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RECENSIONI

BRUNI

LUIGINO BRUNI, CAPITALISMO INFELICE. VITA UMANA E RELIGIONE DEL PROFITTO

GIUNTI & SLOW FOOD EDITORE, 2018.

 

In una recente serie di conversazioni radiofoniche nella rubrica Uomini e Profeti di Radio3 Rai, Luigino Bruni (professore ordinario di Economia politica all’Università Lumsa di Roma ed editorialista del quotidiano Avvenire) ha affrontato il tema del rapporto tra capitalismo e cristianesimo, fede e denaro, mercato e solidarietà civile. Argomenti trattati in tutte le sue numerose pubblicazioni, con effervescente vis polemica e piacevolezza di stile, secondo un’ottica manifestatamente cattolica.

In Capitalismo infelice, volume del 2018 coedito da Giunti e Slow Food, Bruni si pone due obiettivi: la contestazione dell’ideologia capitalistica (basata sull’individualismo, l’idolatria del denaro e del consumo, la negazione del bisogno, l’enfatizzazione del merito e della concorrenza, la santificazione del business) e la proposta di un nuovo modello di sviluppo, in grado di riconfigurare l’economia e trasformare il mercato in un laboratorio di virtù etiche e civili, costruendo organizzazioni bio-diversificate e riscoprendo valori comunitari responsabili.

L’autore attribuisce al capitalismo contemporaneo, così radicalmente diverso da quello degli ultimi due secoli (descritto da Saint-Simon, Karl Marx e Max Weber),, altrettanto feroce ma meno spersonalizzante, un’enorme capacità di “creazione distruttiva” soprattutto in ambito umanistico, là dove per creare merci da vendere finisce per distruggere ogni spazio di libertà personale.

Dominato dal tecnicismo e dalla finanziarizzazione, esso si presenta come ideologia globale del successo e della ricchezza, avente come dogmi la meritocrazia, l’organizzazione manageriale del lavoro, gli incentivi di produzione. Relegando le relazioni private, i sentimenti, la creatività in un ambito di non-essenzialità, privilegia nei luoghi di lavoro e della vita quotidiana rapporti frammentati, funzionali a interessi economici, elettivi e molto circoscritti tra consimili.

“La società di mercato ha bisogno di individui senza legami forti e radici troppo profonde… Le persone con relazioni interpersonali significative, con una vita interiore coltivata, sono sempre consumatori imperfetti e difficili da gestire”. Da ciò deriva la necessità di “controllare, arginare, normalizzare” qualsiasi pericolosa indipendenza di giudizio, contestazione, spirito critico di chi consuma: siamo stati svuotati di senso e riempiti di cose, con lo scopo di attivare emozioni, codici simbolici, desideri e sogni catalizzati intorno all’acquisto e al possesso.

È cambiato il concetto di lavoro, parcellizzato e privato di motivazioni personali. Il vecchio spirito calvinista del capitalismo, centrato sull’operosità e la produzione, era ancora essenzialmente e naturalmente sociale, basato sull’attività collettiva, di cooperazione e mutualità. Oggi, la parola d’ordine delle rivendicazioni politiche e sindacali sembra si stia spostando dal “lavoro per tutti”, che era il grande ideale del XX secolo, al “consumo per tutti”. L’incancrenirsi del sistema economico su se stesso ha provocato una visione riduttiva sia degli esseri umani sia dell’ambiente, e ha prodotto un isterilimento delle risorse emotive, facendo prolificare nuovi culti idolatrici, votati a feticci mercantili, a un totemismo degli oggetti da acquistare, da possedere, di cui saziarsi anche in mancanza di effettiva necessità. Da un lato ha creato estese aree di indigenza, dall’altro una bulimia fisica e psichica, un’obesità diffusa e ingorda nell’accaparramento di beni materiali.

Luigino Bruni sottolinea il fatto che a un conformismo indotto nei comportamenti si è sovrapposto un ancora più dannoso conformismo ideologico attraverso l’imbonimento mediatico (pubblicità pervasiva e condizionante, talkshow sempre più urlati e volgari, preponderanza ossessiva di temi riguardanti la salute, la cucina, il sesso, la performance).

Anche la religione ha ceduto alle lusinghe della spettacolarizzazione e della produttività, riducendo la spiritualità a merce acquistabile (le indulgenze…), e conducendo a una deriva consumistica della fede. Alle liturgie ecclesiastiche si sono sostituite ritualità laiche (team building, business school, giochi di ruolo, sessioni di escape room, meditation room, convention imprenditoriali, piece teatrali): stratagemmi miranti a intensificare la produzione e il profitto, i cui celebranti sono i nuovo leader aziendali, manager carismatici in grado di motivare i dipendenti rendendoli devoti adepti dell’impresa, in questa new age materialistica che celebra la natura spirituale del denaro.

L’autore, commentando alcune delle più note parabole evangeliche (dei talenti, dell’operaio dell’ultima ora, del figliol prodigo), suggerisce una loro rilettura non più come giustificazione dello spirito imprenditoriale e capitalistico, ma nel senso di una condanna cristiana delle ricchezze inique, del sistema economico-sociale basato sulla meritocrazia e sull’esclusione degli svantaggiati. La vera specificità del messaggio cristiano rimane infatti il primato della gratuità, della misericordia, della grazia. “Ieri e oggi le meritocrazie hanno un solo grande nemico: la gratuità, che temono più di ogni cosa perché scardina le gerarchie e libera le persone dalla schiavitù dei meriti e dei demeriti… Se oggi volessimo spezzare la spirale di ineguaglianza e di esclusione, dovremmo dar vita a politiche educative anti-meritocratiche… Nulla è più trasgressivo del dono, nulla è più libero. È trasgressivo e libero ovunque, ma nell’ambito economico i suoi effetti sarebbero particolarmente devastanti. Perché spezzerebbe le regole dei contratti, minerebbe la gerarchia”.

Se la pars destruens, più criticamente corrosiva, del libro di Luigino Bruni risulta convincente nella sua impetuosa e polemica condanna del “capitalismo infelice”, riescono meno persuasivi i capitoli dedicati alla proposta di nuove soluzioni di organizzazione economica, capaci di rispettare le libertà dell’individuo, incoraggiandone la crescita culturale e spirituale, e intensificando la solidarietà e la generosità nei rapporti interpersonali.

Nell’ultimo capitolo del volume, intitolato utopisticamente Il lavoro di domani sarà bello, Luigino Bruni immagina una rivoluzione epocale che permetta a uomini e donne di lavorare di meno, liberando tempo e spazi privati, incoraggiando la creazione di cooperative sociali in ambiti finora non abbastanza utilizzati, a partire dai beni culturali, artistici, religiosi, turistici.

L’auspicio finale dell’autore, che forse l’attuale tragico momento pandemico rende meno illusorio, è di poter adattare la metafora vegetale al sistema economico, ancorandosi alla territorialità come le piante al suolo, in una sopravvivenza sussidiaria più sobria, essenziale, resiliente e sana. Potremmo trasformarci così in un organismo collettivo pulsante, che come una foresta apporti nuovo ossigeno nelle nostre asfittiche ed egoistiche società moderne.

 

© Riproduzione riservata                    «Gli Stati Generali», 13 aprile 2020

 

 

 

 

 

 

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RECENSIONI

BUARQUE DE HOLLANDA

CHICO BUARQUE DE HOLLANDA, IL FRATELLO TEDESCO – FELTRINELLI, MILANO 2017

Con questa recensione voglio rendere omaggio a un mito della mia adolescenza, che ha accompagnato con le sue canzoni i miei pomeriggi di ragazzina solitaria, illuminandoli non solo della particolare saudade della musica brasiliana, ma anche di una poesia civilmente impegnata, coraggiosa, esplicitamente contraria a ogni violenza dittatoriale: politica-ideologica-di costume.

Chico Buarque de Hollanda (Rio de Janeiro, 19 giugno 1944) non è stato solo uno dei più noti autori e interpreti della bossanova, insieme con Vinicius de Moraes, João Gilberto e Tom Jobim (come non ricordare le famosissime incisioni interpretate anche in italiano, e riproposte da Mina, Enzo Jannacci, Mia Martini, Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia: A banda, Pedro Pedreiro, Tem mas samba, O que serà, Funeral de um lavrador…). È stato anche sceneggiatore, poeta, romanziere di successo: e proprio in quest’ultima veste verrà qui presentato. Ma prima di commentare il suo libro più recente, pubblicato da Feltrinelli, Il fratello tedesco, vorrei ricordare che Chico è stato ed è tuttora per il suo paese un simbolo di impegno politico contro la dittatura militare, che lo portò all’arresto nel 1968, cui fece seguito un esilio auto-imposto in Italia nel 1969. Nel nostro paese conobbe la solidarietà e la collaborazione di molti intellettuali come Morricone, Endrigo, Bardotti, Luis Bacalov, Gianni Minà, Amilcare Rambaldi.

Il fratello tedesco si apre con la descrizione di un vasto e serioso appartamento di San Paolo, tappezzato di scaffali c librerie che accolgono circa ventimila volumi, capolavori di tutto lo scibile umano, in edizioni rare e antiche, provenienti da tutto il mondo. Dalle loro vissute e meditate pagine, che trattengono cenere di sigarette e polvere, sbucano velocissimi scarafaggi di ogni dimensione, insieme a biglietti del tram, liste della spesa, francobolli, cartoline.   In uno di questi tomi il protagonista Francisco, secondogenito inquieto sessualmente e intellettualmente, scopre una lettera scritta in tedesco e indirizzata a suo padre, firmata da una misteriosa Anne. La fa tradurre da un amico, scoprendo così che l’austero genitore Sergio de Hollander, stimato storico e accademico, durante un soggiorno di studio in Germania nel 1931 aveva concepito un figlio con una ragazza tedesca, che aveva poi abbandonato con il bambino, ritornando in Brasile. La vicenda alterna quindi l’esteriorità dell’esistenza vivace del giovane (passata tra scorribande notturne, studi universitari, delusioni sentimentali, dimostrazioni politiche, visite ai bordelli, sbronze, gelosia rancorosa nei riguardi del fratello Domingos), con l’ansia filiale di confrontarsi col modello paterno, mitizzato e irraggiungibile, ma improvvisamente ridimensionato in una sfera più privata, fragile e manchevole. Francisco tenta vanamente di recuperare qualche traccia del fratellastro tedesco, in una vorticosa spirale di incontri e abboccamenti con transfughi nazisti e rifugiati ebrei, nella ricostruzione di documenti inviati da diverse ambasciate e uffici ministeriali, nel pedinamento di sconosciuti sulla base di vaghe somiglianze fotografiche: con l’unico e inconfessato intento di penetrare nell’indifferente silenzio del padre, di farsi prendere in considerazione da lui. Ma il professor Sergio de Hollander, noto intellettuale trinceratosi all’interno di una fortezza fatta di libri e scrittura, morirà rimbambito senza confessare il suo segreto: mentre intorno a lui il mondo del figlio incompreso va a pezzi sotto l’assedio di allucinazioni da Lsd, incubi, rastrellamenti della polizia, esecuzioni sommarie, in un Brasile sempre più feroce e indecifrabile. Eppure, quello che sembrava il delirio ossessivo di un giovane traumatizzato da una storia familiare e dalla tragedia politica del suo paese, trova un’eco risolutiva nella vita reale di Chico Buarque de Hollanda, che settantenne riesce finalmente a ricomporre l’esistenza del fratellastro tedesco in un uomo abbandonato dai genitori naturali, adottato con un altro nome e morto di cancro nel 1981: inseguito per decenni e mai incontrato.

 

© Riproduzione riservata       

www.sololibri.net/Il-fratello-tedesco-Chico-Barque.html       25 ottobre 2017

 

 

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BUBER

MARTIN BUBER, IL CAMMINO DELL’UOMO – EINAUDI, TORINO 2023

Einaudi ripropone un testo canonico di Martin Buber, Il cammino dell’uomo, definito da Herman Hesse “un dono prezioso e inesauribile”. Nato come conferenza tenuta in Olanda nel 1947, e uscito per la prima volta come libro l’anno successivo, questo testo propone al lettore un itinerario in sei capitoli volto alla conoscenza del sé, per progredire verso la maturità spirituale e comportamentale. Secondo Enzo Bianchi, che ne ha scritto la prefazione, “Buber ci vuole parlare dell’uomo nel suo rapporto con sé stesso, con gli altri esseri umani, con il mondo e con Dio, e lo fa con una preoccupazione pedagogica”.

Martin Buber (Vienna 1878 – Gerusalemme 1965), è stato uno dei maggiori studiosi del Ḥasidismo, corrente mistica dell’ebraismo nata in Polonia nel 1700, tesa a rinnovare il giudaismo attraverso un processo di riscoperta nella vita quotidiana di un sentimento interiore di pietà, finalizzato al raggiungimento di uno stato di eterna gioia e unione con Dio. Nella sua vasta produzione filosofico-teologica, oltre alla raccolta di una serie di leggende e racconti ḥasidici e al fondamentale saggio Io e Tu del 1923, Buber si impegnò in una laboriosa traduzione della Bibbia dall’ebraico al tedesco.

Per lui, la vita va modulata come relazione, intersoggettività, dialogo, comunicando con  la creazione e il Creatore, in una concezione unitaria dell’essere.

Ne Il cammino dell’uomo sono numerosi i riferimenti alla tradizione ḥasidica e alle varie interpretazioni sapienziali delle Sante Scritture di Israele, intervallati da esempi, parabole e brevi resoconti di leggende talmudiche. I sei capitoli in cui si suddivide il volumetto portano titoli esemplificativi: Prendere coscienza di sé, Il cammino particolare, Risolutezza, Cominciare da sé stessi, Non dedicarsi a sé stessi, Là dove ci si trova, e indicano come progredire gradualmente alla realizzazione del proprio essere più profondo e autentico. Un viaggio verso la trasformazione da intraprendere senza rimpianti o ripensamenti, per ritrovare la pace interiore. “Solo quando un essere umano ha trovato la pace in sé stesso, può andare a cercarla nel mondo intero”. Si tratta di un lungo cammino, che può durare l’intera vita, e si compie inizialmente da soli per individuare debolezze, paure, fallimenti, ma esplorandosi con sincerità, rimettendosi continuamente in discussione. “Primo: ognuno deve custodire e santificare la propria anima secondo l’indole e il luogo a lui propri, senza invidiare l’indole e il luogo di altri; secondo, ognuno deve rispettare il mistero dell’anima dei suoi simili, senza penetrarlo con impudente curiosità e servirsene; terzo, ognuno, nella vita con sé e nella vita col mondo, deve guardarsi dal mirare a sé stesso”.

Assumersi come punto di partenza, non come meta finale; conoscersi, ma senza preoccuparsi troppo di sé; cercare la via migliore, ma non senza gli altri. E non è necessario spingersi in terre lontane per realizzarsi come esseri umani, né si devono affrontare esperienze straordinarie per imparare a conoscersi: “L’ambiente che percepisco come naturale, il contesto che mi è stato assegnato come destino, ciò che mi accade giorno dopo giorno, ciò che mi si richiede giorno dopo giorno: eccolo qui il mio compito essenziale, eccola qui la completezza esistenziale così come mi si apre di fronte”.

Un libriccino di sapienza millenaria, un insegnamento che travalica la sua stessa origine ebraica, ricco di massime illuminanti, venate talvolta di amara ironia, ma sempre con un fiducioso abbandono al progetto divino.

 

© Riproduzione riservata     

SoloLibri.net › … › Il cammino dell’uomo di Martin Buber

9 marzo 2023

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

BUKOVAZ

ANTONELLA BUKOVAZ, AL LIMITE – LE LETTERE, FIRENZE 2011

Antonella Bukovaz è poetessa originaria di un piccolo paese sul confine italo-sloveno, e insegna appunto sloveno in una scuola in provincia di Udine. Si occupa dell’interazione tra parola, suono e immagine, ed è attivamente partecipe delle più nuove tecniche di video-audioinstallazione. Anche questo suo libro di versi pubblicato da Le Lettere è accompagnato da un dvd, ad indicare il suo specifico interesse verso la multimedialità. Ma è proprio la sua condizione di bilinguismo quella che più emerge dalla sua scrittura poetica come riflessione sulla produzione letteraria, “al limite” tra espressioni diverse. Un suo poemetto molto interessante, recentemente riproposto nell’antologia Einaudiana  Nuovi Poeti Italiani 6, si apre con una lunga citazione di Pasolini sulla reciproca compenetrazione tra italiano e friulano, ufficialità e marginalità, nostalgia e regressione da una parte e rappresentazione “civile” dall’altra. Ed ecco dunque la sofferta condizione poetica della Bukovaz: «Parlo dal bordo e solo mi capisce / chi arretra per dare spazio / alla respirazione della distanza / tra una lingua e l’altra», «parlo da questa compresenza / in cui sempre cerco la parola persa», «i suoni slavi compongono il mondo / che appena mi consola», «È il linguaggio l’unico altrove che mi resta». Con la consapevole e orgogliosa affermazione della sua unicità di interprete di due diverse anime ed espressioni: «Lingua sconfinata / io ti sono sentiero!». In altre poesie, l’ intenso rapporto vissuto con un paesaggio-persona («Ho deciso di stare dove posso comprenderti tutto… andiamo uno nell’impronta dell’altro…  e pago questo amore sconfinato / con la fragilità di ogni mio respiro») evidenzia comunque questo bisogno assoluto di radicamento (il deittico “qui” viene ripreso in continuazione, a ribadire l’esigenza di un posizionamento nella fedeltà a un luogo: «mi sono fermata qui… posso stare qui… Qui le cose tendono a ciò che è bene»), la necessità di preservare la realtà conquistata, allontanando il timore di una sua scomparsa o dissolvimento: «Distesa lungo l’ultimo sentiero / sono la tua forma senza inganno / traccia di scomparsa / che appare se mi volto dentro / in assenza di percezione».

 

«Leggendaria» n. 97/98, gennaio 2013

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BUKOWSKI

CHARLES BUKOWSKI, UNA TORRIDA GIORNATA D’AGOSTO – GUANDA, PARMA 2014

«sto usando questa poesia per riempire lo spazio / mentre bevo / il mio ultimo bicchiere di vino //
stasera // è stata una serata soddisfacente: ho visto un / eccellente incontro di pugilato / prima //
messo l’antipulci ai gatti // risposto a due lettere / scritto quattro poesie. / certe notti scrivo dieci
poesie / rispondo a sei lettere»

Quale fosse il rilievo che Charles Bukowski attribuiva alla sua attività poetica risulta evidente dai versi citati: scrivere poesie, o lettere, o i racconti che gli venivano sollecitati – e ben retribuiti – da editori di pornografia, gli richiedeva la stessa concentrazione e dedizione che occuparsi dei suoi amati gatti. Ironizzava molto sul suo essere un «grande scrittore americano», simile a Norman Mailer nei «10 chili in sovrappeso», e invitato a conferenze in giro per il mondo, quando in realtà si riteneva un poeta mediocre, e commentava sarcasticamente la produzione sua e di altri famosi colleghi: «gli stessi poeti che leggono e / rileggono negli stessi posti; sono imbarazzato per / loro e per / me stesso: / pensiamo davvero di forgiare la lingua in modo / più in- / consueto rispetto alle previsioni della borsa o / del tempo? // tutte quelle parole – che scriviamo a profusione – / ancora e ancora – la maggior parte di noi vive vite / ordinarie e senza coraggio – siamo folli a pensare / che i nostri / discorsi siano eccezionali?»

Nessun rispetto per la tradizione letteraria, nemmeno quella classica, che volutamente tendeva a smitizzare: «metto giù Rabelais / e gli strizzo l’occhio. / questo è quello che gli / scrittori si fanno / a vicenda. // al posto suo, mi / prendo una pastiglia di / vitamina C. //… Rabelais / eri un / ragazzo tanto tanto / interessante».

Nello stesso modo sbeffeggiava lo stile tradizionale, con i suoi versi smozzicati, interrotti a metà, volutamente prosastici e ignari di maiuscole, sia all’inizio che all’interno delle poesie, quasi a voler sottolineare un polemicamente divertito understatement. Più interessato all’alcol, alle corse dei cavalli, al sesso, alla banalità della vita quotidiana, ai soldi facili, Bukowski esibiva anche rabbiosamente il suo sostanziale e motivato distacco dal mondo artefatto del sogno americano, e la sua assoluta, solidale preferenza per gli emarginati, gli ubriaconi, le puttane, le camere d’albergo, i bar più squallidi. «Be’, copuli e copuli. / lasci la casa di questa e / vai nella casa di quella e confronti / copriletto / salviette del bagno / televisori / carta igienica / e il contenuto dei / frigoriferi; la mia lunga esistenza è sempre stata / solo questo e niente di / più; non c’era / altro da / fare / se non scopare; Vicini ottusi e impiccioni, lavori sopportati a malapena e per poco tempo, riti-doveri-cerimonie borghesi (Natale, Capodanno, servizio militare, tasse, pulizia corporale, civismo farisaico) da rispettare per quieto vivere:; mi scoccio quando mi fotto con le mie stesse mani;se vuoi spedirmi in un inferno anticipato / costringimi a passare una giornata intera a / Disneyland».

Gli affetti familiari gli suonavano irrimediabilmente retorici e insopportabili (la moglie querula, la suocera che gli rimproverava le parolacce, un padre detestato che gli aveva rovinato l’infanzia): «i piedi di mio padre puzzavano e aveva il sorriso / come un / mucchio di merda di cane. // essere lo stesso sangue di quell’odiato sangue / rendeva le finestre intollerabili, / e la musica e i fiori e gli alberi / brutti. // ma si vive: il suicidio prima dei dieci anni / è raro».

Cosa può salvare dallo sconforto, se nemmeno la scrittura offre più scampo? Forse solo la magia di una «mattina strana», come quella narrata in una lunga poesia che descrive lo spontaneo e immotivato adunarsi di una folla di uomini davanti a un bar: varia e inconcludente umanità che si ritrova solidale intorno al nulla di un mezzogiorno libero da qualsiasi impegno. Oppure la rara e rivelatrice consapevolezza che al puro esistere bisogna comunque e sempre rimanere grati: «trovi una sedia, ti siedi, accendi un sigaro. / di ritorno da un migliaio di guerre / guardi fuori da una porta aperta nella notte. / Sibelius suona alla radio. / nulla è stato distrutto. / soffi fumo nella notte nera, / sfreghi un dito dietro l’orecchio / sinistro. / ehi bello, in questo momento, sei in cima al / mondo».

 

«nazioneindiana», 15 aprile 2014

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BUKOWSKI

CHARLES BUKOWSKI, SVASTICA – STAMPA ALTERNATIVA, TARQUINIA 2011

“Il Presidente degli Stati Uniti d’America entrò nell’auto, circondato dagli agenti. Prese posto sul sedile posteriore. Era una mattina anonima e scura. Nessuno parlò”. È l’incipit di un racconto di Charles Bukowski, Svastica, inserito nell’edizione americana originale di Storie di ordinaria follia, e mai pubblicato nelle corrispondenti edizioni italiane. Il motivo di questa censura viene ipotizzato da Raffaello Gramegna, curatore di questo volumetto, nella sua appassionata introduzione. “In Svastica l’ambiente non è il solito manicomio, né il bar, né la camera dai muri screpolati. Qui, per la prima volta in un libro di Bukowski, si comincia dalla massima espressione di ambiente socialmente sano: the White House, signori, la Casa Bianca”. In effetti, il racconto non è molto tipico della narrativa bukowskiana: nemmeno sfiorato dall’ossessione del sesso, dell’alcol, e delle secrezioni corporee, è invece centrato sulla leggenda del ritorno del Führer. La violenza, che è un tema tipico dello scrittore americano, qui è ovattata, pervasiva e priva di connotati fisici; essa caratterizza il potere, capace di modificare i rapporti umani e addirittura il corso della storia mondiale.

La narrazione si apre con il rapimento del Presidente degli USA, che in un giorno di pioggia battente viene condotto dalla sua scorta, anziché verso la meta programmata dell’aeroporto, in un luogo segreto, attraverso stradine sterrate e fangose (con successivi trasferimenti di auto e depistaggi per evitare ipotetici pedinamenti), in una vecchia pensione situata in aperta campagna. Impaurito e stupefatto, si trova davanti un Hitler ottuagenario, ma vigile e concentrato in un suo diabolico piano.

“Questo è un gran giorno per la Storia”, dice uno degli agenti segreti. Il Presidente e il Führer, sottoposti a un’incredibile e futuristica operazione plastica, si scambiano connotati e ruoli. Il dittatore, che dopo la fine della guerra e il falso ritrovamento del suo cadavere nel bunker di Berlino, ha continuato a dirigere le sorti del mondo in incognito, si dirige in pompa magna verso la Casa Bianca, dove occuperà l’Oval Office e la cameraa da letto del Presidente, mentre quest’ultimo finirà recluso in una clinica psichiatrica, da dove continuerà a proclamare la sua vera identità, deriso da medici e degenti.

Il raccontino in sé non ha un particolare valore letterario, e forse l’unico interesse che può riscuotere sta appunto nel fatto di essere stato escluso dalla più famosa raccolta di Bukowski. Ma l’edizione di Stampa alternativa ha invece il merito di proporre il testo originale in inglese, e un’attenta ricostruzione biografica e ideologica del curatore, che difende l’autore dalle accuse di simpatie naziste, sottolineando la sua anarchica opposizione a ogni potere, e il suo essere sempre stato “CONTRO; contro i comunisti, contro il governo americano, contro i padroni, contro le femministe, contro gli ecologisti, contro i blue collars, contro i cristiani praticanti, contro la Beat Generation, contro sé stesso”.

© Riproduzione riservata      https://www.sololibri.net/Svastica-Bukowski.html               5 novembre 2019

 

 

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BULETTI

AURELIO BULETTI, REGINE – ADV, LUGANO 2016

“Madamina, il catalogo è questo”, viene da canticchiare leggendo il libro di versi di Aurelio Buletti: una sorta di Don Giovanni filosofico al contrario, alquanto misogino, beffardo e risentito, nel presentare il suo inventario di Regine, reginette, principesse, marchese, proletarie, commesse, cameriere, artistoidi, casalinghe, attricette, puttanelle, nobildonne e intellettuali sfigate. Un po’ frigide un po’ assatanate, mantidi religiose o bacchettone, le femmine di Buletti vengono schedate con impietoso sarcasmo, in un lussureggiante e fantasmagorico elenco di divertite metafore: Notte Profonda, Degna di Lode, Stanca di Tutto, Ventata di Allegria, Foresta Nera, Tabula Rasa, Acqua Passata, Anima Pura, Spesa Folle, Sola Soletta, Pesca Matura… In crudelissimi distici, terzine o quartine, l’autore inquadra vizi reali e false virtù dell’intero universo muliebre, con relativi imbalsamati o rimbambiti accompagnatori: non si salvano mamme e nonne, mogli e fidanzate, insegnanti e studentesse, tutte accomunate da una teatralità infingarda, tesa a macchinare trappole per irretire ingenui maschioni, da sfruttare sessualmente ed economicamente. «Spesa Folle non ama Preventivo, / detesta addirittura Consuntivo», «Gara D’Appalto ha molti spasimanti: / sceglie per lei Autorità Preposta», «Dolce Brezza accarezza Prato Bello, / gli sussurra di esistere per quello», «Figlia dei Fiori si sente smarrita: / la consola la vecchia Anny Sessanta», «Turris Eburnea vive isolata: / quanti ne incontra invece ogni giorno / Refugium Peccatorum», «Voce Poetica / quando si crede voce di Messia / ogni testo lo chiude in così sia». I luoghi comuni vengono rivitalizzati in una spiazzante e sogghignante resa ritmica, sottolineata dall’aculeus finale, sempre intelligente nella sua esacerbata “agudeza”, e la copertina del volume (rosa con tante silhouette di intercambiabili figure femminili) si adegua elegantemente all’ésprit dei versi.

 

© Riproduzione riservata       

www.sololibri.net/Regine-Aurelio-Buletti.html       11 settembre 2017

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BUNSTON DE BARY

ANNA BUSTON DE BARY, SONGS OF LAKE GARDA – RAFFAELLI, RIMINI 2015

Della scrittrice inglese Anna Bunston de Bary (1869-1954), pressoché dimenticata o addirittura ignorata nella sua patria, in Italia si sapeva poco o nulla. Recentemente l’editore riminese Raffaelli ha dedicato a quest’autrice un elegante volumetto, Songs of Lake Garda, contenente tredici testi poetici illustrati da cartoline d’epoca (con originale a fronte, note biografiche e critiche), che viene non solo a colmare un vuoto nella cultura letteraria della prima metà del ‘900, ma ci regala immagini e versi luminosi su uno dei paesaggi più ammirati e romantici del nostro paese. Curato e tradotto da una studiosa veronese, Eleonora Padovani, con il supporto di ricerche d’archivio dello storico gardesano Marco Faraoni, il «breve canzoniere» – come viene definito dalla prefatrice Rita Severi – ritrae lo scenario lacustre e l’ambiente contadino quale dovette apparire ad Anna Bunston de Bary negli anni della Prima Guerra Mondiale. Infatti, la sua prima e forse unica visita sulle sponde del Benaco è testimoniata nel 1917, e la pubblicazione di nove poesie relative ad essa risale al 1919. Il volume raccoglie inoltre quattro testi comparsi successivamente, in un’antologia poetica del 1947, più due poesie di D’Annunzio e Vittorelli tradotte in inglese dall’autrice.

Anna Bunston de Bary, nata da un insegnante e pastore anglicano, essa stessa insegnante e moglie di un pastore protestante, fu scrittrice di versi, romanzi, racconti, testi teatrali e resoconti di viaggio. Attiva nei circoli letterari della sua epoca, dedicò una raccolta di poesie ai soldati inglesi impegnati nei combattimenti della Grande Guerra, e ottenne un discreto successo componendo una tragedia in versi sul personaggio biblico di Jefte.   Le tredici poesie qui presentate hanno riferimenti toponomastici precisi (Garda, Malcesine, Toscolano, Maderno, Sirmione, Gargnano…) e di queste località benacensi descrivono colori e profumi, vegetazione e costruzioni, abitanti colti nelle loro abitudini e mestieri:

«Così semplice, così austera / La vista che qui mi trattiene – / Un colle, un olivo grigio, / Una piccola Casa del Signore imbiancata / dove solo i poveri pregano!», «Le acque del lago sono brillanti, / Gli oleandri in fiore, / I colli sono ammantati di un verde scintillante / Sotto i loro cappucci di neve», «E ogni barca da pesca dipinta / Che fluttuava in silenzio / Sembrava una creatura vivente alata, Un grande uccello incantato», «Oltre i cipressi di San Vigilio / Guardammo a Garda sull’azzurra sua baia…// Quando la morte mi reclamerà e dovrò pregare / Le mie labbra ostinate saranno pronte a dire / “Se mi devi prendere con te, fallo sulla via / Di Garda e Malcesine”», «Si può essere tristi dove crescono gli olivi? / Ella portava i rami d’olivo e piangeva».

Olivi, vigneti, cipressi, chiesette, monaci, pescatori, lavandaie, baie di acqua azzurra, cieli tersi: alle descrizioni in versi di Anna Bunston de Bary prestano uno sfondo suggestivo le antiche cartoline artistiche riprodotte tra le pagine del volume, in massima parte firmate dal pittore bavarese Zeno Diemer (1867-1939), che offrono al lettore, con la loro patina rétro, scorci idilliaci di atmosfere scomparse.

 

© Riproduzione riservata      www.sololibri.net/Songs-of-Lake-Garda-Bunston.html    2 novembre 2016

 

 

 

 

 

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BUONAIUTI

ERNESTO BUONAIUTI, GESÙ IL CRISTO – E/0, ROMA 2019

Ernesto Buonaiuti (Roma1881-1946), uno dei maggiori esponenti del modernismo cattolico, professore di storia del cristianesimo all’università di Roma, storico insigne e direttore di diverse riviste teologiche, era stato ordinato sacerdote nel 1903, ma nel 1926 venne colpito da scomunica ed esonerato dall’insegnamento, quindi destituito per non aver prestato giuramento al regime fascista. Come studioso indagò molti aspetti e figure della storia della Chiesa, spesso in polemica con le direttive e le gerarchie vaticane.

Il saggio Gesù il Cristo è la sua opera più controversa, iscritta nell’Indice dei libri proibiti come eretica da papa Pio X. Fu pubblicata per la prima volta nel 1926, e due anni fa è stata ripresa dalle edizioni E/O nella “Collana di pensiero radicale” diretta da Goffredo Fofi.

Perché questo piccolo libro ha potuto creare tanto scandalo in ambito ecclesiastico? Si tratta di un emozionante e appassionato excursus sulla vita di Gesù, inserita nel contesto storico cui apparteneva. Aprendo la sua narrazione con le parole profetiche di Malachia (“Sulle vostre fronti, tementi il mio nome, sorgerà un sole di giustizia, i cui raggi arrecheranno la guarigione. Voi ne trasalirete di gioia e ne tripudierete, come vitelli tratti fuori dalla loro clausura”), Buonaiuti celebra il sole di giustizia che si annuncia per gli uomini con la venuta di Cristo, dopo il regno di Erode il Grande e durante la dominazione romana.

Un Gesù uomo tra gli uomini, quindi, che appare all’interno di eventi storici luttuosi, violenti, iniqui, a divulgare parole di pace e giustizia, di mitezza e speranza. Lo precede la ribellione anti-romana di un fanatico zelota, Giuda; lo precede Giovanni il Battezzatore che purifica nelle acque del Giordano chi è alla ricerca di un rinnovamento interiore; lo precede una “inquietudine aspra e tremante di ansiose aspettative, nutrite di brividi e di singhiozzi”.

In una prosa forbita, immaginosa e inebriante, Buonaiuti ripercorre tutta la vicenda umana dell’“artigiano trentenne, venuto da Nazareth”, descrivendone l’anelito spirituale, l’ansia missionaria, i dialoghi amichevoli e le discussioni infervorate, i luoghi attraversati, i desideri e le delusioni. Quindi il distacco dalla famiglia e dalla bottega del padre, l’abbandono della sospettosa e ingrata città natale, l’arrivo a Cafarnao, le prime predicazioni e i primi seguaci, i prodigi e le guarigioni attuate in mezzo a “una folla oscillante di curiosi, di malati, di pezzenti, che sembrava suggere dalle sue parole un segreto e inesprimibile sentimento di sollievo e di conforto”.

Come e cosa insegnava Gesù? “Egli impartiva il suo insegnamento semplice e disadorno, cogliendo le più modeste occasioni, facendo appello ai motivi più familiari della vita quotidiana, traendo lo spunto dagli incontri meno previsti, utilizzando le più consuete nozioni della tradizione religiosa ufficiale”.

Perché un libriccino così ispirato e intenso ha provocato reazioni tanto feroci e isteriche all’interno del Vaticano? Più che al contenuto del testo, le censure e i timori clericali erano rivolti al diffondersi della filosofia modernista, di cui Ernesto Buonaiuti era uno dei principali esponenti. Il modernismo cattolico proponeva infatti di ripensare il messaggio cristiano alla luce delle istanze della società contemporanea, suggerendo una lettura razionalista della Bibbia e dei riti religiosi, rispettosa dell’autonoma determinazione dell’individuo e collettività, emancipata da ogni prospettiva e sistema di valori compiuto e di carattere assolutistico. La Chiesa aveva già condannato il modernismo come eresia a partire dagli inizi del ’900. In epoca fascista, di dittatura ideologica e di compromessi con l’istituzione cattolica (ricordiamo che i Patti Lateranensi furono firmati nel 1929!) tale condanna fu ribadita e aggravata da scomuniche e persecuzioni varie.

La tesi del libro che più poteva sembrare pericolosa era la distinzione tra il Cristo della fede e il Gesù della storia, narrato dai Vangeli canonici, che nulla potevano o dovevano affermare della sua divinità. La severa accusa di fariseismo rivolta alla tradizione religiosa vigente nella Palestina neo-testamentaria venne letta dalla gerarchia ecclesiastica come allusione alla precettistica illiberale e dogmatica, al formulario legalista e alla liturgia codificata messa in atto dalla Chiesa del XX secolo.

Come poteva essere altrimenti? Ecco le parole innamorate che Buonaiuti scriveva sul Figlio dell’Uomo: “La stupenda originalità del suo messaggio sarebbe stata tutta nella riduzione, così della disciplina etica farisaica come dell’aspettativa escatologica cantata nella letteratura apocalittica”, in favore del “programma rovesciatore” espresso nel Discorso della Montagna: “Quattro promesse di beatitudine, quattro minacce di maledizione, null’altro. Ma in esse era racchiusa la dottrina sociale più sottilmente sovvertitrice che fosse mai stata bandita al cospetto degli uomini”.

Di un Gesù rispettoso della Legge (“Non un accento ne sarà cancellato”), ma altresì convinto della necessità di un rinnovamento del culto, il teologo scomunicato scrisse: “Gesù rivendica la santità elementare della legge morale, eterna quanto il cielo e la terra. Ma in pari tempo sa di bandire un messaggio cui i poteri costituiti e le autorità religiose resisteranno con accanimento barbaro e con violenza cieca, tratti da una fatalità tragica a reagire brutalmente contro chi ripristina i valori da cui pure essi trassero i titoli e le ragioni della loro esistenza, e con ciò stesso, a segnare, inconsapevoli, il proprio verdetto di morte”.

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 29 luglio 2021

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

BURGER

HERMANN BURGER, L’ILLETTORE – L’ORMA, ROMA 2017

«Cara Signora e sovrana di Blankenburg, Amica del cuore, eccelsa Lettora, La ringrazio anzitutto per l’indefessa lettura, chi meglio di me, affetto da illessia …». Così inizia la prima delle sette lunghe lettere pseudo-autobiografiche (il sottotitolo del romanzo suona “una confessione”) che il protagonista scrive a una coltissima e illuminata Principessa, cultrice delle Arti e della Letteratura, raccontandosi e raccontandole del proprio esistere fuori dal mondo, ossessionato da fantasmi mentali e paure, idiosincrasie ed esaltazioni improvvise: ma soprattutto straziato da una misteriosa malattia, il “morbus lexis” (una sorta di catatonia cerebrale, derivata dall’infiammazione delle “terminazioni nervose pre-sinaptiche”) che gli impedisce di leggere, o anche solo di avvicinarsi fisicamente alla carta stampata.

L’Illettore – che si definisce Accantato, morto vivente, catalettico – vive recluso in uno scantinato (catapecchia, tubo, cappella fredda, cisterna, arca) senza rapporti con il prossimo, fatta eccezione per la stizzosa “serva druda” che tre volte la settimana gli riordina il bugigattolo, ragguagliandolo un poco sulle novità esterne. Dal suo buco infossato nel buco imperviamente e nebbiosamente naturale di Schruns-Grächen in Austrizzera, l’uomo scontento di sé comunica epistolarmente con Donna von Fürstenfeld (Lettora suprema, Signora benigna, musa degli intarsi variopinti, bibliofila contessa, regina delle mille e una veste, Governatora, onnivora liseuse, nobile Corsiva gotica), la quale vive in uno sfarzoso castello incastonato all’interno di un ancora più sfarzoso parco a Blankenburg, servita e riverita dal domestico Loontien e dal segretario Arpagaus. In tono sarcasticamente reverenziale e beffardamente rispettoso, l’Illettore illustra alla sua amica di penna la propria esistenza amorfa e sprecata di recluso, in passato gran divoratore di libri al punto da diventare egli stesso una lettera dell’alfabeto («ho assorbito così in profondità queste pietre preziose dell’umano spirito che nessuno le potrebbe estirpare dalle mie viscere e dalle mie ghiandole») e, all’invito di lei a trasferirsi nel suo castello come esperto bibliotecario, confessa orgogliosamente di sapersi accontentare di una conversazione epistolare «elisia e sferica e serafica ed eolica».

Il turbinoso e caleidoscopico monologo del protagonista si nutre di citazioni letterarie soprattutto di area germanica, con rapsodiche incursioni tra gli scrittori russi; ma anche di considerazioni sui mala tempora politici e sociali, e di descrizioni paesaggistiche dei panorami montuosi della Svizzera interna, supportate da un’approfondita conoscenza delle scienze naturali (geologiche, stratigrafiche, morfologiche, icnologiche). Le sue divagazioni narrative si avvolgono a spirale, in una scrittura fagocitante, alimentata di se stessa, che esibisce uno sfoggio di erudizione sottilmente compiaciuto e ironico nell’affrontare gli argomenti e le discipline più varie: dall’architettura alla neurobiologia, dalla linguistica all’erboristeria, e disserta sul fumo, sulla posta, sui costumi popolari, per tornare sempre al tema principe, la letteratura. L’amore per il libro, inteso anche come oggetto di culto e da collezione, sovrasta ogni altra passione: l’Illettore, privato a causa del suo “morbus lexis” di qualsiasi interesse per la concretezza della quotidianità, vive di memorie librarie, e forse proprio grazie ad esse, in conclusione del volume, riuscirà a ritrovare la salute e la capacità di uscire dalla sua tana: «Mi darò da fare, voglio provarci».

L’autore di questo “testo multiforme” (come lo definisce l’attenta traduttrice Anna Ruchat), pubblicato nel 1986 e per la prima volta adesso dalle edizioni romane de L’Orma, è uno dei più importanti e originali scrittori svizzeri, Hermann Burger (1942-1989), che qui ha inteso sperimentare non solo una tecnica narrativa provocatoriamente dissacrante, ricca di citazioni, neologismi, excursus eruditi, didascalismi, cacofonie verbali: ma anche e soprattutto ha voluto offrire ai lettori il documento di uno stato paralizzante di depressione clinica, descritta nel breve saggio conclusivo, di cui egli stesso ebbe a soffrire per anni, e che lo portò a suicidarsi, proprio come uno dei poeti più citati in queste pagine, Paul Celan, che in un suo verso incoraggiava inutilmente se stesso a vivere: «Smetti di leggere: guarda!»

Libri che salvano, libri che annientano. Hermann Burger (l’illettore) scriveva con severità: «in letteratura le cose non vanno diversamente che nella vita, ovunque ci si giri, si incontra subito l’incorreggibile plebaglia dell’umanità, onnipresente a legioni, e tale folla innumerevole lorda ogni cosa, come le mosche d’estate; di qui il numero mostruoso di cattivi libri buoni o di buoni libri cattivi, nessuno dei quali, nel giro di dieci anni, sarà sopravvissuto». Eppure, una scrittura meritevole come quella di Burger continua a vivere e a interessarci, sopravvivendo ad ogni depressione, mentale e culturale.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/L-illettore-Hermann-Burger.html;     7 aprile 2017