Mostra: 301 - 310 of 1.349 RISULTATI
RECENSIONI

CASTELLANETA

CARLO CASTELLANETA, PROGETTI D’ALLEGRIA – MONDADORI, MILANO 1978

Perché un romanzo arriva a essere venduto, perché è in testa alle Hit Parade delle librerie, cos’è che fa scattare il meccanismo del successo: quale ricetta occorre per vendere? L’autore in questione è Carlo Castellaneta, direttore di Storia Illustrata e romanziere amoroso. Il suo ultimo romanzo è Progetti d’allegria, ovvero Quando una donna cerca se stessa. La storia è questa: una trentacinquenne dell’alta borghesia milanese (ma la condizione attuale è riscattata e giustificata da un’origine umilissima e dal passato umiliante di puttanella) si separa dal marito, naturalmente bonario e maturo, ma terribilmente noioso, e mette su un negozio di antiquariato all’angolo tra Corso Venezia e Via Spiga. Ha a che fare con vari uomini, di cui uno, il Gianmario succitato, si uccide coi sonniferi; un altro – Silvio Maderna (e i nomi li riporto perché costituiscono uno spaccato di società) – la truffa in affari; un altro ancora è un grosso finanziere col pelo sullo stomaco che fa di lei un manager dell’industria. Poi c’è l’uomo ideale, che si chiama “David”, fotografo impegnato: un puro, un ingenuo che fa l’amore con delicatezza, e convive con una ragazza madre che fortunatamente muore di cancro e così la protagonista può unirsi felicemente a lui. Almeno tutti ci si aspetterebbe questa conclusione, invece no, perché lei sceglie la solitudine e fa l’eroina. Poi c’è anche il fratello della giovane donna, che deve essere un brigatista rosso, o qualcosa del genere, uno della sinistra rivoluzionaria di quelli che non si sa cosa vogliono, che si mette nei guai con la polizia per un sequestro mal riuscito. E con quest’altro ingrediente anche il rimando all’attualità e all’impegno sociale è salvo. La morale del libro non è poi tanto chiara: un messaggio di ottimismo, se si dà ascolto al risvolto di copertina, che predica che siamo noi a costruirci il nostro destino. La morale potrebbe essere che quando una donna cerca se stessa fallisce, perché la protagonista fallisce, non c’è dubbio. O la morale è semplicemente amorale: il libro è un prodotto confezionato per rispondere a certe “basse” esigenze del mercato, un libro fiutato nell’aria, scritto male, con personaggi senza spessore e senza motivo, un libro che costa seimila lire.

«Quotidiano dei Lavoratori», 27 maggio 1978

RECENSIONI

CASTRONUOVO

PAOLO CASTRONUOVO, BUGIARDINO – CONVIVIO, CATANIA 2023

Un libro “come un referto improrogabile e necessario”, scrive Alfonso Guida nella prefazione a Bugiardino, piccolo volume di poesie di Paolo Castronuovo, parlando di una ferita non rimarginabile e di una cura posta al limite tra speranza e scacco. Il foglietto di indicazioni che accompagna ogni scatola di medicinali diventa nel titolo metafora della possibilità di salvezza da una malattia che attanaglia soprattutto l’anima, e come tale si scandisce in sezioni esplicative del contenuto, delle modalità di assunzione, degli effetti indesiderati e del metodo di conservazione.

La fatica di vivere viene avvertita già dal mattino: “una giornata inizia col peso / smisurato della luce / un fardello roboante di ferraglia”, e il prosieguo del giorno si svolge come in “un centro riabilitativo / senza infermieri”, dove “i libri sono sbarre di un carcere”.

Se “non c’è una via di fuga dal male”, spetta all’immaginazione più visionaria aprire mente e cuore all’evasione benefica; nei versi di Castronuovo le immagini si susseguono esplodendo nella loro ricchezza di colori, suoni, personaggi, come in un caleidoscopio di sogni bizzarri e vivaci: ballerine e rapinatori, sassofoni e lamiere accartocciate, elefanti e droni, pullman e compressori, urla e silenzio, deflagrazioni di bianco-giallo-nero. Scatti di luce e buio mimano la danza allucinata di percezioni visive e uditive scollegate tra loro, secondo la lezione mai superata del surrealismo, rivisitata dall’eredità della beat generation, con sprazzi di brutalità filmica alla Cronenberg: “una continuità fluente / senza logica ma con un filo tesissimo / un ritmo surreale, automatico, sostenuto, / la corsa del corpo e la pacatezza della mente / sedata dopata impazzita”. A tale ritmo sincopato si alternano momenti di quiete e riflessione malinconica: “L’urna della vita / è solo piena / di cenere // non vale la pena / piangere”.

 

© Riproduzione riservata                IBS, 17 aprile 2024

 

RECENSIONI

CASTRONUOVO

PAOLO CASTRONUOVO, OPERA – IL CONVIVIO, TIVOLI 2025, p. 222

Non ancora quarantenne, il poeta-narratore-editore pugliese Paolo Castronuovo pubblica con le edizioni de Il Convivio “Opera. 2004-2024”, che nella premessa definisce “prematura opera omnia in versi”, progettata e pervicacemente voluta per rispondere alla “necessità biologica” di chiudere un cerchio. Mettere un punto fermo, quindi, in una produzione che si è coerentemente sviluppata lungo i binari della ricerca letteraria e dello scavo psicologico interiore, arricchendosi via via di nuove tattiche formali e di finalità ideologicamente strutturate. Un suo verso recita infatti “nutrirsi di dettagli / amplifica la profondità”, e senz’altro la varietà di immagini e atmosfere attraversate dalla parola poetica ha contribuito a potenziare lo spessore espressivo della sua scrittura.

Cinque sono le sillogi qui riunite, che comprendono la produzione di un decennio, dal 2013 a oggi: Labiali, L’insonnia dei corpi, La croce versa, Bugiardino e l’inedita La giostra d’inverno, segnate da una crescita di consapevolezza che, muovendosi dall’acerbità risentita dei primi anni, affonda in una penetrazione assillante nella materia, per placarsi infine in tonalità più arrendevolmente mature.

Labiali è segnata da un autobiografismo grintoso, capace di esibire rabbie e sofferenze, imputandole sia al proprio ego sia a un tu femminile ombroso e sfuggente. Qui “il dolore è / una posizione scomoda”, ma va esibito con fierezza sdegnosa (“io sono per la distruzione, per lo sfacelo delle cose”), anche nell’intento programmatico della creazione letteraria: “Il mio verso è cambiato / abbandona l’avanguardia / e accoglie il surrealismo”. E retaggio surrealista è evidente nell’intenzione sovversiva del lessico, con l’ostentazione di un vocabolario violento in cui si rincorrono ossessioni, esplosioni, deliri, crepe, fuochi, slavine, strumenti da taglio. Anche il corpo della donna appare scomposto e respingente, nella presentazione di seni come bussole smagnetizzate, rossetto sbavato, ombelico calamaio, capelli aste, ventre piatto, pori irti, odori lasciati su una sdraio.

Continua in L’insonnia dei corpi la rappresentazione negativa di una fisicità corrotta, in cui però è la malattia reale, soprattutto psichica, ad assumere contorni disturbanti, penosi. Il tormento dell’insonnia “che plana nella gola e provoca apnea / in un corpo fiacco / di letture, pornografia e televisione” riduce l’uomo a ombra, a zombie intento a soddisfare bisogni fisiologici primari, mentre il sangue rallenta il ritmo, le unghie incarniscono, gli occhi si socchiudono. Vittima di incubi e paure, il poeta è consapevole della propria atonia, e incapace di uscirne implora: “Mi servirebbe una seduta di fisioterapia dell’anima”, “cambiami il corpo con le mani / non ha più iniziativa / ha solo fame di altri corpi”, “Devo occuparmi del mio male / addomesticarlo nella gabbia del mio corpo”.

Se anche l’esterno si confina in un grigiore di pioggia, l’incubo dilaga in allucinazioni metamorfiche: “io ero arrotolato in una bottiglia alla deriva / una capodoglio incastrato nel buco dell’ozono”. Eppure, in questo sfascio di sensazioni mortifere la poesia può trovare un ritmo pacato ed elegante, e pur narrando la disperazione si aggrappa a gesti vitali di resistenza: “confido le mie giornate al cuscino / mentre il manto buio mi sferza colpi caldi”.

La terza sezione è la più corposa, costruita assemblando numerose sillogi e aperta a un confronto costruttivo con l’alterità, anche nella polemica indignata nei riguardi di un mondo sempre più contaminato. Gli strali di Castronuovo colpiscono la politica verbosa e inconcludente, le imposizioni di un falso cristianesimo, lo sfruttamento dei migranti, il razzismo, l’inquinamento, rasserenandosi solo nell’osservazione di cielo e mare, e nel desiderio di recuperare un rapporto paritario con la donna desiderata, in un abbandono reciproco al piacere sessuale. La croce versa rivela ancora un patimento psicologico (“il gran ritorno degli attacchi / di panico che rimontano come una carovana d’elefanti”), ma rimane comunque il capitolo più distesamente rischiarato del libro.

Prima di passare al commento di Bugiardino (2020-2023), che l’autore definisce “la miglior cosa scritta in vent’anni”, è opportuno segnalare la delicatezza dei versi inediti conclusivi de La giostra d’inverno, dedicati all’osservazione di un campo nomade (richiamato dalla bella foto di copertina), che nello squallore di strade fangose, roulotte scassate, donne e bambini infreddoliti, uomini intenti all’allestimento di un circo, riportano alla luce sensazioni infantili rimosse perché avvilenti.

Il bugiardino che accompagna ogni confezione di medicinali offrendo indicazioni sull’uso, è metafora dei segnali forniti al lettore per introdurlo alla non facile decifrazione della parola poetica. Ma “i libri sono sbarre di un carcere / che non apre a nessun universo”, e “la presunzione di capire l’astratto / di spiegarne il senso se non di darne definizione / certa / è un piedistallo fallimentare / spruzzato di elogi da copertina”. Sembra la capitolazione di ogni impegno intellettuale, e della funzione stessa del poeta. Tuttavia è necessario “lasciare che la purezza / si faccia fiume tra le sillabe / che converta lo sporco delle virgole”, e Castronuovo infine non abdica al suo ruolo, deciso a “riabilitarsi alla scrittura” producendo versi nuovi, estranei a tradizioni collaudate in cui “la rima / baciata è uno stupro”, e invece vada abolita l’illusione del messaggio: “Sto eliminando il tu dal verbo / per dare spazio a nuove immagini / ma nulla resterà che rifugiarsi nella propria voce”.

Se ciò che resta è un soliloquio privo di interlocutori, che almeno la visione sia danza, vibrazione di luci e suoni, percezione di una lacerazione traumatica da cui possa erompere una rinnovata energia, capace di guarire le ferite della mente e di un linguaggio convenzionale e abusato.

 

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 20 febbraio 2025

 

 

 

RECENSIONI

CASU

ANTONIO CASU, I CASI DELLA VITA – PUBBLICATO IN PROPRIO, REGGIO EMILIA 1976

Reggio Emilia è una città strana, estremamente politicizzata, quindi con una coscienza civile e anche culturale notevole, che mantiene tuttavia “sacche” provinciali di sottocultura, e zone intere che invece vivono di un patrimonio folkloristico ancora vivace e particolarmente sentito: anche qui si pubblicano raccoltine poetiche edulcorate, frutto di cattive letture e aspirazioni frustrate. Ma ci si pubblica anche altra roba. Io che vado a Reggio ogni tanto ho trovato in una libreria del centro un libretto (cm.10 X 12) color canarino, scarno e patetico anche nel prezzo -500 lire-. Sulla copertina  Casu AntonioI casi della vita, titolo onnicomprensivo, che sa tanto di buon senso antico, di famiglia patriarcale. Come se la sapienza del mondo – quella vera sostanziale – fosse raccolta in queste non so quante pagine, non c’è il numero, né indice, né presentazione, (forse per risparmiare sulle spese di stampa). Alla fine,una specie di avvertenza: «Autore di queste rime poetiche è il signor Casu Antonio residente a Pratofontana Via Don Leuratti 12 Reggio Emilia». E allora voglio scrivere qualcosa di queste rime poetiche, come le chiama il suo autore; non “poesie”. La struttura è semplice e ripetuta uguale in tutte, rima ABABABCC nelle più complesse, rispettata a ritmo quasi ossessivo (“mangiare, male, dolore, sudore, morire, ecc.”). Do un esempio di questa estrema cura e attenzione per la rima: «La festa della Vergine Maria / che si ricorda annualmente / bisogna fare pregatoria / che ci dia salute totalmente / ognuno con la sua familia / senza essere indifferente / insieme con Gesù / che il benessere ci dia di più».

Da qui potrei riallacciarmi al discorso religioso che è un filo sotteso per tutta la raccolta, una fede limpida nei dogmi, un’avversione per il nuovo e anche per il pensiero corruttore, un abbandonarsi alla preghiere imparate da piccoli senza mettere in dubbio niente, seguendo la morale sana e severa dei vecchi. Questo “rimatore” parla sempre di cristiani che devono sopportare e amare e pregare per ricevere il frutto delle loro pene («ma Dio ce la dia la salvezza / d’avere compassione del brutto destino / bisogna avere buonigno cuore / per grazia del Signore», «Non bisogna perdere la speranza / quando si ha la fede del Signore / nessuna cosa viene in mancanza / e può sanare quel dolore / ci sono dei miracoli in abbondanza / tutto merito di valore / sono casi che succedono in vita / prima di essere finita») esalta figure di sacerdoti e di perpetue, onora i papi e specialmente GIOVANNI RONCAGLIA – per la rima con battaglia-, fa del moralismo severo contro la dissoluzione dei costumi, contro la legge Merlin, si scaglia indignato contro la malavita le rapine e i sequestri, dedica una decina di rime agli agenti di pubblica sicurezza uccisi, recrimina su Mario Tuti e sulla strage di Piazza Fontana. Politicamente, è difficile definirlo: come dalla Sardegna si è trasferito alla terra che ci ha dato il fascio e i comuni rossi, così passa dal rimpianto nostalgico per i tempi del duce all’esaltazione di Berlinguer e del glorioso PCI; deplora la disoccupazione, la cassa integrazione, i ghetti industriali, ma non arriva ai più che leciti collegamenti tra le varie manifestazioni della corruzione politica, o si limita a generiche accuse contro il malgoverno. Vengono in mente i cantastorie siciliani, anche per i bozzetti di vita contadina, per il gusto del macabro e del particolare pietoso: adora la cronaca nera, uccisioni stupri vendette: si sente che questa è materia sua, su cui sa lavorare meglio, su cui sa stendere giudizi più recisi. La ritiene forse oggetto di poesia, ma anche questo gusto ha alle spalle una solida tradizione di ballate, di cantilene nutrite del piccante che offre la vita quotidiana. E’ un reazionario questo signor Casu? Forse. Meglio, si fa portavoce di contenuti in sé reazionari, ma lo fa con un’innocenza e un’ingenuità che si avvicinano alla poesia. Nelle sue rime c’è una morale triste ma profondamente umana, e quello che più conta, radicatissima tra la gente di campagna: l’ossequio al passato, all’esperienza del già vissuto. Un anziano contadino che scrive rime del genere è chiaro che non vuole fare un’operazione culturale (anche se indirettamente la fa), non è un operatore, un tecnico della parola. Scrive perché qualcuno lo legga e respiri un po’ l’aria di un mondo arretrato e lontano quanto si vuole, però vivo, ancora legato a leggi severe: forse non capirebbe questo articolo, certo non capirebbe la gente de La Tenda. La poesia per lui è l’equivalente della canzonetta da intonare dopo il lavoro dei campi, o della predica a messa, o del bollettino della radio: con in più la rima. Eppure ha delle intuizioni vergini, conia parole che potrebbero essere invidiate dalla nostra avanguardia, e non lo fa per sfizio per hobby per ricerca linguistica. E’ il suo mondo e sono le sue parole, è una morale che sa di fieno. Finisco con due poesie (queste sì a buon diritto) che si commentano da sole: «Se le pensioni hanno aumentato / aiutando il consumatore / tante volte considerato / ma sempre con minimo valore / come una elemosina sempre fatto / non considerando il valore / che nella nazione lui ha dato / mi riferisco al contadino / che lui è l’ultimo poverino», «Se volete che la terra dia frutto / bisogna darla a chi lavora / il benessere viene compiuto / ognuno deve avere la sua dimora / così abbandonato è dappertutto / e la vogliono lasciare più ancora / tutto dipende dai terrieri / che lasciano incolti i poderi».

 

«La Tenda», anno IV, n. 7, luglio 1976

RECENSIONI

CATTAFI

BARTOLO CATTAFI, POESIE SCELTE – MONDADORI, MILANO 1978

Gli Oscar Mondadori stanno assolvendo (come la collana economica di poesia della Garzanti) la pregevole funzione di fornire ai lettori ricche antologie di poeti contemporanei a un prezzo accessibilissimo, in un periodo in cui leggere poesia costa parecchio. Ultimo testo uscito nella collana è quello dedicato a Bartolo Cattafi e alla sua produzione poetica tra il ’46 e il ’73. Cattafi è nato nel 1922 in Sicilia, e della sua regione si è portato dietro la mediterraneità (il colore-il calore, la corposità come amore dei corpi, la polemica ideologica contro la terraferma e i suoi padroni): poi ha viaggiato molto, cosicché la sua poesia si è arricchita di stimoli e accenti diversi, si è asciugata, essenzializzata da quel meridionalismo che poteva risultare eccessivo. Quella di Cattafi è una produzione che non conosce i toni sfumati, i paesaggi delicati: dietro si intuisce lo stesso ambiente che ha fatto da sfondo a Guttuso. Anche letterariamente la presa della parola è sempre precisa, rapida, stringente; le poesie sono man mano che si procede sempre più brevi, con chiuse epigrafiche, quasi proverbiali. Un appunto si può muovere all’antologia, ed è quello di essere troppo ricca di testi, quindi “troppo” rappresentativa, di aver incluso nella scelta anche poesie mediocri, con il risultato di appesantire la lettura. La presentazione, un po’ generica a mio parere, è di Giovanni Raboni; ed è seguita, come in tutti gli altri Oscar, da alcune notazioni critiche di vari autori e da una puntuale scheda bibliografica. Trascrivo una poesia di Cattafi, tra le più sottili.

Messina:

«Ricca grassa seduta / nel posto giusto / quasi un’elvetica mediterranea / teneva banco e cassa. / La povera Messina. / Fu quel suo male un tempo sconosciuto / annidato alla base alle radici / la terra e il mare sommossi / oscillanti incredibili nemici. / E la guerra. / E chi successe alla guerra / e chi succede a chi successe / e non fa succedere…».

 

«Quotidiano dei Lavoratori», 27 maggio 1978

RECENSIONI

CATTAFI

BARTOLO CATTAFI, L’OSSO, L’ANIMA – LE LETTERE, FIRENZE, 2022

La casa editrice fiorentina Le Lettere propone l’edizione critica del più noto e importante libro di Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, con la cura di Diego Bertelli, che tre anni fa si era già occupato della pubblicazione dell’intera opera del poeta siciliano. Proprio a Bertelli va rivolto un sincero plauso per la dedizione e la competenza con cui ha commentato – nelle trentacinque pagine introduttive, nelle ottanta di postfazione e nella scelta di un ricco repertorio bibliografico – storia, caratteristiche e significato di questo classico della poesia novecentesca, indagandone stile, ricezione e interpretazioni critiche con la perizia non solo dello studioso, ma dell’adepto appassionato.                                                                                        

Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto,1922Milano,1979) dopo la laurea in legge, visse tra Milano, dove lavorava come pubblicitario, e la Sicilia, viaggiando spesso in Europa e in Africa.

L’osso, l’anima, pubblicato nel 1964, è un libro esorbitante di temi, forme, indicazioni di senso diverse e fuorvianti, quasi l’autore si fosse posto l’esplicito obiettivo di disorientare il lettore, indicandogli percorsi di lettura di non facile transitabilità, in direzioni improvvisamente interrotte, e altrettanto inaspettatamente riprese. Un viaggio a singhiozzo attraverso le circa duecento composizioni del volume, che proprio del viaggio, dello spostamento tra interni ed esterni, tra paesaggi fisici e sentimentali in contrasto tra loro, fa il suo perno strutturale. Basta scorrere i titoli delle poesie per constatare quante di esse facciano riferimento a luoghi concreti o mitici, pullulanti di multiformi presenze umane e animali, di una vegetazione lussuriosa, con un’attenzione concentrata sui cambiamenti climatici: dal sole accecante, alle piogge ostinate, ai venti impetuosi d’un tratto sospesi in minacciosa immobilità. Luoghi pieni di colori odori rumori, mediterranei e caldi soprattutto, con l’elemento equoreo che la fa da padrone: “Ma navi rumoreggiano col vento / stormiscono coi platani coi panni dei cortili, / navi che ci riportano nell’alto / mare da dove uscimmo, dove / un palmo d’azzurro costa parecchio /  ed è tutto malcerto, anche l’azzurro” (In altomare), “Il fiume   / aveva foglie gialle di platani e colori / su cui l’occhio patisce: acciaio, bitume,  / quello della biscia / che scorre lungo i sogni velenosi” (Sottozero), “la barca i remi il mare   /   liscio crespo turbato / tinte chiare e cupe / i venti leggeri dell’estate” (Mare).

Acqua e acque sono sostantivi ripetuti più di quaranta volte in tutta la raccolta: acqua di cielo e di terra, del fiume Giordano, dei pozzi sahariani, del bicchiere e del bidet. Ma anche deserti e foreste, narrati con uguale partecipe adesione. Per Cattafi ogni luogo manifesta una sua segreta magia: “La mente non capisce questo amore / per certi posti remoti dell’interno, / insidiosi, inospiti, / di barbara bellezza. / Non capisce / la necessaria perdita nei boschi” (Anabasi). Il viaggio, quindi, che sia di fuga o approdo, esotico o domestico, della memoria o del futuro, vittorioso o sconfitto, è sempre scoperta e incontro. Accompagnato talvolta da una figura femminile, mai acquiescente, mai amichevole o clemente, invece in contrasto, nella lotta inesorabile di corpi che si attraggono e respingono senza indulgenza: “Intanto ami, abbracci, ignori / perché di là dal morbido, dal tenero, dal caldo / avverti un’ambigua rigidezza” (Di qui non puoi), “Ora di notte geme / si rivolta nel letto / inarca le reni / mi prende il sesso / mi dice Vieni (In sogno), “Sull’alto sgabello appollaiata /  chiuse il giornale / strinse un po’ i ginocchi /  che aveva divaricati / sorrise con la bocca / non con gli occhi / Ti ho aspettato disse /  Andiamo” (Andiamo). La donna è chiamata amore in una sola poesia, Tabula rasa, che elenca una sconfortata rassegna di colpe reciproche: “D’accordo, amore. Espungiamo / dal testo perle d’acqua / su petali, / le frange estese, / le bolle della schiuma. / Le cose lietamente necessarie. / Togliamo anche / l’acqua l’aria il pane. / Giunti all’osso buttiamo / fuori della vita / l’osso, l’anima, / per credere alla tua / tabula che mai / avrà l’icona, l’idolo, la cara calamita?” (Tabula rasa).

La guerra è un altro filone tematico presente nel libro, non solo nell’immagine del contrasto con una presenza ostile a livello personale, ma come strategia d’attacco o di difesa declinata in termini militareschi (battaglia, assedio, invasione, imboscata, ammutinamento, pistole, colpi in canna, ordigni, tiro a segno, veterani): “È buono, ben aguzzo / temprato con le mie mani in tanti anni, / tra vampate e dolori. / Vi ammazzo bestie se tentate /   d’uscire dalla stanza: / nel punto giusto, sul dorso, / tra   un’ala e l’altra / se fate tanto d’alzarvi / a un volo di speranza” (Minaccia), “Adottato il mantello del nemico / andammo all’assalto di noi stessi. / I nostri colpi furono i peggiori” (Mimesi), “a mezzanotte approssimati / mettigli sotto le tue bombe. / E non fuggire, aspetta / che lo scoppio t’investa” (La retta).

Altrettanto frequenti sono le immagini di malattia, morte, suicidio e omicidio. Scrive Diego Bertelli: “Si tratta di azioni lesive ai danni di cose e persone tanto quanto ai danni di se stessi; sfoghi da vera e propria Anger room, paradossalmente necessari a ristabilire quello che oggi la psicoterapia chiamerebbe uno stato di ‘benessere’. Cattafi sottolinea, in questo modo, la prospettiva nevrotica e malata della modernità”.

Il continuo rovello del rapporto, esistenziale e sociale, con l’altro da sé, si esplica in un assedio feroce della realtà, che non promette consolazione nemmeno quando si offre in tutta la sua bellezza, avvertita perlopiù come una sfida. L’insensatezza, l’assenza, la solitudine campeggiano tragiche, e l’ironia, lo sberleffo, il sarcasmo accentuano il disagio del non sapersi abbandonare: “La mente è un’abile / astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto” (Ipotesi), “C’è un calmiere che regola i rapporti / col prossimo tuo e con te stesso. / Sei solo e vinto, / debole, deforme, / devi andare al mercato. / Stordirti e scegliere / le voci nel brusio. / Stipulare contratti, / vendere, comprare / i beni che consumano la vita” (Al mercato), “Studiammo le strade, le tabelle / di orari e di convogli. / Ma che vale giungere alla meta / se essa dice sei / arrivato, guarda gli orari, / le partenze, / parti” (Meta).

La convinzione che “La vita porta disordine, dolore” (Un prisma) può essere forse attenuata dalla consapevolezza di un unico destino che accomuna il poeta con altri disorientati e delusi come lui, probabilmente i suoi coetanei, nati e cresciuti sotto la dittatura fascista, travolti dalla guerra, illusi di una rinascita civile ed etica che poi non c’è stata: “Rovistando – inventario / di cocci, osservazione / di perduti pianeti, rimembrare / parole lontane in mezzo ai libri –, / ci ferimmo col filo / tagliente dell’errore” (Un prisma). Ancora più marcata è la disillusione nei versi di Delle pene: “Alla prova dei fatti / non ci fu di che essere allegri: / torti, errori, viltà, / debolezze del cuore, / insanie che inquinarono la mente. / Pagammo in disparte nascondendo / le voci, l’ammontare, / i conti d’impossibile chiusura. / Vorremmo un’era / forte, aperta, precisa, / di pubblica chiarezza per le pene. / Non più pagare mediante equivalenze, / con conguagli privati, silenziosi, / ma tormenti, tenaglie squillanti / maschera gogna ruota rogo. / Visibile a tutta la città / la corda che ci tira per il collo”.

La poesia, testimonianza quasi testamentaria, assume la forma epigrammatica, rapida e concitata, del proclama ad alta voce, della sferzata ribelle contro la viltà dell’abitudine e l’impotente rassegnazione. Scevra da artificiosità, lontana da ogni sperimentalismo formale come dall’esplicito impegno politico, la scrittura di Cattafi utilizza un linguaggio quotidiano, una tecnica cronachistica che esibisce i suoi debiti sia dalla pittura (esercitata anche personalmente), nella visionarietà delle immagini e nel gusto vivace dei colori, sia dalla coeva narrativa in prosa, comprendente le atmosfere del giallo e del noir per l’atmosfera costante di attesa, di conflitto e di incubo che domina molte descrizioni ambientali. In uno stile paratattico, perentorio o addirittura sentenzioso, ricco di metafore e accumulazioni verbali, l’autobiografismo evidente nelle pagine de L’osso, l’anima non si riduce a una speciosa autoreferenzialità, ma diventa curiosità del mondo e giudizio severo.

 

© Riproduzione riservata                «Gli Stati Generali», 8 giugno 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

CAVALLI

PATRIZIA CAVALLI, DATURA – EINAUDI, TORINO 2013

La recente raccolta einaudiana di Patrizia Cavalli, che offre al lettore componimenti piuttosto eterogenei (dai poemetti di più ampio respiro, a un pezzo teatrale, a brevi poesie amorose, fino agli epigrammi), si intitola ambiguamente Datura, oscillando nel significato dal participio futuro femminile del verbo dare (“che si darà”, nel senso forse di una generosa e imprevedibile eredità ventura), al nome di una pianta spinosa e medicinale, dagli effetti talvolta allucinogeni. Metafora della poesia? Proprio a questo vegetale, e ai suoi fiori notturni e profumati, rende omaggio l’ultimo poemetto del volume. Proibendosi qualsiasi retorica commozione, l’autrice individua la causa delle sue «lacrime spaesate» in oscuri fenomeni atmosferici, meteorologici, che agendo sulle «parti più segrete del cervello» provocherebbero «soltanto nostalgia che gira e si rigira / dentro il suo molto affaccendato niente». Fosche trepidazioni di morte ? «Ma io non voglio andarmene così, / lasciando tutto come ho trovato / in questa scialba geografia che assegna / l’effetto alla sua causa». L’ambizione del poeta è ben altra: «giocare alle parole / immaginando, senza un’identità, / una visione». E quindi, davanti ai fiori caduchi e pallidi della datura, convincersi «che dipenda da me la sua apparenza, / che ne sia io la sola responsabile, / questa è la gioia fiera del mio compito, / qui è il mio valore. Io valgo più del fiore».
La rivendicazione orgogliosa della sua centralità, fisica e mentale, della sua quasi immortale resistenza al tempo, ritorna ancora in molte delle poesie più brevi, insieme a un auscultare preoccupato e ironico di minimi segni di malessere: «io bevo molta acqua minerale / per poi molto pisciare, mi curo in questo / perfettissimo ospedale che vuole / fare secco il mio gran dio ormonale», «Come se il cuore inciampasse, / può cadere», «Che qualcosa di me / possa valere, dopo di me, / anche solo cinque lire più di me, / mi è insopportabile», «Rivoglio la mia salute, / fantasiosa salute / così potente e certa», «Salivo così bene le scale, / possibile che io debba morire? //…Ma adesso / che cazzo vuole da me questo dolore / al petto quasi al centro! Che faccio, muoio? / O resto e mi lamento?»

Una poesia provocatoriamente fisica, quella di Patrizia Cavalli, che si impone con prepotenza quasi canora, nei declamati endecasillabi, nelle rime ribadite, nelle immagini sempre concrete, visivamente scolpite, mai sfumate, mai eteree. Anche i versi amorosi hanno una loro sfrontata presunzione: «E se mi guardi davvero e poi mi vedi? / Io voglio che stravedi non che vedi!», «Annoiarsi da soli forse è un lusso, / ma annoiarsi in due è disperazione». Molti i punti interrogativi, molti gli esclamativi, per una poesia che si vuole soprattutto orale, declamata a voce alta. Una poesia che assume con fierezza un energico carattere teatrale, come è dimostrato anche dall’intermezzo drammatico dei  Tre risvegli, e dalle esperienze di traduzione da Molière e Shakespeare.
Altri due ironici, risentiti e appassionati poemetti sono qui riproposti dopo essere apparsi nel 2011 per le edizioni Nottetempo: L’angelo labiale è una sorta di divertissement giocato sul contrasto non solo fisico, ma anche etico, che contrappone il rumore insultante alla discrezione del silenzio, per concludersi con una spiritosa e svagata elegia pseudo-amorosa. Più spavaldamente dissacrante e pungente è  La Patria, amara galanteria in versi rivolta all’idea obsoleta, retorica, vituperata e decaduta di nazione: «Ostile e spersa / stranita…braccata…tentata…sbattuta / eccomi qui a pensare alla patria». Per raccontare la nostra terra comune, Patrizia Cavalli elenca una serie di figure tradizionali, sbeffeggiandole: la madre «calma e abbondante», «la stanca vedova in affanno» che vizia una prole stupida ed egoista, «la donna giovane, ma austera» casta e asessuata, la cortigiana «scostumata», la pazza ubriacona in estasi intellettuale da megalomane. Diffidando di queste immagini tradizionali e abusate, la poetessa preferisce affidarsi ai sensi, alle nostalgie, agli odori delle botteghe e dei mercati: meglio cercare la propria patria nei «giorni santi, stupefatti», nella luce di un «trasparente cielo fino di battista».
Non si può poi tralasciare di commentare un altro poemetto, La maestà barbarica, sarcastico e bruciante, in cui si tratteggia una figura femminile poetante, che invade con la sua spudorata presenza i quartieri romani: «Grande impresaria della sua pazzia… Ha una recitazione / arcaico-tragica», «Ha un’autorevolezza ormai consolidata. / Lei non chiede, possiede», «La sua eleganza / è quasi una minaccia»: anche in questo mordace ritratto, Patrizia Cavalli si dimostra impareggiabile bozzettista, di implacabile e sferzante abilità satirica.
Ma non sarà forse eccessivo quanto scrivono Berardinelli e Agamben nella quarta di copertina, parlando di «poesie fatte per illuminare e conoscere», e addirittura definendole come «la poesia più intensamente etica della letteratura italiana del novecento»?

«criticaletteraria», 11 ottobre 2013

RECENSIONI

CAVALLI

PATRIZIA CAVALLI, LA PATRIA – NOTTETEMPO, ROMA 2011-2014

Nel 2011 le edizioni romane Nottetempo avevano pubblicato un libriccino (riproposto in e-book nel 2014) della poeta umbra Patrizia Cavalli, venuta a mancare l’altro giorno, e ricordata con rimpianto e stima da numerosi organi di stampa italiani e stranieri. Sotto il titolo La Patria erano riuniti due poemetti ironici e risentiti, acuti e intelligenti, amari e appassionati. Il secondo, “L’angelo labiale”, era una sorta di divertissement giocato sul contrasto non solo fisico, ma anche etico, che contrappone il rumore (l’insulto, la sopraffazione) alla discrezione e alla gentilezza del silenzio, per concludersi con una spiritosa e svagata elegia pseudo-amorosa. Ma più particolare ancora, più spavaldamente dissacrante e pungente era la prima composizione (letta in anteprima a Piazza del Popolo dal palco della manifestazione di Se non ora quando del 13 febbraio 2011), un omaggio in versi all’idea obsoleta, retorica, vituperata e decaduta di “patria”. “Ostile e spersa / stranita… braccata. ..  tentata. ..  sbattuta. .. / eccomi qui obbligata a pensare alla patria”. Come si può, con quali abusate metafore, cantare la propria nazione, di cui magari ci si vergogna un poco, che si vorrebbe diversa, più nobile e orgogliosa di sé? Forse con le immagini femminili di cui si servivano i poeti antichi, imponente matrona bardata di pepli e corone?

Patrizia Cavalli elencava invece una serie di figure tradizionali, sbeffeggiandole in controcanto: la madre “calma e abbondante”, “la stanca vedova in affanno” che vizia una prole stupida e egoista, la “donna giovane, ma austera” – casta e asessuata -, la cortigiana “scostumata”, la pazza ubriacona in estasi intellettuale da megalomane. Nemmeno queste sembravano le rappresentazioni più convincenti a Patrizia Cavalli. “Beh, io alla fine di questa tiritera… / volenterosa mi ritrovo priva / di una qualunque intera, definita / figura della patria”. Meglio cercare tra le cose quotidiane, affidarsi ai sensi, agli impulsi, alle nostalgie, agli odori delle botteghe e dei mercati, alla vista di lavori artigianali o di sfaccendati “assistenti del niente” ciondolanti davanti ai bar. Meglio cercare la propria patria nell’aria, nei “giorni santi, stupefatti”, nella luce di un “trasparente cielo fino di batista”.

“Io allora / basta così, ringrazio”.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 23 giugno 2022

 

RECENSIONI

CAVARERO – SCOLA

CAVARERO-SCOLA, NON UCCIDERE – IL MULINO, BOLOGNA 2011

La filosofa Adriana Cavarero e il Cardinale Angelo Scola si confrontano in questo volume dedicato al commento del quinto comandamento, Non uccidere, ovviamente ciascuno secondo il suo punto di vista, irriducibilmente laico la prima, fondato su millenni di tradizione religiosa il secondo. Entrambi citano con ammirazione Lévinas, la sua critica radicale alla violenza e la sua utopica fede nella possibilità di una pace originaria, basata sul rispetto verso l’unicità del volto dell’altro.
L’intervento di Mons. Scola è un dottissimo excursus storico-ideologico a partire dal concetto biblico di alleanza tra l’uomo e Dio, che comporta la decisione del credente «di stare nel patto e di vivere al cospetto della Presenza», ubbidendo non solo alla lettera veterotestamentaria, ma anche aderendo alla regola morale indicata da Gesù. Naturalmente i riferimenti sono Sant’Agostino e San Tommaso – che pure ammettevano la legittima difesa e la guerra giusta – , ma anche Ricoeur e Jonas, e dall’affermazione decisa dell’inviolabilità di ogni identità umana («questa gloria dell’essere, che è l’uomo») arriva a considerare le scottanti domande della contemporaneità riguardo all’aborto e all’eutanasia.
Con altrettanta veemenza e radicalità di opinioni gli risponde Adriana Cavarero, avvalendosi delle tesi di pensatori come Foucault e Arendt, Burkert e Girard, ma soprattutto proponendo una riflessione che partendo dall’ebraismo e dai greci ripercorre il significato dei termini vita-morte, della loro naturalità e irrimediabilità, con puntualizzazioni critiche sugli argomenti imprescindibili dell’autodeterminazione, della qualità dell’esistenza, dell’eliminazione degli embrioni congelati. Nel libro troviamo riferimenti all’istinto predatorio dell’uomo, alla sua distruttività (Klein, Freud, Lorenz), con un’apertura utopistica verso una «femminilizzazione» dell’umanità, in cui possa prevalere una cultura della nascita su quella della morte, capace di scalzare l’io dal suo sogno narcisistico a vantaggio delle funzione etica e ontologica del “tu”.

 

© Riproduzione riservata  

www.sololibri.net/-Recensioni-di-libri-.html      5 febbraio 2016

RECENSIONI

CAVAZZONI

ERMANNO CAVAZZONI, GLI EREMITI DEL DESERTO – QUODLIBET, MACERATA 2016

Ermanno Cavazzoni (Reggio Emilia, 1947) ha scritto libri sempre piuttosto lontani dalla tradizione letteraria italiana più consueta: visionari, fantastici, ironici, da lui stesso definiti come “sfoghi di maniacalità”. «Mi vengono così – ha confessato – dovete scusare». Gli eremiti del deserto è un esempio di questa sua narrativa atipica: raccoglie infatti una sessantina di ritratti, per lo più brevi e stilizzati, di eremiti egiziani, palestinesi e siriani vissuti tra il III e IV secolo, rielaborando i testi tramandatici dalla patristica, e scegliendo tra loro «le vite più estreme e esemplari».

Il volume si apre con la descrizione delle prime tre figure ascetiche votate a Dio nelle solitudini desertiche: Paolo, Antonio e Ilarione. Della biografia di Antonio (senz’altro il più noto, a cui anche Flaubert dedicò un libro) vengono sottolineate la vocazione, le persecuzioni familiari, la ricerca del luogo adatto per l’isolamento, la resistenza irremovibile al peccato, la morte sopravvenuta dopo i cento anni. Caratteristiche comuni alle vite di questi santi anacoreti furono senz’altro la preghiera assidua, la meditazione, l’intercessione in favore del prossimo, la lotta combattuta contro le tentazioni del demonio. I sacrifici a cui si sottoponevano amplificavano la loro fama di santità, per cui molti malati, storpi e anime inquiete li interpellavano supplicando una guarigione o un qualsivoglia conforto. Altro tratto tipico dell’esistenza degli eremiti di cui scrive Cavazzoni erano le privazioni che imponevano a se stessi soprattutto per vincere la lotta con il diavolo, che appariva loro sotto le sembianze di bestie feroci, o allettandoli con lusinghe sessuali, o ancora tormentandoli con allucinazioni visive e uditive. Eusebio così si esprimeva a questo proposito: «Se vinco il maligno nelle piccole cose poco importanti, non mi vincerà nelle importanti, e non mi infiammerà con la concupiscenza, con le passioni e la vanità». Quindi, cibo frugalissimo (datteri, lenticchie, farina bagnata, fichi, radici, erbe) assunto in dosi minime, idratazione ridotta all’essenziale, semi-nudità o vestiario limitato a stracci, coperte logore o mantelli di cuoio. L’ambiente in cui si costringevano a vivere era il più misero e disagevole possibile: grotte, buche nel terreno, capanne, pozzi, casse e gabbie di legno, o colonne altissime sopra le quali rimanevano immobili giorno e notte, spesso in posizione eretta.  Il corpo veniva mortificato con cilici, catene, collari, pesi di ferro, mutilazioni, digiuni protratti fino allo sfinimento, oppure esponendolo alle intemperie e sfiancandolo in pesanti fatiche fisiche.

Ermanno Cavazzoni stuzzica la nostra curiosità con aneddoti e stranezze, confessando la sua attrazione per questi personaggi, e per le loro scelte di vita oggi non più proponibili (in quale deserto potrebbe ormai rifugiarsi un anacoreta, nel nostro mondo invaso da esplorazioni satellitari e turismo incontrollato?): «Ho sempre letto queste vite con ammirazione e invidia, per quei tempi di libertà, di povertà volontaria non sindacalizzata, di avventure interiori e incontri fantastici straordinari».

© Riproduzione riservata            www.sololibri.net/Gli-eremiti-del-deserto-Cavazzoni.html            15 novembre 2017