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BOVE

EMMANUEL BOVE, LA TRAPPOLA – LE MANI, RECCO 1995

Questo romanzo che Emmanuel Bove scrisse nel 1945, poco prima di morire, e che da noi è stato pubblicato solo cinquant’anni dopo, con traduzione e postfazione di Carlo Alberto Bonadies, racconta – in una sospesa atmosfera kafkiana – le vicende allucinate, contorte e indecifrabili di un irrealizzato e pavido giornalista francese, Joseph Bridet, che nel settembre del 1940, dopo alcuni ondeggiamenti ideologici, si scopre oppositore del Maresciallo Petain e della Francia occupata dai nazisti, e cerca un suo personale riscatto e una più dignitosa via di scampo esistenziale nell’adesione al programma di De Gaulle. Tenta quindi di espatriare dall’Inghilterra, per raggiungere di lì il Nord Africa: e ricorre, in questo suo delirante disegno di salvezza, all’aiuto di vecchie conoscenze in realtà inserite politicamente in sordidi giochi di potere, ambizioni frustrate, tradimenti personali e corruzione morale. Irretito inoltre nelle spire di un matrimonio sull’orlo del fallimento, Bridet subisce senza opporre alcuna resistenza l’ingenuità inconcludente della moglie Yolande, sprovveduta preda di avvenimenti più grandi di lei: in un attivismo frenetico, la giovane donna tenta vanamente di salvare il marito dagli arresti e dai processi che si susseguono inspiegabilmente, alternandosi a insperate assoluzioni e a a repentini rilasci, fino all’accusa finale di sovversione e alla tragica condanna. “La trappola” non è un thriller, e nemmeno un pamphlet politico e di denuncia: la narrazione si muove lenta seguendo i passi del protagonista (inizialmente ignari, poi sempre più affannati e angosciati) nei meandri di una burocrazia ottusa e corrotta, tra funzionari incapaci e sadici, poliziotti violenti e ottusi, amicizie rinnegate e una società civile resa egoista, indifferente e sospettosa dal clima bellico. “Preso in una morsa che si stringeva implacabilmente”, Bridet va incontro all’ esecuzione con la dignità e il coraggio che non era riuscito ad avere in tutta la vita.

IBS, 27 luglio 2013

RECENSIONI

BOVE

EMMANUEL BOVE, BÉCON LES BRUYÉRES – IL NUOVO MELANGOLO, GENOVA 1999

Di questo breve testo, pubblicato da Emmanuel Bove nel 1927, Peter Handke ebbe a scrivere: “Va assolutamente letto. Descrive una periferia mitica con una scrittura assolutamente modesta. E’ la periferia assoluta”. Di questa “assolutezza” Bove dovette essere del tutto consapevole, al punto da proporre il libro in una collana monografica dedicata alle più interessanti città francesi, e da elevare una località priva di qualsiasi bellezza artistica o naturale a paradigma dell’ordinarietà e dello squallore della banlieue parigina. Già il nome ridicolo di questo quartiere, con un riferimento a fortificazioni e a variopinte vegetazioni, aveva reso Bécon ironicamente famosa tra la popolazione francese. E Bove ne demoliva l’immagine, riducendo la località a una stazioncina confinante con altri paesi, senza una propria individualità, occupata da alveari condominiali di otto piani, strade anonime, senza nemmeno l’ombra delle eriche che le avevano dato il nome. Usando con leggerezza l’arma puntuta dell’ironia, Bove descrisse di Bécon non solo l’immagine topografica, ma anche le abitudini dei suoi abitanti, cortesi ma indifferenti, educati ma rigidi. “Il cittadino di Bécon ama la sua città con discrezione. Ne parla poco, come farebbe un padre severo di un figlio burlone. La tenerezza che gli ispira il suo paese, la dissimula… Come in un principato, sembra che gli abitanti puliscano a turno le strade, assicurino l’ordine e riparino le condutture dell’acqua. E’ tutto l’anno come quando nevica in campagna, e ognuno si sgombra l’uscio di casa.” La stazione era il centro di Bécon, e solo il passaggio dei treni scandiva la monotona vita cittadina, per cui un guasto elettrico risultava il massimo pericolo incombente sul trantran quotidiano. “Tutto a Bécon è onesto e uniforme… E’ una città fragile quanto un essere vivente. Forse morirà tra qualche mese…”. Bove, grande scrittore, è stato cattivo profeta: Bécon vive, si è ingrandita e modernizzata, è diventata “assolutamente” comune.

IBS, 22 agosto 2013

RECENSIONI

BRAIDOTTI

ROSI BRAIDOTTI, FUORI SEDE – CASTELVECCHI, ROMA 2021

“Vita allegra di una femminista nomade”, recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Rosi Braidotti, ironica e stimolante autobiografia di una delle pensatrici più autorevoli nell’ambito della teoria femminista contemporanea. Nata a Latisana nel 1954, dopo il ginnasio si è trasferita con la famiglia in Australia, laureandosi in filosofia a Canberra. Concluso il dottorato conseguito alla Sorbona, si è trasferita nei Paesi Bassi, dove insegna dal 1988, attualmente in qualità di Distinguished University Professor all’Università di Utrecht e di Direttrice fondatrice del Centre for the Humanities.

Una carriera accademica prestigiosa, che l’ha portata a rivestire importanti ruoli di ricerca a livello internazionale, e a ricevere riconoscimenti e lauree ad honorem in atenei di tutto il mondo. I suoi lavori riguardano i processi di formazione e l’emergere di soggetti sociali nuovi e alternativi, al di là delle categorie socialmente imposte delle rappresentazioni familiari, delle differenze di classe, razza, genere o affiliazione politica. Il suo intento prioritario è la rifondazione di una filosofia non più centrata sul pensiero del maschio bianco occidentale, ma aperta a un nuovo umanesimo cosmopolita, in campi attinenti al femminismo, agli studi etnici e al pensiero post-antropocentrico.

Il volume di cui ci occupiamo, opportunamente intitolato Fuori sede, consta di quattro saggi autobiografici tratti da pubblicazioni precedenti, in cui l’autrice suddivide le tappe fondamentali attraverso cui si è snodata la sua esistenza e la sua riflessione scientifica. Nell’introduzione, Braidotti afferma di sentirsi più a suo agio nell’indagare e raccontare la vita degli altri (vicini e lontani, amici e sconosciuti) piuttosto che la propria: “Io ho l’impressione di mancare a me stessa costantemente, di differire da me”. Ciò che viene ripetutamente e orgogliosamente sottolineato dall’autrice, è la necessità di disidentificarsi da ogni forma di identità autoreferenziale e narcisistica: cosa che le è stata resa più facile dalla propria vicenda di emigrata, dal nomadismo professionale e dal plurilinguismo acquisito, motivando in lei forti spinte egalitarie, femministe, post-nazionaliste e antirazziste.

Così confessa nel primo capitolo: “Quattro passioni fungono da forze motrici dei concetti e degli affetti che strutturano il mio percorso intellettuale: la scrittura, la filosofia, il femminismo e il presente”, e su tali linee portanti si sofferma con motivato fervore. Ci racconta quindi dei 193 quaderni di diario che aggiorna quotidianamente dall’adolescenza, delle prime pubblicazioni su riviste di Women’s Studies, della vita culturale di Parigi (il post-strutturalismo, la psicanalisi, il marxismo), dei maestri francesi – Foucault, Irigaray e Deleuze – che le hanno insegnato quali relazioni di potere operino all’interno del linguaggio. Descrive la carriera universitaria a Utrecht, i due libri di successo che l’hanno fatta conoscere all’intellettualità internazionale (Dissonanze e Soggetto nomade), l’incontro con la sua compagna di vita, Anneke Smelik, nel 1987.

Un intenso attivismo istituzionale ha portato Rosi Braidotti a occuparsi dell’aspetto progettuale di una nuova Europa, capace di superare sovranismi e arroccamenti egemonici, e a intessere rapporti fecondi con le nuove generazioni, ideando programmi di intercambio studentesco tra le varie nazioni.

Chi leggendo rimanesse impressionato dalla vastità delle ricerche dell’autrice, si sentirà ancor più coinvolto dalla narrazione commossa della sua infanzia e adolescenza nella bassa veneto-friulana degli anni ’50-’60, descritta nella terza sezione del volume, Una vita a zig-zag (“Il fatto di essere cresciuta vicino a una frontiera mi ha lasciato in eredità un forte sentimento d’instabilità, oltre che la sensazione netta di poter   vivere molte vite”). Famiglia, collegio, Sanremo, alluvioni, antifascismo, gli scout, i Beatles e Che Guevara, un amato zio prete; poi lo strappo dell’emigrazione forzata in Australia, l’immersione in un’altra lingua, l’indagine filosofica da cui ha preso avvio una brillante carriera di studiosa, i lunghi anni di analisi, l’omosessualità, il grande amore con Annike.

Se, come si dice, il destino di una persona è il suo carattere, Rosi Braidotti ha dimostrato nella sua esistenza raccontata in Fuori sede, non solo un temperamento risoluto, perseverante e anticonformista, ma anche un’indole simpaticamente ironica e apertamente gioiosa, come possiamo arguire già dall’espressione sorridente e fiduciosa del ritratto in copertina, che pare invitarci ad affrontare “le sfide epocali che ci aspettano con solenne e   insolente leggerezza”.

 

© Riproduzione riservata               21 dicembre 2021

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BRE

SILVIA BRE, LE CAMPANE – EINAUDI, TORINO 2022

Più denso e concentrato, più meditato formalmente e ricco di tensioni emotive di quanto non siano le ultime pubblicazioni apparse nell’einaudiana collana bianca di poesia, l’esile volume di versi di Silvia Bre (Bergamo, 1953), pluripremiata poeta e traduttrice soprattutto dall’inglese, si presta a svariate intuizioni critiche. A partire dal titolo, Le campane, che nel rimando a un’immagine tradizionalmente benevola e innocua, quasi da sagra paesana, stride sia con i temi inquietanti, sia con l’ordito linguistico oscuro, avviluppato, del testo.

Costante è il richiamo al senso dell’udito, nell’inventario dei termini ad esso connessi (suono, canto, silenzio, ascolto, voce, orecchio, corda vocale, musica, note, rintocco, ritmo, cori, assoli, rumore, mugolio, rimbombo…). Altrettanto presente l’organo della vista, con i fulminei passaggi tra buio e luce, splendore ed eclissi, trasparenza e opacità. Il contrasto, visivo e uditivo, ha una sua motivazione nella presenza-assenza, vicinanza-lontananza, fatticità-astrattezza del mondo che ci ospita, e da cui siamo contemporaneamente espulsi verso spazi interplanetari abissali, verso tempi oscillanti tra passato remoto e futuro insondabile, con scarsa evidenza del momento presente.

Così, nelle grotte di Chauvet, le pitture parietali risalenti al Paleolitico, primo esempio al mondo di arte preistorica, si propongono come battesimo dell’atto gratuito, di apertura all’eterno. “È l’origine”, elementare desiderio di oltrepassare i limiti della finitezza materiale, proiettandosi in un altrove disincarnato: istintuale, arcaico germe di poesia. La storia si definisce appunto nella consapevolezza di quanto ci ha preceduto e di quanto ci sopravviverà: “discendere da loro / in un destino // nel fumo // negli spazi // essere stati il futuro di qualcuno”.

Dal passato millenario in cui si muoveva l’homo sapiens, alla relatività einsteiniana, fino alla proiezione di un antropocene sconosciuto, in questo rincorrersi delle epoche indifferenti a chi le abita, si schiude uno spiraglio di consistenza umana, il pensiero primordiale della creazione poetica: “Anche ora s’incrina una fessura / tutto il cosmo che passa è / metallo fuso, un ritratto tanto uguale a qualcosa / che mi esalta, creare un gorgo e poi esserne inclusa”. La voce della poesia è sempre testimoniale, “porta incisa una malora / e una resurrezione astrusa”, “l’ambizione incendiaria” di lasciare un segno: “Mi si dica, lo chiedo in ginocchio, / dica qualcuno in tempo che c’è una figura, un’ombra / un gesto di pietà da offrire a un altro / a chiunque, e qualcuno lo ha fatto o lo farà / in un tempo astrale senza saperlo”. Tra la consapevolezza della fragilità della parola, della sua probabile inutilità, e la speranza di servire (a qualcosa, a qualcuno: pronomi indefiniti che si ripetono, proprio a rimarcare l’assenza di un destinatario esplicito), si pone la figura del poeta, presenza gratuita e misconosciuta, ma forse salvifica: “Non sono mai nessuno i poeti – / nel vuoto dell’amore, dai vuoti di memoria / pugnalano in lingue il lontano. / Poi l’aurora”. Dicono cose artificiose, eppure indicano una necessità: “tu, meraviglia, / perché ti riconosco, sbandieri / che divampa su tutto, il ritmo antico del tutto”.

Le campane, dunque, diventano metafora di un annuncio di verità, che solo la parola poetica può formulare. È un appello, sebbene monco, imperfetto, che non ha il rilievo e il prestigio della parola politica o filosofica: si accontenta del suono: “dillo trionfando che non ci sei, non hai cuore, / è un’altra l’unità da pronunciare, ebete, / e non sai quale, non sai farlo”; “da qui si scorge la belva che esiste per sparire / e guarda in verticale, riempie di salti, di verbo / il frammezzo tra sole e terra, la cogli nell’arco siderale / che è l’amore sfinito per i giorni, / nell’opera che resta inconclusa a fissare l’eterno”.

Silvia Bre nella sua scrittura compressa, elusiva e allusiva, ammette con impudenza la propria difficoltà di farsi ponte tra l’essere e il dire, nonostante sappia servirsi anche di stratagemmi tradizionali, come rime, anafore, endiadi, metonimie, ecc. Rimane enigmatica persino quando si misura con il concreto, con il “mosaico di dolore” dei migranti morti affogati, o della sua città natale, Bergamo, devastata dalla pandemia.

L’oscurità eraclitea del divenire fa di lei una messaggera del transeunte, “profeta dell’inaccessibile con la voce di cera”, la cui misteriosa verità va sviscerata, sgomitolata, per scongiurare che il rintocco lontano delle campane sia un funereo presagio del nulla a venire.

 

© Riproduzione riservata         «Il Pickwick», 1 marzo 2022

 

 

 

 

RECENSIONI

BROCK

GEOFFREY BROCK, CONFLUENZE – ELLIOT, ROMA 2021

Le edizioni romane Elliot hanno pubblicato, con la cura del poeta Paolo Febbraro e testo originale a fronte, il volume di versi Confluenze di Geoffrey Brock, tradotto da Damiano Abeni, Moira Egan e dallo stesso Febbraro. Brock (Atlanta,1964) è docente universitario, traduttore e autore di due premiati volumi di poesia, oltreché di numerosi saggi letterari.

La sua è una poesia limpida, facilmente “percorribile” e insieme autorevole, nutrita di sapienza antica e di maestria formale, come suggerisce il prefatore. Poesia descrittiva, di luoghi e di persone, che prende spunto da episodi marginali come da esperienze fondanti del passato, o da posti visitati turisticamente (un cimitero di guerra, un’antica necropoli, la spiaggia vicino a Roma, il Messico) ritrovati con nostalgia nella memoria. Ma anche da brani letti casualmente o studiati con accanimento, opere liriche, documenti storici, trattati di ornitologia, quadri famosi, sogni che si confondono con la realtà: tutto quello, insomma, che nutre la quotidianità di qualsiasi individuo, filtrato dalla coscienza emotiva e scalfibile del poeta. I ricordi, come i sogni, gli incubi, le associazioni fantastiche, sfociano in qualcos’altro che non è, o non è più, la realtà: una verità riformulata, quando i dati concreti possono rivelarsi minacciosi, nella loro appurabile spietatezza. La fidanzata infedele non è tornata indietro pentita, ma si è felicemente risposata; una particolare battaglia tra i Sioux e i soldati bianchi non è mai stata combattuta; lo splendido animale apparso nel bosco a due osservatori spaventati (“annidati come / cucchiai in un cassetto di coltelli”) era forse un fantasma…

“Parlando sommessamente, Brock è in ascolto delle ondulazioni armoniche e degli ultrasuoni che le sue voci, i suoi luoghi producono”, commenta Febbraro. Una voce volutamente smorzata, quella con il poeta americano cui si esprime, lontana da ogni stentorea sicurezza, persino nell’indignazione della denuncia politica, nelle rivisitazioni mitologiche, nelle ricostruzioni epiche. Come lui stesso scrive in una delicata composizione, La stanza al piano di sopra, in cui confessa di tendere l’orecchio con trepidazione per captare i rumori provenienti dall’appartamento dei vicini, testimonianza di presenze umane: “Ed è così / che in me è cresciuta l’assuefazione / al silenzio: al telefono parlo sommessamente, / levo l’audio alla TV”.

Per Brock tutto diventa passibile di poesia, anche l’avvenimento più banale e prosaico: una cena offerta da un facoltoso compagno d’università, la partita a frisbee giocata in un gelido pomeriggio a Filadelfia, il picchio alla finestra del soggiorno, una donna anziana che legge al parco, lo spazzolino da denti. Tanto più, quindi, gli incontri carichi di affettività, come quello con la vecchia madre, in una delle poesie più belle del volume (Viale Per sempre): “Ho incontrato mia madre, sfiorita, / l’altra notte in un sogno febbrile, / soprabito nero come terriccio, / la chioma un bluastro senile. // Dapprima non la riconobbi, / gli anni ebbero il sopravvento: / la spina dorsale mutata a virgola, / ed ogni passo più lento. // … Offrii il braccio a quella donna, / ma lei mi volse un volto sdegnato: / ‘Cos’è che ora ti riporta / alla strada in cui sei nato?’ // La bocca le si chiuse di scatto / come la lama di un pescatore, / il viso mutò in quello di mia figlia, / mia figlia mutò in mia moglie, // e tutte cantavano ‘Happy Birthday’ / come fece Marilyn al Presidente, / e il loro soprabito si schiuse, / e io sentii di cadere nel niente. // Chiunque fosse ora mi stava baciando, / le labbra sulle mie come ghiaccio. / Mi risvegliai in un mare di sudore – / da solo, in fiamme, diaccio”.

Il sentimento prevalente è quello della perdita, il pensiero accorato e pungente riguardo a ciò che non è più recuperabile: l’infanzia, un amore giovane, una casa abbandonata. “Il passato – ecco dove troverai il tuo paradiso. // … Qualunque cosa ora ti sia di fronte / non sarà stato un paradiso finché non è perduto”.

La poesia di Geoffrey Brock non nasconde nulla, è percettiva, dichiarativa, non lascia spazio al lettore per una interpretazione personale del testo, anche quando si stempera in aloni onirici. In questa sua trasparenza oggettivata si accomuna alla quasi totalità della poesia americana degli ultimi cinquant’anni, differenziandosene tuttavia per una cura levigata dello schema stilistico, lontano dallo spontaneismo e dall’improvvisazione. L’utilizzo sapiente delle rime e di una metrica composta hanno fatto parlare alcuni critici di formalismo. In realtà Brock aderisce in maniera consapevole e meditata più che a tradizioni obsolete, all’equilibrio rispettoso che debbono avere le parole quando si incastonano nel ricamo elegante della composizione poetica: all’interno di argini collaudati, come giustamente suggerisce Paolo Febbraro, senza strabordare.

 

© Riproduzione riservata          SoloLibri.net › Confluenze-Geoffrey-Brock                                               28  marzo 2021

 

 

 

 

 

 

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BROGI

DANIELA BROGI, LO SPAZIO DELLE DONNE – EINAUDI, TORINO 2022

Quello a cui Daniela Brogi (docente di Letteratura Contemporanea presso l’Università per Stranieri di Siena), allude nel saggio einaudiano Lo spazio delle donne, può risultare risaputo e scontato. Che la cultura femminile sia stata per millenni assente dalla considerazione e dal riconoscimento pubblico, che la tradizione patriarcale e monologica abbia “oscurato, silenziato, internato” il lavoro materiale e creativo dell’altra metà del cielo, è un concetto acquisito e assodato. Le donne sono state addestrate a non avere talento, ad accettarsi supinamente in ruoli definiti dall’universo di pensiero e di pratica maschile. Continuare a ribadire tale indiscutibile affermazione potrebbe risultare addirittura controproducente, nella sua monotona e lamentosa ripetitività.

Brogi sceglie quindi una tattica operativa diversa, più intelligentemente proficua, proponendo un’indagine sulla produzione culturale femminile attraverso una prospettiva meno consueta, analizzata attraverso il termine chiave di “spazio”, inteso come campo di espressione e verifica delle identità. Spazio occupato dalla fisicità delle donne, dal loro operare concreto e quotidiano, dalla loro narrativa, soprattutto per ciò che riguarda gli ultimi due secoli. Prevalentemente rinchiuse in ambienti limitati e separati dal mondo esterno – salottini, cucine, camere da letto, orti, collegi, monasteri –, sono rimaste bloccate in complessi di insicurezza e sfiducia.

Dalla stanza tutta per sé reclamata da Virginia Woolf al “pezzetto di giardino” conquistato da Sibilla Aleramo, dallo studio reclamato da Alice Munro al tinello di Grazia Deledda, ecco che “la domanda di spazio, come dispositivo fisico e simbolico di un riconoscimento sociale” indica l’esigenza di possedere un luogo proprio, dove potersi riconoscere in quanto soggetti liberi dal dominio esercitato sui loro corpi. Gli spazi destinati alle donne hanno funzionato per migliaia di anni come “cifra di un destino imposto”, che le ha costrette a vivere in “recinti di minorità”, fuori dai campi professionali pubblici.

Cosa fare, quindi, e come reagire per recuperare la visibilità e l’identificazione sottratte al mondo femminile, per farne emergere capacità e ingegni inabissati? Daniela Brogi propone di cambiare linguaggi e prospettive, sfruttando qualsiasi interstizio che permetta forme diverse di espressione, mappando tutte le occasioni in cui si professi cultura e si elaborino strategie di intervento politico, occupando ambiti istituzionali trascurati, riscoprendo la sapienza e il coraggio di autrici dimenticate, utilizzando attivamente ogni “fuori campo” alternativo, multietnico, extra-generazionale.

Si tratta, in fondo, di trovare il coraggio di “dispatriarcarsi”, e di assumere uno sguardo su se stesse autonomo da quello maschile (quante letterate e artiste si sono mimetizzate dietro a uno pseudonimo, o al cognome del marito…), con la coscienza di essere brave senza doversene vergognare. Si deve rileggere la storia delle donne sia relativamente allo spazio che non hanno avuto, sia a quello che hanno affettivamente avuto, ma che “è stato reso invisibile, irrilevante, dimenticabile, o persino caricaturale”. Eccole, allora, le tante eccezionali scrittrici che Brogi elenca, invitando a rileggerle tutte, riguadagnandone la complessità attraverso le competenze e i codici necessari, forniti soprattutto dalle lenti dell’ottica femminista. Tra le italiane, per non limitarsi alle conclamate Morante e Ginzburg, si citano Serao, Negri, Percoto, Banti, Masino, Campo, Guiducci, Livi, Romano, d’Eramo, Passerini…

Riflettendo sulla scrittura e la creatività delle donne, Daniela Brogi individua le problematiche che hanno reso difficile l’emergere delle loro potenzialità. Il tempo che esse dedicano a se stesse è da sempre vissuto come strappato ad altro, a urgenze familiari e domestiche più pressanti, e quindi vissuto con sensi di colpa, se non addirittura come un tradimento. Lo stesso luogo delimitato in cui possono lavorare artisticamente nasce da una situazione artificiale, perché costruito apposta, e in seguito a una scelta personale volontaria: “Scrivere significa collocarsi in uno spazio di autorevolezza e credibilità, anche narrativa, dove non era affatto scontato o naturale trovarsi”.

Proprio a causa “del silenziamento, oscuramento, inabissamento, estirpazione e perfino istupidimento delle donne praticato per secoli dalla cultura patriarcale”, la produzione artistica femminile non sempre è riuscita a raggiungere i livelli linguistici, espressivi e contenutistici richiesti dai canoni di valore letterario riconosciuto, e ha occupato un ruolo marginale in termini di merito; parlare di memorie autobiografiche, amori delusi, tormentosi rapporti familiari, disagio del corpo ha troppo spesso relegato tali argomenti in ranghi estranei alla rilevanza formale, svalutandoli in modo pregiudiziale.

Le donne hanno così finito per interiorizzare come debolezza strutturale e incapacità personale una reale condizione di svantaggio e di minorità sistemica, derivata da radicate e ininterrotte ingiustizie sociali, da asimmetrie legali, politiche, ideologiche.

Daniela Brogi termina la sua riflessione sull’autorevolezza e il prestigio negati alle donne auspicando che possano essere riconosciuti e riconquistati, nella nostra contemporaneità abitata da tante pluralità differenti, a cui è più che mai necessaria una cultura democratica del rispetto, dell’inclusione e della considerazione delle voci femminili.

 

© Riproduzione riservata              «Gli Stati Generali», 22 marzo 2022

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BRUCK

EDITH BRUCK, TI LASCIO DORMIRE – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2019

Sessant’anni di amore hanno unito la scrittrice Edith Bruck al poeta e regista Nelo Risi, e Ti lascio dormire è il commovente racconto che ne dà una lucida, sincera e affettuosa testimonianza.

Edith Bruck, nata nel 1932 in un’umile famiglia di ebrei ungheresi, ai confini della Slovacchia, ultima di sei figli, ha attraversato il ’900 scontando sulla sua pelle tutti le discriminazioni e le sofferenze impartitele dalle drammatiche vicende del secolo. Come ha scritto in un suo verso, “Nascere per caso nascere donna nascere povera nascere ebrea è troppo in una sola vita”: deportata a tredici anni ad Aushwitz, è stata in seguito trasferita in altri quattro campi di concentramento, fino a venire liberata nel 1945 dal lager di Bergen-Belsen, dopo lo sterminio di buona parte dei suoi familiari. In seguito a un periodo trascorso in Israele, nel vano tentativo di recuperare le proprie radici ebraiche, si è trasferita a Roma, dove vive tuttora, dedicandosi alla scrittura.

Autrice di numerosi e premiati romanzi – documentazioni sofferte della Shoah -, ha sceneggiato e diretto tre film e svolto attività teatrale, televisiva e giornalistica, sempre impegnandosi in coraggiose campagne di sensibilizzazione sui problemi dell’antisemitismo, del pacifismo e delle ingiustizie sociali.

Il suo lungo sodalizio sentimentale e artistico con Nelo Risi, scomparso nel 2015 dopo una dolorosa malattia neurodegenerativa, ha costituito terreno fertile per numerose e commosse rivisitazioni narrative. Appunto quest’ultima opera letteraria è il resoconto di un’amicizia amorosa, di una fiduciosa solidarietà che ha unito due esseri umani, due artisti, in una convivenza complice e valorizzante, in cui reciprocamente e alternativamente hanno tamponato o riacutizzato le loro ferite, smussato gli spigoli, alleggerito tensioni: capaci anche di allegria, di scoperte quotidiane, di amicizie, letture, viaggi condivisi.

Edith alterna le sue memorie di infanzia tragica e poverissima, con i ricordi feroci dei campi di concentramento, e li puntella con i versi dei poeti ungheresi amati e tradotti per il pubblico italiano, con quelli di Nelo, con la corrispondenza conservata dagli anni del fidanzamento (si chiamavano vicendevolmente Munzilo e Munzila, Nano e Nana). Rievoca gli ultimi anni trascorsi con il marito ammalato, vegliato giorno e notte insieme alla fedele governante Olga: il momento della morte, le ore convulse del funerale, e la silenziosa solitudine che ne è seguita.

Del marito tratteggia un ritratto ammirato: lo descrive intellettualmente (ateo, laico, freudiano), moralmente (schivo, onesto, riservato, poco interessato al denaro e al successo), fisicamente (asciutto e agile come un ragazzo); a lui che era il suo tutto (“lingua patria famiglia padre e madre”) raccontava la persecuzione patita dai nazisti, le piaghe inguaribili dell’anima, il rancore ancora insopprimibile, cercando conforto e comprensione. Teme ora, rimasta sola, di averlo ossessionato con la propria inquieta malinconia e con la narrazione delle vessazioni subite: “Ah caro, caro, episodi simili ne hai sentiti da me anche troppi, buttati sulle tue fragili spalle, sul cuore e sulla mente indignati per l’assoluto della barbarie umana… Ero troppo per te, dicevi”.

Ma quegli sfoghi quotidiani, quel troppo di sofferenza veniva mitigato dalla ricchezza del lavoro comune, dalle frequentazioni intelligenti con personalità dell’arte e della cultura, dai film e dai libri goduti insieme. E dalla dedizione, materna e filiale insieme, con cui lei – moglie attenta e discreta – lo accarezzava la mattina, quando svegliandosi presto, gli ripeteva “Ti lascio dormire”.

 

© Riproduzione riservata        9 giugno 2020

https://www.sololibri.net/Ti-lascio-dormire-Bruck.html

 

 

 

 

 

 

 

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BRUGNARO

FERRUCCIO BRUGNARO, VOGLIONO CACCIARCI SOTTO – BERTANI, VERONA 1975

Presso l’editore Bertani di Verona, è uscito l’anno scorso nella collana Letteratura Operaia il primo libro di Ferruccio Brugnaro, Vogliono cacciarci sotto. Bertani si è da tempo qualificato con una serie di iniziative culturali che inserite nel panorama della nostra editoria, e in particolare di quella veneta, possiamo definire senz’altro coraggiose. Editore dichiaratamente “di sinistra”, a lui Dario Fo ha affidato la stampa di tutti i testi de La Comune, e sta iniziando un lavoro di recupero dei patrimoni culturali popolari, non ufficiali, contadini e operai: altre sue pubblicazioni si definiscono “di intervento militante”. Questa premessa era forse necessaria per spiegare che il libro di cui voglio parlare si inserisce in un preciso campo ideologico e la scelta dell’editore non lascia spazio a dubbi sulla posizione dell’autore. Per presentare Brugnaro a chi non ne avesse mai sentito parlare (L’Espresso lo ha citato più volte in inchieste sulla letteratura “subalterna”), possono bastare queste brevi note biografiche: nato nel 36 a Mestre, da 20 anni lavora come operaio a Porto Marghera, membro del suo Consiglio di Fabbrica; prima di questo libro diffondeva le sue poesie tramite ciclostilati nelle fabbriche e nei quartieri. Lui stesso nell’introduzione precisa (sembra con l’imbarazzo e il pudore di chi non è abituato al “mestiere” di poeta), come la sua poesia si proponga come MEZZO, e non FINE, come non creda all’assoluta catarsi affidata al messaggio artistico: «la poesia è utile se nasce come strumento di lotta, di riflessione e azione, strumento di intervento reale… essa diventa per me e per i miei compagni un momento di riflessione, di arresto per poi ripartire subito con più chiarezza, con più forza». «Solo per un attimo / che tutto sia semplice / concreto», dice in un verso: e in omaggio a questa concretezza e semplicità, Brugnaro fa un discorso piano, chiaro, se vogliamo modesto, nel senso che non si propone mete irraggiungibili, ma traguardi concreti, definiti: «Voglio dire ancora che lo scrivere versi per me non significa altro che fare delle azioni di lotta; azioni concrete perché la società in cui viviamo abbia a cambiare presto, perché gli uomini e il mondo vengano sottratti presto alla cecità e alla sete di sangue del capitalismo. Non potrò mai intendere una poesia che non tenga conto di questa realtà, della realtà bruciante quotidiana dell’uomo». Zanzotto, in una nota al libro, afferma che la poesia di Brugnaro, forse spingendosi oltre (o contro) le sue intenzioni, è anche “atto poetico”, invenzione di forma. Fa un parallelo indovinato con il primo Ungaretti, non solo per certi moduli stilistici, ma soprattutto perché la realtà di fabbrica dell’uno si può avvicinare alla realtà di guerra (ossessiva, tragica, squallida) dell’altro.

Premesso tutto questo, leggendo Brugnaro ci si aspetterebbe una poesia molto più “arrabbiata”: invece troviamo dei versi che fanno tesoro di alcune cadenze ed espressioni tra le più borghesi della nostra letteratura, che si avvicinano a volte alla tenerezza di affetti espressa dai crepuscolari: «Noi conoscemmo la luce / del silenzio come nessuno, sentimmo come / nessun altro venire con la notte / l’amore degli astri e il cuore morire»; «Di silenzio ora / l’anima è al completo / come una vasta / distesa di neve». E ciò stupisce. Siamo lontanissimi dalle denunce di Vincenzo Guerrazzi, dagli sfoghi rabbiosi di Vogliamo tutto e altra letteratura industriale. Della condizione di operaio, viene messa in luce la brutalità, la disumanizzazione, ma con un accento di rassegnazione accorata, di sconforto che è nuovo: «Siamo pronti a soccombere / sino in fondo / senza alcun gesto di protesta»; «Avremmo dovuto forse odiare, / ma non pensammo neanche lontanamente»; «Non stancatevi, cari; date / date tutto sempre quanto / vi chiedono! / Non piangete / sulla mano che vi recide».

Per spiegare tutto questo, credo sia necessario richiamarsi all’origine veneta di Brugnaro: un operaio di diversa provenienza avrebbe scritto, credo, diversamente le sue poesie. Radicata è invece in Brugnaro la mitezza dei padri, la discrezione, il misticismo proprio della sua razza. Scrive poesie d’amore, e non di rabbia; fa dell’amore un obiettivo concreto da raggiungere: «il mio pensiero guarda solo all’amore: /con lui solo discorre / giorno e notte e va per la terra»; «Non un istante della mia vita / deve andare più perduto. Voglio / spenderla tutta in amore». Non c’è in lui odio di classe. Parla di Dio, di Cristo, come presenze illuminanti, vere: il suo bisogno di preghiera e di luce è intensissimo: «Tu che ascolti i poveri, / Tu che segui quelli che piangono / e più di tutti hai pianto, / insegnami che altri giorni / ha la vita, non questi, / residui d’ombre / per poco ancora tolti alla morte»; «Ho una voglia di pregare / stamane / che non ho mai avuta prima. / Non ho mai sentito / così vivo desiderio d’inginocchiarmi»; «Alzate le braccia, compagni, in segno di gioia / fate rumore senza infrangere nulla del profumo notturno… / Fate festa! Fate festa! / Attorno l’icona sbiadita / dei nostri visi / palpiteranno in milioni e milioni i cuori»; «Sono tremendamente felice ora. / Non avrei mai creduto poter / ricevere in questo angolo / la vista del sole».

Il Brugnaro operaio assume contorni più decisi e polemici in due sezioni del libro: Mattine di sciopero e Quotidianamente: qui scopre la solidarietà nella lotta, la durezza impietosa del nemico, la dignità della sua persona in fondo alla condizione di sfruttato. E all’operaio (che in più di una poesia viene avvicinato alla figura di Cristo, proprio perché portatore di un messaggio di riscatto sociale), affida un compito gravoso e sublime: «Raccogliete tutte le ferite / i colpi a tradimento / gli sputi. La terra attende da molto / raccogliete il messaggio / d’amore, raccogliete il grido del mondo più vero»; «Un seme dobbiamo piantare / compagni / sotto queste valvole, queste tubazioni. / Un albero grande deve crescere subito…»; «Il muro di solitudine, di secoli / si sta sbrecciando / sta venendo verso di noi un gran sole»; «Ma non sanno, non sanno / – è loro sfuggito – che il sole / vive proprio qui tra noi. Non sanno, non sanno / delle nostre conversazioni silenziose / col sole / ogni mattina / del nostro grande progetto di lotta, di vita».

Per «distruggere il fuoco immenso delle fabbriche», Brugnaro invoca altro fuoco, per sé, per i compagni; invoca un’arma che non ha nulla a che vedere con la dinamite, con la rivoluzione storica, materiale: il suo è un appello di una purezza e di un’ingenuità sconcertante, il richiamo ai primissimi valori cristiani, alla solidarietà. Quando fa sciopero, lo fa contro la fabbrica, non contro gli interessi e i padroni della fabbrica: sembra dolersene come di una violenza che non è consona al suo carattere. Poesie, quindi, le sue, di un uomo mite, violentato dalla realtà, che trovano i loro accenti più veri in certe descrizioni desolate di ambienti nudi, disumani, nella pena dei compagni abbrutiti, uccisi addirittura dalla violenza delle macchine: un S.Francesco di Marghera, Ferruccio Brugnaro, un poeta che fa l’operaio, e non il contrario, come vorrebbe, come la sua coscienza ideologica gli imporrebbe. Alla fine del libro, ci si accorge che le premesse teoriche sono state capovolte, oppure che per noi, borghesi disincantati, intellettuali scafati, il mondo «semplice concreto» di un operaio e della sua poesia non riesce a mantenere il suo fascino sottile, leggero. E la colpa, in questo caso, si intende che è nostra.

 

«La Tenda», anno IV, n.6, giugno 1976

RECENSIONI

BRULLO

DAVIDE BRULLO, S – MARIETTI, MILANO 2010

La sinuosa S che dà il titolo a questo eccellente libro (romanzo? meditazione filosofica? diario? affresco immaginoso? epistolario?) di Davide Brullo, potrebbe alludere a una marea di significati diversi. Forse indica l’iniziale di un nome di donna (l’amata, l’odiata, la sola immaginata…) o di un figlio (il Samuele bambino cui si deve il disegno della tartaruga in copertina) o di un luogo (e allora la mitica e irraggiungibile Samarcanda, o l’infernale carcere di Sing Sing). Ma potrebbe anche voler suggerire salvezza, sesso, satana, serpente, sacrificio, storia, speranza, silenzio, sortilegio, specchio, schizofrenia, sofferenza, strategia, suicidio («Debbo sempre ringraziare mio padre: il suo suicidio ha concesso il mio esordio nella storia – o la mia definitiva espulsione: la sua morte è la sola garanzia della mia regalità. Senza di essa non sarei nulla, da allora sono costretto a riscattarla, forzandomi a vivere»). E la condanna a vivere è per Brullo anche costrizione ad esprimersi sulla pagina, attraverso la scrittura: che salva e vendica, inchioda ed esalta. «S» come scrittura, quindi, celebrazione della parola intesa come Verbo, unica possibilità di incarnazione e immortalità («le parole sono gesti inesorabili», «Alcuni pensano che la scrittura dovrebbe far esplodere le cose, i corpi, espanderli fino all’irragionevole: io so che deve contenerle, custodirle come dentro un astuccio in cui si strofinano anelli», «Una scrittura che afferma, precisa e superiore come un ordine, non reclama un lettore ma un fedele»). Custode del miracolo dell’ espressione, artefice di una creazione che lo assimila a un dio minore è quindi lo scrittore, il poeta, il regista che sa intrecciare frasi e immagini in un caleidoscopio vorticoso e assillante di emozioni e turbamenti, cui si deve negare solamente il rigor mortis dell’imperturbabilità, dell’indifferenza, della freddezza. «S», dunque, soprattutto come  «sé» . E il libro di Davide Brullo è un gigantesco monumento, una narcisistica, ammirata, ansiosa ricostruzione ed esaltazione del proprio io psichico, della propria coscienza di uomo e artista: vita brulicante e malattia paralizzante, animali e cose, infanzia e senilità, corruzione e nobiltà, bene e male, persino dio, sembrano vivere in funzione della rappresentazione dell’occhio implacabile, feroce, di chi li descrive, distruttivo e violento anche nei riguardi di se stesso. Una sorta di Zarathustra «radicale… intransigente», animato da una «truce ossessione», è il ritratto che Brullo offre di sé:

«Sono inappagato e famelico», «domando l’inconcepibile, pretendo l’inafferrabile…. pretendo devozione», «non sopporto le cose parziali, interrotte, misere», «so di essere incapace e inadempiente, per questo sono superbo»», «non posso pensare a una creatura che non abbia il mio volto», «ogni mio giudizio è infallibile, inappellabile», «Semplicemente, ambisco al genio, ed esso, nella sua ambivalenza e tirannia, si dimostra con perfezione nella scrittura», «La mia qualità è quella di essere un uomo espulso dalla storia: pervertendo ogni idea di destino sono immune alla pena e alla compassione…». In questa ansiosa bramosia di assoluto, in questo totale e ossessivo scorticamento di sé e del reale, insofferente di qualsiasi tenerezza e indulgenza, Davide Brullo incide con l’analitica cupezza di un anatomopatologo il rapporto con ogni alterità. L’amore assume contorni cannibaleschi e onnivori, in uno sbranamento reciproco che non lascia alcuno spazio alla leggerezza, all’affettuosa comprensione, alla delicata e rispettosa dedizione. Una vertigine dei sentimenti e della fisicità possiede gli amanti, scorporandoli dalle loro individualità per farne un essere unico e mitico, quale forse quello del Simposio: «Ti amo come se fossi il prototipo dell’uomo prima della caduta, poi abortito: come se tu fossi la valle e io l’eco che la stringe e crea. Ma ciò che ti dico non ha testimoni, è nostro. Concedimi questo spreco. Di essere mortale e assoluto, consumandomi ora, per te… Se ti dicessi che spero in una catastrofe di cui noi saremmo il solo resto, cosa penseresti? Probabilmente ci odieremmo, giungeremmo a sopprimerci, perché è l’impossibilità dell’unione a unirci, la perversione del tradimento a darci l’idea dell’ebbrezza e dell’eternità».

Il mondo intorno assume allora i caratteri apocalittici di un day-after, rovinoso e perturbante, in perpetua e orrifica metamorfosi, in cui persino gli oggetti più quotidiani (una tazza, un barattolo, una piastrella…) si deformano alterando i loro confini, trasformandosi in altri oggetti, corpi, animali.   Le città, desolate in un’atmosfera kafkiana di solitudine metafisica, sono invase da colonie di insetti, lucertole, gabbiani, cani e lupi (o dal preistorico, minaccioso varano), che le costringono in scenari da incubo, da flagello biblico e maledizione cosmica: «Vedo scorrere sulla via, di fianco al cancello screpolato, moribondo, bestie impreviste. Creature che non ricordo di aver visto in alcun manuale, esseri che forse reclamano un creatore. Sfilano di fronte a me, in una marcia dimostrativa».

È straordinaria e ammirevole la maestria descrittiva di Brullo, la sua capacità visionaria di squadernare sotto gli occhi del lettore immagini di una concretezza quasi filmica, coinvolgendolo emotivamente, impressionandolo. Se poi la scrittura si concentra nell’analisi delle figure umane, ecco che da pura rappresentazione figurativa assurge a meditazione filosofica sull’imprescindibilità del male, sulla sua non riscattabile necessità. Vecchi e bambini dominano la scena del mondo, gli uni mortificati nel disfacimento repellente del loro corpo («Gli occhi della vecchia erano bianchi e vertiginosi, e nel loro incavo si era impiantata una colonia di formiche…»), gli altri vendicativi, crudeli, mutanti, in preda a istinti omicidi e distruttivi: non esiste innocenza, nell’infanzia descritta da Brullo, né pietà o solidarietà.

«A turno, manovrando un coltello di pietra, i bambini affrontarono il colpevole, stordito, estasiato, scavandolo ed estraendo un pezzo dal suo corpo. Roteavano, ebbri, ciascuno con il proprio coccio sanguinante, come se fossero mostri primordiali che illuminino il cosmo muto, sabbioso, impugnando stelle comete». Quali possono essere le radici di cui si è nutrita negli anni la scrittura così sapiente, meditata e vibrante di Davide Brullo? Senz’altro ritroviamo i toni appassionati dei profeti, da Isaia a Geremia, e le esaltate allucinazioni dell’ Apocalisse; ma anche l’indignazione dei mistici e dei predicatori medievali, e qualche immagine dantesca. E la lettura partecipe dei più noti narratori americani del 900, da Faulkner all’ultimo McCarthy; passando attraverso il rumeno Cioran di  Squartamento, fino all’assorbimento di alcuni echi da Ceronetti e Sgalambro. Frasi severe, asseverative, pregne di un gusto gnomico per la sentenza, per l’aforisma dilatato in constatazione, in tesi teorica che non ammette deroghe o appelli. Alla densità compatta di questo libro, e all’altezza indiscussa della sua prosa, nuocciono forse una ventina di pagine finali, una sorta di memento composto da illuminazioni poetiche, simil-versi scanditi da trattini di separazione, che poco aggiungono alla ricchezza fremente delle pagine precedenti. Le quali trovano la loro disperante giustificazione in affermazioni come questa: «Non ho alcuna ambizione se non quella di estenuarmi, liberandomi dal carcere delle parole e della mia storia». Ovviamente non condivisibile da chi legge Davide Brullo, e si augura invece che lui continui a scrivere narrativa così nobile e coinvolgente, sofferta e imperiosamente rigorosa.

«Atelier» n. 68, febbraio 2013

RECENSIONI

BRUNI

LUIGINO BRUNI, FIDARSI DI UNO SCONOSCIUTO – EDB, BOLOGNA 2015

Il Professor Luigino Bruni, che insegna Economia Politica all’Università Lumsa di Roma, ed è firma illustre del quotidiano cattolico “L’Avvenire”, offre in questo libriccino alcune auree regole intese a coniugare capitalismo e gratuità, mercato e carità, sulla base degli insegnamenti evangelici e delle sette virtù teologali-cardinali. Se quindi il “nostro capitalismo individualistico-finanziario, che sta trasformando il mondo in un ipermercato senza persone, senza incontri, senza parole, senza onore e riconoscimento dell’altro” risulta in effetti l’incarnazione disumana, sfruttatrice, impietosa del Male cosmico, immanente e trascendente,… secondo le francescane indicazioni del Professor Bruni ad esso dobbiamo strenuamente opporci appellandoci ai valori cristiani della fiducia reciproca, della speranza, della comprensione e del perdono, della giustizia e della sobrietà. Così, e solo così, il mondo avrà la forza di contrastare la finanza predatrice di Wall Street, l’ingordigia della Borsa, la strafottente cupidigia dell’homo oeconomicus contemporaneo. Tornando magari alla benevola e virtuosa teoria del “giusto prezzo” medievale, forse al baratto, e soprattutto alla “fede dei nostri antenati, capaci di dar inizio a cantieri di vere grandi opere perché animati dalla fede in cose più grandi della loro esistenza terrena”. Per intenderci, alla disinteressata fede di Comunione e Liberazione, al rifiuto del possesso dello Ior, agli attici cardinalizi, alla Divina Provvidenza pugliese…Convintamente cattolico, Luigino Bruni indica in Abramo, possessore solo della tomba della moglie Sara, un campione di questo nobile sprezzo di qualsiasi proprietà, dimenticando quali e quante ricchezze avesse accumulato il patriarca, non sempre simbolo di coraggiosa virtù. E sorvolando anche sui propri elzeviri nel giornale della Cei, così spesso aggressivi, diffamatori, volgari, irrispettosi nei riguardi dell’altro, verso cui predica solidarietà e agape.

IBS, 22 LUGLIO 2015