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RECENSIONI

BILIA

MARIKA BILIA, SIRO ANGELI. PROFILO DI UN POETA – ETS, PISA 2017

Finalmente un libro che, con grande competenza, rende il dovuto merito alla figura intellettuale e poetica di Siro Angeli. È opera di Marika Bilia, una giovane studiosa dell’Università di Pisa, laureatasi nel 2016 proprio discutendo una tesi sull’opera dell’autore carnico. Di lui ricostruisce non solo le vicende biografiche che hanno ovviamente lasciato una forte impronta sulla sua produzione in versi, ma anche dipendenze ed eredità letterarie. A partire dalle raccolte giovanili degli anni ’38-’40, che risentivano di influenze ungarettiane, per passare al volume mondadoriano L’ultima libertà del 1962 “legato a una tematica stilnovistica” (vero e proprio canzoniere d’amore per la prima moglie morta precocemente), e al più impegnativo e civilmente impegnato Grillo della Suburra nelle due edizioni del ’75 e del ’90, fino ai conclusivi Matia mou e Da brace a cenere. Accanto a questa produzione in lingua, Marika Bilia prende in esame la poesia in friulano, che riattivò in Angeli il legame profondo con la terra d’origine, rinsaldato anche dalla sceneggiatura e dall’interpretazione come attore principale nel film di Vittorio Cottafavi Maria Zef, del 1980. Un capitolo fondamentale dell’opera è dedicato all’esplorazione della poetica angeliana, da sempre tesa non solo a una vitale comunicazione di esperienze con il lettore, ma anche a un insegnamento etico, esplorativo di una realtà trascurata, misteriosa, superiore, accessibile solo attraverso un vigile affinamento della sensibilità. Le ultime pagine di questo puntuale commento alla poesia di Siro Angeli offre un nuovo e originale approccio ai suoi testi, confrontati e messi in discussione in un gioco di specchi esistenziale e stilistico con quelli dell’amico di una vita Giorgio Caproni, rintracciando le loro reciproche “tangenze e distanze” nella descrizione di ambienti e personaggi, e in numerose, insospettate scelte formali.

IBS, 3 ottobre 2017

RECENSIONI

BINAGHI-MOZZI

VALTER BINAGHI-GIULIO MOZZI, 10 BUONI MOTIVI PER ESSERE CATTOLICI – LAURANA, 2011

In questa originale collana che l’editore Laurana fa ruotare intorno al numero 10, è uscito un volume che prende in esame dieci fondamentali ragioni per cui definirsi cattolici.Libro a due mani, che vede in ogni capitolo giustapporsi le tesi di due scrittori credenti, Valter Binaghi e Giulio Mozzi, che con convinzione si prodigano,usando diverse argomentazioni e suffragandole con varie citazioni (da Dostoevskij a René Girard,da Nietzsche a Eliot, ma soprattutto e ovviamente dalla Scrittura), nell’ambizioso proposito di convertire il lettore.E se Binaghi lo fa con toni e temi adeguati alla serietà dell’intento, Mozzi affronta invece il suo compito con uno stile più giocoso e ironico, a volte ammiccante, e non privo di disinvolture teologiche (ebbene sì,davvero le tre nuore di Noé stavano nell’arca! -pag.66 e Gen. 7,7). Dei dieci motivi elencati per essere cattolici, che ovviamente prendono l’avvio dalla stupita ammirazione per l’atto della creazione un Dio che si “contrae” per lasciare spazio all’uomo: era la teoria ebraica dello tzimtzum di I.Luria; un Dio che plotinianamente crea in continuazione e con assoluta gratuità) e terminano “in Gloria” con la fine del mondo, la resurrezione dei corpi e il giudizio finale (Mozzi:”E’ un mistero bello e buono. Non vedo l’ora di vedere com’è”. Binaghi: “ogni impurità sarà eliminata e rimarrà solo l’amore”), di questi dieci motivi due sono i più originali e appassionatamente sottolineati: “Perché non si è mai visto un Dio che si faccia carne” e “Perché Dio ha avuto bisogno di una donna”, verità che rendono davvero il cattolicesimo diverso e nuovo rispetto a tutte le altre religioni rivelate. I due autori sembrano entusiasticamente innamorati della figura di Cristo, vero uomo e vero Dio (e alla sua parabola di vita e morte, alla sua resurrezione dedicano pagine accese e riconoscenti), così come appaiono tenacemente fedeli a un’idea di Chiesa magistra, custode della sapienza e dei sacramenti, esprimendo un intento apologetico e di fiducioso proselitismo.

IBS, 17 luglio 2011

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BISHOP

ELIZABETH BISHOP, IL MARE E LA SUA SPONDA – ADELPHI, MILANO 2006

Questi due brevi racconti scritti nel 1936 e nel 1937, visionari e immaginosi, sembrano confermare soprattutto le qualità poetiche dell’autrice, piuttosto che la sua abilità narrativa. Nella mente del lettore, infatti, non rimarrà impresso tanto lo svolgersi esile delle vicende descritte, quanto una particolare atmosfera di vaga levità che circonda entrambi i protagonisti sia nel loro inconsistente procedere, mentale e fisico, attraverso un’esistenza originalmente peregrina, sia nella irrealtà dell’ambiente che li circonda. Il primo personaggio si chiama Edwin Boomer, è un ubriacone a cui è stato dato l’incarico (forse dai servizi sociali) di ripulire la spiaggia dalle carte sparse intorno. Lo deve fare di notte, con un bastone chiodato in punta, e alla luce di una lanterna che porta con sé. L’uomo svolge il suo compito con una dedizione quasi missionaria, innamorato del mare e del vento che solleva i fogli dalla sabbia come fossero uccelli in volo. Edwin brucia i fogli più sporchi o inumiditi, altri li conserva per leggerli. Ma soprattutto li guarda con amore quando volteggiando sull’acqua, o nel fuoco, “in forme che a volte assomigliavano a splendidi lavori in ferro battuto…una scena estremamente suggestiva, per certi versi simili a un Rembrandt, ma per molti altri no”.

Il protagonista del secondo racconto non ha un’identità precisa. Di lui sappiamo solo che vive in un raffinato hotel, e sogna un’unica cosa: di andare in prigione. “Non vedo l’ora che arrivi il primo giorno della mia detenzione. Allora si comincerà la mia vita, la mia vera vita… dato che il mio rapporto con la società è già molto simile a quello di un detenuto”. Sogna una cella umida, una divisa a strisce bianche e nere, un muro scrostato su cui scrivere qualche frase, un unico libro noiosissimo da leggere, e soprattutto “la vista di un cortile lastricato di pietra”. In modo da poter fare della sua inutile e inutilizzata libertà un’ imprescindibile, catturante “necessità”.

IBS, 30 gennaio 2015

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BISI

CARLO BISI, SOR PAMPURIO – IF, MILANO 2012 (e-book)

Carlo Bisi (Brescello 1890 – Reggio Emilia 1982), fu un disegnatore, illustratore e fumettista molto noto e premiato nella prima metà del Novecento, arrivando nel 1937 ad esporre alcune opere alla Mostra Universale di Parigi. Collaborò con le sue tavole e incisioni a tutte le maggiori testate giornalistiche dell’epoca, dalle più raffinate a quelle destinate all’infanzia e al popolino; illustrò volumi per importanti editori italiani, mettendosi sempre in luce per la pulizia del suo tratto e la luminosità dei colori.
Celebri restano soprattutto le serie a cui lavorò per il Corriere dei Piccoli sin dal 1918, creando il notissimo personaggio del “Sor Pampurio”, uscito per la prima volta dalla sua matita sul numero 17 del 1929 e riproposto sino al 1944. Nel dopoguerra lavorò ancora per il Corriere dei Piccoli riprendendo ciclicamente a disegnare il “Sor Pampurio” fino al 1978.

La casa editrice milanese If ha raccolto in un ebook (al prezzo di 0,99 euro) alcune vignette della sua creatura più famosa, così come uscirono sul Corrierino tra il 1929 e il 1930, in coloratissime tavole commentate da filastrocche in rima.

“Sor Pampurio arcicontento del suo nuovo appartamento…”

è con questo celebre ritornello che iniziano molte delle strisce di Carlo Bisi, in cui questo personaggio dinoccolato, vestito in modo ricercatamente stravagante, con un grande papillon a pois e due ciuffi laterali sulla testa calva, viene sistematicamente sbeffeggiato dalla famiglia, dai vicini e dagli avvenimenti. Insomma, una sorta di Fantozzi ante litteram, che però simboleggia la sprovveduta ingenuità di una media borghesia degli anni Trenta, continuamente alla ricerca di un decoro sociale che le permetta di progredire nella scala sociale. “Sor Pampurio” trasloca frequentemente nel tentativo di migliorare le condizioni di vita familiari, ma si ritrova circondato da bambini chiassosi, poeti declamanti i loro versi ad alta voce, cantanti stonati, cani ululanti, odori asfissianti. Porta la famiglia in ferie al mare o in montagna, assecondando il desiderio di prestigio della moglie o i capricci dei figli, e viene preso di mira da vacanzieri maleducati o condizioni meteorologiche avverse. È angariato dai superiori in ufficio, o dalle richieste assillanti dei colleghi. Bonario, pasticcione, candido, “Sor Pampurio” è perseguitato dalla sorte, ma asseconda le avversità docilmente, con lo stesso sorriso che induce nei suoi lettori bambini: che evidentemente, allora, avevano pretese di divertimento molto più innocenti e ingenue dei ragazzini di oggi.

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/SorPampurio-Carlo-Bisi.html         8 ottobre 2017

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BISUTTI

DONATELLA BISUTTI, VOGLIO AVERE GLI OCCHI AZZURRI – BOMPIANI, MILANO

Strana bambina, questa Simona di cui ci parla la poetessa Donatella Bisutti nel suo primo e recente romanzo, Voglio avere gli occhi azzurri. Una bambina adulta, cresciuta troppo in fretta in un mondo di adulti, che da loro ha assunto una malinconica consapevolezza, una scontentezza che non è infelicità, ma uno sguardo serio (mai complice, divertito o semplicemente capace di intenerirsi) su ciò che la circonda. Simona è figlia unica, abita in una città di molti palazzi e giardini urbani, frequenta poco gli altri e molto le sue fantasie: ha un rapporto pressoché inesistente con il padre, e piuttosto contorto con la madre. E’ la protagonista in terza persona, nel tempo passato remoto delle favole, di un denso volume di storie: non veri e propri racconti, ma pagine che fissano con minuzioso nitore momenti diversi di vita, di quotidianità esaminata negli aspetti più banali, nei dettagli che possono sembrare più insignificanti, ed assumono invece le proporzioni di eventi fondamentali. L’occhio che guarda non è un occhio infantile, anche la prosa ha un suo andamento leggibilissimo, articolata com’è in frasi paratattiche, con un corso di continui ritorni a spirale sul già detto: quasi ad imitare appunto il modo di esprimersi dei bambini, ma lontano da ogni leggerezza, da ogni stupore, e invece intriso di amaro disincanto. Simona patisce una curiosa e dolorosa frammentazione dell’io: è Simona, ma potrebbe e forse vorrebbe essere Francesca, Laura, Claudia. Ha gli occhi marroni, ma li vorrebbe azzurri come quelli della mamma. I suoi capelli biondi potrebbero essere rossi, ecco anzi che diventano rossi, e la bambina non si riconosce più, non viene più riconosciuta da chi le è vicino; d’altra parte lei stessa si sdoppia, quando si guarda allo specchio, si rifiuta, cancellandosi con una spugna. Quando si disegna, si fa diversa da com’è, e in più copie. Simona non si piace. Non le piace neanche la sua mamma, che vorrebbe diversa, capace di fare le torte e di stirare, magari di darle le botte o qualche bacio (non si toccano mai, mamma e figlia, si osservano attente e sospese, ma senza abbandoni) e non la madre intellettuale che ha, sempre intenta a leggere giornali o a correggere libri. «A lei non piace fare la mamma», è la sua impietosa e crudele condanna. A Simona non piacciono nemmeno le cose che di solito fanno la gioia dei bambini: il Natale, il compleanno, la neve, i giochi sulla spiaggia. Ogni azione viene rallentata e sezionata, ogni slancio naturale disturbato da una riflessione o da un’interrogazione, da una disamina impietosa. Sotto questa specialissima lente d’ingrandimento dell’attenzione maniacale ad ogni movimento o trasformazione, tutto assume i contorni dell’assurdo, si snatura ingigantendosi, sproporzionandosi, fluttuando, tracimando dai confini. L’universo di Simona è in perenne metamorfosi, i suoi giocattoli si animano, il cielo è continuamente percorso da nuvole che si dilatano e si rincorrono. Ogni fenomeno naturale è se stesso ma è anche altro: «Era tutta avvolta dalla neve eppure la neve era fuori e lontana da lei. Le veniva addosso e la toccava, eppure dove cominciava la neve, per esempio sopra il suo cappotto, cominciava il resto che non si poteva raggiungere»; «Le dita della pioggia erano bizzarre. Le gocce cadevano dappertutto e sembrava che l’acqua sciogliesse le cose e ne portasse via un po’ con sé, non si sapeva dove».

Questa bambina scontenta, annoiata, che non si diverte neanche con i suoi amici, sembra proprio assumere su di sé i caratteri dei nostri bambini di città, troppo intelligenti e sensibili, ma già testardi nei loro rifiuti arbitrari: non vuole mangiare, non vuole giocare, si butta per terra, batte i piedi. Se canta, nessuno la deve ascoltare, e se corre, magari in compagnia di un cagnolino, la sua corsa non ha nulla di fisico e ansante, ma diventa subito una corsa mentale, allucinata, in cui tutto prende a correre con lei: «Non c’era niente che fosse simile a quello che era stato un attimo prima, ma tutto saliva, scendeva, si gonfiava e precipitava, era mobile e mutevole. I prati correvano, si inarcavano e si distendevano e il vento si inarcava e si distendeva sopra di loro. Tutto rincorreva qualcosa che era davanti a sé e sfuggiva da qualcosa che lo inseguiva e intanto continuamente si trasformava in qualcosa di diverso».

Questo incessante mutare, trasfigurarsi delle cose in altre, delle persone, ha un suo epilogo atteso e inevitabile nell’ultimo racconto del libro, quando Simona, ormai donna adulta e alla ricerca di risposte, torna nella casa della sua infanzia e, nella camera della madre, si specchia nello specchio di lei. Il volto che le appare riflesso è quello della mamma, freddo e severo, come sempre incapace di sorridere. E’ un invito silenzioso, quello materno, a seguirla lì dove è ora, a raggiungerla: per la prima volta le due donne si scambiano parole e lacrime, per la prima volta si toccano, si baciano. Un vecchio specchio è strumento e oggetto di un sortilegio che ha l’incantata magia del miracolo; la madre morta sorride, la bambina difficile diventata donna perdona, lo specchio si trasforma in acqua che cancella ogni visione e ricordo, restituendo la stanza ai suoi chiari e scuri di sempre, la figlia a una se stessa riconciliata, legando passato e presente in una promessa di riscatto, di vita nuova.

 

«Il Corriere del Ticino», 7 aprile 1997

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BLACKMORE

SUSAN BLACKMORE, COSCIENZA – CODICE, TORINO 2007

Ci illudiamo di essere individui liberi, autonomi nel nostro agire, consapevoli di noi stessi e delle nostre azioni? Magari di avere un’anima immortale che sopravviverà al disfarsi del nostro corpo, e manterrà i suoi ricordi e le emozioni provate in vita? Di essere unici e insostituibili, artefici dei destini del mondo, responsabili di ogni decisione che prendiamo?
Sbagliamo, pecchiamo di presunzione e ignoranza, secondo questo stimolante e documentato studio di Susan Blackmore, che indaga sul mistero che circonda da millenni il rapporto mente-corpo, interno ed esterno, soggettività e oggettività nel libro Coscienza (Codice, 2007).
Definire cosa sia la coscienza, perché e quando si è sviluppata nell’essere umano, quali vantaggi gli abbia portato e se anche altre creature ne siano dotate è ciò che si propone di illustrare l’autrice, prendendo in considerazione i risultati scientifici ottenuti dai più importanti psicologi, neurobiologi e filosofi dell’ultimo secolo (James, Dennett, Libet, Popper, Damasio…).
Il miliardo di neuroni che formano il nostro cervello, collegati da miliardi di interconnessioni capaci di originare le nostre straordinarie facoltà mentali (percezione, apprendimento, memoria, ragionamento, parola…) possono davvero garantire l’esistenza certa di un sé cosciente, che nessuno è riuscito ancora a situare in un’area fisica definita, e che può venire alterato da malattie, sostanze mediche o stupefacenti, stimolazioni elettriche, abbagli visivi?
Esistono le azioni, ma forse non esiste il sé che agisce: «Il nostro linguaggio tesse la storia del sé e così noi finiamo per credere che, oltre al nostro singolo corpo, esista un singolo sé interiore, dotato di coscienza, in grado di avere opinioni e prendere decisioni. In realtà non esiste nessun sé interiore, ma solo processi multipli e paralleli che danno origine a una ’magnifica finzione’, un’illusione efficace». Tesi esposta con chiarezza e con numerosi esercizi esemplificativi: efficacissimo metodo per ridimensionare il nostro ego.

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/Coscienza-Susan-Blackmore.html        1 febbraio 2016

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BLOOM

HAROLD BLOOM, L’ARTE DI LEGGERE LA POESIA – RIZZOLI, MILANO 2010

Questo volume pubblicato dal grande critico americano nel 2004, e tradotto da noi nel 2010, è stato molto probabilmente pensato e scritto per un pubblico anglofono, ma risulta assolutamente interessante anche per i lettori italiani, in particolare per le definizioni che l’autore dà della poesia. “La poesia è essenzialmente linguaggio figurato, condensato in modo tale che la sua forma sia espressiva e al contempo evocativa”; “La forza poetica potrebbe essere definita fusione di pensiero e ricordo talmente inestricabile da non permettere al lettore di separare i due processi…Il pensiero letterario si basa dunque sulla memoria letteraria, e il dramma del riconoscimento prevede, in ogni scrittore, un momento di confronto con una versione anteriore del proprio io o di un altro autore”; “L’arte di leggere una poesia inizia dalla comprensione dell’allusività”; “La grande poesia possiede un’inevitabilità di enunciazione”… Incuriosisce poi l’esplicita e perentoria affermazione di gusti letterari che Harold Bloom condivide con il suo pubblico: dalla scontata passione giovanile per Chaucer e Shakespeare (attraverso Spenser e Milton, fino a tutti i tardo-romantici), al rispetto più tardivo per la scrittura “arguta e ironica”, culminata nella produzione di Eliot e Auden. La sua antipatia per la poesia di Poe è manifesta e dichiarata (“è vittimista e metricamente maldestro…i suoi versi sono scontati, meccanici e ripetitivi”); altrettanto evidente l’ammirazione per Emerson, Whitman (“il migliore tra tutti i poeti statunitensi”), Wallace Stevens e per Hart Crane, di cui commenta sapientemente e con entusiasmo i versi di “Viaggi II”. Se la poesia deve mantenere una sorta di “stranezza” di significato, che la preservi dalla ripetitività, da tutto ciò che è scontato e banale, il suo senso ultimo risiede comunque nella capacità di produrre un cambiamento nella coscienza di chi la legge: “La missione della grande poesia è dunque aiutarci a diventare liberi artefici di noi stessi”.

IBS, 29 luglio 2013

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BOBE

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BOBIN

CHRISTIAN BOBIN, ELOGIO DEL NULLA – SERVITIUM, MILANO 2010

L’editrice Servitium da anni propone una “Collana di sollecitazioni culturali per amare la lettura, lo studio, e alimentare il gusto di pensare”. Si tratta di piccoli, raffinatissimi libri di spiritualità, che si presentano in elegante veste grafica: scritti da autori internazionali e di fedi differenti, sono introdotti in genere da commentatori altrettanto prestigiosi: nel caso in questione, ci troviamo davanti a un volumetto con originale francese a fronte, che comprende i testi di due importanti uomini di cultura, noti per la loro sensibilità filosofica e il loro sguardo acuto e lieve sulle cose del mondo e dell’animo umano
Christian Bobin è un autore francese sessantenne, che qui si misura con temi altissimi: il senso della vita, il rapporto con gli altri, il valore della conoscenza e della scrittura. Sono una decina di pagine preziose, che parlano dell’attesa (“è un fiore semplice: germoglia sui bordi del tempo”), dell’esperienza (“quello che attraversiamo ci cambia: il vento si ingolfa nel sangue”), dell’ amore (“ci solleva da tutto, senza salvarci da nulla”), della natura (“all’inizio si guarda quello cui si passa accanto, poi lo si diventa”), con l’invito a liberarsi da costrizioni varie, imparando a conquistare la gioia “là dove non c’è più niente da afferrare, se non l’inafferrabile”.

Felicità pura, senza motivi esteriori: “si può chiedere all’uccello la ragione del suo canto?” Le intense pagine di Christian Bobin sono introdotte da un breve saggio di Mario Bertin, di cui conosciamo uno splendido Salmo composto anni fa, ricco di tensione e di ricerca, scabro nei versi e profondamente spirituale. Del tutto in sintonia con il sentire di Bobin, Bertin ne mette in luce la ricerca di autenticità, la capacità di stupirsi, l’attenzione grata a ciò che è fragile e non appariscente, individuando nella sua scrittura “come un francescano sottrarsi al mondo, per incontrare la vita nel suo momento sorgivo, il solo grembo della parola nuova, della parole inedita”.

Un Elogio del nulla che si oppone all’esaltazione del troppo, del superfluo, dell’esibizione inutile.

 

© Riproduzione riservata      

www.sololibri.net/Elogio-del-nulla-Christian-Bobin.html         13 ottobre 2016

 

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BOBIN

CHRISTIAN BOBIN, FRANCESCO E L’INFINITAMENTE PICCOLO – SAN PAOLO, MILANO 2011

Christian Bobin è uno scrittore di Dio e dell’assoluto, del Vicino-Lontano, dell’Antico dei giorni (per dirla con i mistici): ma non ne scrive come ne scrivono i religiosi, con rispetto e timore, e con qualche retorica. Lui che non è né monaco né prete parla dell’Altissimo con un trasporto lieve e sorridente, con un’affettuosa serenità di spirito, si direbbe con leggiadria: quasi inevitabile, quindi, che vent’anni fa abbia pubblicato in Francia un libro di grande successo e molto premiato -e in Italia arrivato all’ottava edizione presso le Paoline-, dedicato alla figura di Francesco d’Assisi: il santo della gioia, delle cose piccole e di tutte le creature. Ma precisa subito, prima di addentrarsi in una biografia che biografia propriamente non è (semmai ripercorso a tappe, a snodi fondamentali dell’avventura di un’anima), precisa appunto che “non esistono santi. Esiste solo la santità. La santità è gioia”. E allora il leit motiv di questo libro sarà appunto una ricerca continua della letizia nel cuore di Giovanni/Francesco, da quando era ancora nel ventre di sua madre (e sono delicatamente appassionate le pagine che Bobin dedica alla maternità e più in generale alla grandezza di essere donna), e poi alla sua infanzia e giovinezza, alla scelta di un’esistenza votata a Dio e alla povertà, con l’allontanamento dalla famiglia d’origine e da ogni lusso e lussuria (“Come dire ai vostri cari: il vostro amore mi ha fatto vivere, ora mi uccide? Come dire a quanti vi amano che non vi amano?”). E il santo-folle, il santo-ragazzo, il santo che sorride “prende in prestito la voce dell’Infinitamente Piccolo, mai quella dell’ Altissimo”: sceglie i passeri, gli animali, la natura, i pitocchi e i lebbrosi. Sceglie il tutto che lo circonda “perché tutto è dotato di senso nell’amore insensato”. E la sua promessa alla Chiesa coniuga “l’obbedienza scrupolosa con la libertà più sovrana”: ma alla pesantezza di una religione intesa come istituzione antepone un Dio immenso che vive nella fragilità e nel giubilo dell’anima.

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https://www.sololibri.net/Francesco-infinitamente-piccolo-Bobin.html     «sololibri», 16 gennaio 2018