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RECENSIONI

CANDIANI

RITRATTO DI POETESSA: CHANDRA LIVIA CANDIANI

Ho conosciuto Chandra Livia Candiani in una giornata primaverile del 1986, quando si è presentata nel nostro appartamento zurighese in compagnia di Vivian Lamarque, dei suoi giovani editori reggiani Giorgio Messori e Beppe Sebaste, e di un suo amico. Erano venuti per festeggiare in terra elvetica il quarantesimo compleanno di Vivian, e noi li avevamo accolti con una merenda accompagnata da una tentatrice torta di panna e fragole. Chandra mi era parsa da subito un po’ intimidita: minuta, silenziosa, se non a disagio appena spaesata, quasi interrogativa nel guardarsi attorno e nel soppesare meditabonda e lontana da qualsiasi intenzione giudicatrice le nostre chiacchiere, le nostre prevaricanti esibizioni di loquacità. Le mie bambine, Daria e Silvia, avevano allora sette e un anno, e Vivian, presentando Chandra alla più grande, l’aveva così avvertita: «Vedi questa ragazza? È un folletto!» E in effetti, con la sua espressione di infantile stupore, i capelli corti, biondi e dritti sulla testa, il corpo agile e inquieto, Chandra ben si prestava a incarnare una vaporosa figurina boschiva. Quando poi la Polaroid rese a noi, increduli e divertiti, una foto di gruppo in cui il viso del poetico folletto risultava coperto da una luminosa bolla a raggiera, una sorta di sole o simbolo azteco, mia figlia fu convinta definitivamente della straordinarietà extraterrestre della nostra ospite. Per più di venticinque anni non ci siamo riviste o risentite, ma mesi fa le poesie di Chandra Livia Candiani sono apparse, insieme alle mie e a quelle di altre dieci poetesse, nel volume einaudiano Nuovi Poeti Italiani n.6, curato da Giovanna Rosadini. Ed è stato commovente e rivelatore leggere i suoi versi, introdotti da una presentazione particolarmente affettuosa e partecipe. La curatrice infatti così la tratteggia: «Personalità schiva e appartata… un talento genuino e prolifico… leggerezza è il termine che la contraddistingue. Ci sono, nella serenità e nello spirito compassionevole e lieve della poetessa, una profonda sapienza e saggezza, nutrite di consapevolezza psicanalitica e ricerca religioso-filosofica».

Effettivamente da moltissimi anni Livia Candiani, nata a Milano nel 1952 da famiglia di origini russe, si è convertita al buddhismo, ha passato lunghi periodi di tempo in India e vive nel capoluogo lombardo traducendo dall’inglese testi buddhisti: ma non appena può si ritira in un monastero sulle colline del Northumberland, ai confini con la Scozia. Il suo nome elettivo, “Chandra”, significa “Luna”, e del suo interesse per la meditazione e la spiritualità sono pervasi tutti i suoi testi. Che ora possiamo avvicinare, proprio partendo dall’antologia einaudiana uscita nel giugno del 2012. Dopo aver esordito con la pubblicazione di libri di fiabe (Fiabe vegetali, 1984, e  Sogni del fiume, 2001), Chandra Livia si è concentrata soprattutto sulla poesia, e dalla sua feconda produzione -in gran parte tuttora inedita- sono stati editi nell’ultimo decennio quattro piccoli volumi. I testi presenti in  Nuovi Poeti Italiani n.6 sono tratti dalle raccolte Versi d’asino, Il sonno della casa, Bevendo il tè con i morti e Pianissimo per non svegliarti.
Dalle venti composizioni antologizzate nel volume Einaudi si trae, è vero, una prima impressione di sottile e discreta lievità, che tuttavia viene subito contrastata, ad una lettura più attenta, dalla consapevole rivelazione di una vena meditativa più profonda e malinconica, di una assidua e sincera ricerca di significati ultimi, di verità illuminanti: «Noi siamo i vetri / non c’è un dietro per noi / da cui poter guardare / parvenze di altri, / siamo rivolti a tutte / le intemperie / dell’anima e dell’aria», «Noi siamo l’incisione / tra spazio e tempo / taglio netto e profondo / dormiamo così / calpestati da chi sale / e chi scende bare / e culle mattine e notti / feroci e opache, / i testimoni delle scale: / gocciola in silenzio / su di noi la paura dei passaggi».

Se il “noi” di una fratellanza universale, di un comune destino cosmico che unisce tutte le creature viventi, e le lega a tutte le generazioni passate e future («resta / questo filo teso di contati / respiri sopra l’abisso. / Che ci ama. / Tutti.») è il sentimento prevalente della riflessione filosofica di Chandra Livia, la sua storia personale, di gioia-amore-sofferenza-lutti non viene occultata da una retorica sentimentale livellatrice, ma viene assunta e esplicitata nelle sue luci e nelle sue ombre: «dunque la gioia / è questo sangue che bussa / ai polsi, questo amico / dei rintocchi», «Sono matassa di smarrimenti / senza disegno, sono calce / viva sotto pelle / di tamburo che vibra / a ogni sfioramento sono / bambino sbucciato / corso via perdutamente e poi caduto / a terra, come sparato, / al cuore».

L’amore ha il suo spazio, importante, fondamentale, nel riconoscimento del proprio sé nell’altro, nella condivisione del tempo e dei sogni, nel dono di una reciproca generosità: «Io farina / tu pane / io goccia d’acqua / tu sete / io orlo / tu veste celeste. / Scambiami per un tuo pensiero, un difetto / nella tua smemoratezza, / un inciampo. / Inciampa in me / come in un parente avvinghiato». E alla base di questa capacità e volontà di affidarsi a tutto ciò che avvolge e accoglie il nostro piccolo io, c’è senz’altro questa tranquilla fede nella bontà di un ascolto trascendente: «La saggezza del giorno / si scioglie in pioggia, / sono ascoltata: / goccia per goccia / si stende il velo / pietoso / di un udito / che non ha premura / accoglie / il gradino / su cui si stende preciso il gatto / l’oro nero dell’olmo / l’asfalto lucido e stellato».
Le tre sezioni che compongono il volume che Livia Candiani ha pubblicato da Campanotto nel 2005, Io con vestito leggero, hanno in comune la levità delle atmosfere e delle parole, quasi avessero timore di ferire, o di incidere una realtà che la poetessa desidera solamente sfiorare: con la delicatezza di un soffio leggero, di uno sguardo appena posato, e subito rivolto altrove per discrezione. Si avverte addirittura qualcosa di volutamente svagato, distratto, programmaticamente inteso ad evitare il troppo di ogni passione, di ogni dolore. Ambienti e personaggi vivono la stessa, magica estraneità al mondo concreto delle figure di Lewis Carroll, lontane dalla pesantezza calcolata dell’età adulta. Così La Signora protagonista del primo capitolo «si è seduta sui rami», «è nata ieri / e già la polvere la insegue», «cade tra le pupille imprestate», «chiude i giorni / come fossero veli», «prepara il letto di foglie»: è una fata, forse, o una fantasia, o una promessa di bene. Vive circondata da alberi, foglie, cieli, nuvole e uccelli. Tutte «cose leggere e vaganti», direbbe Saba. Nella seconda sezione, Lettere mai scritte, la malinconia per ciò che non è avvenuto, ed è rimasto sospeso, irrealizzato, si fa più evidente, pur rimanendo circoscritta ad un’impressione sfumata di tristezza: «con quali passi / si finisce se stessi / in una lettera», «Anche una lettera d’affari / è nostalgia / di un impossibile parlarsi», «Come vorrei saper scrivere / una lettera ai boschi / a un fiume o a una / qualità del cielo», «Strano mettere la data alle lettere come fossero / valide solo per oggi».

Il capitolo conclusivo che dà il titolo all’intero volume, ha il merito di aprirsi a versi che offrono il ritratto più esaustivo della loro autrice: «m’inchino ai semafori / e accarezzo con le suole l’asfalto», «Sospendo il petto / ai fili del bucato /…è mia questa capacità / d’amare senza possibilità / d’oggetto», «non siamo rose / né uccelli / né il vento / ma l’attesa di soffiare / di volare / di sbocciare».
Ma c’è un’ ultima, fondamentale, raccolta di versi che Chandra Livia ha pubblicato nel 2007: Bevendo il tè con i morti ( Viennepierre, Milano), in cui i trapassati, sia quelli che abbiamo amato o appena conosciuto, sia quelli che appartengono alla memoria comune, alla fantasia, all’aria, recuperano una loro voce dimenticata o trascurata in vita, memento alla nostra distrazione quotidiana, affettuoso rimprovero per le nostre disattenzioni o temporanee insensibilità. Qui «celeste e terrestre si compenetrano», come suggerisce Giovanna Rosadini, e come appare evidente da questi esempi: «Verso sera / i morti siedono sui fili della luce / come gocce di pioggia / che è già caduta», «il morto che ha paura di vivere / si alza di notte / rassetta la terra / cambia l’acqua ai fiori / della tomba / si siede a guardare le stelle / da lontano. Sfugge / le rassicuranti chiacchiere / dei vissuti», «Non ai morti / si addice la tristezza / ma al bugiardo / perdurare dei vivi », «La morta / con il canarino sulla spalla / dice che come l’uccello / dalla gabbia / lei dal corpo / è sfuggita», «Il passo sboccia / da un’andatura del pensiero / forti come nuvole / passano i morti».

In questa Spoon River milanese, dagli esotici accenti orientaleggianti, Chandra Livia Candiani riflette la sua sensibilità ricettiva e premurosa, con una voce che si riconosce assolutamente femminile e lontana da paludate tradizioni letterarie del nostro novecento: più vicina semmai alla delicatezza delle liriche cinesi, a una storia millenaria di ascolto e aconfessionale preghiera.  La stessa discrezione partecipe che la tiene lontana dai circuiti editoriali e mediatici di produzione poetica tanto in voga oggi, e invece attiva conduttrice di seminari di poesia nelle scuole elementari. Forse proprio in uno di questi appuntamenti con i più piccoli, Chandra ha incontrato la ragazzina cui dedica i versi finali dell’antologia einaudiana: «Fatema, la bambina rom, ha scritto: / è bello / vedere l’aria felice». Ecco, questa sembra essere l’ambizione più assoluta della sua poesia: una condivisione gioiosa di purezza, di verità.

© Riproduzione riservata             «La poesia e lo spirito», 7 novembre 2012

RECENSIONI

CANDIANI

CHANDRA LIVIA CANDIANI, IL SILENZIO È COSA VIVA – EINAUDI, TORINO 2018

Chandra Livia Candiani negli ultimi anni ha pubblicato con successo due raccolte di poesie nella collana bianca di Einaudi: La bambina pugile e Fatti vivo. Presso la stessa casa editrice è uscito da poco un suo breve saggio sulla meditazione, Il silenzio è cosa viva, che raccoglie ventitré capitoli luminosi e illuminanti, pacati e dolcissimi. Un avvicinamento laico alla spiritualità, che non si pone in maniera didascalica o imperativa, non mira ad insegnare nulla al lettore: semplicemente offre una testimonianza, raccontando un percorso nel buio della sofferenza e nella luce di una speranza, di una consolazione, di un risveglio.

Partendo da alcune considerazioni sul fine vita, e sulla dolorosa morte della sorella Anna (“l’addio” e il “buon viaggio” come termini chiavi per l’accompagnamento di chi ci lascia), Chandra invita all’accettazione consapevole di ogni afflizione: “Spesso si pensa che la soluzione al dolore sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore, sentendolo, abitandolo, assaporandolo, a poco a poco diventa parte di noi”. Accettare, accogliere, aspettare: «Imparare a stare. Imparare a essere vasti e navigare ogni mare e scoprire tra onda e onda un porto». Questo Chandra ha appreso dalla frequentazione della meditazione buddhista, dai suoi viaggi in India alla ricerca di risposte, ma soprattutto alla ricerca del sé più riposto e interiore, in cui poter recuperare la propria verità. Verità che non consiste nel divenire eccezionali, esemplari, eroici, ma solamente nel permettere alle cose di essere così come sono, rimanendo in un atteggiamento di fiduciosa e silenziosa attesa riguardo a ciò che succede in noi e intorno a noi, senza interferire, senza pretendere di modificare. Non ci sono gerarchie di valori nella pratica del pensiero buddhista: il piccolo serve quanto il grande, l’ordinario quanto lo straordinario, e i più banali gesti della quotidianità valgono quanto la più alta preghiera, se li compiamo con il rispetto e l’attenzione che ci richiedono e che meritano.

La stanza vuota che l’autrice ha predisposto nella sua casa per raccogliersi a meditare è diventata un tempio domestico, uno spazio dove coltivare silenzio e fiducia: «L’abilità di stare in una stanza vuota è quella di rendere altrettanto vuoto il proprio cuore, lasciar cadere le proprie opinioni, deduzioni, pregiudizi, lasciar scivolare quelle degli altri su di noi, lasciare che si riveli lo spazio vuoto di abitudini, un’altra possibilità». Così si arriva alla consapevolezza di ciò che si è nel corpo e nei processi mentali, riscuotendosi dal torpore di un pensiero adulterato e addormentato, imposto dall’esterno. Allontanandoci dai luoghi rischiosi e inaffidabili che abitiamo, dalle convenzioni e dalle abitudini logoranti, cancellando in noi brame e attaccamenti eccessivi, possiamo trovare un rifugio, un asilo protetto, una via (“la Via”), da intraprendere utilizzando alcune modalità di comportamento fisico (quali l’inchino a terra, il congiungimento delle mani, la regolazione del respiro, l’attenzione all’ascolto, la cadenza del passo) che ci sollecitano all’umiltà, al superamento di ogni dualismo, al controllo delle emozioni fuorvianti. «Non si tratta di essere imperturbabili, ma imperturbati dal turbamento… Onorare tutto quello che ci attraversa senza diventarne preda».

Chandra Livia Candiani utilizza la sua decennale esperienza di traduttrice di testi buddhisti e di insegnante di poesia nelle scuole elementari, tra i malati e i senza casa, per offrire ai lettori citazioni e spunti di riflessione tratti da testi letterari e filosofici, o dalle splendide e commoventi composizioni dei suoi allievi bambini: per rammentarci che tutto ciò che ci tocca nel profondo ci trasforma, ci aiuta a superare i nostri limiti, a comprendere, a com-patire, ad aprire il cuore.

 

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https://www.sololibri.net/Il-silenzio-e-cosa-viva-Candiani.html          9 ottobre 2018

 

RECENSIONI

CANETTI

ELIAS CANETTI, IL LIBRO CONTRO LA MORTE – ADELPHI, MILANO 2017

Elias Canetti nacque in Bulgaria nel 1905 da una famiglia ebrea colta e benestante: la sua lingua materna fu il ladino, ma in seguito imparò il tedesco, che utilizzò per scrivere tutte le sue opere, quindi il bulgaro, l’inglese, il francese, lo spagnolo: acquisizioni rese necessarie dalle frequenti peregrinazioni della sua famiglia in tutt’Europa. Visse infatti a Manchester, Vienna, Francoforte, Berlino, Parigi, Londra, Zurigo, dove morì nel 1994 e dove è sepolto, accanto alla tomba di James Joyce. Si laureò in chimica, materia in cui conseguì anche un dottorato, senza mai praticarla a livello professionale. Sposò nel 1934 la scrittrice sefardita Veza Taubner-Calderòn, donna affascinante con cui ebbe un sodalizio affettivo e culturale profondo e tormentato, conclusosi con il suicidio di lei nel 1963. Conobbe e frequentò gli intellettuali più importanti della sua epoca: Brecht, Babel’, Grosz, Musil, Berg, Alma Mahler. Fu traduttore, autore teatrale (Nozze, La commedia della vanità, Vite a scadenza), romanziere (Autodafé), saggista (il fondamentale studio Massa e potere, pubblicato nel 1960, che gli costò quarant’anni di lavoro, e Le voci di Marrakech). Naturalizzato cittadino britannico, nel 1971 Canetti sposò in seconde nozze la museologa Hera Buschor, dalla quale ebbe l’unica figlia Johanna. Nel 1981 ricevette il premio Nobel per la letteratura, “per opere contraddistinte dalla visione ampia, dalla ricchezza di idee e dalla potenza artistica”.

Forse il lavoro più rappresentativo di Canetti fu l’autobiografia divisa in tre parti (La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi) e pubblicata fra il 1977 e il 1985. Ma anche il volume da poco uscito presso Adelphi, Il libro contro la morte, riveste un’importanza eccezionale, perché raduna nelle sue pagine in maniera asistematica “frasi sparse e paradossali”, noterelle, riflessioni, emozioni, bozzetti di racconti, satire, aforismi composti nell’arco di tutta l’esistenza, con un unico e ossessivo tema: l’ostilità nei riguardi della morte, la non accettazione della sua inevitabilità, avvertita come una condanna ingiusta, stupida, ingiustificabile, ed espressione massima della sopraffazione di un potere materiale e metafisico.

La stesura dei primi appunti risale al 1942, e durò fino al 1988, occupando in caratteri stenografici decine di taccuini, da cui furono tratte nel corso degli anni pubblicazioni parziali severamente revisionate. L’edizione attuale ha raccolto materiale in gran parte inedito, ricostruito con sapiente attenzione filologica, selezionato sia sulla base della fedeltà al tema della morte, sia privilegiando i toni più pungenti, sarcastici e provocatori. Uscito postumo in Germania nel 2014, con postfazione di Peter von Matt, esaudisce un proposito che Canetti aveva espresso forse già dalla morte prematura del padre, avvenuta quando lui aveva solo sette anni; o più probabilmente dalla scomparsa della madre, a cui era morbosamente attaccato: “Voglio riprendermela dalla bara, dovessi anche allentare ogni singola vite con le labbra. Lo so che è morta. Lo so che è decomposta. Ma non lo accetterò mai. Voglio farla tornare in vita. Dove ritrovo le sue parti? Il più è ancora nei miei fratelli e in me. Ma questo non basta. Voglio ritrovare ogni persona che l’ha conosciuta. Voglio riavere tutte le parole che lei ha pronunciato. Dovrò posare il piede dove lo ha posato lei, odorare le piante che ha odorato lei, i discendenti di quei fiori cui lei ha accostato le sue vigorose narici… Dove sono le sue ombre? Dov’è la sua collera? Io le presto il mio respiro. Lei camminerà con le mie gambe”. Forse a partire da quel tragico e devastante lutto, Canetti decise di diventare un Todfeind, un nemico della morte, uno spregiatore della dissolvenza nel niente: non solo del proprio inevitabile finire, ma dell’annullarsi di qualsiasi fibra vivente, vegetale, animale, umana. E la sua prometeica ribellione ha preso inevitabilmente per oggetto ogni illusoria e ingannatrice religione, ogni divinità di qualsiasi credo, sbeffeggiata e insultata per aver creato la morte, per averla permessa, per non essere stata capace di vincerla.

“A cento dèi mi sono avvicinato e ciascuno di essi ho guardato dritto negli occhi, odiandolo per la morte degli uomini”, “Dio, il tuo carnefice”, “Dio leva il braccio per l’ultimo colpo”, “D’improvviso i risorti, in tutte le lingue, accusano Dio. Il vero Giudizio Universale”, “Dio, il paranoico che annienta gli uomini perché dagli uomini si sente perseguitato”, “E Dio sta a guardare come dalla morte un uomo venga rapito all’altro”, “Prima o poi troverò frasi che faranno vergognare Dio al mio cospetto. A quel punto non morirà più nessuno”.

L’impotenza e l’indifferenza del cielo fa sì che si crei una solidale alleanza tra le creature, legate affettuosamente tra loro da vincoli di amore e amicizia: alle persone, amiche e sconosciute, lo scrittore guarda con rimpianto e pietà, proprio perché consapevole della loro indifesa transitorietà: “Questa convulsa tenerezza per gli uomini, quando si sa che potrebbero morire fra poco; questo disprezzo per tutto ciò che prima si è trovato in loro, di buono e di cattivo, questo amore irresponsabile per la loro vita, il loro corpo, i loro occhi, il loro respiro!”. Amore per gli esseri umani e per ogni aspetto dell’esistenza, passione viscerale per l’attimo presente, il passato da recuperare, il futuro da attendere: “C’è in me, fortissimo e potentissimo, il senso della santità di ogni vita, davvero di ogni singola vita… Io non ammetto la morte di nessuno…Tutte le morti che finora sono avvenute altro non sono che migliaia di omicidi legali che io non posso autorizzare”.

Non sono perdonabili le estinzioni di massa dei popoli, gli eccidi razziali, gli attentati, le guerre, le stragi, gli assassinii, che Canetti patisce come uno sfregio irreparabile e mai giustificabile alla sacralità dell’esserci, un’esibizione sopraffattrice del potere contro cui è doveroso ribellarsi: con improperi e maledizioni, e quando non fossero bastanti, con sarcasmo e irrisione. Ma imperdonabili sono anche le morti private, quelle della gente comune e quelle dei maestri: ne vengono raccontate alcune (Buddha, Molière, Pascal, Tommaso Moro…), insieme alle ultime parole pronunciate (che bella la frase finale di Rabelais: “Vado alla ricerca di un grande forse”!). Nemmeno trascurabili paiono le agonie delle formiche, delle api, il cadere delle foglie, il marcire delle erbe: tutta la sofferenza inutile e innocente del mondo. Chi non vive più ci salva, quando ci immergiamo nel suo ricordo, concedendoci di continuare a esistere: nella stessa misura in cui noi permettiamo ai morti di tornare a vivere nella nostra memoria, unica reale forma di sopravvivenza: “Improvvisamente, repentinamente si sa di nuovo su di loro ciò che si credeva dimenticato, si odono i loro discorsi, si sfiorano i loro capelli e si fiorisce nel fulgore dei loro occhi… È possibile  che adesso tutto sia in loro più intenso di una volta, è possibile che solo in questo improvviso apparire diventino interamente se stessi. È possibile che ogni morto aspetti la sua perfezione in questo risorgere che un superstite gli offre”.

Il libro contro la morte è stato per Canetti il «libro per antonomasia», una testimonianza contro la rassegnazione, un lascito programmatico perseguito per cinquant’anni, lavoro in costante divenire, proposito mai abbandonato eppure mai rifinito del tutto, quasi a voler dimostrare che anche la scrittura non deve accettare la conclusione, ma sempre rinnovarsi, proseguire rinascendo da se stessa, farsi dono gratuito e irricambiabile: resistenza.

 

«Il Pickwick», 30 novembre 2017

 

 

 

RECENSIONI

CANETTI

ELIAS CANETTI, AFORISMI PER MARIA LOUISE – ADELPHI, MILANO 2015

Del piccolo volume pubblicato da Adelphi nel 2015, Aforismi per Maria Louise di Elias Canetti, più della metà è occupato dalla splendida postfazione di Jeremy Adler, che ne illustra le vicende di composizione e ritrovamento, inserendolo all’interno della produzione letteraria e filosofica dell’autore austriaco. Elias Canetti scrisse gli aforismi dedicati alla pittrice Marie-Louise von Motesiczky tra il 1941 e il 1942, probabilmente facendogliene dono il giorno del suo trentaseiesimo compleanno, il 24 ottobre 1942. Il manoscritto, ritrovato tra le carte della destinataria dopo la sua morte, era vergato con inchiostro blu scuro, con titolo e dedica in giallo, e presentava le pagine forate in due punti all’estremità superiore, legate da un cordoncino dorato che gli conferiva l’aspetto di omaggio solenne e gratificante.

Per stessa ammissione dell’autore, questi 129 appunti (così preferiva definirli, anziché aforismi, massime, bozzetti o riflessioni), erano stati composti come “valvola di sfogo” durante l’onerosa e opprimente stesura del suo capolavoro, Massa e potere, durata quarant’anni e conclusasi con la pubblicazione nel 1960. Non rappresentano comunque un’opera secondaria, bensì si definiscono come un concentrato della sapienza, cultura, sapidità che ha caratterizzato l’opera omnia dell’autore, ponendolo nella scia di produzione di massime e frammenti che da Karl Kraus risale a Nietzsche, La Rochefoucauld, Montaigne, Pascal, fino ai presocratici. “L’appunto, in Canetti, va inteso come scrittura aperta, una scrittura che si muove liberamente fra l’immediatezza del diario e il rigore della riflessione. È in questa tensione che si dispiega la forma breve”, puntualizza Adler nel suo commento.

Elias Canetti, nato in Bulgaria nel 1905 da famiglia ebrea colta e benestante, ebbe come lingua materna il ladino, ma in seguito imparò il tedesco, che utilizzò per scrivere tutte le sue opere, quindi il bulgaro, l’inglese, il francese, lo spagnolo: acquisizioni rese necessarie dalle frequenti peregrinazioni in tutt’Europa. Visse infatti a Manchester, Vienna, Francoforte, Berlino, Parigi, Londra, Zurigo, dove morì nel 1994 e dove è sepolto, accanto alla tomba di James Joyce. Si laureò in chimica, materia in cui conseguì anche un dottorato, senza mai praticarla a livello professionale. Sposò nel 1934 la scrittrice sefardita Veza Taubner-Calderòn, donna affascinante con cui ebbe un sodalizio affettivo e culturale profondo e tormentato, conclusosi con il suicidio di lei nel 1963. Conobbe e frequentò gli intellettuali più importanti della sua epoca: Brecht, Babel’, Grosz, Musil, Berg, Alma Mahler. Fu traduttore, autore teatrale (Nozze, La commedia della vanità, Vite a scadenza), romanziere (Autodafé), saggista (oltre al già citato Massa e potere, anche Le voci di Marrakech). Naturalizzato cittadino britannico, nel 1971 Canetti sposò in seconde nozze la museologa Hera Buschor, dalla quale ebbe l’unica figlia Johanna. Nel 1981 ricevette il premio Nobel per la letteratura, “per opere contraddistinte dalla visione ampia, dalla ricchezza di idee e dalla potenza artistica”. Forse il suo lavoro più rappresentativo rimane l’autobiografia divisa in tre parti (La lingua salvata, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi), pubblicata fra il 1977 e il 1985.

Destinataria del testo di cui trattiamo era la pittrice Marie-Louise von Motesiczky (1906-1996), come lui ebrea, ma discendente da un casato facoltoso e aristocratico, frequentatrice della Vienna più illustre. Si erano conosciuti a Londra, entrambi esiliati dall’Austria nazista, e rimasero uniti per tutta la vita in una relazione amorosa e intellettuale, tollerata da entrambe le mogli di lui. Bellissima, alta, elegante, emotivamente fragile, Marie-Louise condivideva con Elias lo stesso spirito curioso, la stessa indipendenza culturale da fedi religiose o appartenenze politiche, e interessi coltivati sia in un’assidua frequentazione personale (nella casa di lei rimase sempre a disposizione di Canetti un’intera stanza con annessa biblioteca) sia un vivace epistolario, arricchito da fotografie e ritratti, alcuni dei quali riprodotti nel libro adelphiano. “Tutto si può uccidere: una persona, un’opera, un nome e persino un dio, ma non un amore vero”, recita uno degli aforismi dedicatele dall’amante.

La maggior parte degli appunti (scritti in uno stile veemente e appassionato, utilizzando toni spesso caustici e grotteschi) ruota intorno ai tre temi fondamentali su cui si è sostanzialmente basata l’intera riflessione teorica di Elias Canetti: Dio, la morte, la guerra.

La divinità cui si ispirano non ha tratti specificamente ebraici, cristiani, buddisti: piuttosto assume un’identità oppressiva, ingiusta o tuttalpiù indifferente rispetto alle sorti del genere umano, che d’altra parte non risulta meritevole di grande considerazione da parte di alcun essere supremo. “Guardati in particolare da tutte le filosofie che cercano di ricondurre la vita a un unico principio. In questi casi si tratta sempre di una riduzione della vita; del suo impoverimento e della sua meccanizzazione; di una sorta di tirannide divina; il dio può anche essere un apprendista”, “Il Dio della Bibbia è interessante, non è mai esistita una creatura tanto assetata di potere: punisce solo il traditore, premia solo il servo fedele; ed entra in scena con la pretesa di possedere tutto, perché tutto lui ha creato”, “Gli amici di Dio sono irrimediabilmente disperati per la sua grandezza”, “Dio è morto perché il suo nome è stato profanato, adesso lo invochino pure quanto vogliono”.

La morte ispira a Canetti un odio e un rancore inestinguibile, poiché avvertita come una condanna iniqua, stupida, ingiustificabile, ed espressione massima della sopraffazione materiale e metafisica. Quasi istericamente, non ne accetta l’inevitabilità: “Fintanto che esiste la morte, tutto ciò che vien detto è detto contro di lei”.

Altrettanto feroce è il suo disprezzo verso la guerra, manifestazione di brutalità, idiozia, primitivismo bestiale. Quando questi aforismi venivano scritti, infuriava il secondo conflitto mondiale, Londra veniva bombardata quotidianamente, si inaspriva la persecuzione contro gli ebrei, l’assedio di Stalingrado sembrava non avere fine. Canetti ne parla mettendone in luce gli aspetti più truci e sanguinari. “Combattono fra le dita dei piedi, nell’ombelico, dentro le narici, combattono nel didietro, sotto le ascelle, dentro le orecchie e in bocca, non c’è luogo nascosto, non c’è palmo, non c’è poro, nelle cui profondità non combattano l’uno contro l’altro all’ultimo sangue”, «Mi ha rubato l’orecchio sinistro. Gli ho preso l’occhio destro. Mi ha fatto cadere quattordici denti. Gli ho cucito le labbra. Mi ha bollito il didietro. Gli ho rivoltato il cuore. Ha mangiato il mio fegato. Ho bevuto il suo sangue. – Guerra”, “Ha salvato dalla guerra il mignolo del figlio minore”, “Chiunque riderà a guerra finita, sia messo a morte per averla dimenticata con tanta leggerezza”, “Si aboliscono tutte le armi, e durante la prossima guerra non sarà consentito altro che mordere”, “Durante l’ultima guerra i tedeschi portavano ancora i guanti; a maglie di ferro, a dire il vero, e con quelli ti colpivano in faccia; ma li chiamavano pur sempre guanti”.

Disgusto, rabbia, amarezza, condensati nel più feroce e amaro di questi appunti: “L’uomo è la misura di tutti gli animali”, che modifica ironicamente la celebre tesi di Protagora.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 3 gennaio 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

CANFORA

LUCIANO CANFORA, PER UNA STORIA DELLE BIBLIOTECHE – IL MULINO, BOLOGNA 2018

Mantengo un vivido e grato ricordo delle biblioteche che ho frequentato nel corso dei miei anni più giovani: la Civica e la popolare di Verona, la Comunale e le universitarie di Milano, la Nazionale di Roma, la controllatissima Zentralbibliothek di Zurigo. Ricordo i loro saloni dai soffitti alti e dai pavimenti di marmo, le scaffalature impolverate, i tomi dei classici conservati con cura, gli addetti premurosi o annoiati nei grembiuli neri, e il silenzio rispettoso degli utenti, interrotto solo da qualche bisbiglio e dal fruscio delle pagine. Altri tempi, altro fascino. Immagino che adesso l’atmosfera negli scrigni del sapere universale sia più asettica e informatizzata, ma mi illudo mantenga ancora un suo segreto incanto.

Chi ama la lettura, si sarà comunque chiesto come fossero le biblioteche del passato (rinascimentali, medievali), e quelle del trapassato. Lo storico Luciano Canfora ha confezionato un volume che risponde egregiamente a molte domande su La storia delle biblioteche, a partire dalle epoche più antiche. Già dal 1600 si pubblicavano descrizioni delle raccolte librarie nel mondo classico, utilizzanti fonti diverse: Varrone, Plinio, Svetonio, e soprattutto Aulo Gellio. Quest’ultimo attribuiva a Pisistrato (tiranno ateniese del VI secolo a.C.) il merito di aver fondato la prima biblioteca pubblica per dare un assetto stabile ai libri omerici: notizia probabilmente falsa, in quanto all’epoca non esistevano corporazioni di scribi. Ma le leggende sulla nascita e la distruzione di biblioteche in epoca greca ed ellenistica si sprecano. Il contributo del professor Canfora aiuta a fare chiarezza in proposito.

Per tutta la fase storica precedente ad Aristotele, i libri venivano conservati in nicchie scavate nelle pareti dei templi, o in copie custodite nelle case degli eredi e dei conoscenti dell’autore; la scarsità degli esemplari dipendeva sia dal prezzo elevato del papiro sui cui erano scritti, sia dalla minima alfabetizzazione della popolazione: «In una società in cui prevale la comunicazione orale, il libro è considerato un veicolo non primario di comunicazione». I titoli più antichi e rarissimi potevano limitarsi a rotoli quasi unici (i manoscritti di Solone, alcune copie ippocratiche o tucididee). Fu appunto Aristotele il primo a riordinare nella sede del Peripato una raccolta organizzata di libri di discipline diverse, e fu il suo modello bibliotecario a influenzare la creazione delle biblioteche ellenistiche e poi romane, a partire da quella più famosa e fornita di Alessandria.

Sulle vicende della biblioteca del Museo di Alessandria, Luciano Canfora si sofferma a lungo. Racconta della sua fondazione, ad opera di Tolomeo II Filadelfo (285-246 a.C.), che incoraggiò la copiatura e la traduzione di tutti i volumi recuperabili nei paesi con cui l’Egitto aveva rapporti, e sulle navi che facevano scalo nei suoi porti. Vantando un patrimonio librario di circa 500.000 rotoli, il miraggio perseguito dalla dinastia tolemaica fu quello di costituire una biblioteca universale, con l’intento esplicito di confrontarsi con la cultura greca allora dominante. Da ricordare che in questo periodo fu intrapresa la traduzione in greco dell’Antico Testamento, nota come “Bibbia dei Settanta”. Sulla tragica distruzione della biblioteca alessandrina, Canfora puntualizza (in polemica con altre ipotesi poco obiettive o politicamente condizionate) le diverse fasi in cui essa si è realizzata: dall’incendio cesariano del 48 a.C., che determinò danni marginali, alla guerra di Aureliano del 270 d.C. che rase al suolo la reggia e il Museo, al saccheggio perpetrato dal fanatismo del vescovo cristiano Teofilo nel 391 d. C., fino alla distruzione completa di quanto restava durante la conquista araba del 642. Romani, cristiani e musulmani, insomma, corresponsabili dello sfregio portato all’umanità, e delle successive censure e depistamenti storiografici tesi ad accusarsi e discolparsi a vicenda.

Gli altri saggi contenuti nel volume, parimenti interessanti, riguardano la diffusione delle biblioteche nella Roma antica, la formazione di quelle private e pubbliche (citando Fozio, Papa Sisto V, i Cardinali Mazzarino e Borromeo), la cesura culturale rappresentata dalla Rivoluzione francese, i differenti ruoli e rilievi delle Biblioteche Nazionali italiane. L’appendice è poi costituita da un intervento di Ugo Fantasia sulle raccolte librarie nelle poleis ellenistiche.

 

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https://www.sololibri.net/Per-una-storia-delle-bibliotecCanfora.html            27 febbraio 2018

RECENSIONI

CANFORA

LUCIANO CANFORA, LA SCOPA DI DON ABBONDIO – LATERZA, BARI 2018

“È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più”. Luciano Canfora ha scelto la frase pronunciata da don Abbondio nel XXXVIII capitolo dei Promessi Sposi come epigrafe all’ultimo volume edito da Laterza: La scopa di don Abbondio, composto da undici capitoli e da un’appendice di interventi di Togliatti, Nenni e Thomas Mann.

Oggetto del libro è una riflessione, amara ma realistica, sulla crisi sociale e politica delle democrazie occidentali, sulle dinamiche e i rapporti di forza che orientano il “movimento sinuoso” della storia mondiale, sull’arretramento della sinistra nei paesi industrializzati e infine sul dovere di non affossare gli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza sanciti dalla Rivoluzione Francese. Impietoso il ritratto che Luciano Canfora (professore emerito all’Università di Bari) fa della situazione politica attuale: dalle considerazioni sull’ideologia di Donald Trump, brutalmente razzista e egocentricamente conservatrice, a quelle sulla subalternità impotente dei paesi europei che vi si adeguano. La Francia di un Macron neoliberista e ondivago, l’Austria paranazista di Kurz, l’Inghilterra della Brexit e delle barriere a Calais, l’Ungheria e la Polonia oscurantiste e discriminatorie, fino alla nostra Italia, vassalla degli Usa e prona al nuovo strisciante fascismo. Analizzando il quale, si constata la straordinaria abilità della nuova destra nel coinvolgere le masse con la combinazione di sciovinismo e promesse di welfare, amor di patria e disprezzo dello straniero. A questa astuta strategia manipolatoria, la sinistra non ha saputo opporsi, avendo perso qualsiasi rapporto di fiducia e rappresentatività con il popolo, e avendo abdicato all’ideale di una maggiore giustizia sociale in nome di una fittizia fedeltà a un’Europa guidata da “burocrazie non elettive”, tese a difendere gli interessi economici delle nazioni più forti e del capitale finanziario internazionale. “La partita appare dunque truccata su entrambi i versanti: l’ex-sinistra si è assunta il ruolo di puntello dell’élite sedicente europeista; il parafascismo leghista e lepenista si propone come paladino del ‘popolo’, mescolando torti e ragioni”.

Nel libro si fanno esplicitamente nomi e cognomi di chi mette in atto o affianca l’operazione antidemocratica in Italia: non solo, ovviamente, degli attuali detentori del potere, ma anche di coloro che hanno spianato la strada alle politiche anti-migratorie (Gentiloni e Minniti), e dei giornalisti e columnist acquiescenti (soprattutto all’interno dei nostri due maggiori quotidiani). L’indignazione diventa vibrante quando si commentano i programmi criminosi e scellerati di un certo capitalismo internazionale: “la delocalizzazione verso luoghi dove la forza-lavoro è trattata e retribuita in modo semi-schiavile; la diffusione di tale rapporto di dipendenza anche in aree dell’Europa meridionale e del Nord Africa; e la complicità di grandi gestori e utenti del narcotraffico e della tratta di esseri umani con il sistema bancario-finanziario”. Fallita ogni utopia egualitaria e rivoluzionaria vagheggiata dalla visione eurocentrica del primo marxismo, al vecchio continente non rimane altra prospettiva che una resistenza etica, basata sul proprio patrimonio culturale e sui valori umanitari affermati nel 1789: “Gli uomini nascono e restano  liberi e uguali”. La spinta all’uguaglianza ribadita da tutte le rivoluzioni succedutesi dall’antichità (anche se ciclicamente i loro esiti risultavano inficiati da nuove risoluzioni reazionarie) ci ha insegnato che la storia non si ferma, ripetendosi in termini diversi ma sempre nella direzione di un progresso ineludibile e irrinunciabile: “Nessun ritorno è davvero un ritorno al punto di partenza”. Ogni cambiamento introduce infatti “modificazioni molecolari nell’esistenza di tutti. Esse penetrano nel costume, nella mentalità e, una volta acquisite, difficilmente si perdono”.

Luciano Canfora (dopo aver bollato come inconcludenti e velleitarie molte posizioni ecologiche, religiose, sociali nate nell’utlimo mezzo secolo) si dice convinto che l’umanità possa evolversi solo favorendo un’alfabetizzazione di massa, che renda consapevole ogni individuo, gradualmente e singolarmente, dei suoi diritti: al lavoro, alla salute, alla casa, alla cultura, a un equo trattamento economico, alla libertà.

 

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RECENSIONI

CANOZZI – DE PIETRO

MARIA PAOLA CANOZZI, SETTEMBRE SAREBBE UN BEL MESE – MARCO SAYA, MILANO 2014
ANNAMARIA DE PIETRO, RETTANGOLI IN CERCA DI UN PI GRECO – MARCO SAYA,
MILANO 2014

Per le edizioni milanesi di Marco Saya, sono usciti recentemente due volumi al femminile, il primo di narrativa, il secondo di versi, scritti rispettivamente da Maria Paola Canozzi e Annamaria De Pietro.
In un paesino collinare dell’alta Toscana, lussureggiante di vegetazione selvatica e di coltivazioni curate, popolato da ogni specie di animali (terrestri, fluviali, celesti), è ambientato il primo di questi volumi, breve romanzo ecologista della scrittrice fiorentina Maria Paola Canozzi. «Questo è un autentico piccolo paradiso, non a caso si chiama Valbenedetta. Per essere perfetto gli manca solo che tornino le mucche e le pecore a pascolare nei campi. E che spariscano i cacciatori».
La protagonista del racconto, alter ego dell’autrice, è una signora che professionalmente si occupa di restauro, amante della natura e dell’arte, animata da una risentita e vigile coscienza civile e ambientalista, «vegetariana quasi vegan»: trascorre l’estate nella vecchia casa di campagna dei nonni, e il resto dell’anno a Firenze. Nelle settimane di vacanza si trasforma in una sorta di savonaroliana giustiziera delle violenze e degli abusi sugli animali, perpetrati da ottusi e crudeli bracconieri e uccellatori, e vilmente tollerati dall’amministrazione comunale e dal resto della popolazione. Valbenedetta «è un paese di gente che alza le spalle», insensibile nei riguardi di cani, cinghiali, uccellini e scempi naturalistici. La villeggiante pasionaria si incarica di far fuori i più brutali cacciatori simulando maldestri incidenti, e la sua ferocia punitiva lentamente si espande anche a diverse, oltraggiose situazioni urbane. Arriva così a liberare i maiali trasportati sadicamente in camion-mattatoi, e a denunciare le sevizie inflitte alle aragoste durante le feste natalizie cittadine, in una Firenze divenuta invivibile preda di traffico, turisti incivili, indifferenza culturale. La narrazione alterna con ironia ed eleganza episodi surreali e comici ad allarmanti dati informativi sul suicidio a cui il genere umano si sta precipitosamente votando, attraverso l’inquinamento, la corruzione, e ogni tipo di comportamento individuale egoista e distruttivo nei confronti dell’ambiente e degli animali. Settembre sarebbe un bel mese, se non si aprisse la stagione dello sport più feroce e inutile: la caccia. A ciascuno di noi si rivolge l’appello indignato dell’autrice perché si ponga fine a questa barbarie impunita.
Nel secondo volume preso in esame, la poesia di Annamaria De Pietro costituisce un riuscito esempio di come anche l’inflazionato e disinnervato esercizio della scrittura in versi possa trovare nuova, originalissima linfa dal meditato connubio di cultura, mestiere, ironia, intelligenza. In più di trecento quartine, talvolta «caudate scodinzolanti», severamente ligie alla più collaudata tradizione letteraria (endecasillabi, rime ABBA, ABAB…), l’autrice elabora un suo «laboratorio malcerto» di esplorazione esistenziale su tutti gli argomenti possibili, dello scibile e dell’ignoto: dai sentimenti, ai ricordi, agli oggetti, alla storia, alla scienza. Nel tentativo di far quadrare il cerchio, di individuare il grimaldello di un pi greco che riesca a dare significanza al «rettangolo inesatto» del nostro vivere. Quartine di non facile lettura e non subitanea comprensione, giustificate spesso più da assonanze, ritmi, analogie visive che dalla coerenza di una logica interpretativa: e a questa difficoltà sembra voler soccorrere la poetessa con un commento (differenziato anche graficamente) posto in calce a ciascuna di esse. Glossa che talvolta risulta più fuorviante e immaginosa della stessa poesia, con l’intenzione esplicita di sconcertare il lettore, obbligandolo a fermarsi, a rimeditare, a trovare da solo una qualche illuminazione che lo aiuti a penetrare il significato – fulmineo e nascosto – che si cela nella lapidarietà, gnomica, sentenziale, dei versi. «Un’epitome del cosmo» orgogliosamente provocatoria, quella che propone Annamaria De Pietro, sfidando un eccesso di intellettualismo, un’esibizione quasi compiaciuta di perfezione stilistica, spavaldamente e sarcasticamente controcorrente, come in questa «dichiarazione di poetica»: «Non vada cinta della veste sciatta / buona articolazione d’ossi e vene – / ne segua augusta veste le serene / corrispondenze per misura esatta». Forse più accattivanti risultano le quartine in cui l’autrice si diverte, seriosa ma ammiccante, a prendersi in giro, prendendoci in giro tutti, come in questo esempio: «Non so da quale parte della porta / io stia, se quella fuori o quella dentro. / Fra le maniglie la distanza è corta / e, quando l’attraverso, esco? – entro?» O in questo: «Teme che le si strappi il cuore a brani, / ma dove mettere i brani ordinati, / poi, se i cassetti sono già stipati / e se lo strappo le strappò le mani?», a cui segue l’ironico commento: «Il mio libro di economia domestica delle medie recitava: ‘Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto’. Perché hanno abolito quella materia così pragmatica, così profittevole?» In favore dell’informatica, si suppone.

 

«Leggendaria» n. 111, maggio 2015

RECENSIONI

CANTARELLA

EVA CANTARELLA, SOPPORTA, CUORE… – LATERZA, BARI 2013

La scelta di Ulisse è stata, come si sa, una scelta di libertà. Una consapevole e coraggiosa capacità di costruire il proprio destino, non solo assecondando il volere degli dei, ma seguendo con intraprendente intelligenza il cammino indicatogli dai propri sentimenti, e dai propri desideri.
La storica Eva Cantarella introduce il lettore, in questi nove documentati e interessanti brevi saggi, nel mondo omerico, e nelle vicende del suo eroe antonomasico, con l’intenzione di esplorare «il lungo, difficile, a volte tortuoso percorso che ha portato alla nascita dei concetti di colpa e responsabilità morale, e poi giuridica».

Concetti che non sono nati casualmente, ma sono il prodotto di un secolare evolversi della coscienza individuale e sociale, a partire dal X secolo a.C. fino ai giorni nostri. Un cammino che non si è ancora concluso.
Ulisse è stato un eroe complesso, vissuto all’interno della “cultura della vergogna”, cioè in una società in cui il rispetto delle regole non si ottiene attraverso l’imposizione di regole (che se infrante scatenano angosciosi complessi di colpa, come nelle culture di tradizione cristiana), ma proponendo modelli positivi ed eroici di comportamento cui adeguarsi, che se non vengono raggiunti fanno incorrere nel biasimo sociale. Non dimostrarsi all’altezza del modello priva dell’onore, e l’onore consiste nel difendere la propria reputazione. Valori riconosciuti nell’età omerica erano il coraggio, la forza fisica, la bellezza, l’abilità di parola, l’astuzia, l’autocontrollo. Tutte qualità che Ulisse possedeva al massimo grado.
Eva Cantarella ripercorre la storia omerica attraverso gli episodi che hanno sottolineato in Ulisse la capacità di costituire un modello (lo stratagemma del cavallo di Troia, l’accecamento di Polifemo, la strage dei Proci…), suggerendo attraverso quali passaggi graduali il mondo occidentale ha elaborato i concetti di giustizia, responsabilità morale, consapevolezza della propria individualità.

 

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www.sololibri.net/Sopporta-cuore-Eva-Cantarella.html                30 dicembre 2015

RECENSIONI

CANZIAN

ALESSANDRO CANZIAN, IN ABSENTIA – INTERLINEA, NOVARA 2024

Scritte tra il 2020 e il 2024, e pubblicate a tiratura limitata dalle edizioni Interlinea lo scorso anno, le poesie di Alessandro Canzian già dal titolo sembrano voler sottolineare un’aspirazione al distacco o il riscontro di una mancanza, suggerite anche dalla scelta ricercata e differenziante della lingua latina. In effetti, la prima impressione che si ricava dalla lettura del libro, è quella di una privazione, affiorante dalle situazioni evocate nei versi, dalle immagini che li accompagnano e soprattutto dalla severa secchezza formale dello stile. Privazione di pietà, in primis, davanti alla sofferenza che affiora in ogni composizione, dove protagonisti sono esseri umani e non-umani privi di importanza, quasi insignificanti agli occhi del mondo: anziani, bambini, bestiole, oggetti comuni.

Il poeta si sofferma su di essi con uno sguardo constatativo, lontano dal giudizio, quindi esso pure segnato dalla privazione di una partecipe empatia, come a dire “le cose sono queste, la vita funziona così”: l’esibita non adesione, che superficialmente può sembrare impassibilità, in realtà vuole proibirsi la facile retorica di una commozione ostentata. Che invece si evidenzia nella contrapposizione dei concetti, che spesso affiancano a una descrizione di ordinaria normalità la visione brutale che ne scalfisce l’ovvia piattezza. Le poesie delle tre sezioni che compongono l’opera (Minimalia, Sul fondo, In absentia) sono per lo più strofe di cinque versi, non rimate e costruite sull’antitesi dei tre primi versi e dei due ultimi: “così la poesia diventa un piccolo dispositivo drammatico basato sul contrasto fra una cosa vista e la sua iscrizione nella sensibilità”, secondo il postfatore Martin Rueff.

Si aprono davanti agli occhi quadri di desolazione, miseria, talvolta sporcizia, sia negli ambienti domestici che nei paesaggi esterni, prevalentemente di periferia: “La tovaglia piena di briciole / e mosche, a terra / tra la polvere un grano. / Alla finestra un latrato”, “Per anni la cucina lasciata così com’era”. Ancora: le tende sporche, la persiana sfondata, e “grate, gronde e greppi” ripetono nei loro “gr” sinistri cigolii. I suoni e gli odori sono disturbanti, le architetture dismesse, il tempo atmosferico alterna pioggia insistente al “caldo di un’estate dei rospi e dei cani”.

In tutta la raccolta si respira la violenza del più forte contro chi non sa difendersi, nella guerra, nel sesso, nella crudeltà verso gli animali, che soffrono quanto le persone, e vengono descritti nella loro storpiata fisicità (un geco mozzato, una zampa spezzata sotto il cancello, le rane scoppiate, un insetto senz’occhi, corpi di mosca caduti). Addirittura un topo – che nella postfazione è assimilato a “una presenza enigmatica, quasi metafisica” – aggirandosi giorno e notte nella casa del poeta, lascia le sue tracce escrementizie in cucina e in bagno, quasi a indicare una negatività persecutoria verso il mondo degli umani. Di questi Canzian rimarca la fragilità morale e fisica (“L’uomo è un ramo / che si spezza facilmente”), in particolare quando si sofferma a osservare le adolescenti: ragazza e ragazzina sono sostantivi ripetuti dodici volte nelle varie poesie, e raccontano di una violenza a cui l’ingenuità giovanile non sa opporsi, se non nella decisione tragica di un rifiuto definitivo: “La ragazzina a lato dei binari / con le calze smagliate e le / unghie scolorite domani / risolverà tutti i problemi / bevendo ammoniaca”.

I corpi straziati con prepotenza rimangono inermi, incapaci di difendersi fisicamente (la scheggia incarnita nella schiena, un buco tra le costole, la pancia scoperchiata, una maglietta strappata), e ancor di più mentalmente, producendo un’indifferenza che si risolve alla fine in estraneità a ciò che accade, alla storia personale e collettiva: “La storia accade / ma non se ne ha memoria”, “Il mondo passa e non la tocca”. In questa situazione di totale ostilità umana, nemmeno Dio può rappresentare un’ancora di salvezza: se interrogato non risponde, chiuso nella sua indifferenza. È un Dio che “ha confessato d’essere / solo un buio, uno sbaglio”; “vendicativo e geloso… scuro come un topo…  sinonimo di mai”.

Alessandro Canzian (Pordenone1977) è molto attivo come editore e operatore culturale. Ha fondato la casa editrice Samuele, e ideato il ciclo di incontri letterari “Una Scontrosa Grazia” a Trieste, l’osservatorio poetico on line Laboratori Poesia e la rivista semestrale “Laboratori critici”. Collabora con Pordenonelegge pubblicando le collane “Gialla” e “Gialla Oro”.

 

© Riproduzione riservata         «Gli Stati Generali», 31 gennaio 2025

 

RECENSIONI

CAPODAGLIO

ENRICO CAPODAGLIO, DANTE CREATURALE – GRAFICHE FIORONI 2021

“La Commedia è un sistema artistico e immaginativo in cui tutto si corrisponde e in cui tutti i conti sulle cose dette tornano, sempre restando all’interno del sistema. Intendo che, come nel sistema geometrico o filosofico, una volta accettati i principi, gli assiomi, le definizioni, tutto il resto consegue in modo coerente di necessità”.

Così afferma il Professor Enrico Capodaglio nel volume Dante creaturale, insistendo sulla logica coesione della complessa architettura del poema, nonostante le frequenti ripetizioni e incoerenze narrative in cui incorre il sommo Poeta. Ma aldilà di questa straordinaria e calibrata forma costruttiva delle tre cantiche, per l’autore del volume risulta originale e audace soprattutto la capacità di un uomo del Trecento di confrontarsi con temi e concetti poco usuali, senz’altro eterodossi nel panorama letterario, filosofico e teologico della cultura a lui coeva.

I primi due saggi sono dedicati infatti alla rappresentazione della figura femminile nella Commedia, il terzo e quarto al francescanesimo dantesco. Che immagine si ricava del ruolo, della sensibilità, del fascino muliebre attraverso le parole di Dante? “Nell’opera poetica tutto ciò che è ‘animico’, spirituale, interiore tende sempre a convertirsi del resto in fisico e in visibile”. Disincarnate eppure pienamente donne sono Francesca, nel V Canto dell’Inferno, e Beatrice nel Paradiso. Esistono ovviamente tante altre figure femminili nel poema: bibliche e mitologiche, caste e lussuriose, fedeli e spergiure, umili e regali, sante e peccatrici.

Tutte incarnano “il conflitto tra amore passionale e cristiano, tra ragione e sentimenti, tra voglia di felicità e necessità di una disciplina ascetica, tra regole matrimoniali, religiose, sociali, e innamoramento, tra libertà poetica e dogma, tra pietà e giustizia divina”. Ma Francesca e Beatrice si stagliano più di ogni altra nella loro nobiltà d’animo, generosità e profondità di sentimenti: appassionata la prima, celestiale la seconda, incastonate in endecasillabi indimenticabili: “questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante”, “dentro a li occhi suoi ardeva un riso / tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo / de la mia gloria e del mio paradiso”.

Enrico Capodaglio si dice convinto che lo spirito di Dante sia più francescano che tomistico, più legato alla vita concreta che a quella intellettuale, vicino al dolore e alla povertà sperimentate nell’esilio piuttosto che alla speculazione teologica. Nel poeta “si manifesta una più ampia coscienza del creato, della rivelazione di Dio nella natura, in ogni sua forma, così come della rilevanza della condotta morale pratica e corporale” rispetto a un’esistenza puramente intellettiva. La vicinanza emotiva di Dante al Santo di Assisi si svela soprattutto nell’interesse verso l’umanità comune, per il mondo delle piante e degli animali (un capitolo del libro è proprio dedicato alla presenza degli animali nella Commedia). Nel canto XI del Paradiso si trova il famoso elogio di Francesco pronunciato da Tommaso, che di lui loda “lo slancio mistico e irrazionale”, la terrestre solidarietà con gli ultimi, i miti, gli indifesi: “ Ma perch’io non proceda troppo chiuso, / Francesco e Povertà per questi amanti /prendi oramai nel mio parlar diffuso. / La lor concordia e i lor lieti sembianti, / amore e meraviglia e dolce sguardo / facieno esser cagion di pensier santi”. Il dolce sguardo e i pensieri santi di Francesco sono rivolti alle creature più piccole come alla bellezza del cosmo: uguale è in Dante l’amore e l’attenzione verso ciò che è minimo e ciò che è sublime.

Il volume di Enrico Capodaglio è corredato da due incisioni originali di Laura Martellini e Agostino Cartuccia.

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › Dante-creaturale-Capodaglio21 settembre 2022