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RECENSIONI

CELAN-SACHS

PAUL CELAN, NELLY SACHS, CORRISPONDENZA – GIUNTINA, FIRENZE 2018

Trent’anni di differenza dividevano i due poeti ebrei Nelly Sachs (1891-1970) e Paul Celan (1920-1970), accomunati però da un’uguale tragica sofferenza patita durante le persecuzioni naziste, nell’esilio e nella malattia mentale. L’editrice Giuntina pubblica ora per la prima volta integralmente, (con illustrazioni, un ricco apparato di note e un puntuale confronto biografico), la loro corrispondenza, così come è andata svolgendosi tra il 1954 e il 1969.

Nelly Sachs, premio Nobel per la letteratura nel 1968, si era rifugiata con la madre a Stoccolma, scampando così fortunosamente dal trasferimento in un lager. Nella città svedese aveva trovato una certa solidarietà intellettuale, riuscendo a pubblicare alcuni volumi di versi: la notorietà non l’aveva tuttavia messa al riparo da frequenti crisi psichiche e dagli internamenti in diverse cliniche. Celan, abbandonata la Romania, aveva trovato ospitalità nella capitale francese: “Tra Parigi e Stoccolma passa il meridiano del dolore e della consolazione”, scriveva in un messaggio Nelly, sottolineando con forza il legame affettivo, di reciproca confidenza, ammirazione e sostegno, nato tra i due poeti. Che risulta evidente già dalle intestazioni delle lettere: “Caro poeta, caro essere umano… Caro amico… Caro fratello… Caro poeta dalle profondità meravigliose… Poeta benedetto… Paul caro… Caro Paul Celan, benedetto da Bach e da Hölderlin… Mia amata famiglia…”, esordiva Nelly. “Gentile, stimatissima signora… Cara, sinceramente ammirata… Mia cara, mia buona Nelly!… Cara, buona, felice Nelly…”, le faceva eco Paul.

I due si scambiavano poesie, giudizi critici, incoraggiamenti, confidandosi speranze, paure e delusioni. L’incubo della guerra e della Shoah era ancora per entrambi vivissimo e straziante, così come il timore per l’antisemitismo sempre manifesto e minaccioso: “Questo spettrale e muto non-ancora, questo ancor più spettrale, più muto, non-più, e di-nuovo, e nel frattempo l’imprevedibile, già domani, già oggi… O mondo / Noi ti accusiamo!… Sento che il demone che ti funesta – che funesta anche me… La rete oscura…”, denunciava Celan. “Ma quante morti dobbiamo morire, finché non viene quella giusta… Io sono fuori, inginocchiata sulla soglia, carica di lacrime e di polvere… Ogni giorno la perfidia entra nella mia casa, ogni giorno, mi creda. Cos’altro dovremo affrontare, noi ebrei?… Spero di superare tutta la sofferenza che ancora mi aspetta, oppure di trovare una quieta morte liberatrice, desidero tanto raggiungere i miei cari defunti… questo mio periodo buio… nella mia disperazione, nel pieno di quel viaggio agli inferi…”, rispondeva Nelly Sachs, sprofondando lentamente nell’abisso psicotico.

Eppure, pur nella comune disperazione e nel delirio persecutorio, tutti e due riuscivano ad aggrapparsi alla certezza salvifica e consolatoria della parola poetica, al “segreto che sommessamente si dischiude… un mezzo per salvare il respiro dal soffocamento… Vive in me con ogni mio respiro la fede in un’attività cui siamo stati chiamati: impregnare di dolore la polvere, darle un’anima… Sento l’energia della luce che fa scaturire la musica dalle pietre… Questi sono i raggi invisibili che ci sostengono…” (Nelly); “C’è chi cerca il tuo sguardo – mandalo, quello sguardo, mandalo ancora all’aperto, consegnagli le tue parole vere, le tue parole liberatrici, affidati a lui, affida a noi, tuoi compagni di vita, della tua vita, questo sguardo, fai in modo che noi, già liberi, diventiamo i più liberi in assoluto, facci stare ritti, con te, nella luce!” (Paul).

I due poeti arrivarono finalmente ad incontrarsi, nel 1960, prima a Zurigo e poi a Parigi, parlando “del troppo, del troppo poco… della luce che offusca, di cose ebraiche, di Dio”. Sopravvissero in qualche modo a se stessi e al dolore per un ulteriore decennio. La morte li colse lontani, lui nella Senna a Parigi, lei in un letto di ospedale a Stoccolma, nel 1970. L’ultimo biglietto di Paul Celan augurava: “Tante cose liete, cara Nelly, tanta luce!”

 

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https://www.sololibri.net/Corrispondenza-Celan-Sachs.html         2 luglio 2018

 

 

 

RECENSIONI

CENDRARS

BLAISE CENDRARS, RESURREZIONI A NEW YORK – IGNAZIO PAPPALARDO, ROMA 2025

L’editore Ignazio Pappalardo pubblica il poemetto di Blaise Cendrars Resurrezioni a New York, con testo francese a fronte e prefazione del Cardinale Gianfranco Ravasi. Tradotto per la prima volta in italiano nell’elegante versione di Ottavia Pojaghi Bettoni, e arricchito dalle otto storiche tavole originali del pioniere del Graphic Novel Frans Masereel, il testo racconta un Venerdì Santo vissuto dal poeta francese nei quartieri della Grande Mela, tra vagabondi e ladruncoli, suonatori ambulanti e prostitute, personaggi tormentati dall’ansia di una ricerca interiore, oppure disperatamente rassegnati a una deriva.

Cendrars – nato a La Chaux-de-Fonds nel 1887 e morto a Parigi nel 1961 dopo una vita errabonda e avventurosa votata all’arte e ai viaggi – fu narratore, poeta, giornalista, combattente nella Prima Guerra Mondiale dove perse una mano, reclutato poi come reporter nella Legione Straniera. Aderì fin dagli inizî ai movimenti di avanguardia letteraria, con un’attenzione particolare al disagio sociale e all’insubordinazione politica.

Les Pâques à New York uscì una prima volta in rivista nel 1912, ed ebbe in seguito diverse riedizioni in Francia: il poeta lo aveva dedicato alla giovane Agnès (nome allusivamente riferito all’agnus pasquale) che aveva conosciuto a Neuchâtel, cui dedicò anche altri scritti, rimanendone a lungo innamorato, nonostante fosse divenuta moglie di suo fratello Georges. Il poemetto, scandito in distici, con dominanza del verso lungo alessandrino e l’uso frequente di rime e assonanze, fece conoscere e apprezzare il giovane artista svizzero nel vivace ambiente letterario parigino del primo ’900, mettendone in luce la sensibilità venata di inquietudine, intellettuale e religiosa, e il senso di inappartenenza rispetto alle convenzioni collettive.

Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric Louis Sauser, si era imbarcato per New York nel novembre del 1911, e vi si era soffermato fino all’estate successiva, vivendo in squallide stanze di alberghi, peregrinando per le strade della metropoli, affamato e privo di amicizie. Leggenda vuole che il Venerdì Santo abbia ascoltato La Création di Haydn in una chiesa presbiteriana, e tornato nella sua stanza, abbia iniziato a comporre di getto Les Pâques, revisionato successivamente al rientro in patria. Il testo si apre con la riflessione sofferta degli episodi della Passione, riletti in un “vecchio libro”, e si rivolge direttamente a Cristo: “Non ho mai pregato quando ero un bambino, // Eppure stasera penso a Voi con timore”. Da laico, da miscredente, il poeta avverte la presenza divina dietro la porta della sua camera, e ne rimane turbato: “Siete Voi, è Dio, sono io, – è l’Eterno”.

Per incontrare Cristo crocefisso, deriso e insanguinato, scende nei bassifondi della città, “La schiena inarcata, il cuore increspato, lo spirito febbrile”. Ripercorre col pensiero le chiese e i conventi visitati in Europa, i quadri e gli affreschi religiosi che più l’hanno coinvolto emotivamente, e chiede a Dio di essere sollevato dall’angoscia, come fece Gesù nel Getsemani: “Fate, Signore, che il mio viso appoggiato tra le mie mani / Lasci cadere la maschera d’angoscia che mi attanaglia. // Sono triste e ammalato; forse a causa Vostra, / Forse a causa di un altro. Forse a causa Vostra”.

La sua infelicità rispecchia quella dei poveri che affollano i marciapiedi di New York, gli immigrati sulle banchine del porto, la folla “parcheggiata, stipata, come bestiame, negli ospizi”, i “popoli addolorati”, tra cui i fuggitivi ebrei che brulicano nei ghetti, le prostitute che “inzuppano il loro vizio indurito” nel rhum, i musicisti di strada, i cinesi nei bar dai gradini lerci. Per tutti loro –vagabondi, ladri, ubriaconi – Cendrars implora la pietà e il soccorso del Signore, ma senza celare la sua indignazione verso gli sfruttatori contemporanei: “Coloro che scacciaste dal tempio con la Vostra frusta, / Flagellano i passanti con una manciata di misfatti. // … Signore, la Banca illuminata è come una cassaforte, / Dove si è coagulato il Sangue della Vostra morte”.

Nella metropoli emblema di modernità e ricchezza mondiale, nessuno ricorda la Pasqua di Resurrezione: non suonano le campane, dai portoni delle chiese non escono canti e preghiere, le ombre si fanno minacciose. Allo spuntare dell’alba, il poeta torna immalinconito e stanco nella stanza d’albergo “nuda come un sepolcro”, mentre “Una folla sudata per la febbre dell’oro / Si spinge e si precipita in lunghe gallerie. / / Torbido, nel groviglio ovattato dei tetti, / Il sole, è il Vostro Volto sporco di sputi”. La sua amarezza esplode in una sferzante denuncia: “Signore, niente è cambiato da quando non siete più Re. / Il Male si è fatto una stampella della Vostra Croce”.
Nella prefazione, il Cardinale Ravasi sottolinea come la Pasqua dei giorni nostri abbia perso ancora più significato di quella descritta da Blaise Cendrars, ridotta a riti superficiali nelle famiglie, o ad altri pretesti per viaggi di puro stordimento ed evasione.

Un plauso sincero va attribuito alla giovane casa editrice Ignazio Pappalardo, che è riuscita, con questo e con i precedenti volumi pubblicati, a confezionare un prodotto raffinato e curatissimo, ricco di note e approfondimenti, completato da icastiche illustrazioni a colori e dal testo in lingua a fronte.

 

© Riproduzione riservata        «SoloLibri», 21 febbraio 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

CENI

ALESSANDRO CENI, 77 – HELICON, AREZZO 2019

 74 poesie edite + 3 inedite: settantasette sono le poesie raccolte nell’auto-antologia di Alessandro Ceni, poeta-pittore-traduttore nato a Firenze nel 1957. Ceni ha vinto numerosi premi letterari, esposto i suoi quadri in note gallerie, e tradotto classici anglo-americani per le più importanti case editrici italiane: ma vive appartato ed estraneo a conventicole culturali nella vecchia casa di famiglia a Pian dei Giullari, sulle colline fiorentine; sposato, con due figli. Nei suoi versi alcuni critici hanno voluto leggere l’influenza della poetica di Walt Whitman e di Dylan Thomas: in realtà, la sua scrittura mantiene un’impronta originale e fedele a se stessa da più di trent’anni, e sostanzialmente atipica nel panorama letterario italiano.

Settantasette si presenta come una raccolta acquatica, erbosa, ventosa, avendo per lo più come sfondo un ambiente fatto appunto di fiumi e torrenti, di prati e piante, di elementi atmosferici e cosmologici. Ma non è certo un sentimento panico di immersione nella natura quello che contraddistingue l’atteggiamento del poeta, poco incline alla nostalgia retorica verso la genuinità idilliaca della vita campestre. Piuttosto, l’aspetto che caratterizza la sua posizione di osservatore distaccato e disincantato dell’ambiente circostante è l’interesse per la storia, la geografia, le scienze naturali, che viene espresso attraverso l’esibizione di una terminologia specifica, fatta di vocaboli tecnici o desueti, emergenti da una tessitura linguistica destabilizzante, quasi provocatoria.

Ne è un esempio, subito in apertura, l’attacco della prima poesia, I campi davanti: “Voltatoti, / le rovine fumanti / il pìare lento / il risolversi in un soffio del tarassaco: // revelle / stacca a forza / distoglie in altra parte: // la cupola del fieno / la portula che vi si apre / che ne camuffa un’altra / dove un flamine cieco ti tasta”.

Il lessico tratto dalla botanica e dalla zoologia è sconcertante nella sua insolita sovrabbondanza: vegetali e animali costituiscono una sorta di bizzarra enciclopedia dell’inusuale. Tarassaco pappo pungitopo polmonaria racemo austorio loppa gluma esperidio boaria accompagnano i più usuali pruni gelsi frumento rosmarino arance e limoni. Volatili dai nomi stravaganti (frusoni ossifraghe ardeidi) si associano ai più domestici corvi, gabbiani, rondini, cigni, oche.

Da cosa è definito il paesaggio della poesia di Alessandro Ceni? Dall’acqua, intanto, elemento mobile e inafferrabile, amico-nemico, minaccioso e salvifico (“Lascia che il fiume sciolta in te la zavorra della speranza / si volga a controllare gli scalmi / e discenda le numerose anse del suo andare, che moltiplichi, / sgomiti, macini sassi stesi ed erbe insane; cose, tutte / facilmente immaginabili”, “acqua desolata / amata soltanto dal silenzio delle piante, / dai gesti e suoni d’un solitario animale”). Dalla luna, più del sole misteriosa ed evocativa, resa pertanto classicamente, leopardianamente (“Luna, luna, immobile luna nella mente”, “l’eterna e sconfortata luna”, “una luna acidula e mezzana d’amori”). Da boschi, campi e rocce (“gli erbari ronzanti e i minuti insetti estivi”, “l’erba che si rialza nelle impronte, / lo sbandare della pineta”, “agri argini / acuminati di gialle fruste / di fossi sannuti e balze e pruni e gelsi”). Tutto un repertorio naturale a cui si oppongono descrizioni perimetrali di case, paesi, città, cimiteri, ospedali, ricoveri per indigenti: costruzioni umane, insomma, e per questo impenetrabili e ostili.

Naturale e artificiale sono intesi come antipodi concettuali, alla stessa maniera in cui si contrastano e compenetrano passato e presente: preistoria, medioevo, risorgimento, guerre mondiali, viaggi astrali… Come le epoche storiche, anche i luoghi geografici si intersecano e sovrappongono, indefiniti e mitici: la Valle dello Scesta (con i suoi calanchi, torrenti, dirupi) sfida gli altopiani del Nord America, le tombe etrusche affiancano i “fabbricati isolati” delle periferie industriali, le navi spaziali sorvolano Auschwitz.

Analizzando poi l’elemento antropico nei versi di settantasette, notiamo che non esiste reciproca benevolenza tra uomo e natura, tra uomo e uomo, tra uomo e Dio. Piuttosto rintracciamo gesti assassini, ostilità mortali e celesti, indicanti ferocia o indifferente sadismo, impermeabili al sentimento della pietà: “Là c’è una donna, che con la mano / si spande le lacrime sul volto; / con quelle stesse dita che lo conobbero / e che durante la notte desiderarono ucciderlo”, “Possa colui che sposta i confini / annientare cielo e mare / cancellare i tuoi passi nel ritorno, / possa perderti, schiacciarti sul promontorio”, “viene a massacrarci un odio / abbassata la guardia / spento il lume”, “Non dico, no, torna a casa / e picchia tua madre, dico: / torna a casa e guarda tua madre / come se volessi farlo; meglio, / come se l’avessi fatto”, “ di qua / tutto è infelice e indigesto, / gli uomini vanno servi, le donne prostitute, i bambini / vomitano densi liquidi verdi e cacano nero”, “Quindi sia lode agli uomini che non dichiarano il / proprio amore / e non perdonano e sono spietati / e strappano gli occhi dei fanciulli”.

Un cielo senza dio, quello di Alessandro Ceni, in cui “Non vi si distende la grazia di nessun Signore”, «perché se una divinità esiste, è un Dio che “mangia con le mani”, cannibalesco, onnivoro, crudele, da cui l’essere umano non viene soccorso e benedetto, ma è tenuto lontano, se non addirittura respinto.

Il “tu” così spesso presente nei versi di Ceni sembra indicare un’apertura alla conoscenza, un incoraggiamento, un invito, ma in realtà è rivolto più a se stesso che ad altri, con un frequente scambio di soggetto all’interno della medesima composizione, di maschile improvvisamente mutato in femminile, di singolari moltiplicati in plurali, come a dire che l’individualità non è più difendibile, nella sua illusoria apparenza; non c’è più nessun io, nessun tu, si è ovunque e in nessun posto, eternamente spaesati: “la mente altrove e lo spirito sempre”.

La resistenza che i contenuti manifestano nei riguardi di una comprensione solidale e garbata dell’esistente è ribadita anche dalla struttura formale dei versi di questa raccolta, in cui si dispiega un ricchissimo repertorio di figure retoriche (analogie, iperbati, anafore, anacoluti, sinestesie) che contribuiscono a rendere ancora più irta una sintassi di per sé già frammentata e contorta.

Anche i frequenti e spiazzanti neologismi e arcaismi (incanna, cannicciati, infemminirsi, slontanano, sovrassalati, sbrezzano, avverdite, pacciume, ghiareti, storre), contribuiscono a rendere straniante il messaggio del poeta. Mentre la ripetizione di vocaboli, avverbi o aggettivi, spessissimo a tre a tre, ottiene di cadenzare il ritmo della poesia in un respiro più lento: “e balze e pruni e gelsi; per dune / forre stagni; ad angoli anime animali; la foglia, l’ala, il vento; tra / aria e aria e aria; il marmo il granito il cinabro; cieco sordo invalido; il bue il maiale l’oca; resta resta resta; non / ricordo non ricordo non / ricordo; schizzi emissioni flussi; e frusci e sussurri e sospiri; incolmabile e adorata e vuota; nell’orto nella vigna nell’agro; corsi d’acqua, strade, siepi …”. Questa strategia formale viene ripresa anche in articolazioni di verseggiatura più ampie: Il canto delle balene: “com’è possibile possibile / possibile che tu ti esprima esprima esprima con / parole comprensibili da noi da noi da noi / che ti abbiamo tolto e ritolto dalla vita / dalla vita con le sue parole?”; Nella valle dello Scesta: “concludersi in una continua scia tra le foglie / o perpetua macellazione tra le foglie / o fortore di bestia inferma tra le foglie / o rapido slaccio di cintura tra le foglie”; Forma: “io ti saluto mentre la porta si chiude / mentre la porta scorrevole dell’ascensore si chiude / mentre la portiera della macchina si chiude”.

Considerando che l’autore utilizza poco la punteggiatura (fatto salvo il punto fermo a conclusione di ogni composizione), e pochissimo la rima, sembra ipotizzabile che la formula della reiterazione venga sfruttata con finalità quasi musicali, echeggianti la canzone popolare, folclorica, magari – parodisticamente ‒ lo stornello toscano che tanto si adatterebbe alle immagini campestri e alle leggende tradizionali evocate dai suoi versi (non è un caso che a lui si debba la curatela di Fiabe irlandesi e Fiabe africane per l’editore Bulgarini)

Una poesia difficile, in qualche caso addirittura respingente, questa di Alessandro Ceni, perché non consolatoria e volutamente esasperata. Ma densa, intricante, visionaria, e persino metafisica nel suo avvampante descrittivismo concettuale.

© Riproduzione riservata                     «Il Pickwick», 2 marzo 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

CEPOLLARO

RECENSIONI

CERESA

ALICE CERESA, LA FIGLIA PRODIGA – LA TARTARUGA, MILANO 2023

Esploratrice dei disvalori trasmessi dalla famiglia di stampo patriarcale, Alice Ceresa (Basilea 1923 – Roma 2001) nei suoi libri, in tutta l’intensa attività culturale svolta, e soprattutto nella radicalità delle scelte esistenziali, ha offerto una preziosa testimonianza letteraria e civile, sia dal punto di vista dell’originalità innovatrice della scrittura (aderì allo sperimentalismo del Gruppo ’63), sia nella coraggiosa denuncia delle discriminazioni patite dalle donne nell’ambiente domestico e nella società. Giustamente quindi la rediviva e storica collana La Tartaruga, diretta oggi da Claudia Durastanti, ha deciso di riproporne l’opera.

Alice Ceresa nacque, crebbe e lavorò in Svizzera come giornalista e traduttrice, per trasferirsi nel 1950 a Roma, dove assunse ruoli di primo piano nel mondo dell’editoria e della pubblicistica. Dopo La figlia prodiga (Einaudi 1967, Premio Viareggio Opera Prima), pubblicò solamente un altro romanzo, Bambine (Einaudi 1990). Sono usciti postumi il Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile (Nottetempo 2007) e La morte del padre (Baldini&Castoldi 1922). Pur aderendo ideologicamente alle tematiche femministe, ne rifiutò gli stereotipi più banali, approfondendo invece l’analisi introspettiva dei caratteri e le motivazioni delle scelte individuali delle donne: temi trattati con ruvida ironia, lontani da sentimentalismi retorici, da rancorose rivendicazioni o inutili vittimismi. La sua narrativa ha stigmatizzato le contraddizioni e le rimozioni che la società contemporanea manifesta nei riguardi dell’altra metà del cielo, e lo ha fatto attraverso moduli stilistici già di per sé perturbanti nella loro originalità. Lo testimoniano i giudizi con cui importanti critici (Vittorini, Calvino, Fortini…) lodarono il suo primo romanzo, proponendolo e votandolo al Premio Viareggio. Maria Corti scrisse: “In un impianto trattatistico atemporale i personaggi, depurati di ogni concretezza e modellati in un vuoto ambientale e storico, si muovono al tocco di una logica formale che li rende esemplari”. E Giorgio Manganelli fu ancora più entusiasticamente munifico: “Scritto in una prosa scandita, quasi versetti, La figlia prodiga si distingueva per la sua perfetta mancanza di riferimenti ad alcunché di concreto. Non era il racconto di una figlia prodiga, né l’analisi psicologica, né la descrizione, ma piuttosto una chiosa elaborata e capziosa su un concetto mantenuto del tutto intangibile. Alcuni, e io tra questi, lo trovarono un libro affascinante, per certo versi unico; pertanto, sicuri di non sbagliare, ci mettemmo in attesa del secondo libro. Eravamo impazienti; eravamo curiosi. Mai scrittore al mondo riuscì a frustrare una impaziente attesa in modo più meticoloso. Passarono gli anni, e ogni tanto giungeva una voce: la Ceresa lavora al secondo libro. Gli anni divennero decenni”.

La figlia prodiga è più di un romanzo, e ben si merita l’attenzione che le è stata attribuita alla fine degli anni ’60. È infatti anche saggio, pamphlet polemico, parabola allegorica, racconto formativo, che segue, più che una trama concreta di fatti e azioni, i meandri della riflessione irrequieta e ombrosa dell’autrice. Del suo libro, l’autrice ebbe a dire: “Il personaggio di cui si parla è un personaggio incredibile e improbabile… Ho tentato di narrare un’avventura individuale nella sua parabola vitale, sostituendo non solo a un personaggio credibile un personaggio artificiale, ma anche al tessuto narrativo convenzionale e ‘probabile’ un tessuto astrattoPrima e oltre che essere un prodotto sociale, è un fenomeno semantico”.

Oggetto della narrazione è la ribellione di una ragazza all’interno della propria famiglia, ribellione che si protrae nel tempo contro ogni tipo di istituzione feroce nel sottoporre le donne a regole indiscusse e indiscutibili, persino nella loro plateale ingiustizia. La protagonista si oppone, con protervia e orgogliosa autonomia, al ruolo cui la si vuole obbligare, e a differenza del figliol prodigo evangelico, che dilapida i beni materiali del padre, il suo sperperare si manifesta attraverso una libertà di pensiero e di scelte di vita del tutto anticonvenzionali, che la rendono invisa ai parenti, ripudiata perché ripudiante l’ordine imposto. La radicalità sovversiva di questa posizione (che ricalca la biografia dell’autrice, allontanatasi dalla casa paterna ticinese a sedici anni per inserirsi nell’ambiente intellettuale germanofono) viene ribadita dall’impianto formale del romanzo, di cui Laura Fortini afferma, nella penetrante e intensa prefazione al libro: “Scritta con un linguaggio preciso e quasi micidiale nella sua tagliente microchirurgia del dettaglio”, propone una “prosa scandita da pause impervie e al tempo stesso furiosamente fluente nel distillare i termini del problema, lo scandirsi dell’infanzia, la presa di coscienza, l’età adulta della figlia prodiga, ovvero il divenire una soggettività femminile imprevista”. Non solo imprevista, ma addirittura sconcertante nella sua indomita disobbedienza. “Una figlia prodiga è senza dubbio una persona da una parte unica e dall’altra esemplare”, perché scardina e corrode i rapporti familiari già da bambina, estranea all’istinto filiale, lontana dalle “sante, sacre e buone cose della famiglia”, eccentrica nella sua provocatoria innocenza, capace di usare la dissimulazione “contro il mondo e per difendere non difendibili e dal mondo messe al bando cose”. “L’ordine delle famiglie, è risaputo, non prevede le figlie prodighe… perché

non appena sono prodighe

le considera figlie degeneri o figlie sbagliate e dunque figlie

solo fino ad un certo punto”.

 

Di questa bambina “infingarda” non veniamo a sapere nemmeno il nome, quasi ci bastasse a definirla il suo atteggiamento ostinato e arrogante, indifferente al turbamento dei genitori, fomentatore di reciproco malessere e fastidio. Il corso della sua esistenza verrà scandita a tappe: infanzia, adolescenza, maturità, con un’attenzione meticolosa al suo indecifrabile mondo interiore, all’unicità e al differenziarsi del proprio esserci rispetto a ciò che è altro da sé, tra adeguamento alla norma ed eccezione alla norma.

Non è solo la famiglia patriarcale a venire presa di mira da Ceresa, né la società maschilista o l’eterosessualità imposta come regola, bensì la letteratura stessa, ossidata e immobile, incapace di reinventarsi, di giocare e di mettersi in gioco.

la letteratura non esiste. Solo esistono le storie. Le

quali, prima di venire raccontate

accadono

e storie sono quando accadono

e non quando più o meno casualmente vengono raccontate.

Ceresa usa infatti abilmente vari codici formali (dalla parodia alla satira, dall’esposizione sistematica all’allegoria e alla provocazione polemica) e figure retoriche poco utilizzate in narrativa (anacoluti, anastrofi, iperboli, pause, circonlocuzioni, ripetizioni ossessive, spaziature, continui e imprevedibili a capo, arcaismi e neologismi), con l’evidente intenzione di provocare in chi legge un continuo stimolo all’analisi, alla riflessione, forse anche un’inasprita concentrazione sulle soluzioni lessicali e semantiche proposte.

Già dalle pagine iniziali troviamo una sorta di dichiarazione d’intenti, una disquisizione sia letteraria sia filosofica su cosa significhi appartenere ai due differenti sessi, bloccati in sedimentazioni culturali, e in che modo si possa/debba decifrare tale opposta diversità. La frase d’apertura del romanzo appare subito spiazzante, non solo per la disposizione grafica:

Sarebbe giocare di malriposta astuzia

raccontare una storia di questo genere come si potrebbe

raccontare una storia qualunque.

 

Non si tratta, infatti, di una storia qualunque, ma di una storia paradigmatica mai circostanziata nei particolari, che nel finale dichiara beffardamente, scandalosamente, la propria simulazione programmata:

 

l’unica verità possibile di una storia, che sarà sempre sia poi

nell’un modo, sia poi nell’altro,

solamente ed eternamente

un inganno.

 

Nei due romanzi successivi (La morte del padre e Bambine) è ancora il modello tradizionale e patriarcale di famiglia ad essere preso di mira, con durezza e caustico sarcasmo, e senz’altro ciò ha fatto di Alice Ceresa un faro della letteratura di genere, anticipatrice delle tematiche femministe e omosessuali del terzo millennio. Ma è soprattutto l’originalità e l’estrema maestria stilistica di questa appartata, scontrosa, destabilizzante scrittrice a meritarle, nel centesimo anniversario della nascita, un posto di eccellenza tra i narratori italiani del secondo Novecento.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 4 luglio 2023

 

RECENSIONI

CERULLO

DAVIDE CERULLO, L’ORRORE E LA BELLEZZA –  ANIMAMUNDI, OTRANTO 2021

L’orrore e la bellezza è il titolo che Davide Cerullo ha voluto dare al suo ultimo libro, storia della sua vita e del paese in cui è nato e cresciuto: Scampia. L’orrore è quello conosciuto dalla nascita, in un ambiente violento e degradato che l’ha tragicamente condizionato, costringendolo a scelte sbagliate, allo spaccio e poi al carcere; la bellezza (“un altrove possibile”) è stata determinata invece dalla sua rinascita esistenziale e culturale, ostinatamente perseguita, fino al raggiungimento del ruolo oggi riconosciutogli di scrittore, educatore, fotografo.

Al riscatto personale è seguito, e tuttora sta attuandosi, anche quello di Scampia, quartiere di quarantamila abitanti edificato a metà ’900 nell’area a nord di Napoli, salito agli onori delle cronache nell’ultimo ventennio soprattutto perché Roberto Saviano vi ha ambientato la sua opera più internazionalmente famosa, Gomorra. Nella breve nota introduttiva, Erri De Luca definisce Cerullo “il cronista che ha fatto di Scampia un esperimento valoroso, contribuendo alla trasformazione del suo luogo in simbolo”. Autore di diversi libri, pubblicati in Italia e in Francia, Davide a Scampia ha creato l’Albero delle Storie, un’associazione di promozione sociale che si occupa di progetti educativi.

L’autobiografia si sofferma in modo particolare sulla sua infanzia, a partire dalla nascita, avvenuta il 13 agosto 1974 in una famiglia numerosa e indigente: “Casa mia era un casolare di campagna fatto di tufo, pietra vulcanica, come ogni cosa da quelle parti. Aveva due camere, un bagno minuscolo, un cucinotto e due finestre. La mia famiglia era la più numerosa del quartiere: mio padre, mia madre, sei figlie femmine e otto figli maschi. Sedici persone in una casa di sole due stanze e senza neanche il riscaldamento”. Il padre-padrone, un pecoraio violento dallo “sguardo da squalo”, era talmente odiato dai figli al punto da indurli a sparargli, nel fallito tentativo di ucciderlo. Picchiava e tradiva la mamma, che doveva arrangiarsi per il mantenimento dei bambini, lavorando come donna delle pulizie di giorno e come sarta di notte. Una famiglia priva di attenzioni e di affetto (“I miei continuavano la loro solita relazione, sempre litigi, disaccordi, mazzate e infelicità… Sono nato da famiglie salate, scarse in quanto a tenerezza”), quindi il lavoro minorile nei campi come pastore, il trasferimento dal casolare di Mianella alle Vele di Secondigliano, ulteriori traslochi, il ricovero in un istituto: e poi il rifiuto scolastico, il marchio di disadattato e irrecuperabile. “Fu così che la strada diventò scuola e io iniziai a sognare le pistole, la fame di ammirazione, il potere, il denaro, le marche, la voglia di essere qualcuno… La sola cosa che mi faceva sentire vivo, e in cui mi identificavo, era il senso di appartenenza che assorbivo   dalla vita di strada, dagli esempi di persone adulte, criminali,  al cui fascino di onnipotenza non riuscivo a sfuggire: mi piaceva proprio, ne ero pienamente catturato, sedotto”.

La strada come maestra, i camorristi della zona (il Marsigliese, il Topo, il Barone, Davidone, lo Zio, il Milionario), cocainomani e killer spietati come eroi, il miraggio del guadagno facile, e ’a’rraggia, tanta rabbia per le ingiustizie patite, portano il protagonista a collaborare con la malavita già a tredici anni, nascondendo armi per il clan e diventando corriere della droga. A quattordici anni guadagna novecentomila lire al giorno, a sedici si compra una moto seicento di cilindrata: allarga la rete di spaccio al centro di Napoli, si occupa di lotto clandestino e del recupero crediti, spara ed è ferito gravemente alle gambe in un agguato con una banda rivale.

Tutta la famiglia, abbandonata al proprio destino dal padre eclissatosi in un’altra regione, viene coinvolta in traffici illeciti: la prima a essere arrestata è la madre, quindi fratelli e sorelle dipendenti dall’eroina. “Morire non ci faceva paura, come non ce ne faceva nep pure la galera, perché quello che temevamo davvero era la   miseria”. La gente di Scampia li protegge e difende, vede nella camorra l’unica soluzione per sopravvivere, si genuflette davanti ai boss “in segno di ringraziamento e di riconoscenza”.

Davide viene arrestato due volte, e a diciotto anni è condannato al carcere di Poggioreale: “Cella, bagno, cucina, passeggio, colloqui, tristezza, tristezza”. In cella ha una specie di rivelazione, leggendo negli Atti degli Apostoli il nome del re d’Israele uguale al suo, e il versetto “Dio  lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte,  perché non era possibile che questa lo tenesse in suo pote re”.

Uscito di prigione ventenne, riprende i rapporti con la malavita del suo quartiere: “Con le Vele, per storia mia personale, ho un rapporto particolare, non è odio, non è amore. È radice. Chiedete a un albero se ama o odia le sue radici”. Viene però avvicinato anche da personaggi nuovi, che gli lasciano immaginare prospettive diverse per il futuro: un pittore, una suora, una ragazza che lo ama dall’adolescenza, un frate camaldolese. Qualcuno lo convince a recidere i legami con il passato, a lasciare la Campania, trasferendosi in una casa famiglia al nord. Il 25 febbraio 1996 prende il treno per Modena: “La cosa più importante che ho fatto      nella mia vita è stata quella di trasformare il peggio di me nel meglio di me”.

Le ultime quaranta pagine del volume sono dedicate a una galleria fotografica che rimane forse il commento migliore alla descrizione dell’ambiente e delle vicende che hanno fatto di Davide Cerullo un uomo responsabile e impegnato.

In una recente intervista ha dichiarato: “Provo con quella che è la mia conoscenza, la mia esperienza, ad abitare il territorio di Scampia praticando la strada e tessendo relazioni. Lo scrivo e ne parlo tutti i giorni, ma è soprattutto nel concreto e nella pratica quotidiana, pur con tutto il carico dei miei limiti e la complessità dei problemi di un territorio con molte zone depressive, che mi sento di rappresentare una Scampia vera, che si trova proprio a un livello diverso ormai rispetto alla narrazione di Roberto Saviano. Io a Scampia voglio la bellezza, la poesia, il teatro, le librerie. Voglio un ambiente dove si fa musica, si sta insieme in un modo diverso, voglio creare dei punti di ritrovo per i giovani. Scampia è un serbatoio anche di creatività. Ci sono giovani che vogliono fare musica… Per me la società civile è questa, sono realtà come il Centro Hurtado, il Mammut, Gridas e poi L’Albero delle storie, che ho fondato, che è un atto rivoluzionario e di magia totale. Ci sono gli animali, il bosco, la scuola all’aperto, il gioco e funziona. Però non riceve alcun sostegno. Perché nessuno qui vuole il cambiamento… Le istituzioni? La polizia cerca droga, come se il problema qui fosse solo la droga. La politica non c’è, non c’è una politica che voglia realizzare una comunità, il fare insieme. Perché invece di riempirci la bocca con la parola legalità non parliamo di lavoro, di investimenti, di creare qualcosa? Denunciare, fare repressione senza fare prevenzione è una perdita di tempo… Scampia può essere un serbatoio di consenso perché non ha la parola. La peggiore forma di oppressione è essere muto. Il problema è l’istruzione. Se non hai il sapere sei spacciato e automaticamente diventi un serbatoio di consenso per ciò che è negativo. D’altra parte chi invece ha il potere del sapere non lo usa per sostenere, ma per creare degli assistiti. Lo hanno fatto anche Sepe e la chiesa napoletana. Ma la chiesa ai poveri deve fare giustizia, non la carità…A volte ho la sensazione che quando si “campa” solo di denuncia del male, alla fine si voglia perpetuarlo, anche a spese di chi lo subisce. Oggi Scampia non ha bisogno di essere illuminata per le sue catastrofi, o salvata dai suoi traffici… Non si può pensare di continuare a offrire solamente un’immagine deformata di un territorio fragile, dando forza al fascinoso luogo comune per la divulgazione retorica e pubblicitaria del proprio nome”.

 

© Riproduzione riservata        «Il Pickwick», 4 dicembre 2021

 

 

 

 

RECENSIONI

CHAR

RENÉ CHAR, POESIE. TESTO FRANCESE A FRONTE – EINAUDI, TORINO 2018

Di René Char (1907-1988) si sono occupati in molti, in Italia, a partire dal dopoguerra: dalla principessa Marguerite Caetani, che per prima lo fece conoscere su Botteghe Oscure nel 1949, a Carlo Bo, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Bassani. Nell’approfondita prefazione al volume einaudiano da poco pubblicato, Elisa Donzelli mette sapientemente in rilievo l’impegno e la passione di due suoi traduttori d’eccellenza, Vittorio Sereni e Giorgio Caproni, quasi in competizione tra di loro nell’affiancare emotivamente e intellettualmente la vita e l’opera del poeta francese. Nell’antologia di Feltrinelli del 1962, Bassani aveva affidato a Sereni la traduzione dei Feuillets d’Hypnos, diario della Resistenza a cui Char aderì con il nome di battaglia di Alexandre, mentre Caproni aveva firmato la prefazione e tradotto l’intero corpo delle altre poesie. Appunto l’impegnativo lavoro di quest’ultimo viene oggi riproposto da Einaudi, corredato da un esaustivo apparato critico-filologico della curatrice sulle varianti concordate tra autore e traduttore («Monsieur Caproni, prenda questo rischio!», «Mi consigli, per cortesia!»), e da alcune notazioni riguardanti l’influenza esercitata da Char sulla scrittura caproniana.

La produzione del poeta francese prese l’avvio negli anni bellici, con un’adesione iniziale al surrealismo, per poi subito rendersi autonoma nei temi (l’ambiente campestre e contadino, gli animali, i ricordi dell’infanzia, la donna, l’impegno politico) e nei toni ‒ concisi e fieramente intensi ‒ dei versi, delle prose, degli aforismi. Poeta non solo civile, ma anche dell’amore («luogo di slanci e d’incontri», come commenta Elisa Donzelli), di cui fu straordinario cantore: «L’estate e la nostra vita eravamo tutt’uno / La campagna mangiava il colore della tua gonna odorosa», «Tu sei il presente che s’accumula. Ci uniremo senza dover accostarci, prevederci, come due papaveri fanno in amore un anemone gigante», «Amor mio, poca importa ch’io sia nato: tu diventi visibile nel posto dov’io sparisco», «Piégati soltanto per amore. Se muori, ami ancora», «Da tanti anni sei l’amore mio, / Il mio capogiro in così lunga attesa, / Che nulla può invecchiare, raffreddare; / Nemmeno ciò che aspettava la nostra morte».

Ma Char era anche poeta che continuamente rifletteva sul fondamento e la missione della poesia: «Sei nell’essenza costantemente poeta, costantemente allo zenit del tuo amore, costantemente avido di verità e di giustizia. Che tu non possa esserlo di continuo nella coscienza, è senza dubbio un male necessario», «Un grande poeta si nota dalla quantità di pagine insignificanti che non scrive», «Poesia, vita futura nell’intimo dell’uomo riqualificato», «La poesia è ad un tempo parola e provocazione silenziosa, disperata, del nostro essere-esigente per l’avvento di una realtà che non avrà rivali». Questa fiducia in un futuro di riscatto, tutto da costruire, era in Char alimento e sprone all’impegno, alla lotta a fianco degli sfruttati e dei perseguitati: «Non c’è che il mio simile, la compagna o il compagno, a potermi svegliare dal torpore, a far scattare la poesia, a lanciarmi contro i limiti del vecchio deserto perch’io ne trionfi», «Il lampo mi dura», «A me basta andare», «Nei giorni di pioggia, fa’ pulizia al fucile. (Conservare in buono stato l’arma, la cosa, la parola? Saper distinguere la libertà dalla menzogna, il fuoco dal fuoco criminale)».

Soprattutto alla statura morale dell’uomo «libero, però con un’arma in mano», del poeta «insorto… ribelle», Giorgio Caproni, che pure aveva combattuto con i partigiani in Val Trebbia, rendeva omaggio nella prefazione, a lui avvicinandosi per affinità, con ammirazione e gratitudine, e definendolo «l’unica voce costruttiva… edificante… voce viva e quasi magica… d’un datore di speranza». Char sapeva che se il momento è buio, è proprio all’oscurità che ci si deve opporre: «Siamo, oggi, più vicini al disastro che non la stessa campana a martello, quindi è più che mai tempo di farci, della calamità, una salute. Dovesse essa aver l’arrogante apparenza del miracolo». Miracolo per antonomasia è la poesia, a cui affidare la propria sopravvivenza eterna: «La poesia mi ruberà la mia morte».

© Riproduzione riservata          «Poesia» n. 344, gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

CHAR

RENÉ CHAR, LETTERA AMOROSA – ARCHINTO, MILANO 2008

Un piccolo libro bello da leggere e da guardare, questa Lettera amorosa di René Char (1907-1988). Composto dal poeta francese nel 1952, e illustrato dal pittore surrealista Jean Arp, fu pubblicato come manoscritto di 36 pagine con il titolo di Guirlande terrestre pour un ange de plomb. Consisteva di brevi frasi, versi, illuminazioni, lampi di memorie dedicati a una donna amata e assente, forse perduta o solo lontana. Arp aveva incollato 16 ritagli di carta colorata su fogli dipinti a tempera, ad accompagnare la scrittura minuta di Char in inchiostro nero, segnata da numerose correzioni.

Si trattava di un abbozzo della Lettera amorosa, come venne pubblicata in diverse edizioni successive, fino alla rielaborazione (con 27 splendide litografie a colori di George Braque) del 1963. L’editrice Archinto ha riproposto in volume entrambe le versioni, del 52 e del 63, con le relative illustrazioni di Arp e Braque, nella traduzione di Anna Ruchat. Il titolo riprende i versi di un poeta barocco, Claudio Achillini, resi in musica da Monteverdi in uno dei suoi Madrigali, e riportati in esergo della dedica: “Non è già part’in voi che con forz’invincibile d’amore tutt’a se non mi tragga”.

Invocazione d’amore, quindi, questa di René Char, che rimpiange la “felicità furtiva” di un incontro, sfumato poi nel tempo di un distacco: “Ti voglio bene mentre la pesante lancia della morte va alla deriva nella corrente”. Poeticissime dichiarazioni di dipendenza, fedeltà, nostalgia, insieme ad ammissioni delle proprie manchevolezze: “Potrai tu accettare, contro di te, un uomo così palpitante?”. I due amanti sono immaginati nell’immersione in una natura benevola e protettiva, pronta ad accoglierli, difendendoli dalle ostilità esterne: “Vorrei scivolare in una foresta dove le piante si richiudessero e si stringessero dietro di noi, foresta molte volte centenaria, ma che deve ancora essere seminata”, “Una campanella tintinna sul pendio dei muschi dove ti addormentavi, mio angelo della svolta. Il terreno dei sassolini nani era l’opposto umido del cielo lungo, gli alberi l’opposto di danzatori intrepidi”. Chi li ha divisi, e lei dove si nasconde? “Ho alzato gli occhi alla finestra della tua stanza. Ti sei portata via tutto?”, “Quale momento ostile ti accaparra? La tua persona si affretta, il tuo bacio scompare”, “Ecco di nuovo i gradini del mondo concreto, la prospettiva oscura dove gesticolano sagome di uomini nelle rapine e nella discordia”. Ma l’omaggio alla donna (“Tu sei la continua”) è tenace, fervido, appassionato: “Tu sei piacere, corallo di spasmi”, “Grazie di essere, senza romperti mai, iris, mio fiore di gravità”, “L’aria che sento sempre pronta a mancare alla maggior parte degli esseri, se ti attraversa, ha un’abbondanza e svaghi sfavillanti”.

L’esile canzoniere d’amore di René Char trae, se possibile, ancora maggior incanto dalle illustrazioni di Jean Arp e George Braque che lo accompagnano, impreziosendolo.

 

© Riproduzione riservata       

https://www.sololibri.net/Lettera-amorosa-Char.html      13 febbraio 2019

 

RECENSIONI

CHAVEZ CASTILLO


SUSANA CHÀVEZ CASTILLO – PRIMA TEMPESTA. NON UNA DONNA DI MENO, NON UNA MORTA DI PIÙ – SUR, ROMA 2024

Tre sono le sezioni in cui si suddivide Prima tempesta, il libro della poeta e attivista messicana Susana Chávez Castillo, da poco pubblicato dalle edizioni romane SUR: “Io sono l’imprevisto di Juárez”, “La storia d’amore è la trappola”, “Gli alberi hanno nascosto i loro uccelli”, i cui titoli – tratti dai versi delle composizioni –, bene esemplificano l’intreccio tra privato e politico, passione amorosa e violenza subita, concretezza del reale e favolosa visionarietà che l’hanno nutrito. Davvero Susana è stata un insopportabile imprevisto, uno scandaloso inciampo per Ciudad Juárez, “la città più pericolosa del mondo” in cui è nata nel 1974 ed è stata barbaramente uccisa nel 2011, a soli trentasei anni. Luogo amato e odiato, sul confine tra Messico e Stati Uniti, epicentro del narcotraffico, teatro di femminicidi sistematici e crudeli tra le operaie assunte dalle fabbriche statunitensi delocalizzate, trucidate e sepolte in fosse comuni perché interferivano con le attività criminali e minacciavano l’occupazione della popolazione maschile locale. Ma l’omicidio di Susana, in questo posto desertico e di rude bellezza, fu certamente determinato da altre motivazioni, che riguardavano la sua attività di propaganda politica, il suo vissuto di femminista lesbica, la sua scrittura rabbiosa e indomabile. Un’uccisione programmata, messa in atto secondo un rituale che potremmo tranquillamente definire mafioso, con il corpo denudato, una mano amputata e la testa infilata in un sacco della spazzatura. “Un giorno vorranno portarmi via i sogni / come hanno fatto in passato / ma finché i miei ideali continueranno a vivere / non rinuncerò alla lotta / nel mezzo di un regime fallito”, “Non so perché Dio ci abbia annegati di povertà. / Il mio popolo ha uno stomaco povero, / ha povero il pensiero, / povera la fiducia, / povera l’anima”.

Susana aveva avuto un’infanzia difficile, per l’abbandono e il suicidio della madre alcolizzata: la lettura di poeti sudamericani, l’amore per la musica tradizionale e le leggende popolari, gli studi di psicologia avevano reso più sopportabile l’ambiente claustrofobico in cui viveva, e da cui riusciva ad evadere appigliandosi alla nativa cultura sciamanica, con gli animali totemici e gli spiriti guida, e soprattutto al richiamo potente della scrittura.

Susana scriveva ovunque, sui biglietti degli autobus, sui tovaglioli dei bar, sulla carta igienica, regalando le sue poesie e le sue riflessioni a chiunque le volesse leggere, senza riuscire mai a pubblicare nulla nel corso della sua esistenza. Ma aveva aperto un blog, Primera tormenta, il 12 maggio 2001, firmandosi SuChaCa, ancora attivo e amministrato dalla sua famiglia (www.primeratormenta.blogspot.com), affidando alla parola scritta la sua rabbia, il suo dolore febbrile, ma anche l’incontenibile gioia che le procurava il rapporto con compagne e compagni di lotta, la fede in un futuro di liberazione per il suo paese: “Tesse virtù con il filo della parola / verso il luogo dove il dolore non è tema / perpetuo / avanzando verso l’incontenibile”, “Ogni silenzio ci condurrà alla parola che ci riflette”,  “Che si uniscano alla mia lotta / se davvero vogliono vivere / in una mano la luna / nell’altra l’avvenire”, “Certe parole cercano la tua bocca / e divorano il tuo respiro / sentendole nella carne che prende vita”, “perché non ho regole per scrivere / ma scrivo per riuscire a sentire”.

Sentiva profondamente e appassionatamente, Susana: amicizia e solidarietà per le vittime del potere politico, della violenza maschilista, della corruzione. Sorellanza e cura per le donne maltrattate, abusate, disconosciute. Amore vissuto con vivace sensualità per uomini e donne, e in particolare per la sua compagna Blanca Inés Cruz Champala, a cui dobbiamo la conservazione e il riordino di tutti gli inediti. “La tequila amara / non ha ancora cancellato il tuo volto dalla mia mente, / tra la gente mi rifugio / per credere di essere felice, “Tu riempi il mio spazio, / mi invadi di gioia, / mastichi le mie ansie / e ti perdi nella notte”. Mi stupisco quando mi trasformi in un uccello, / prendendomi all’improvviso / fra i tuoi rami / e mi fai scorrere gocce di sorrisi anche se / porto un cuore di pietra. / Una pietra che al tuo respiro si sfarina”, “Vieni tu nella mia vita / mia amata ragazza, mio povero angelo, / mia migliore puttana. / Vieni, ti lascio la porta aperta”.

Capace anche di leggerezza, sfrontata ironia, grossolanità popolana: “c’è libertà nella mia anima / perché oggi pomeriggio impazzirò / e non me ne importa nulla”, “Io che alcolizzata scrivo / cose che neanche io comprendo / chiedo alla mia stupida penna / perché cazzo non capisco / che la luna è lì fuori / e io me la sto perdendo”, “Uno di questi giorni berrò il tuo sangue / e ti strapperò la pelle / per mangiarla a pezzi / con tortilla e cipolla / e i tuoi capelli, quelli, li metterò in una scatola / il resto lo darò ai cani / che hanno sempre fame”, “Chi ha detto che le donne non possono? / Quante stronze come me esistono e / ce la fanno?… Non me ne frega niente, a me nessuno mi spoglia / con la forza… Fottuta alba che ci fa alzare per i soldi”.

Conchita De Gregorio, che ha curato e tradotto le cinquantasette composizioni raccolte nel volume, nella prefazione afferma che “la poesia di Susana Chávez Castillo è un materiale incandescente: dolorosa, erotica, ironica, domestica, intrecciata al fiume di anime del mondo”, e ricordando che il suo motto “Ni una más” è diventato slogan globale, sottolinea di lei “la militanza indefessa e vitale, così sfrontatamente incurante del pericolo: niente l’avrebbe fermata, niente l’ha fermata”. Hilda Sotelo, amica ed estimatrice della poeta, tracciandone una partecipe biografia, narra della discriminazione patita da parte degli ambienti intellettuali messicani, che preferirono ignorare il suo discorso profetico, la forza della sua voce di protesta: “voce con cui espello tutto ciò che ho dentro”.

Sylvia Aguilar Zéleny, Cristina Rivera Garza Valentina Jager e Mauricio Patrón (team di Canal Press dell’Università di Houston che ha curato la prima pubblicazione di questo volume), nella postfazione scrivono: “Questo libro non è un resoconto della violenza a Ciudad Juárez ma un approccio alla vita di una città di confine – e sul confine si cresce, si impara, si combatte. I versi di Susana sono un vagare per le strade, uno sbirciare nelle case, un circondarsi di chi si ama anche quando non si è amate. In questa edizione chi legge troverà poesie sulla crescita e sull’amore, sulla corsa e sulla morte, sul vivere e sul precipitare a Ciudad Juárez. Susana scrive di essere figlia, amante, cittadina infuriata”.

Prima vittima di femminicidio che aveva avuto il coraggio di urlare: “Ni Una Más, Ni Una Asesinada Más”.

 

© Riproduzione riservata       «Gli Stati Generali», 27 novembre 2024

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

CHENG

FRANÇOIS CHENG, CINQUE MEDITAZIONI SULLA BELLEZZA

BOLLATI BORINGHIERI, TORINO 2007

 

«L’universo non è tenuto a essere bello, eppure lo è». Qual è il fine, lo scopo, la motivazione che obbliga una rosa, un panorama montano, il volto di una donna o un sorriso a essere bello? E quale la causa, l’origine, l’illuminazione prima che ha provocato il nascere della bellezza?
François Cheng indaga da filosofo e da artista il mistero di ciò che dalle origini affascina l’umanità, ne addolcisce i dolori e i tormenti, ne finalizza la ricerca in ambito estetico, in Cinque meditazioni sulla bellezza nate da una serie di conferenze che hanno la struttura spiraliforme (circolare, ma anche diretta a un approfondimento sempre più penetrante) dell’oralità: e anche l’umile apertura al colloquio, al confronto.

Partendo dalla constatazione della gratuità della bellezza, del suo intrinseco e nobile accadere come dono, “presenza irradiante e unificante, (…) dotata di un potere trasfigurante”, François Cheng esamina il concetto di bellezza relativamente ai fenomeni della natura e dell’umano, sottolineando il carattere “etico” della bellezza, intesa come offerta e apertura al bene, come slancio e desiderio verso l’eterno e il divino, la cui dimensione è l’infinito.

Nel suo excursus sapiente e insieme lineare, accessibile, sull’arte e il pensiero occidentale, mette in luce lo iato che ha stravolto la ricerca dell’armonia (costante dai greci fino al XIX secolo) negli ultimi duecento anni, quando pittura, scultura, musica e poesia hanno iniziato a confrontarsi sempre più spesso con l’esistenza del male, dell’osceno, della provocazione, contestando all’arte la sua funzione di redenzione, di riscatto dal negativo. E il confronto più coinvolgente non è solo quello interno allo sviluppo estetico dell’occidente, ma soprattutto quello tra quest’ultimo e l’antichissima arte cinese, la sua ricerca pacata e armonica della misura, della compenetrazione di soggetto-oggetto, dell’interazione tra spirito e materia: in un’affascinante interazione trasformatrice di ogni esistente.

 

© Riproduzione riservata     

www.sololibri.net/meditazioni-bellezza-Cheng.html     4 ottobre 2016