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RECENSIONI

DOYLE

ARTHUR CONAN DOYLE, ROMANZO FANTASMA – IL SAGGIATORE, MILANO 2016

A ventitré anni, fresco di una laurea di medicina e desideroso di affermarsi come scrittore, il futuro autore delle avventure di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle, si cimentò nella sua prima prova letteraria di ampio respiro: The narrative of John Smith. Si trattava di un romanzo con intenzioni didascaliche, il cui protagonista – un libero pensatore cinquantenne, confinato nella stanza di una pensione da un attacco di gotta reumatoide – intratteneva il lettore su una serie di considerazioni (religiose, letterarie, scientifiche, politiche: espresse con entusiasmo da neofita ma anche con una certa pedanteria) ritenute di fondamentale interesse educativo.
Il giovane Conan Doyle, sperando in un radioso avvenire da narratore, spedì il manoscritto a diverse case editrici, nessuna delle quali tuttavia lo ricevette: il libro andò perduto, costringendo l’autore a una rapida e improvvisata riscrittura, abbandonata prima della conclusione forse per stanchezza o per consapevole insoddisfazione. Anzi, pare che molti anni dopo Doyle abbia manifestato in un articolo il suo imbarazzo rispetto al risultato fallimentare del volume, confessando il proprio sollievo riguardo alla sua mancata pubblicazione.

Oggi, tuttavia, le edizioni Il Saggiatore ripropongono il testo, con il titolo di Romanzo fantasma, con il giustificato proposito di documentare gli inizi della carriera di uno degli scrittori più letti al mondo, e il suo periodo di apprendistato, l’incessante rielaborazione di concetti e teorie, le pagine stralciate e le modifiche apportate. Quindi il volume riappare, con 132 anni di ritardo, ma arricchito da un ricco apparato di note, da una prefazione dell’anglista Masolino D’Amico, e da una documentata postfazione dei tre studiosi inglesi a cui dobbiamo l’attuale proposta editoriale.
Protagonista del racconto, il signor John Smith, è un risentito esemplare della middle-class vittoriana, individualista e conservatore, pervicacemente convinto della superiorità delle proprie idee rispetto alle credenze comuni. Materialista ma interessato all’extrasensorialità, sostenitore delle più recenti scoperte scientifiche ma ancora legato a tradizioni culturali, irrisore cinico di filosofia-letteratura-religione, è consapevole tuttavia della sua misera condizione esistenziale, e si definisce ironicamente “un vecchio vagabondo abbandonato senza amici e senza donne”. Le sue rare frequentazioni col mondo si limitano a conversazioni (ridotte spesso a tediosi monologhi) con la padrona di casa, col medico, con un coinquilino militare in pensione, con una leggiadra e timida vicina dedita alla pittura.

Le elucubrazioni in cui Smith si perde riflettono le convinzioni, ancora non del tutto definite ideologicamente e teoricamente, del giovane Arthur Conan Doyle sulla natura umana (imperfetta ma perfettibile), e sulla società (ingiusta e corrotta ma correggibile), rivelando la passione didattica del medico e dello scrittore in un riscatto futuro dell’umanità.
Seppure la tecnica narrativa di questo primo Romanzo fantasma di Doyle appaia zoppicante e poco efficace, le tesi espresse dal personaggio principale rivelano una partecipazione entusiastica alle sorti “magnifiche e progressive” del libero pensiero nascente verso fine ’800.

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/Romanzo-fantasma-Conan-Doyle.html     13 luglio 2013

RECENSIONI

DRIEU LA ROCHELLE

PIERRE DRIEU LA ROCHELLE, LA COMMEDIA DI CHARLEROI – FAZI, ROMA 2014

Di Pierre Drieu La Rochelle avevo letto con ammirazione, anni fa, Racconto Segreto, una sorta di diario tragico e lucidissimo in cui registrava le sue riflessioni sul suicidio, e sulla sua irrevocabile e meditata decisione di darsi la morte (cosa che puntualmente avvenne nel 1945). Ora l’editore Fazi ristampa questi sei racconti pubblicati per la prima volta in Francia nel 1934: un percorso insieme ebbro e rabbioso tra le trincee, il sangue e le disillusioni provocate nella popolazione europea dalla ferocia della prima guerra mondiale. Racconti forse non eccezionali, ma scritti con lo stile asciutto ed elegante proprio dell’autore francese, e rivelativi della sua ideologia, assolutamente e quasi orgogliosamente reazionaria, elitaria, di chi si sente superiore non solo alle masse, ma addirittura alla Storia, quando questa non riesce ad essere all’altezza delle aspettative che ha creato, quando abdica a ogni onore e decenza. Drieu La Rochelle, collaborazionista e simpatizzante per il nazismo, misogino e fanatico, sembra prendere a pretesto in questi racconti l’epopea di un disastro umano, per gridare violentemente tutta la sua indignazione contro ufficiali vigliacchi e impreparati, truppe codarde, bellimbusti che si fanno esonerare dal combattimento, reduci vanagloriosi e disertori senza pudore: “l’umiliazione di tutta quella mediocrità fu per me il peggior supplizio della guerra”. Orrore e disprezzo per i vinti e gli sconfitti (“la massa che ama la propria miseria è sempre pronta ad accogliere nuove miserie?”, “Ipocriti, tranquilli, assaporavano la loro piccola vita”) e, più in generale, per “la bruttezza, questa malattia dei nostri giorni”. Pena, tuttavia, per i corpi giovani portati al macello, per lo squallore di agonie vissute nel fango: ma soprattutto per l’eroismo che gli veniva negato: “Mi ero levato, levato tra i morti, tra le larve… Ero dunque io, quel forte, quel libero, quell’eroe. Era dunque la mia vita, quell’ebbrezza che non si sarebbe mai fermata…”.

IBS, 27 giugno 2014

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DRIEU LA ROCHELLE

PIERRE DRIEU LA ROCHELLE, O IL MASCHIO O LA MORTE – MAGOG, ROMA 2022

L’editore romano Magog ha pubblicato, con il titolo O il maschio o la morte e un’intensa prefazione di Davide Brullo, le due uniche raccolte poetiche di Pierre Drieu La Rochelle, uscite in Francia nel 1917 e nel 1920: Interrogation e Fond de cantine. Drieu La Rochelle (Parigi, 1893-1945), romanziere e saggista, fu uomo e intellettuale impegnato e contraddittorio, fragile e violento, vitale e infelice, che concluse prematuramente la sua esistenza, dopo due tentativi di suicidio, uccidendosi nel marzo del 1945 per sottrarsi alla cattura in quanto accusato di collaborazionismo con la Germania. Dichiaratamente reazionario, vagheggiava la fondazione di una “internazionale fascista” in grado di opporsi all’imbelle tatticismo delle democrazie europee, simpatizzando sempre più platealmente con il nemico tedesco. Secondo Louis-Ferdinand Céline, tuttavia, non fu mai un vero seguace di Hitler: “Non è un venduto: non ne ha il comodo cinismo. È venuto al nazismo per affinità elettiva: al fondo del suo cuore come al fondo del nazismo c’è l’odio di sé”.

Nel corso della prima guerra mondiale, mobilitato a Charleroi, Drieu fu ferito a Verdun e ricoverato in ospedale: leggendo Nietzsche, Rimbaud, Verlaine e le Cinq grandes odes di Claudel volle cimentarsi nella scrittura in versi, animato da un sentimento eroico di grandezza, amor di patria, disprezzo verso le abitudini borghesi di un occidente decaduto.

La prima sezione di sedici poemetti suddivisi in quattro capitoli, si apre con un verso programmatico: “E il sogno e l’azione”, interrogandosi (come indica il titolo) sull’ambivalente realtà di guerra e pace, sacrificio e riposo, desiderio amoroso e ferocia bellica, rivoluzione e tradizione. Lo fa utilizzando versi lunghi, privi di sorveglianza metrica, altisonanti e volutamente retorici, inneggianti alla virilità, alla giovinezza, alla forza militare: “Guerra, rivoluzione del sangue, /  poderoso flusso al cervello, guerra, progresso, fatalità della moderna / pulizia e rimessa a nuovo della nostra casa”.

Più prose liriche che poesie, vibranti di scherno e passione, esaltano la guerra come slancio vitale e forza redentrice, il cameratismo tra commilitoni, il passato glorioso della Francia insieme alla speranza di un riscatto futuro. L’autocelebrazione è costante ed esplicita: “Mi occorre la potenza totale dell’uomo… Non posso collocarmi tra i deboli. Devo misurare la mia forza”. Il richiamo della morte ha qualcosa di epico e seduttivo: “Fra le illusioni della forza militare di cui s’inebria un adolescente, mi sei apparsa, oh morte: buia bocca da cui erompe lo strillo luminoso della tromba. Da allora, sono stato colui che sa”. Apoteosi della propria audacia e insieme consapevolezza di un’umanità ferita da condividere in trincea con i compagni: “Oh, miei fratelli! Miei affetti! Siete distesi nella terra che conosco…Sì, un po’ del mio sangue si è già mischiato con il vostro nella terra sventrata che il tempo richiuderà sulla nostra oscura semenza”. Il disprezzo per “la folla indegna” che non merita il sacrificio di tante giovani vite, è soprattutto disprezzo per la viltà degli anziani, delle autorità, dei generali, degli imboscati, dei neutrali. Insomma, di tutti i non-combattenti: “Ci sono due ordini di maschi: i guerrieri e gli altri”. Il mito della Patria da ricreare si fonde a quello dell’Idea: “La Francia è. Ognuno la porta negli occhi. È una bella ragazza che somiglia alla Repubblica. È la Repubblica stessa”. “L’idea vuole distruggere il mondo per poi ricomporlo con un nuovo artificio… E l’idea è la superbia dell’essere, la superbia del mondo. L’idea è esplosiva, l’idea è deflagrante”. Anche la folla, come la Francia e l’Idea, assume sembianze femminili, sensuali, adescatrici, di “donne con la bocca di carne rossa”.

Molto diversi sono stile e temi della seconda sezione del libro, “Fondo di cassetta”, in cui le poesie – scritte a guerra conclusa – assumono forme più tradizionali, con versi brevi, strofe misurate, utilizzo di rime e assonanze. Gli argomenti, più eterogenei, risentono di evidenti influssi del futurismo trionfante in Europa, con la celebrazione della modernità rappresentata dalle automobili, dallo sport, dalle nuove espressioni artistiche e musicali, pur nel persistere dell’orgoglioso sciovinismo francese contro l’arrogante volgarità dell’invasione yankee. Lo spirito della guerra alleggia ancora in quest’ultima parte del libro, non più nell’odore del sangue e del sacrificio, quanto nel perdurare di una inebriata mitologia virile: “È tempo di adirarsi / Oh folla! Oh donna! / O il maschio o la morte”.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 9 febbraio 2023

 

 

 

 

 

 

 

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DRIGO

PAOLA DRIGO, MARIA ZEF – MINIMUM FAX, ROMA 2022

Nel 1936, in piena epoca fascista, la scrittrice Paola Drigo ((Castelfranco Veneto, Treviso, 1876 – Padova 1938) pubblicò con l’editore Treves il romanzo Maria Zef, premiato a Viareggio l’anno successivo. Secondo Claudio Magris si tratta di “Un vero piccolo capolavoro, uno di quei libri capaci di lasciare un segno indelebile nella memoria. Paola Drigo ha la forza di raccontare una vita indicibile”. Non una, ma diverse vite indicibili, segnate da miseria e violenza, da degradazione fisica e morale nella Carnia contadina del primo Novecento, in cui non esisteva alcuna possibilità di riscatto sociale e la sopraffazione maschile dominava incontrastata e opprimente.

Attraverso una scrittura dura e scarna, priva di retorica, Paola Drigo racconta il dramma vissuto da una famiglia composta da tre donne, la madre Catine e le due figlie Mariute e Rosute, di quattordici e otto anni. Già la frase di apertura, nella sua icasticità, introduce a un’atmosfera di faticoso squallore e desolata solitudine: “Erano due donne un carretto ed un cane”. In realtà, oltre alla madre, alla figlia maggiore e al bastardino Petoti (presenza affettuosa e fedele compagnia dei protagonisti in tutto il libro), all’interno del carretto dormiva la bambina più piccola, dolorante a un piede. Le tre donne durante la stagione clemente spingevano il carretto per le strade del basso Friuli vendendo utensili in legno, fermandosi a dormire in ricoveri improvvisati, nelle stalle, o là dove famiglie contadine offrivano ospitalità e un po’ di cibo. Mariute allora ritrovava la sua gaiezza adolescenziale intonando villotte per rallegrare lo scarso pubblico. Stornelli che Paola Drigo trascrive nella scabra lingua carnica (mai chiamarla dialetto!), insieme ad altri termini sparsi qua e là nelle pagine. “Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!”, era il richiamo ripetuto attraversando le contrade. Le strade e i torrenti d’estate erano secchi per la siccità, e poi subitamente travolti da piogge torrenziali che li trasformavano in paludi. La fatica del cammino, il peso delle gerle sostenute sulle spalle, i pochi denari ricavati dalla vendita dei loro arnesi, rendevano ancora più desolato il loro gravoso mestiere.

Paola Drigo descrive sia gli ambienti esterni sia il paesaggio in cui si muovono le tre protagoniste con partecipazione attenta e sensibile: “Di giorno, le case, gli alberi, emergevano grigi e spettrali dal fango, ma verso sera la nebbia li avvolgeva, prima lieve e ondeggiante come un velo, poi sempre più greve e floscia, pareggiando tutto nella sua opaca infinita malinconia”.

La morte improvvisa della madre, stroncata dalla pleurite e da altre innominabili morbi, costringe le due bambine al ricovero presso un ospizio di suore. Sono sporche, analfabete, selvatiche. Viene mandato a chiamare lo zio, fratello del padre morto in America, che le ospitava da anni in un casolare sperduto tra le montagne. Barbe Zef (carbonaio, pastore, taglialegna, norcino) “era un uomo di pel rosso, dalla faccia coperta di lentiggini, dall’aspetto un po’ ottuso. Una cicatrice gli tagliava il sopracciglio e la palpebra d’un occhio costringendolo a strizzarlo in modo che pareva sempre che ridesse”. Rude e violento, si occupava delle due orfane solo per dovere, obbligandole a lavorare in casa e in campagna, incapace di esprimere qualsiasi affetto e comprensione. Inizia così la convivenza penosa con questo parente abbrutito dal lavoro e dall’alcol, che presto abusa della maggiore, come aveva fatto con la madre di lei.

La narrazione di Paola Drigo sottolinea l’aspetto tragico della vicenda, nei crudeli rapporti interpersonali, ma non solo: il lavoro sfibrante vissuto come maledizione, la malattia e la morte di adulti e bambini, una religiosità cupa e ostile che si concretizza soprattutto nella bestemmia, il sesso come sfogo di appetiti bestiali, l’incesto praticato usualmente nei piccoli borghi di montagna. E l’ambiente naturale, ombroso nei boschi umidi, bianco e gelido sotto la neve, immerso in un “silenzio senza misericordia”. Si piange poco, nel romanzo, e i momenti di leggerezza si limitano alle vaghe fantasie sentimentali di Mariute, al suo affetto per la sorellina, alle carezze sul muso delle pecore che custodisce, o al cagnolino Petoti che sembra volerla consolare dei molti dolori.

L’orco cattivo, Barbe Zef, è anch’egli vittima di miseria, ignoranza, aridità di cuore. La vendetta della nipote, che teme per la piccola Rosute lo stesso destino toccato a lei e alla madre, arriva del tutto giustificabile, nella sua spietata ferocia.

Dal romanzo di Paola Drigo il regista Vittorio Cottafavi ha tratto nel 1981 il film omonimo, recitato in friulano con sottotitoli in italiano. Sceneggiato e interpretato dal poeta carnico Siro Angeli, il film (presentato con successo nei Festival di Montreal, Cannes, Barcellona e ridotto in miniserie televisiva per Rai 3), nel 2019 venne restaurato e proiettato alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Contestato all’inizio da critica e pubblico in Friuli perché ritenuto troppo crudo e diffamatorio, è diventato un cult movie, al punto da essere definito da Cahiers du Cinema “il più bel film del realismo”.

 

© Riproduzione riservata   

4 giugno 2023

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DUBOSC-EDRES

DUBOSC-EDRES, PICCOLO LESSICO DEL GRANDE ESODO – MINIMUM FAX, ROMA 2017

Ottanta lemmi (limitati a 3000 battute ciascuno, in rigoroso ordine alfabetico, accompagnati da un’essenziale bibliografia di due-tre riferimenti di lettura; scritti da storici, psicologi, mediatori culturali, sociologi, insegnanti), offrono a noi lettori un Piccolo lessico del grande esodo. Dove per esodo si intende la migrazione epocale, biblica, che da decenni sta interessando tutto il mondo occidentale – benestante, colto, democratico, cristiano o laico – da parte di coloro che Frantz Fanon nel 1961 aveva definito “i dannati della terra”. Migrazione economica e migrazione politica, di migliaia di disperati (affamati o perseguitati), che singolarmente o con le loro famiglie affrontano incredibili difficoltà naturali e culturali con il miraggio di salvarsi, o perlomeno di migliorare la propria esistenza.

I due curatori, lo psicanalista Fabrice Olivier Dubosc e la docente di arabo Nijmi Edres, hanno voluto proporre con questo volume un agile strumento di consultazione a chiunque fosse interessato al fenomeno migratorio, ovviamente senza pretendere di esaurire gli argomenti presentati, ma suggerendo ipotesi e riflessioni che potessero invogliare ad approfondimenti ulteriori. Quindi troviamo lemmi filosofici (identità, memoria, nuda vita, l’altro…), politici (cittadinanza, diritti, immunità…), economici (costi, debito, risorse…), umanitari (aspirazioni, sgomberi, detezione, ospitalità…), amministrativi (centri di accoglienza, frontiere, pocket money…), poetici (i versi di Chandra Livia Candiani).

Nell’introduzione, Dubosc e Nijmi affermano: «Fuori da ogni compiacimento ed esotismo, e ben prima di kalashnikov e attentati, il mondo che arriva a casa nostra ci scombina, ci turba, rimescola le carte. Rimette in gioco l’antico fantasma dell’incertezza». Incertezza o più propriamente “paura”, timore di fronte all’altro che non conosciamo, che in qualche modo minaccia la nostra tranquillità ponendosi come diverso, chiedendoci qualcosa e forse togliendoci qualcosa che ci appartiene, minando le nostre certezze: il lavoro, la lingua, la cultura, le abitudini, la religione, addirittura la libertà. Non basta ricordare che l’immigrazione straniera porta linfa giovane nella popolazione occidentale invecchiata, salvando le pensioni di anzianità e garantendo nuove nascite, e nemmeno che «nel 2014 il «Pil dell’immigrazione», cioè la ricchezza prodotta dai 2,3 milioni di stranieri occupati in Italia, ha raggiunto i 125 miliardi di euro, una cifra pari all’8,6% del Pil nazionale».

La paura è un sentimento irrazionale, una difesa inconscia del nostro cervello di fronte a tutto ciò che non comprendiamo appieno: i recenti attentati terroristici la stanno acuendo, con il risultato di provocare reazioni estreme. Quello che dobbiamo accettare e a cui dobbiamo abituarci è che “il grande esodo” è una realtà strutturale, inevitabile, immodificabile del presente e del futuro dell’umanità, che nessun muro potrà mai fermare: va accettato, quindi, come una sfida socio-politica in grado di costituire un arricchimento generale.

 

© Riproduzione riservata

www.sololibri.net/lessico-grande-esodo-Dubosc-Edres.html;  25 marzo 2017

 

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DUERRENMATT

FRIEDRICH DÜRRENMATT, LA MORTE DELLA PIZIA – ADELPHI, MILANO 1988

La Pizia raccontata da Friedrich Dürrenmatt in questo breve romanzo del 1985 non ha nulla di ieratico, solenne, sacrale. E’ invece piuttosto isterica, sardonica, irreligiosa: “vecchia e svampita… lunga e secca… assisa sul tripode e avvolta da una nuvola di vapori”, recita i suoi oracoli con impazienza e superficialità, prendendosi gioco di quei creduloni che la interrogano con ansia e timore. “Non che lei credesse alle cose che diceva, anzi vaticinava in quel modo proprio per farsi beffe di coloro che credevano in lei, col risultato però di destare nei suoi devoti una fede assolutamente incondizionata”. Un po’ come succede oggi agli astrologi mediatici, quando propinano agli ingenui spettatori i loro oroscopi improvvisati. Ma non è solo la Pizia ad assumere in queste pagine sembianze tanto irrispettose del mito e della tradizione: lo stesso santuario di Delfi si trova in condizioni deplorevoli, immerso nella sporcizia e nel degrado, “umido e pieno di correnti d’aria”. E persino il più famoso dei veggenti dell’antichità, Tiresia, viene sarcasticamente descritto da Duerrenmatt come “un tipo quanto mai sgradevole, di sicuro il più grande maneggione e politicante di tutta la Grecia, e, per Apollo, marcio e corrotto fino alle midolla”. L’ironia feroce dell’autore svizzero si fa gioco di dei ed eroi, di Edipo e Giocasta, svelando intrighi, incesti, brame di potere e denaro, superstizioni ed efferate violenze, omicidi e suicidi: una sorta di tragica farsa che accomuna vittime e carnefici sul palcoscenico del mondo, burattini che si agitano sotto “il cielo di piombo, la superficie di quel nulla assoluto in cui gli uomini, per poter tirare avanti, proiettano ogni sorta di cose, divinità e destini di ogni genere…”. Il ghigno amaro con cui l’autore commenta le intricate vicende dei suoi personaggi ha la sua giustificazione nella certezza che non esistano risposte o possibilità di fuga dalla crudeltà del destino cieco e casuale che domina la vita degli esseri umani.

IBS, 31 marzo 2014

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DUERRENMATT

FRIEDRICH DÜRRENMATT, LA PROMESSA / LA PANNE – EINAUDI, TORINO 2006

Dei tre testi dello scrittore svizzero (morto nel 1990) qui riuniti, forse il primo è il più famoso, perché portato sullo schermo da Vajda e da Sean Penn. L’omicidio di una bambina in un bosco del canton Zurigo è colpevolmente e falsamente attribuito a un ambulante che viene incarcerato e poi si uccide, innescando una serie di conseguenze che finiscono per travolgere anche gli organi della polizia locale: sempre a evidenziare, secondo la nota teoria duerrenmattiana, che la realizzazione di una vera giustizia è impossibile e utopistica, e che solo il cieco caso dirige le vicende umane, inevitabilmente portando alla rovina, al disonore, alla morte le persone più deboli e indifese. L’ultimo testo è un radiodramma satirico che di nuovo vede trionfare la menzogna e la violenza, incarnate da un Premio Nobel scrittore di gialli e assassino seriale, rispetto a qualsiasi vano tentativo di smascheramento. Ma la vicenda più surreale e intrigante, sarcastica e crudele, è quella narrata nel romanzo breve “La panne”, in cui un commerciante di stoffe, obbligato da una panne della sua auto a pernottare in un paesino isolato, viene ospitato nella casa di un ex magistrato, che insieme ad altri tre ospiti (“immensi corvi… vecchissimi, unti e bisunti…), anch’essi a diverso titolo amministratori della giustizia in pensione, lo obbligano a un perfido gioco di società, inscenando un processo che lo vede prima imputato, quindi condannato a morte, per un delitto in realtà mai commesso, di cui però alla fine egli stesso si convince ad autoaccusa, in un crescendo delirante di follia che lo condurrà al suicidio. “Non vi è più un dio che minacci, né una giustizia, né un fato… ci sono solo incidenti del traffico, dighe che crollano per errori di costruzione, l’esplosione di una fabbrica di bombe atomiche provocata da un assistente di laboratorio un po’ distratto… Si scorgono dei giudici, una giustizia, forse anche la grazia, colta per caso, riflessa nel monocolo di un ubriaco”.

IBS, 20 giugno 2013

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ÐIKIĆ

IVICA ÐIKIĆ, METODO SREBRENICA, BOTTEGA ERRANTE, UDINE 2020

Un romanzo-documentario, quello che Ivica Đikić (Tomislavgrad 1977), giornalista ed editore bosniaco, ha scritto nel 2016 per raccontare come è avvenuto l’eccidio di Srebrenica, e secondo quali modalità pratiche sono state uccise 8000 persone nell’arco di quattro giorni, dal 12 al 16 luglio 1995.

In quella tragica estate, Đikić si era appena iscritto alla facoltà di scienze politiche a Zagabria, e il genocidio operato dall’esercito serbo l’aveva solo sfiorato emotivamente: viveva imbozzolato nel dolore dopo quattro anni di guerra e inedia, la morte precoce del padre e la paura del futuro per la propria famiglia: “Si moriva, erano mancati alcuni nostri cugini, vicini di casa, amici, gente che conoscevamo. Le granate cadevano per la strada, potevo vedere da vicino corpi di morti sfigurati su cui volavano le mosche”.  Srebenica si trovava a 400 km di distanza dalla sua città natale, nella Bosnia orientale, e solamente dieci anni dopo il massacro si era recato a visitarla, insieme a due colleghi. “La guerra restringe e sminuisce ogni cosa”, e il giovane reporter per molto tempo si era accontentato, come altri intellettuali e la maggior parte dell’opinione pubblica, delle versioni ufficiali fornite da vari governi, e dei resoconti confusi dei media internazionali. La responsabilità dell’eccidio veniva genericamente attribuita al generale Ratko Mladić e al presidente della Repubblica Serba Radovan Karadžić, ritenendo gli esecutori materiali semplice e oscura manovalanza.

In Metodo Srebrenica, Ivica Đikić ha ricostruito poi, sulla base di minuziose ricerche sul campo, “i procedimenti minimi ed elementari, davvero concreti, di tante persone in carne e ossa: dall’espressione sul viso delle vittime al momento dell’uccisione a quella di chi pronuncia l’ordine di uccidere, fino alle parole e ai codici che vengono utilizzati nella comunicazione fra le persone coinvolte nell’esecuzione della strage”.

La prima parte del volume ricostruisce puntualmente le vicende storiche dei conflitti nella penisola balcanica, iniziati alla morte di Tito nel 1980 e intensificatisi a partire dal decennio successivo, con la proclamazione dell’indipendenza dall’ex Jugoslavia della Bosnia Erzegovina, di Slovenia e Croazia nel 1992, e l’inizio della guerra civile, nell’aprile dello stesso anno, con l’aggressione della Serbia alla Bosnia-Erzegovina già dilaniata da tensioni etniche ed esasperati nazionalismi, che opponevano i serbi ai musulmani e ai croati.

Srebrenica contava allora trentasettemila abitanti, al 73% musulmani, al 25% serbi, ed era considerata un obiettivo strategico per collegare le parti nord e sud della Repubblica Serba attraverso un corridoio da creare lungo il fiume Drina. Benché i musulmani costituissero la maggioranza degli abitanti, le formazioni serbe volontarie e quelle mercenarie erano riuscite ad assumere il comando nella cittadina,

dove i bosgnacchi venivano uccisi in esecuzioni sommarie, cacciati di casa e deportati, o si riducevano a vivere in condizioni disumane per la carenza di cibo e l’allarmante situazione igienica.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 16 aprile 1993 proclamò Srebrenica “zona protetta”, sotto la tutela militare dell’ONU, composta da cinquecento militari, cui nel gennaio del 1995 si unì il battaglione olandese dell’UNPROFOR.

L’operazione serba (denominata in codice Krivaja 95) per l’eliminazione dell’enclave protetta della regione ebbe inizio la mattina del 6 luglio, nella totale impreparazione e passività delle forze delle Nazioni Unite, incapaci di opporsi all’assalto delle truppe di Mladić.  L’11 luglio circa venticinquemila civili bosgnacchi trovarono rifugio nella base delle truppe dell’ONU, convinti di trovarsi al sicuro. Altre migliaia di persone, soprattutto maschi adulti, cercarono riparo in villaggi vicini e nel bosco di Buljim, nella zona nord-occidentale della regione. Il mondo occidentale non reagì in alcun modo alla strage successiva, sebbene documentata dalle immagini satellitari delle uccisioni in massa e della realizzazione delle fosse comuni.

Il generale Mladić proclamò con orgoglio davanti alle telecamere: “Eccoci in questo 11 luglio 1995 nella città serba di Srebrenica. Alla vigilia di un’altra grande festa serba, offriamo al popolo serbo questa città. E finalmente è venuto il momento, dopo la rivolta contro i condottieri giannizzeri, di vendicarci dei turchi proprio in questi luoghi”. L’identificazione dei bosgnacchi con i turchi ottomani che avevano governato nei Balcani per quasi cinque secoli, era tornata a rivivere anche prima di allora nella propaganda, nelle menti e negli animi dei serbi, che manifestavano l’odio, il disprezzo e la sottostima tramandati di generazione in generazione per chi li aveva discriminati in passato.

A dirigere e organizzare lo sterminio fu il colonnello Ljubiša Beara, capo della Direzione di sicurezza nel Comando supremo, già capitano di vascello di stanza a Spalato: a lui Ivica Đikić dedica la seconda parte del libro, non solo in una ricostruzione fedele dei fatti avvenuti nei quattro giorni del massacro, ma anche ripercorrendo la vita del criminale prima e dopo la guerra, attraverso numerose testimonianze e documenti processuali. Occhialuto, massiccio, stempiato e brizzolato, proprio quel 14 luglio 1995 Beara compiva 56 anni: era stato sempre ciecamente fedele agli ordini che gli venivano impartiti, e non aveva messo in discussione nemmeno per un attimo la disposizione affidatagli di annientare la popolazione maschile dell’enclave di Srebrenica.

Da quali motivazioni fu spinto a tali atrocità? Sentimento di lealtà alla Repubblica Serba, sete di vendetta e odio etnico verso i bosgnacchi, fanatismo religioso, megalomania e vanità, pressioni esterne e debolezza, carrierismo e fascinazione nei confronti di Mladić, ingannevole assimilazione dei concetti di devozione e onore, abuso di sostanze e di alcol, o il subdolo tentativo di provocare uno shock internazionale che avrebbe portato alla conclusione della guerra?

Sua prioritaria preoccupazione fu individuare le località dove effettuare l’esecuzione dei prigionieri, occultandone i cadaveri senza lasciare tracce. Đikić elenca nomi e ruoli di chi collaborò con Beara nell’ideazione e realizzazione dell’eccidio: autorità politiche, ufficiali dell’esercito serbo, reparti speciali di polizia, paramilitari regionali e locali, mercenari e volontari. In particolare agirono in tal senso il sessantacinquesimo reggimento motorizzato di difesa e il decimo reparto guastatori. Più di cento uomini furono implicati a vario titolo nella strage, altrettanti nel seppellimento dei corpi.

Oltre a Srebrenica, teatro della carneficina erano stati i paesi di Kravica, Cerska, Zvornik, Bratunac, secondo le stesse modalità di azione, evidentemente imposte dai vertici militari. I maschi giovani e adulti (ma tra le vittime ci fu anche un undicenne), separati dalle donne, dai bambini e dagli invalidi, vennero ammassati in camion e autobus, portati in campi di raccolta, in scuole, magazzini, fabbriche dismesse, poderi agricoli, cave di ghiaia, e poi sterminati con raffiche di fucili automatici, mitragliatrici e bombe. Nel frattempo si impiegavano operai e macchinari nello scavo di fosse comuni in cui gettare i cadaveri, ricoperti con terra e sabbia. Dal 12 al 16 luglio 1995 furono uccisi ottomila musulmani bosniaci: fino ad oggi sono stati identificati e sepolti circa settemila trecento corpi, e si continuano a cercare le ossa delle restanti vittime.

I principali responsabili del genocidio furono condannati all’ergastolo dal Tribunale internazionale per i crimini di guerra dell’Aja: tra loro, ovviamente anche Ljubiša Beara, che si ostinò a respingere tutte le accuse, sostenendo che in quei giorni si trovava a Belgrado per festeggiare il suo compleanno.

 

© Riproduzione riservata                         «Gli Stati Generali», 17 marzo 2023

 

 

RECENSIONI

ECKHART

MEISTER ECKHART, IL RITORNO ALL’ORIGINE – LE LETTERE, FIRENZE 2007

Accompagnato da un ricco apparato di note, e curato dal Professor Marco Vannini, questo piccolo volume si struttura in quattro sezioni. Nel capitolo introduttivo vengono riportate le diciassette proposizioni eckhartiane condannate nel marzo del 1329 dal pontefice avignonese Giovanni XXII (definito da Dante “lupo rapace”) con la bolla “In agro domini”. Proposizioni che forse potrebbero risultare scandalose anche a qualche devoto di oggi: Meister Eckhart infatti vi afferma che il mondo esiste dall’eterno, ed è contemporaneo a Dio a al Figlio; che in ogni azione umana, anche in quella più malvagia, “si manifesta e riluce ugualmente la gloria di Dio”; che “chi bestemmia Dio stesso, loda Dio”. E addirittura che qualsiasi creatura umana è pari al Figlio e a Dio stesso: “Tutto quello che Dio Padre ha dato al Figlio suo unigenito nella natura umana, lo ha dato anche a me… Tutto quello che è proprio della natura divina, è proprio anche dell’uomo giusto e divino”.

L’intera opera del domenicano tedesco fu condannata dalla suddetta bolla, per cui cadde in oblio per più di cinque secoli, nonostante Eckhart avesse in punto di morte ripudiato qualsiasi sua affermazione contraria all’ortodossia. Il suo insegnamento venne tuttavia trasmesso ai posteri da altri mistici (Taulero, Cusano, Franck, Silesius), nutrendo di linfa sotterranea ma fertilissima tutta la spiritualità occidentale, e offrendo spunti di meditazione anche alle esperienze religiose del buddhismo e dell’induismo. Dopo una breve nota biobibliografica, il volume offre al lettore due fondamentali scritti eckhartiani: L’opera dello spirito e Perdersi per trovarsi, con alcune affermazioni decisamente rivoluzionarie, non solo per il tempo in cui sono state pronunciate, come la relativizzazione del peccato, delle opere, del tempo, della propria egoità, e l’assoluto predominio dell’azione dello Spirito e della Grazia. “La cosa migliore per l’anima è stare in un libero nulla”.

IBS, 6 marzo 2017

RECENSIONI

EDERLE

ARNALDO EDERLE, PARADISO – UDINE, CAMPANOTTO 1994

Paradiso è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Arnaldo Ederle, paradiso come una sezione della raccolta stessa, ma soprattutto come “altrove” della poesia, luogo della mente o dell’anima cui fare riferimento al di là delle brume opache dell’oggi, del qui.
Ederle è poeta d’immagini, ma non dell’occhio; è poeta di suoni, ma non dell’orecchio, perché nei suoi versi ogni elemento materiale pare in qualche modo sbucciato dalla sua corporeità, reso più lieve e meno oggettivo. Così le immagini diventano visioni, i rumori si fanno note di una partitura mentale le cui pause e accelerazioni, i cui “piano” e “fortissimo” segnano il tempo concreto della poesia scritta (o, come preferisce l’autore, letta ad alta voce).
Ferdinando Bandini, nella prefazione al libro, parla giustamente di «moto pendolare tra l’impatto con le cose (colori e atmosfere) e l’altro momento del suo periodo in cui il poeta si dirige verso il significato segreto delle cose, quel loro assediare, così inesplicabilmente, lo spazio della vita».

E qui ci viene in soccorso Ederle stesso, con alcuni versi tratti dalla prima, breve sezione del volume, scritta a commento di una cartella di fotografie: Viaggio dall’acqua alla casa, da ciò che si muove a ciò che è fermo, dall’indefinibile all’ancoraggio del concreto: «chi trovasse una casa, chi il riparo / dalla spietata deità della terra, / dall’invincibile abbraccio, / chi sfuggisse del cielo / il soprannaturale ammaliamento…». La casa come approdo concreto, quindi, riparo da un se stesso che si teme, ma anche recupero di un passato, di una memoria fatta di porte, pareti, scale, lavelli, tavolini, posacenere: tanti elementi corporei scolpiti nel ricordo, e ritrovati da passati diversi, sebbene ugualmente coinvolgenti e sofferti.
Ecco, dunque, un’altra chiave di lettura, il contrasto tra interni ed esterni, entrambi fascinosi e carichi di emozioni. Per rimanere nella prima sezione, gli elementi del “fuori” appaiono vaghi, inconsistenti, e forse per questo tanto più seducenti: nebbia, acqua, fumo, sabbia, riflessi di luce, aria, e il colore bianco o una vernice trasparente, appena increspata dal desiderio del colore. Ederle in questi versi pare avere assorbito e rimodellato la lezione dei più distesi tra i nostri lombardi: Sereni, Raboni. Più rilevante, nel succedersi della altre sezioni, è invece la contrapposizione tra presente e passato, la nostalgia per ciò che è stato e che si può tentare di ritrovare solo attraverso le parole; ma anche la nostalgia per ciò che è, e non sarà più tra poco, perché condannato a sparire, al non durare: «Quello che inizia ora è già finito, / non dico da lungo tempo, ma / da un numero d’anni sufficiente / a farlo passare per esistenza».

Ederle sembra tormentato dalla «mania dell’affetto seminato / nel rosa della carne». E’, in Fervida brace, il ricordo dell’amico poeta Giuseppe Piccoli, cui dedica sedici brevi componimenti che prendono l’avvio da altrettanti versi di lui. E chi ha conosciuto Piccoli ritrova in queste poesie i suoi odi turbati e sospesi, il suo essere poeta di gesti a disagio nel mondo, oltreché di parole e di pensieri: «ciò che resta / dei tuoi scherzi, il galateo gentile / che faceva arrossire le commesse;  La sua pelle / spiega il gesto infantile, / lo ricama; Lì dentro l’indistinto svaporare / d’ombre e vapori, nella fervida / brace appesa alla tue dita / ti distinguono; certo avrai tentato / di rannicchiarti tutto in un orecchio / ad ascoltarti dentro / se per caso il silenzio / volesse regalarti qualche pace; Tu qui sostavi / e in ogni altro altrove confortato / dal granello di spirito / ch’era rimasto salvo per miracolo / nell’angolo più buio della tasca / della tua giacca».

C’è, in questi versi, «mania dell’affetto», rimpianto, tenerezza verso il perduto, ma soprattutto un senso forte di mancanza, di incompletezza e quasi di colpa per essere chiamato a testimoniare, a ricordare. Lo si avverte anche nella sezione Paradiso, una specie di recitativo tra tre personaggi: il poeta stesso che parla in prima persona, suo padre Duilio e il lontano parente Chiereghino che riposano vicini nel camposanto di Verona, «in quel pollaio / di calti appesi al cornicione». Si tratta di un dialogo morti/vivi che non si risolve tutto e solo nel privato, benché ci sia anche questo (rimbrotti affettuosi, coinvolgimenti in episodi personali, immagini di un passato comune). Al di qua del paradiso si impone, irriducibile ad altro, la storia, con la guerra, gli ebrei e i tedeschi, gli ebrei e i palestinesi, Verona e i gabbiani sull’Adige, il lavoro degli artigiani di quarant’anni fa, il marocchino che oggi insegue la sua Mecca offrendoci accendini.
Arnaldo Ederle poeta testimone controvoglia, forse, perché la cronaca o la polemica civile non appartengono al suo registro di scrittura, è poeta del male di vivere («anche passano / al mio fianco paure oblique»; «Sì, l’ho vestito il sacco del dolore»), poeta del tempo (personale e perduto da una parte, metafisico e indifferente dall’altra), aggrappato alla poesia come fosse una lancetta di orologio, interno o cosmico, comunque misura dell’esistere.

 

«Verso» 9 /10, dicembre 1995