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RECENSIONI

FORCADES

TERESA FORCADES, PER AMORE DELLA GIUSTIZIA. DOROTHY DAY E SIMONE WEIL – CASTELVECCHI, ROMA 2021

Si può essere contemporaneamente monaca benedettina di clausura, teologa, medico, scrittrice, femminista? Evidentemente sì, e lo dimostra la coraggiosa esistenza fuori dagli schemi di Teresa Forcades, nata a Barcellona nel 1966, laureata in Medicina e Teologia con dottorato e post-dottorato a New York, Harvard e Berlino, fondatrice del movimento indipendentista catalano Process costituent. Suor Teresa nei libri e in seguitissimi interventi sui social si occupa di politica, psicanalisi, clericalismo e ruolo della donna nella Chiesa, patriarcato e vita di coppia, sessualità. Soprattutto riferendosi alle sue posizioni anticonformiste su quest’ultimo tema (omosessualità, transessualità, aborto, utero in affitto, pornografia), Michela Murgia l’ha definita “personalità carismatica di rara intensità, di una spiazzante capacità dialettica e di una determinazione assertiva che ne fanno l’infrazione vivente di tutti gli stereotipi dell’immaginario collettivo sulle suore di clausura”.

Nel secondo volume edito da Castelvecchi (qualche anno fa “Siamo tutti diversi! Una prospettiva queer” aveva creato scandalo tra le gerarchie vaticane) traccia un ammirato ritratto di due figure femminili fondamentali nella teologia novecentesca: l’americana Dorothy Day e la francese Simone Weil, mettendone in luce affinità e differenze, e sottolineandone nel contempo la comune combinazione di impegno politico ed esperienza mistica, altruismo e coerenza esistenziale, concretizzata nel lavoro per la giustizia sociale e nella condivisione della vita degli ultimi. Entrambe si ergono a difesa dell’inviolabile libertà di coscienza individuale, al di là di ogni direttiva confessionale o partitica.

Diverse nell’estrazione sociale, Dorothy Day (New York, 1897-1980) e Simone Weil (Parigi, 1909-Ashford, 1943) ebbero però un percorso simile nella ricerca di autenticità riguardo alle scelte spirituali e alla decisa presa di posizione in favore delle classi lavoratrici. Tutt’e due mosse nell’infanzia da un’accentuata sensibilità verso il cristianesimo, nel corso dell’adolescenza si dichiararono atee e anticlericali, recuperando solo in età adulta un rapporto di adesione convinta al cattolicesimo. La famiglia di Dorothy Day era di tradizione anglicana e quella di Simone Weil ebraica, la prima di estrazione piccolo borghese, la seconda colta e abbiente.

Dorothy visse una giovinezza inquieta, con continui trasferimenti, rapporti sentimentali e sessuali trasgressivi, dipendenza da droghe e alcol. Ebbe una figlia, Tamar, da una relazione con un pensatore ateo e anarchico che per coerenza non volle sposare, quindi convisse a lungo con un predicatore visionario, Peter Maurin, insieme a cui nel 1933 fondò il periodico «Catholic Worker», organo dell’omonima comunità ispirata al radicalismo della parola evangelica, rimanendone alla guida per cinquant’anni. Suoi obiettivi erano la diffusione della dottrina sociale cattolica, e un tenace proselitismo in favore dei movimenti non-violenti, pacifisti, antirazzisti, femministi. Arrestata sette volte per aver organizzato e partecipato a scioperi e manifestazioni non autorizzate, si occupò generosamente fino alla morte dell’accoglienza dei senzatetto e degli emarginati, accettando di rimanere all’interno dell’istituzione cattolica, pur in maniera conflittuale, con il preciso intento di migliorarla.

Culturalmente più raffinata, spiritualmente ricercata ed elitaria, Simone Weil, rifiutandosi di aderire all’ebraismo dei familiari, visse la sua prossimità al cristianesimo in modo più cerebrale, soprattutto in base a valutazioni intellettuali, senza tuttavia arrivare mai a farsi battezzare, poiché non condivideva le rigide e illiberali teorie della Chiesa cattolica in ambito socio-politico e dottrinale. La sua ansia di verità, il suo rifiuto di ogni compromesso ideologico la rese per tutta la vita “una persona fuori contesto, fastidiosa,     non omologata”, fieramente ostile all’inserimento in qualsiasi gruppo o partito, politico e religioso. Decisa a condividere la sorte disagiata delle classi subalterne, lavorò come operaia in diverse fabbriche e come stagionale nelle campagne. Abbracciò poi la lotta politica antifranchista e antinazista andando a combattere in Spagna nel 1936. La sua natura eminentemente meditativa le fece vivere esperienze di estasi profonda, in un’unione mistica con la figura di Gesù, espressa profeticamente in pagine di rara bellezza.

Il volume, che nella sezione conclusiva riporta una puntuale cronologia biografica delle due donne, raffrontata specularmente, si concentra su alcuni nuclei fondamentali della loro esistenza, che le videro partecipi di uguali scelte ideologiche e professionali: il valore riconosciuto al lavoro manuale portò sia Dorothy sia Simone a sfidare il duro mondo dell’industria; la fede nella giustizia retributiva e il rifiuto dei privilegi di classe le convinse a prese di posizione radicali, a fianco dei più poveri e degli sfruttati per cambiare l’ordine economico capitalista; l’assunzione orgogliosa della propria femminilità le indusse a optare per una vita indipendente dal ruolo riconosciuto e garantito di moglie. Infine l’amore per Dio e per Cristo le persuase a condividere un cammino a fianco della Chiesa cattolica, lontano comunque dall’ufficialità vaticana.

Accanto a queste due donne colte, risolute e combattive si pone orgogliosamente la persona di Teresa Forcades, come loro fedele all’insegnamento di Cristo, e come loro impegnata nell’ascolto dei bisogni umani e nella ricerca speculativa: Simone Weil, la filosofa, e Dorothy Day, l’attivista, “donne eccezionali, molto diverse l’una dall’altra ma che,  tuttavia, presentano percorsi paralleli convergenti in molti punti e un’ispirazione comune che è quella che ha dato il titolo a questo li bro: Per amore della giustizia”.

 

© Riproduzione riservata              «Gli Stati Generali», 25 novembre 2021

RECENSIONI

FOREST

PHILIPPE FOREST, UN DESTINO DI FELICITÀ – ROSENBERG & SELLIER, TORINO 2019

 

Rileggere Arthur Rimbaud, e interpretarlo attraverso un’ottica non puramente ermeneutica ma di invenzione narrativa, secondo la scansione alfabetica tipica dell’abecedario. Lo fa Philippe Forest, critico letterario e cinematografico francese (Parigi 1962), che da oltre un ventennio esplora la relazione esistente tra il genere romanzesco e la realtà, contaminando analisi testuale, invenzione e autobiografia.

Forest indaga gioie e dolori, conquiste e fallimenti esistenziali propri e altrui, usando come fonte ispiratrice versi e aforismi rimbaudiani, i più noti e citati (Io è un altro; È sicurissimo, è oracolo quello che dico; M’incaponisco spaventosamente ad adorare la libertà libera; Bisogna essere assolutamente moderni; Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini; Che cos’è il mio nulla, in confronto allo stupore che vi attende?). Non solo Rimbaud, comunque: molti sono gli autori di riferimento che Forest cita, a supporto e approfondimento delle sue riflessioni: Aragon, Bataille, Breton, Baudelaire, Eliot, Yeats, Mallarmé, Borges, Nietzsche, Verne, Mishima, l’amato Kierkegaard…

Ma è soprattutto il poeta adolescente dagli occhi celesti e interroganti, il visionario fieramente ribelle e inquieto, ad affascinarlo: “Ogni volta che sento di perdere fiducia nelle parole, apro volentieri Rimbaud, come se consultassi un oracolo, e mi fermo su frasi di cui non capisco niente e che, di colpo, prendono l’aspetto di una profezia alla quale io resto libero di dare il valore che preferisco. Sono certo che dice la verità. Sono certo anche che la verità che dice dipende unicamente dal senso che le do io”.

La parola, quindi. È proprio sul mistero dell’espressione umana che Philippe Forest pone l’accento in queste sue divagazioni, letterarie e filosofiche. Già da bambino si meravigliava del legame capace di unire le cose ai nomi, quando prima ancora di iniziare la scuola aveva imparato a leggere da solo, suscitando irritazione nella maestra e uno stupore intimorito nella mamma. La magia delle vocali colorate sui cartelloni al muro dell’asilo era già stata espressa un secolo prima da Rimbaud “A nero, E bianco, I rosso, U verde, O blu: vocali. Io dirò un giorno le vostre nascite latenti”.

Alfabeti, quaderni, sussidiari, un mondo da scoprire e inventare: “Quel bambino ero io, allevato tra i libri, e che forse li preferivo alla vita, convinto che valevano più di lei perché ne svelavano il senso”. Ecco come si snocciola l’abecedario di Forest; alfabeto, biblioteca, curiosità, dolore. E poi gloria, nulla, politica, sesso, zero.

La biblioteca tante volte frequentata ha lo stesso odore di quella universale raccontata da Borges: una Babele di lingue e significati da penetrare e di cui arricchirsi: “La storia di ogni individuo ripete quella dell’Umanità intera: dal giardino dell’Eden alla torre di Babele. Dapprima, Dio accorda all’uomo la facoltà di dare alle cose il loro vero nome. Poi subito gliela ritira per umiliare il suo orgoglio, moltiplicando le parlate in modo che una grande confusione si estenda sul mondo che ha creato. Le lingue separano gli uomini. Soprattutto: li separano da una realtà che non sanno più con che nome chiamare”.

La curiosità è l’ansia che ci spinge a seguir virtute e canoscenza: “La curiosità: il desiderio di sapere che cosa c’era prima, che cosa ci sarà poi. Come se la vita fosse un libro aperto nel bel mezzo di una storia già iniziata e destinata a continuare, di cui si ignora praticamente tutto, e non si capisce quasi niente. Perché del libro della vita, non si ha mai sotto gli occhi altro che la pagina del presente”.

Philippe Forest alterna note autobiografiche (lo straziante ricordo della sua bambina morta di cancro a tre anni, la lunga permanenza in Giappone per arricchire il proprio pensiero di nuovi orizzonti, il rapporto con il sesso e il mondo femminile, l’interesse per la fisica quantistica) con la ricerca di nuove modalità narrative, in grado di utilizzare fonti di scrittura esterne, citazioni, memorie, elementi diaristici, in uno stile che si mantiene costantemente lieve ed elegante.

 

© Riproduzione riservata    https://www.sololibri.net/Un-destino-di-felicita-Forest.html

2 aprile 2020

 

RECENSIONI

FORLANI

FRANCESCO FORLANI, PARIGI, SENZA PASSARE DAL VIA – LATERZA, BARI 2013

«I miei erano molto preoccupati, in quel 21 giugno del ’91, perché non avevo un lavoro, non parlavo la lingua e non eravamo ricchi di famiglia. Io mi ricordo soltanto che ero partito con la valigia da mimo, di cartone puro, che scendendo dal treno si era rotta, aperta in due, come se quei milleduecentonovantuno chilometri se li fosse fatti tutti da sola».

Non è l’amarcord di un tradizionale emigrato che dal nostro sud abbia cercato lavoro e successo all’estero, ma la rievocazione antiretorica che Francesco Forlani fa della sua partenza da Caserta, dopo la laurea in filosofia, per raggiungere Parigi: città-mito in cui ha cercato riparo e consolazione, soprattutto intellettuale, al sorgere del ventennio berlusconiano, e dove saltuariamente risiede tuttora. I trentatré capitoli in cui si suddivide questo vivacissimo e coinvolgente romanzo sono scanditi logisticamente secondo i suoi spostamenti (abitativi-lavorativi-trasgressivi-esistenziali) nei vari arrondissements della metropoli francese. Quindi dalla sua abitazione in un sottotetto «pittoresco e basso» (con travi a vista, cesso che si ottura in continuazione, invasione di blatte e una seducente vicina tentatrice), condivisa con l’amico scrittore Massimo Rizzante, il giovane e vulcanico Francesco si muove inquieto e perennemente affamato – di cibo, letture, sesso, amori, incontri – nei vari quartieri parigini, circondato da un universo cosmopolita di personaggi dalle occupazioni più varie: librai, cuochi, poeti, jazzisti, grafici, manovali. Sulle orme di altri celeberrimi stranieri che avevano fatto della città la loro patria (Cioran, Hemingway, Cvetaeva, Modigliani, Henry Miller, Anaïs Nin…), questa banda squattrinata insegue il sogno di fondare una rivista letteraria,  La bête étrangère, e il miraggio di un riconoscimento non solo culturale, ma vivaddio magari anche economico. Tra lezioni private di italiano, performances teatrali, occupazioni saltuarie e spesso umilianti, i protagonisti del libro trascorrono il loro tempo in avventure varie, pigiati nei metrò o sfidati da estremisti di destra a colpi di forchetta in un ristorante, in lavanderie a gettone o in musei e biblioteche, negli uffici finanziari dell’Unesco o al cimitero di Père-Lachaise, sui boulevards o nei parchi lussureggianti del centro. In una Parigi in cui però scoppiano anche le bombe, e si viene costretti a passare la notte in un commissariato per schiamazzi, o ancora si accompagna una ragazzina italiana in ospedale perché si sottoponga a una inutile e crudele terapia di chemio. Cementati da un’amicizia solidale e incrollabile, da un’utopistica fede nell’arte e nella letteratura come panacea dalla fatica di vivere, i personaggi di Forlani abitano questo «immaginario Monopoli parigino»» senza passare dal via, ma anche senza arrivare mai a una meta definitiva. E se i genitori dell’autore lo raggiungono, intimoriti e orgogliosi, nella metropoli trovandolo «sciupato», ecco che torna la tentazione ricorrente di un rientro alla base, di una sistemazione più tranquilla e appagante (tentazione a cui cede l’amico più caro, Massimo, lasciando Francesco nel baratro di una sconsolata solitudine). Ma è più giusto e poetico resistere, rimanere attaccati a un desiderio di libertà e sradicamento da confortanti abitudini borghesi: «Chiunque cerca chiunque e, quando l’ha trovato, il vento lo riporta dovunque», creando dalla propria esperienza una suggestiva e scoppiettante mappa letteraria, ad uso e consumo di lettori curiosi e non conformisti.

 

«incroci on line», 14 maggio 2015

RECENSIONI

FORLANI

FRANCESCO FORLANI, PENULTIMI – MIRAGGI, TORINO 2019

 

Un libro composito, questo di Francesco Forlani, fatto di versi stampati in tondo e in corsivo, di prosa e interstizi meditativi, di haiku; intervallato da fotografie scattate con il cellulare dallo stesso autore, presumibilmente dalla metropolitana (interrata e sopraelevata) che è l’ambiente da cui, su cui e per cui il testo è stato pensato e scritto. “Pensato” come omaggio ai Penultimi, suoi inconsapevoli e meritevoli protagonisti: un omaggio malinconico, grato e rimordente. “Scritto” in un italiano colto ma nello stesso tempo popolare, striato di francese e di napoletano: le tre lingue e le tre anime dell’autore.

Francesco Forlani è infatti nato a Caserta, si è laureato in filosofia a Napoli, ha insegnato a Torino, è emigrato a Parigi dove tuttora risiede, professore in una scuola della banlieu. Poeta, narratore, saggista, consulente editoriale, traduttore, redattore di blog letterari, vulcanico performer e cabarettista, in questo volume si è ritagliato un suo spazio di riflessione, amara e insieme indignata., sulle vite degli altri, sulla sua che li osserva, sul mondo in cui è inserito pur con dignitosa estraneità. Da due anni si imbarca ogni mattina alle 5,40 sulla linea 6 della metro parigina, «nella tratta che da Nation va a Montparnasse» per raggiungere l’istituto in cui insegna: con lui una massa indistinta di persone, presenze assenti e intercambiabili: i penultimi, appunto, non proprio gli ultimi nella scala sociale. Un lavoro ce l’hanno, e lo raggiungono all’alba di ogni giorno feriale, rassegnati a una routine malpagata, ripetitiva, spersonalizzante: «Se ne stanno seduti i penultimi / alle cinque e mezza del mattino / tutti occupati i sedili sulla banchina / prima che il primo treno del giorno / salpi e porti per mari di moquettes / e vetri negli uffici le donne delle pulizie / o gli operai giù in fabbrica, i travet per piani / senza più nulla chiedere né altro domandare».

Il poeta li osserva, nei copricapi di lana degli uomini, nei foulard delle donne, negli occhi socchiusi per il sonno interrotto e nelle labbra che si muovono in cantilene o preghiere: appartengono a razze e religioni diverse, sono esseri umani come lui, compagni di ventura e sventura, ma forse non altrettanto capaci di introspezione e di valutazione sul destino che altri hanno confezionato per loro: «E ce ne stiamo attaccati studenti ed operai / come le lancette / di un orologio che segni / l’esatta metà del giorno / (e della notte) / c’est l’heure! c’est l’heure!» La Parigi della democrazia e dell’insurrezione ‒ Liberté, Égalité, Fraternité ‒ , si offre nel suo squallore quotidiano al giudizio sconfortato e agro dell’intellettuale, che sa comunque più e meglio dei suoi compagni di viaggio cercare scampo nella bellezza residua della luna seminascosta tra le nubi, del cielo ancora grigio, di una ragazza-runner ansante sul marciapiede, o nel profumo di colonia che improvviso invade lo scompartimento, riaccendendo memorie familiari.

In una posizione di privilegio, l’autore possiede gli strumenti culturali per interrogarsi su cosa sia diventato il vivere in comunità, oggi, nelle metropoli di tutto il mondo, pagando uno scampolo di welfare con la mancanza di rapporti umani e di felicità individuale. Lo fa in uno degli inserti in prosa del libro («Quando è cominciato tutto questo? Quando è iniziato l’assedio che ci stringe in una morsa che rende irrespirabile l’aria del tempo e che strozza l’anima… »), rispondendosi da solo: «Ed è strano e insieme meraviglioso che proprio in quell’attimo di scoramento senti rinascere dentro un soffio di vita nova, il gorgoglìo, la misura della tua forza, sapere che più inespugnabile è il diritto meno la forza potrà e che basta il pensiero di queste cose e quelle a far sollevare lo sguardo, a osservare meglio di fuori sporgerti per scoprire che quelli che sembravano i tratti ingrugnati del nemico sono solo il riflesso del tuo stesso volto nell’acquitrino di cinta e che un solo rimedio al fronte interno vale a quel punto, liberare il portale, calare il ponte, issarsi a riveder le stelle e respirare forte e dire vita, ehi vita mia, urlare, grazie».

Grazie alla vita comunque, grazie ai penultimi, «sti pauvres christi, de christiani, au senso largo / car il y a aussi el muslim, le buddist lo istemmatore, / toti sti pasi, bon, stano toti amuchiati, entassés, / addunuchiate dans la grande salle des pas perdus», che chiedono poche cose alle cose, «a volte solo un segno, un cenno, / da parte a parte della vita », quando bastano «i tre boccioli di rosa sulla piattaforma, in pieno inverno / di piena neve, sussurrano courage, la primavera avanza ».

© Riproduzione riservata        https://www.sololibri.net/Penultimi-Forlani.html         7 gennaio 2020

RECENSIONI

FORTINI

FRANCO FORTINI, I CONFINI DELLA POESIA – CASTELVECCHI, ROMA 2015

Di Franco Fortini (1917-1994), protagonista tra i maggiori della cultura novecentesca italiana, l’editore Castelvecchi propone due conferenze sulla poesia tenute nel 1978 e nel 1980 nelle università del Sussex e di Ginevra. Erano anni di pesante conflittualità sociale e politica, di vivaci polemiche intellettuali, di pulsioni utopistiche. Di tale tensione etica si nutrono i testi fortiniani, dei quali il primo (Sui confini della poesia) si interroga – nello spazio di pochi, lineari paragrafi – sul ruolo della poesia e dell’arte nella società, mentre il secondo (Metrica e biografia) si sofferma sui tratti peculiari della produzione in versi dell’autore stesso.
Attualissime, pungenti e amare paiono le considerazioni delineate nel primo saggio, a partire dalla constatazione che la letteratura italiana ha lentamente virato verso posizioni antistoriche, individualistiche e di mercato, divaricandosi tra un «vitalismo neosurrealista» e un «formalismo esasperato», accentuando «una perdita di memoria del passato» e una «proliferazione produttiva dell’inutile». Nel suo rigoroso richiamo alle fonti del marxismo, e quindi a un’arte che sia anche educativa, e mantenga una valenza pedagogica, Fortini si rifà a Lukács, Horkheimer, Adorno. Pur riconoscendo che la poesia ha una dimensione conservatrice e conciliatrice, perché espressione di gratuità e privilegio (il cuore di un mondo senza cuore… Il sabato di un villaggio senza domenica), in una collettività sempre più reificata e indotta alla pura produzione e al consumo, Fortini sa che essa rimane uno dei rari luoghi integri, non invasi dalla sclerosi della prestazione. Aumenta la richiesta di una letteratura di successo, che rimane l’unica abbordabile dai ceti subalterni, e in grado di trasformarsi in esibizione e spettacolo: ma resta forse ancora la possibilità di un’arte più meditata formalmente, più consapevole del significante e non solo dei significati, attraverso cui «gli uomini raggiungano controllo, comprensione e direzione della propria esistenza».
Nel secondo intervento, Fortini racconta di sé adolescente, del suo avvicinamento alla poesia determinato dal desiderio di difendersi «dalla volgarità del quotidiano», «scavalcando» la storia ottusa degli anni fascisti. E di come poi abbia compreso quanto sia invece necessario rapportarsi col proprio tempo, perché «c’è qualcosa di più importante della più importante e sublime opera di poesia». Questa rigidità ideologica di fondo lo confermò nella necessità di produrre versi severamente vincolati a regole metriche: al punto da costringersi a lavorare per sei lunghi mesi a un’unica composizione (La poesia delle rose), continuamente rielaborata nelle sillabe e negli accenti, che finì per rivelarsi fallimentare, anzi addirittura «mostruosa»».
L’interesse di Fortini per la metrica indica l’estremo appassionato rispetto per la fattura del verso, per la sua morfologia, per gli aspetti più tecnici della scrittura: cosa che ha fatto di lui, sia come poeta sia come intellettuale, un «ospite ingrato» della nostra letteratura, oggetto di «esecuzioni sommarie e ordini di scuderia intese a tacitarne la voce», come ricorda nella sua intelligente prefazione Luca Lenzini.
E non poteva essere altrimenti, per chi aveva anzitempo diagnosticato «la fine del mandato sociale degli scrittori», affermando che «L’unico modo di resistere alla morte è quello di costituirsi entro un sistema, secondo un progetto e quindi con un’autoeducazione di cui le opere d’arte sono un esempio».

 

© Riproduzione riservata        www.sololibri.net/I-confini-della-poesia-Franco.html     12 febbraio 2016

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FOSSE

JON FOSSE, MATTINO E SERA – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2019

Di Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese nato nel 1959, sono stati pubblicati in italiano diversi volumi, con buon successo di vendite e di critica. L’ultimo apparso, Mattino e sera, è un racconto lungo, sospeso in un’atmosfera onirica, scritto con uno stile fluido, privo di interruzioni, leggibilissimo nella sua precisa e stringata adesione al corso dei pensieri dei protagonisti.

Scandito in due parti, racconta il mattino e la sera di Johannes, figlio del pescatore Olai, nipote del nonno pescatore di cui porta il nome, e lui stesso pescatore, marito di Erna da cui ha avuto sette figli. La narrazione si apre con la sua nascita, atteso figlio maschio arrivato dopo un’unica altra figlia ormai adolescente. Il padre Olai, seduto al tavolo della cucina, segue con trepidazione il parto non facile della moglie Marta, sussultando spaventato a ogni urlo di dolore che arriva dal letto di lei, e perdendosi in riflessioni sul senso e la bellezza della vita:

“E adesso perché c’è questo silenzio dentro la camera? c’è qualcosa che non va? ma non gli sembrava che ci fosse niente di strano quando la vecchia levatrice Anna era venuta in cucina per prendere altra acqua calda, no? non aveva notato nulla nella vecchia levatrice Anna che rivelasse che qualcosa non andava come doveva, no, pensa Olai e di colpo si sente più tranquillo, sì, di colpo riesce pure a sentirsi quasi felice, eh sì come cambia tutto, da non crederci, pensa Olai, adesso un maschietto, il piccolo Johannes, vedrà la luce del mondo perché è cresciuto grande sano e bello nell’oscurità e nel calore della pancia di Marta, dal non esistere assolutamente si è trasformato in un essere umano, un bambino, sì, dentro la pancia di Marta si sono formate le dita delle mani, dei piedi e il viso, lì dentro si sono plasmati anche gli occhi e il cervello e magari ha anche qualche capello, e adesso, mentre la mamma Marta urla di dolore, verrà alla luce in questo mondo freddo dove sarà solo, separato da Marta, separato da tutti gli altri, sarà solo sempre solo e poi, quando verrà il momento, quando sarà la sua ora, si dissolverà e si trasformerà in nulla e ritornerà là da dove viene, dal nulla e al nulla, questo è il corso della vita, per esseri umani, animali, uccelli, pesci, case, recipienti, per tutto quello che esiste, sì, pensa Olai e poi c’è ancora molto di più, pensa, perché anche se si può pensarla così, dal nulla e al nulla, in realtà non è neppure questo, è molto di più, ma che cos’è allora tutto il resto? il cielo blu, gli alberi a cui spuntano le foglie?”.

Questo è dunque il mattino di Johannes, e le meditazioni del padre saranno le stesse che accompagneranno lui per tutto il corso della sua semplice e buona esistenza, fino appunto al buio della notte, raggiunto in tarda età. La seconda parte del racconto ci presenta quindi Johannes ormai vecchio e vedovo, solo nella sua casa in una “giornata plumbea, fatta di pioggia e pioggerellina fine, folate di vento e cielo grigio, freddo umido e mezzo gelo”. Svegliandosi all’alba, si sente stranamente anchilosato e incapace di muoversi, ma subito dopo è preso da una inconsueta leggerezza, fisica e mentale, che lo induce a ripetere con facilità i gesti quotidiani di sempre. Sale quindi in soffitta a ispezionare gli attrezzi da pesca e tutti i vecchi oggetti ammassati confusamente, e li trova diversi dal solito, “diventati dorati e pesanti, come se pesassero molto di più del loro peso reale e allo stesso tempo fossero privi di peso”. Esce poi di casa, dirigendosi verso la costa sassosa del paese di Vågen, per dare un’occhiata alla sua barca a remi lì ormeggiata, quando scorge venirgli incontro l’amico più caro, smagrito e con i capelli lunghi e radi: Peter, morto da molti anni, con cui aveva diviso bevute, confidenze e giornate di pesca. Concreto nei gesti e nella voce, eppure avvolto in un’aria inconsistente. I due si perdono in chiacchiere, rievocando vicende passate e conoscenti del paese, scomparsi da anni. Ogni cosa, intorno, assume sembianze sfocate, “tutto è come cambiato e al tempo stesso è tutto come sempre, tutto è come prima e tutto è diverso”. Il mare, i granchi nei cesti, l’esca gettata in acqua che galleggia in superficie, sembrano a Johannes presagi di qualcosa che non riesce a comprendere.

Con la lievità di un’ombra, torna verso casa, ed è già il crepuscolo: sua moglie Erna lo aspetta per il caffè (ma non era morta? si chiede confuso): parlano un po’, e lui fuma una sigaretta. Poi si stende sul letto aspettando che la figlia minore Signe, affettuosa e amabile, venga a trovarlo come fa di solito. E Signe arriva, infatti, trafelata perché non ha sentito il padre per tutto il giorno, e perché vede le finestre buie, e non ode rumori. “Entra in soggiorno e poi nella camera e lì vede papà Johannes sdraiato sul letto e ha un’aria tranquilla, quasi come se stesse dormendo, pensa Signe e gli prende la mano, quasi come quando ero una bambina, pensa Signe e sente fremere dietro gli occhi e gli occhi si riempiono di lacrime”, rendendosi conto che il vecchio e rude padre ha raggiunto serenamente la sua sera.

 

© Riproduzione riservata              «SoloLibri», 30 luglio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

FOSSE

JON FOSSE, ASCOLTERÒ GLI ANGELI ARRIVARE – CROCETTI, MILANO 2024

Nella motivazione del Premio Nobel assegnato a Jon Fosse nel 2023, leggiamo: “per i suoi drammi e la prosa innovativi che danno voce all’indicibile”. Nato nel 1959 a Haugesund, Fosse crebbe a Strandebarm, un piccolo villaggio adagiato lungo il maestoso fiordo Hardanger, in una famiglia di fede pietista. L’intera sua opera rimane ancorata al Vestland, la costa orientale della Norvegia, al suo clima freddo e grigio, ai paesaggi incontaminati, al mare e alle campagne aperte, alla vegetazione.

Se la sua produzione più nota è quella narrativa e teatrale, anche alla poesia sono stati riservati spazi creativi che hanno accompagnato costantemente la sua scrittura, a partire dal 1986 fino al 2016, con un totale di nove raccolte. L’editore Crocetti ha pertanto ritenuto opportuno illuminare questo suo lato creativo rimasto un po’ in ombra, soprattutto in Italia, pubblicando un’antologia di liriche con il titolo Ascolterò gli angeli arrivare.

Secondo Andrea Romanzi, che scrive un’intensa prefazione al libro ricostruendo le varie fasi della carriera letteraria di Fosse, l’autore norvegese ha sempre insistito nell’esperienza paradossale e faticosa di voler “comunicare l’incomunicabile”. Incomunicabile e indicibile si possono intuire solo uscendo da sé, sospendendo il proprio io in una dimensione trascendentale, capace di attivare risonanze emotive non rilevabili razionalmente, che vengono fatte emergere da insondabili alterità. Presenze angeliche, forse? Jon Fosse ci spera, o meglio, ci crede.

La sua versificazione, nel corso di decenni, non è mutata nella forma: rimane scarna, priva di punteggiatura, franta in continue pause sottolineate da spazi bianchi, segnata dalla ripetizione costante di parole o intere frasi. Invece è cambiata molto nei contenuti, che si scorporizzano, smaterializzandosi in atmosfere oniriche, non sempre rasserenanti, sospese in una progressiva riduzione di significati.

Nelle prime raccolte, fino all’inizio del nuovo secolo, prevalgono le memorie dell’infanzia, visualizzate concretamente in immagini oggettive di cose, ambienti, facce, gesti con una prevalenza di particolari realistici e di un linguaggio quotidiano che spesso mima i refrain delle canzoni: “Mia madre ha / il vento in secchi di plastica arancioni. Lava / il pavimento con movimenti esperti. Mio padre / tiene la testa sotto il braccio e fischietta / alle stelle”, “Fiori morti in un vaso sbeccato / sul davanzale della finestra. Mosche / morte contro vernice bianca sfogliata // Una donna anziana è seduta su una sedia da campeggio / e lavora a maglia, con indosso un grembiule a fiori // Un motore fuoribordo sfreccia tra le grida dei gabbiani”, “Cammina e cammina / e tutti i morti sono con noi / anche i morti camminano e camminano / dentro di noi / cammina e cammina”.

Assolutamente diverso è il clima in cui si muovono le poesie più recenti, che vedono l’autore interrogarsi sulla propria funzione e addirittura sulla stessa esistenza, sua e del mondo, mentre la realtà intorno sfuma, sottraendosi a ogni rappresentazione fattuale: “se sono io che scrivo / allora c’è un io che, ogni singola volta, è diverso, perché / nei movimenti della scrittura c’è sempre / un io che scrive e questo io / non sono io oppure forse sono io / ma questo io è così diverso di volta in volta / da non poter essere io”, “È così che penso // E poi penso / che / quando io sono / e quando non sono / allora sono qui / e allora non sono qui / E finora non sono stato qui”.

Prevale la lingua dell’inconscio, che segnala un’ incapacità espressiva, una mancanza di fiducia nella possibilità di farsi capire: domina allora l’indicibile rimarcato dai giurati del Nobel, il tentativo di raccontare l’assenza, l’ombra, il silenzio, ciò che rimane doppo la morte, l’impalpabile presenza dei defunti o di messaggeri incorporei: “Camminano // Sanno qualcosa / e non possono dire agli altri che cosa sanno //  Camminano / e si fermano raramente // Chi sono / nessuno può dirlo / ma camminano / e camminano”, “tutto era semplicemente presente / chiaro e luminoso / come un giorno senza notte / come una vita senza sonno”, “Nella vita ha conosciuto la morte / e nella morte ha conosciuto l’eterno / sorrideva mentre noi piangevamo / e poi non c’era più // l’anima bella è adesso un cielo”.

L’immagine del camminare verso l’ignoto, che tuttavia si prefigura luminoso, viene ribadita ossessivamente (“E camminiamo / fieri / nell’oscurità reciproca / luminosi come angeli / in ognuno di noi un angelo doppio / immobile nella sua scissione / ed evidente / come luce nera”), in una auspicabile trasformazione, o levitazione, spirituale: “Ma gli angeli mi traggono ogni giorno fuori / dalla mia pietrificazione / nello splendore e nella pietrificazione / Il mio movimento / non è minaccioso / La gioia è senza gioia // Per tutto posso ringraziare gli angeli”.

Se queste composizioni non raggiungono il livello espressivo e stilistico della produzione in prosa di Jon Fosse, tuttavia aiutano il lettore a meglio comprendere il suo mondo interiore, e bene ha fatto dunque Crocetti ad antologizzarle per il pubblico italiano.

 

© Riproduzione riservata       «Gli Stati Generali», 20 marzo 2025

 

 

 

 

 

RECENSIONI

FRABOTTA

BIANCAMARIA FRABOTTA, DA MANI MORTALI – MONDADORI, MILANO 2012

In un suo recente articolo uscito sul sito dell’editore Lietocolle, Biancamaria Frabotta ha scritto: «Ciò che non si può spiegare è spesso solo il sintomo di un fallimento, di una scorciatoia che l’anima prende di fronte ai rischi della semplicità. La semplicità, dice Pasternak in una poesia esemplare, «più d’ogni cosa è necessaria agli uomini / ma essi intendono meglio ciò che è complesso».

Una dichiarazione di intenti, quasi a prendere le distanze da quello che è stato finora il procedere poetico di quest’autrice, finalizzato soprattutto alla ricerca e alla sperimentazione linguistica – talvolta anche provocatoria, comunque sempre innovativa, e di non facile interpretazione. In quest’ultimo libro, in effetti, la complessità dello stile e l’oscurità formale si sciolgono in una discorsività più piana e comunicativa, benché il dettato dei versi non si possa definire “semplice”. Ma è il contenuto, il messaggio che ora balza in primo piano, più che il gioco e il collaudo sulla lingua: un interesse più partecipe a ciò che ci circonda, alla natura, agli uomini, alle cose. Ed è proprio nella prima sezione del volume che la poetessa tocca il vertice più alto della sua scrittura, in questo rapporto riscoperto con la vegetazione, osservata con ammirato stupore, quasi con religiosa contemplazione e solidarietà: «una foglia / pende ancora a lato del legno, trema, / si rimette al vento con l’astuzia dei deboli», «udire il mormorio della terra che dorme / quando sibila la sofferenza delle piante. / Potessi, ospite impensierita, dal pietrisco salvare la salvia /…accorrere dove il ramerino implora una sponda…».

Allora la missione del poeta diventa quella di guardare la vita dal basso (biancospini, ortaggi, molluschi, chiocciole..), collaborando con la misteriosa divinità positiva che protegge e recupera l’innocenza delle sue creature («il fieno / dorme senza diffidenza»), opponendosi all’artificiosità cittadina e metropolitana, alla freddezza delle sue convenzioni. Ed è proprio alla voce dei poeti («acquattati nel pelo del mondo… // scovarli, stanarli / dai loro nascondigli / i pochi (troppo pochi!) poeti») che Biancamaria Frabotta demanda il compito di uno sguardo più puro e salvifico sull’esistente: li nomina, li ringrazia, i suoi amici poeti, se ne circonda nelle pagine e nella vita. Dall’amato Giorgio Caproni che sembra sorvegliare dall’alto una sua irriconoscibile Genova («le gallerie di colpo senza / golfi, seni azzurranti, rive / mancate come ragazze viziate»), alla compianta Giovanna Sicari, ricordata nel martirio della sua malattia, ad altri raccontati nei loro incontri-scontri, nelle frequentazioni reciproche. Le esistenze private, gli amori, i gesti quotidiani comuni a tutti si ripetono come le stagioni, i cicli lunari, in un avvicendarsi di giorni e notti, di sonno e veglia, di vita e morte : «Alzarsi nel buio, strisciare nell’obbligata trincea / lungo le pareti, senza centro, né gravità, arrancare / prendere un po’ d’acqua, perderne altrettanta».

Personale e politico si intrecciano: cronache cittadine e storia ufficiale (dagli echi del declino di un impero romano corrotto alla visita di G.W.Bush in Italia), siccità naturali e terremoti distruttivi, citazioni omeriche e ritratti severi del mondo intellettuale e politico, versi d’occasione e poemetti-testimonianza, con l’unico rischio che al lettore vengano presentati troppi stimoli, troppe circostanze e immagini diverse, troppe emozioni da rielaborare. E se nelle ultime sezioni del volume Biancamaria Frabotta presta la sua voce a un dio umano, eccessivamente umano, anche nella sua impotente incapacità di opporsi al male e di soccorrere al bisogno («Sono le mie debolezze, le mie imperfezioni / a illuminare la mia oscura sintassi»), è forse in questa crudele e dolcissima metafora il significato più vero della sua scrittura: «A nord, lungo il filare dei cipressi / una trave di quercia lentamente / marciva nascosta fra le erbe. I tarli / hanno lavorato, ma il nocciolo è sano. / Certo sosteneva una casa in pericolo».

Ecco: perché la casa pericolante non crolli, può forse bastare la trave bagnata della poesia, la sua indistruttibile forza interiore.

«Leggendaria» n.106,  luglio 2014

RECENSIONI

FRABOTTA

BIANCAMARIA FRABOTTA, IL RUMORE BIANCO – FELTRINELLI, MILANO 1982

«Bianco» è una parola chiave per penetrare tra i rumori di questo libro di Biancamaria Frabotta, che si intitola appunto  Il rumore bianco. «Bianco»» non si dice, di solito, del silenzio? Non è al silenzio che colleghiamo il candore della neve, che cade senza produrre suono, che attutisce qualsiasi vibrazione acustica? E quale colore può avere il rumore, se non una tinta violenta (il nero, il rosso, un giallo fosforescente?). Un rumore bianco pare un’offesa al senso comune, anzi un’ipotesi di sospensione del senso, di attesa/sorpresa: in questo titolo c’è già poesia. Ma nell’intenzione che lo ispira c’è anche dell’altro: una motivazione più sottile, una provocazione più acuta. Nel linguaggio scientifico, rumore bianco viene definito il suono prodotto dalla collisione delle molecole immerse nel fluido della loro corsa. Un rumore che può essere assordante ma che il nostro orecchio non percepisce. Presente nell’aria intorno a noi, dentro di noi; possiamo chiamare rumore bianco anche quello della poesia, con i suoi suoni e i suoi silenzi. Alle parole dette, più che a quella letta in silenzio, la Frabotta affida il compito di comunicare poesia (vedi anche un suo interessante articolo, Il poeta in palcoscenico su Il Manifesto del 27 dicembre 1981): e i lettori sono immaginati «accecati…ammutoliti, …altro che come un orecchio / un ombroso orecchio guardone», un pubblico di ascoltatori. Queste poesie sono infatti da leggere a voce alta, sonore, nervose, asseverative. Ma di tanto in tanto la voce si concede, quasi a raccogliere respiro e dolcezza, la pausa riposante del più cantato dei versi, l’endecasillabo. E può essere un endecasillabo provocatorio, come una spallata data apposta («Spremi la resina il pimento il piscio»); è comunque una distrazione, una concessione all’orecchio desideroso di refrain. In queste pagine letteratissime, lontane dalla discorsività e da ogni spontaneismo, si è sorpresi da qualche arcaismo come da un vezzo (cui talvolta Frabotta indulge anche in prosa): l’aggettivo che precede il nome («la tua sudata pelle»), o l’avverbio che precede il verbo («per finalmente esserci», «sfrontatamente ridere»). Subito dopo si è magari costretti a sbrogliare i mille fili delle tecniche raffinate dell’inversione sintattica, dell’eliminazione della punteggiatura, della divisione delle parole a fine verso non giustificata da altro che dalla scansione metrica. Ancora una volta un omaggio alla voce, e non fa niente se è un’offesa all’occhio («Monade chiac / cherina», ««lenzuolo inzu / ppato»). Ci siamo abituati a leggere – o a scrivere- un certo tipo di poesia femminista, molto didascalica, a volte rancorosa, oppure privata in modo totalizzante. Questa della Frabotta è senz’altro poesia femminista, nei contenuti più che nella forma. Il linguaggio femminile, nonostante le molte teorizzazioni, sembra non riesca a inventarsi («Anche se oggi ti rendo l’onore delle armi / il fuoco sacro dell’imitazione»). Gli strumenti poetici sono sempre quelli, bisessuali, come li vuole chiamare Porta nell’introduzione al libro. E i temi sono quelli propri di una poesia femminista, ma né didascalica né rancorosa, semmai fiera, altera («Non come te poeta io sono / io sono poetessa e intera / non appartengo a nessuno»). Le altre, le donne, le sorelle sono presenze concretissime nelle due prime sezioni del volume, amate irrazionalmente ma anche razionalmente giudicate: «Prepolitiche / da sempre e scorrette agitano / l’ascia bipenne dei moicani e scuotono le piume. / Vi offriamo perline colorate per piombo. / Siamo già spaventate dall’urlo dei cani. / Cerchiamo di farvi paura».

Oppure: «Amiche che così identiche vi fa uniche / il guerriero pudore declinante / l’irragionevolezza del passo». Il rapporto con loro è tormentato («E’ la vita che vi debbo o / il suo estinguersi per sempre?», «Lasciami / correre a nascondermi fra le macerie / per paura e vergogna delle sorelle che / ci rapano la testa come a donne di partigiano / incinte di seme tedesco»), ma basato sulle certezze di una sorellanza: «Insinui perché la tua razza così ti vuole. / Lei invece mi dà già la sua solidarietà. / La vedi? Là, dall’altro marciapiede».

Anche il privato entra in questa poesia, ma in maniera pudica e riservata, «Un bambino che di parlare non ne vuole sapere». Un privato chiuso, che non rivela niente di sé, che potrebbe essere il privato di tutti: ci sono le altre, c’è un lui, una lei. Un privato che irrompe con un “tu” personalizzato, subito però dirottato sul piano dell’oggettività, dell’impersonale, del pubblico; dal tu al lei/lui al loro, nella stessa poesia, lo sguardo interno può diventare occhiata esterna. Il rapporto con l’altro non è mai abbandonato, ma sempre vigile, ostile: il maschio è appunto il lui, oggetto di indagine, in definitiva estraneo. Non c’è un uomo in particolare, nessuna storia o relazione personale è privilegiata: di questi corpi virili si vedono sempre e solo i fianchi, le spalle, girati dall’altra parte, in una loro chiusa indifferenza. Delle loro menti si intuisce una comune abilità nel tessere inganni di parole, nel sezionare argomenti con logica angusta. Questa logica maschile è incomprensibile, temuta perché vincente seppure povera, condannata dalla sua rigidità. E’ la severità di Abelardo, «disperso» nelle sue trame di pensiero, «idee intricate», la cui «sapienza non vale misurare l’ardore di vegetale» rispetto al coraggio, alla voglia di vivere di Eloisa. Se filosoficamente domina Abelardo, è Eloisa la «morbosa, terragna» che ha il suo regno tra i meli, le foglie, i passeri, l’acqua, le alghe. L’eterno duello tra cultura e natura ha trovato i suoi emblemi, un Abelardo ascetico, un’Eloisa «prensile mobile radice», che preferisce «le corde di terra / e non una mongolfiera vuota di vento». Il verso finale di questo poemetto e del libro suggerisce una meta a chi scrive, donna, poesia di donna: «si emigra al sud, a ali spiegate».

«Produzione e cultura» n. 26/27, giugno 1982

RECENSIONI

FRANCK

DAN FRANCK, LA SEPARAZIONE – RIZZOLI, MILANO 1996

Uno scrittore di successo, sceneggiatore abituato alle luci della ribalta, ebreo di sinistra cresciuto nella scia del maggio ’68, approdato a un laicismo ecologico e tollerante, insomma un interessante quarantenne parigino, sicuro di sé e della sua vita, si rivela improvvisamente fragilissimo, sbandato, disperato, quando sua moglie decide di lasciarlo, portandosi via i due bambini, di cinque anni e otto mesi. Torna ad essere, allora, il più tradizionale dei mariti, geloso, ricattatore, infantile. Capace di studiare e di mettere in atto ogni pratica di seduzione e convincimento, pur di trattenerla. Scritto in terza persona, con uno stile conciso, a volte sincopato, quasi a seguire i pensieri e i sentimenti altalenanti, a singhiozzo, dell’autore, il romanzo  La separazione di Dan Franck ha ottenuto nel ’91
il Premio Renadout, ed è stato trasposto sugli schermi con l’interpretazione di Isabelle Huppert e Daniel Auteuil. Si apre con la descrizione di una serata a teatro, in cui lui («Lui») tenta di prendere la mano di lei («Lei») che gli è seduta accanto, «distante e tesa», e non risponde alla sua stretta, o si ritrae. Lui insiste, le preme la spalla, le accarezza un ginocchio, e lei si irrigidisce, si scosta, infastidita. Al ritorno, in moto, non si appoggia alla sua schiena, non gli cinge i fianchi. A casa lo schiva, esce dalle stanze quando lui entra. Alle domande incalzanti del marito oppone annoiata resistenza («Non so, non mi capisco, sarà lo stress, saranno i bambini»). Però si cura di più, si veste con maggiore ricercatezza, a momenti è radiosa: altrimenti soprappensiero, malinconica, via da tutto. Fino a quando confessa di amare un altro, di vederlo regolarmente, di desiderarlo. Un altro («l’Altro»), non meglio precisato, mai descritto, ma onnipresente. Per un mese, dopo la rivelazione, non succede niente: i due si sorvegliano, scaramucciano, tormentandosi con sadismo. Poi lei sta fuori una notte, e lui crolla, impazzisce. Non mangia più, tenta improvvisi recuperi, la ricatta con la rivisitazione degli anni passati insieme, o con la sofferenza dei bambini, verso cui si accorge solo ora di nutrire un affetto morboso. Insieme vanno alla deriva, non hanno più gesti o parole in comune, non si chiamano nemmeno più per nome («Ehi!»); coinvolgono nella loro storia decine di vecchi amici, e parenti, tutti alle esequie di un amore, maledicenti o complici. Infine, la separazione arriva come il minore dei mali, i bambini rimangono a lei, lui pian piano si rassegna a una solitudine riempita di espedienti, non più rancoroso ma senz’altro sconfitto,e convinto che la moglie e i figli, anche se ormai lontani, in una casa che non è la sua, «quei tre resteranno per sempre i suoi».

 

«L’Arena», 21 giugno 1996