DAYS – BOMPIANI, FIRENZE-MILANO 2023

Come preludio e introduzione ai prossimi tour in Italia di Patti Smith (sarà a Parma e a Gorizia il 4 e 5 ottobre, quindi tra novembre e dicembre in una serie di concerti acustici in teatri e luoghi sacri) l’editore Bompiani pubblica A Book of Days, un prezioso volume che raccoglie riflessioni, brani di diario, appunti e 366 fotografie scattate dall’autrice, a testimonianza del suo credo estetico e di una vita totalmente dedicata all’arte. Cantautrice, performer, visual artist, scrittrice, poeta, Patricia Lee Smith (Chicago30 dicembre 1946) è stata una protagonista atipica e rivoluzionaria del rock, del proto-punk e della New Wave degli anni settanta: il suo eccezionale carisma interpretativo e la potenza dei suoi testi le hanno fatto guadagnare il soprannome di ”sacerdotessa del rock”. La rivista Rolling Stone la inserisce al quarantasettesimo posto nella classifica dei cento migliori artisti e all’ottantatreesimo nella lista dei più grandi cantanti. Prima di quattro figli di un macchinista e di una cameriera-cantante jazz, entrò giovanissima a contatto con la musica. Trasferitasi a  Manhattan nel 1976, iniziò una tormentata ed intensa relazione con il fotografo Robert Mapplethorpe, i cui ritratti furono spesso utilizzati come copertine per i suoi album. Il primo grande successo fu  Horses, a cui seguì un’altra decina di album, e quindi un lungo periodo di ritiro dalle scene per motivi familiari e per una lunga depressione seguita ai gravi lutti patiti. Le sue canzoni si nutrono dei drammi del mondo contemporaneo, e il suo attivismo politico l’ha vista a fianco delle più importanti manifestazioni internazionali contro la guerra e per i diritti civili. Nel 2010 ha dato alle stampe il libro autobiografico Just Kids, vincitore del National Book Award.

Tutti questi complessi e intensi avvenimenti esistenziali hanno lasciato traccia nel volume edito da Bompiani, che nel risvolto di copertina viene definito “un viaggio caleidoscopico nella mente visionaria di un’artista suggestiva e inconfondibile, una lettura senza tempo per tempi molto incerti, una mappa ispiratrice della sua vita come della nostra”.

Patti Smith nella primavera del 2018 ha iniziato a pubblicare su Instagram le sue fotografie, sia quelle più antiche, scattate con la vecchia Polaroid Land 250, sia le recentissime, catturate in giro per il mondo con lo smartphone. In A Book of Days si susseguono, intercalando così atmosfere struggenti e nostalgiche con testimonianze appassionate di storie private e collettive, talvolta dolorose e drammatiche, oppure ironiche, spiazzanti, polemiche. Ogni foto è accompagnata da una breve didascalia scritta dall’artista su un taccuino o direttamente sull’i-phone. L’assemblaggio, intensamente meditato dal punto di vista dell’accostamento estetico delle immagini, è stato compiuto nei giorni di imposto isolamento della pandemia, e pensato come omaggio non solo alle persone che vi sono ritratte (a quelle vicine e viventi, a quelle perdute e rimpiante, a donne e uomini famosi che hanno fatto la storia e vengono immortalati nelle loro tombe, nei monumenti, negli autografi), ma anche alla bellezza dei giorni che a ciascuno è dato di vivere\. Camus e Murakami, Joan Baez e Bob Dylan, Giovanna d’Arco e San Francesco, Kurosawa e Werner Herzog, Borges e William Burroughs, Yoko Ono e Kurt Cobain… E poi la tazza del caffè mattutino, gli stivali consumati, la chitarra del marito, il gatto amato, i regali di Robert Mapplethorpe, la madre e le sorelle, i figli nelle diverse età, piazze e stazioni, spiagge e montagne. Regali, insomma, a chi volesse entrare nel mondo di Patti, provando a guardaridimensionando rlo attraverso i suoi occhi. “Trecentosessantasei modi di dire ciao”, come ha tenuto a scrivere nella prefazione, un po’ minimizzando, un po’ sottolineando la bellezza contagiosa dell’antologia.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 29 settembre 2023

 

RECENSIONI

SNEGIRËV

ALEKSANDR SNEGIRËV, LA STRADA FANTASMA – GATTOMERLINO, ROMA 2022

Del romanzo La strada fantasma di Aleksandr Snegirëv, il traduttore Raffaele Marchi mette in luce nella postfazione “la struttura svagata, la prosa asciutta, quasi schiva, sicuramente restia alla descrizione ma non assente da lirismo, l’ironia solforica, l’individualismo nervoso”. Si tratta infatti di uno stile particolare, quello utilizzato dall’autore, per narrare vicende altrettanto particolari, divaganti tra storia, cronaca, fantasia, sperimentazione. Pubblicato in Russia nel 2019, è la prima opera di Snegirëv uscita in Italia, per le edizioni romane Gattomerlino. Alexandr Snegirëv (pseudonimo di Alexei Vladimirovich Kondrashov) è nato nel 1980 a Mosca. Autore di testi narrativi tradotti in molte lingue, si occupa di belle arti e insegna letteratura nella sua città natale. Nel 2015, ha vinto il Russian Booker Prize per il romanzo Vera.

In questo testo (una cinquantina di capitoli brevi, suddivisi in stringati paragrafi che parcellizzano il racconto utilizzando frasi minime e costanti a-capo) il protagonista si esprime in prima persona, soggettivamente, per poi esternarsi in uno sguardo astratto, narrando di una realtà che da vissuta interiormente si fa collettivamente oggettiva. Aprendosi in uno spazio assolutamente domestico, l’io narrante si svela come scrittore di successo, inquieto e bulimico di rapporti interpersonali, analizzati e descritti con ironia e autoironia, ma anche con lo stupefatto, continuo interrogarsi sulle motivazioni dell’agire umano nella quotidianità e negli eventi storici. Vive con una compagna sensuale e svampita, che tratta con buona dose di maschilismo già nell’attribuzione del nomignolo sprezzantemente misogino: “I nostri orari sono regimentati dalla sfasatura: io dormo – Micetta fuma, io mi sveglio – Micetta dorme. Un piccolo zig-zag nel reciproco timing mantiene saldo il rapporto… Annuso Micetta come un cane annusa un tesoro edibile. La afferro come un cuoco afferra l’impasto. La accarezzo, la sculaccio e la rivolto. E come lei risorge dal sogno, io, al contrario, cado addormentato”. Con loro, un cane razzista che abbaia agli islamici, due artigiani chiamati a riparare i perduranti guasti dell’abitazione, un vicino erotomane appassionato di storia, una vicina platinata diva di Instagram, che “riesce a gustare la dolcezza dell’interattività e al contempo guadagnare”, avendo come motto “Vivi come se dovessi postare”. Il diario quotidiano del protagonista elenca non solo varie comparse e le loro attività, ma anche i vorticosi pensieri di chi scrive, le sue fantasie e allucinazioni, cambiando continuamente punto di vista e materia di osservazione, con un pungente senso dello humor che aborre sia il patetico sia gli stereotipi.

Erede dello sguardo ferocemente caustico dei suoi connazionali Gogol’ e Bulgakov, Snegirëv tratta la storia passata e quella recente con lo stesso disincanto: se la strada in cui abita è stata percorsa dall’armata di Napoleone in ritirata, la cronaca politica attuale pone sugli altari Kim Jong-un e i vari Congressi del Partito Cinese. Il conflitto con l’Ucraina (al momento della composizione del romanzo limitato al Donbass), viene raccontato attraverso una lettura sarcastica degli imbonimenti propagandistici dei due paesi nemici: “Tutto ha avuto inizio nella prima fase operativa della guerra ucraina. Allora la gente teneva lo sguardo fisso sulle vicende e si strappava i capelli per una parte o per l’altra. C’erano dei profughi: alcuni andavano a ovest, verso Kiev, altri a est, in Russia”.

È comunque il presente a imporsi, ma un presente immaginoso, inventato e inventivo, paradossale negli accadimenti che si incalzano, cancellandosi e ricreandosi in continuazione, perché “La realtà si è sdoppiata”, e lo scrittore spavaldamente può annunciare: “È il mio libro e faccio quello che mi va”. Se il narrato si rivela falso, ebbene diventa vero dopo essere stato scritto: omicidi per gelosia, squartamento di cuori, tentativi di liquefare un cadavere nell’acido, resurrezioni improvvise, l’adozione di un’orfanella pestifera, lo smaltimento dei rifiuti, una Mosca post-moderna e cibernetica, nel vertiginoso accavallarsi di eventi inverosimili. L’autore-demiurgo vanta in continuazione la propria autonomia di ideare e depennare personaggi e situazioni, nella necessità di rendere sulla pagina il caleidoscopico trasformarsi della società e degli individui: “Merda, io sono uno scrittore, merda, e ho bisogno di un’idea”.

Quello che risalta nel magma incontrollato del racconto, è l’idea liberatoria della letteratura e dell’arte come emancipazione dalla verità, diritto all’immaginazione, indipendenza assoluta della creatività.

Nel flusso continuo di associazioni e immagini proposto da Snegirëv, domina l’introspezione maniacale, venata da incertezza e insoddisfazione (“La cosa più dura è abituarsi a sé stessi”), soprattutto per ciò che riguarda il proprio ruolo di intellettuale e di narratore. “A dirla tutta, volevo scrivere qualcosa di importante. Qualcosa di originale e di saggio. Ma l’ho dimenticato. Ho dimenticato quel che volevo scrivere. Riempio queste pagine con una grafia a volte piana, a volte convulsa, ironizzo sul passato, lo metto persino in dubbio, e oltre a ciò penso al futuro. Penso a come accoglierà il mio lavoro il redattore, come lo valuteranno i critici. Mi rinfacceranno il disprezzo di una struttura consueta, mi daranno la colpa d’aver rovesciato sui lettori un gran mucchio di avanzi del mio pensiero sbrindellato. Ho raccolto un po’ di tutto in bocconi diseguali, poi l’ho buttato giù in tocchi alla maniera di un’insalata”.

Un romanzo spiazzante, La strada fantasma, con tratti di comicità pura e altri di scandalosa provocazione, che il giovane slavista Raffaele Marchi ha tradotto in una prosa limpida, sciolta e accattivante.

 

© Riproduzione riservata                  «Gli Stati Generali», 13 agosto 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

SOCCI

LUIGI SOCCI, PREVENZIONI DEL TEMPO ‒ VALIGIE ROSSE, VECCHIANO (PI), 2017

Del poeta marchigiano Luigi Socci (Ancona 1966) è stato pubblicato finora un solo libro (Il rovescio del dolore, Italic Pequod 2013), ma molto della sua produzione è presente in varie antologie, in plaquette, su riviste e in rete: inoltre di lui sono note l’attività di organizzatore di eventi artistici e manifestazioni poetiche, e le frequenti e applaudite esibizioni in performance e letture pubbliche, o in festival di poesia in giro per l’Italia. Prevenzioni del tempo, uscito quest’anno per i tipi di Valigie Rosse e vincitore del Premio Ciampi 2017, offre un’anticipazione del volume cui Socci sta lavorando. L’acuta postfazione, affidata a Paolo Maccari (che anche in queste poche pagine si conferma essere uno dei più notevoli critici letterari del panorama letterario italiano) mette in luce le caratteristiche fondamentali di questi testi: l’ironia “molesta”, l’understatement, la malinconia “sorniona”, la leggerezza parodica, l’inventività fonica, l’originalità destrutturante della sintassi.

Nessuno sperimentalismo linguistico fine a se stesso (forse, qualche eco di un divertito Palazzeschi, di un epigrammatico Caproni, di un istrionesco Scialoja), ma sempre un esplicito intento comunicativo, che ambisce a un richiamo etico mai didascalico, e nemmeno pedantesco: semmai oscillante tra una rassegnata accettazione del reale e un utopistico inseguimento dell’ideale. L’osservazione di ciò che ci circonda, lo sguardo attento e disincantato sugli oggetti più banali della nostra quotidianità (sedie, maniglie, parcheggi, acqua dei rubinetti, armadi, tagliacarte…) rivelano al poeta ciò che è «Assurdo e ovvio / allo stesso tempo», davanti a cui si può esprimere solo meraviglia, stupore quasi fanciullesco, e divertita incredulità: «Il trucco sta nel farsi / colpire a effetto / sorpresa trasecolare per tutto / restare a bocca aperta con le mosche / che ci volano dentro esterrefatti / per la scoperta dell’acqua calda».

Le cose, le persone, il linguaggio stesso che usiamo rivelano una misteriosa e quasi buffa inconsistenza, che ci lascia attoniti e immobili a chiederci ragione e fini del loro esistere. Se il poeta cammina «contromano per le strade / come su un nastro trasportatore / cammina un camminatore / dalla parte sbagliata del marciapiedi», lo fa in quanto avverte la falsità dei rapporti, la stupidità dei luoghi comuni, l’inessenzialità della parola quando diventa abusata, superflua. L’elenco dei modi di dire, svuotati di significato, ridicolmente sfruttati, è impietoso («non c’è più religione», «non ci sono più le morte / stagioni di una volta»), quanto la satira dei Poetry Slam e della poesia visiva: «adesso vi faccio vedere una cosa // … adesso vi faccio veder un video / adesso vi faccio vedere i filmini / del viaggio di nozze scherzavo / adesso vi faccio vedere un audio // … adesso vi faccio vedere tutto / adesso vi faccio vedere ecco»; «‒ Mi giro i pollici / perché abbastanza corti / facile no? / Provo a girarmi gli indici / per scoprire che non si può. // … ‒ Sto aspettando che venga un verso / come una bocca che aspetta un morso».

I tre disegni di Riccardo Sevieri che corredano il volume richiamano nella loro schematica essenzialità sia l’infantile sbigottimento dei versi di Socci, sia il loro beffardo interrogativo sulla precarietà di ciò che si spaccia per vero e reale: «Questa cosa che manca / che si inventa di sana pianta / non hai vinto ritenta / di riconoscerla da un’impronta». Le poche, labili tracce che lasciamo dietro di noi sono illusorie e in qualche modo risibili. Luigi Socci, clemente e insieme severo censore dell’attualità, lo ricorda sornione a tutti: «Che cos’hai da non dire?»

 

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www.sololibri.net/Prevenzioni-del-tempo-Socci.html        22 dicembre 2017

RECENSIONI

SŌDERGRAN

EDITH SŌDERGRAN, NOTTURNO E ALTRE POESIE – MAURO PAGLIAI, FIRENZE 2009

Alla poeta finno-svedese Edith Södergran (San Pietroburgo, 1892Raivola, 1923) l’editore Mauro Pagliai ha dedicato nel 2009 l’antologia Notturno ed altre poesie, con testo a fronte e cura di Bruno Argenziano. Considerata la fondatrice del modernismo finlandese, Södergran ha influenzato la lirica nord-europea fra le due guerre mondiali attraverso la sua delicata ma intensa voce poetica, che raccoglieva le eredità del Simbolismo francese, dall’Espressionismo tedesco e dal Futurismo russo, filtrandole con “raffinata sensibilità e prorompente vitalità”. Esordì nel 1916 con la raccolta Poesie, alla quale seguirono altri quattro volumi di versi, in cui sempre si evidenziava un’acuta percezione visiva e affettiva della natura.

“Di tutto il nostro assolato mondo / desidero soltanto una panchina da giardino / dove un gatto prende il sole…”; “Gli amari garofani allignano lungo la via / dove impenetrabile si fa la penombra dell’abete”; “Me ne sto sola fra gli alberi del lago, vivo in amicizia coi vecchi abeti della riva / e in segreta concordia con tutti i giovani sorbi”.

Nata a San Pietroburgo, Edith visse con la famiglia tra la capitale russa e Raivola (oggi Roshchino), piccolo centro a pochi chilometri dal mare e dal confine con la Finlandia, scelto come meta estiva dalle famiglie borghesi della zona. Educata in prestigiosi collegi, si esprimeva perfettamente in russo, in tedesco, e ovviamente nella lingua materna, lo svedese parlato in Finlandia. Leggeva testi sia nelle lingue classiche, sia in francese, inglese, italiano. Dai temi di ispirazione elegiaca delle prime raccolte, l’interesse della giovane poeta si orientò verso interessi politici e filosofici, frutto di approfondite letture, soprattutto da Freud e Nietzsche, con una precoce e risentita attenzione nei riguardi del ruolo subalterno delle donne nella società. Quindicenne si ammalò di tubercolosi, la stessa malattia che aveva portato alla morte suo padre, e che la costrinse a lunghi periodi di cura in sanatori svizzeri, uccidendola a soli trentun anni. Il presentimento della morte velava i suoi versi di malinconia e pessimismo, insieme al nostalgico desiderio di un amore e di un futuro che sapeva irrealizzabili:

“Il futuro getta su di me la sua ombra beata; / non è altro che fluente sole: / trafitta di luce morirò, una volta calpestato tutto il fortuito, / con un sorriso volgerò le spalle alla vita”; “Tra breve vorrò stendermi sul mio giaciglio, / i folletti mi copriranno di bianchi veli / e rosse rose spargeranno sulla mia bara. / Muoio – perché son troppo felice”; “Amavo una volta un uomo, non credeva in nulla… / Venne un freddo giorno e gli occhi eran vuoti, / se ne andò un plumbeo giorno e c’era oblio sulla fronte”.

Recentemente, non solo nel mondo scandinavo ma anche in Italia, le poesie di Edith sono state lette, recensite e citate con grande interesse dalla critica femminista, che ha trovato nella poeta finno-svedese un’intelligente anticipatrice delle tematiche più cogenti della lotta di liberazione della donna. L’orgoglio della propria femminilità la rendeva erede delle grandi figure del mito, e contemporaneamente proiettata in un mondo di gioiosa indipendenza fisica e intellettuale:

“A piedi / mi toccò attraversare il sistema solare, / prima di trovare il primo filo del mio abito rosso. / Ho già il presagio di me stessa. / In qualche posto nello spazio è appeso il mio cuore, / faville si sprigionano da esso, e l’aria si scuote, / verso altri smisurati cuori”.

 

 

© Riproduzione riservata            «SoloLibri», 6 luglio 2024