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RECENSIONI

GATES-FRANCO

BILL GATES-MASSIMO FRANCO, SONO UN OTTIMISTA GLOBALE

IL SAGGIATORE, MILANO 2017

Le sei fotografie poste a conclusione del volume-intervista che Massimo Franco dedica a Bill Gates sembrano voler confermare le veridicità del titolo, Sono un ottimista globale: tutte ritraggono infatti l’ultramiliardario sempre sorridente, già da quella segnaletica scattatagli dalla polizia nel 1977 per violazione del codice della strada, fino all’ultima che lo immortala mentre il presidente Obama gli cinge al collo la Medal of Freedom nel novembre dell’anno scorso.
Un vincente assoluto, il ceo di Microsoft, che ama definirsi “innovatore radicale” nel colloquio avuto mesi fa con il giornalista del Corriere all’hotel parigino Four Season: né imperatore né rivoluzionario, ma intellettuale organico della globalizzazione, capitalista filantropo, campione della positività. Massimo Franco, nell’introduzione che riassume e commenta puntualmente l’ora di conversazione tenuta con l’uomo più ricco del mondo (novanta miliardi di dollari di patrimonio), ci dà di lui una descrizione accurata ed empatica: di una semplicità disarmante, vestito senza ricercatezza, concentratissimo in ogni risposta, schematico e preciso nell’esporre con voce metallica le sue tesi, oscillante sulla sedia in un dondolio continuo, abitudine che pare appartenergli dalla prima infanzia.
Bill Gates è nato a Seattle nel 1955 da una facoltosa famiglia di avvocati, ha abbandonato ventenne gli studi di legge ad Harvard per creare una propria società di produzione di software per computer, la Microsoft, che in breve tempo è divenuta leader mondiale nel campo dell’informatica. Nel 1994 ha sposato la sua collaboratrice Melinda French, da cui ha avuto tre figli: con lei ha fondato nel 2000 un’associazione benefica che si occupa di aiutare le popolazioni più svantaggiate del mondo. Nell’intervista concessa a Franco ripercorre le tappe significative della sua vita e tratteggia la propria visione ottimista e propositiva del periodo che stiamo vivendo, sottolineando il dovere che tutti abbiamo di guardare al futuro in modo costruttivo e fiducioso. Secondo Gates, negli ultimi vent’anni l’umanità ha compiuto progressi giganteschi nel combattere povertà, fame, analfabetismo, malattie, sfruttamento e schiavitù anche nei paesi sottosviluppati, e deve continuare a coordinare capitali e talenti intellettuali per progredire ulteriormente in questo senso, aiutata proprio dalla diffusione capillare della cultura digitale. Nella sua visione utopistica del futuro, non saranno le guerre diffuse ma controllabili, né l’immigrazione selvaggia (che se organizzata può anzi costituire un incredibile vantaggio per le nazioni occidentali avanzate) a costituire un pericolo universale, quanto piuttosto l’imprevedibile e poco arginabile propagarsi di epidemie, di virus e infezioni letali. Proprio per combattere questo pericolo, l’imprenditore ha deciso di investire in beneficienza (attraverso la Bill & Melinda Gates Foundation e il Global Fund) il 95 % del suo patrimonio, con l’obiettivo di sconfiggere malattie quali l’AIDS, la malaria e la tubercolosi, attraverso infrastrutture sanitarie adeguate e una corretta educazione sanitaria. Solo accelerando l’innovazione tecnologica, incrementando le tecniche agricole, ottimizzando l’istruzione si possono arginare i flussi migratori verso l’Occidente e convincere singoli e famiglie non abbandonare il loro paese d’origine. Gates confessa a Massimo Franco di essere rimasto traumatizzato nel 1993, durante un viaggio in Africa Orientale, dalla visione dell’estrema povertà di quelle terre, e di avere deciso allora di volersi dedicare all’encomiabile scopo di aiutare il terzo e quarto mondo a uscire dal suo stato endemico di deprivazione: supportato in questa sua decisione non solo dalla moglie, dai collaboratori e da altri generosi magnati americani, ma anche dalla lettura di libri illuminanti come quelli dello psicologo Steven Pinker, o di economisti, scienziati e mental trainer. Cambiare in senso positivo il proprio approccio alla quotidianità, impegnarsi con disciplina a migliorare se stessi, sforzarsi razionalmente e con volontà di raggiungere mete sempre più ambiziose, aiuta ad arricchire non solo la nostra individualità, ma anche il mondo che ci circonda.

 

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www.sololibri.net/Sono-un-ottimista-globale-Gates.html        18 aprile 2017
RECENSIONI

GENET

JEAN GENET, POESIE – GUANDA, MILANO 2018

Su Jean Genet si è scritto di tutto. Lui stesso ha scritto di tutto sulla sua vita memorabile, oscena, truffaldina, illegale, blasfema, autodistruttiva, vagabonda, fuori controllo. Nato a Parigi da padre ignoto nel 1910, affidato dapprima all’assistenza pubblica, quindi adottato da una famiglia contadina premurosa e attenta, già dall’infanzia manifestò atteggiamenti antisociali e ribelli, macchiandosi di piccoli furti ed esibendo provocatoriamente la sua attrazione per uomini più adulti, specialmente se violenti o emarginati. I frequenti arresti e la detenzione in diverse prigioni, cristallizzarono in lui sia le inclinazioni omosessuali, sia una morbosa fascinazione verso le manifestazioni di brutalità fisica.  Arruolatosi nella Legione Straniera, furono i paesaggi africani e mediorientali, e l’indigenza dei popoli oppressi dal colonialismo occidentale, ad acuire il suo già risentito disagio verso la civiltà e i costumi francesi. Tornato a Parigi, si avvicinò a posizioni filonaziste e collaborazioniste, diventando l’amante di un SS, e continuando a vivere di stratagemmi e di furti, soprattutto a danni di biblioteche, musei e negozi di antiquariato.

Negli anni 40-50, iniziò a pubblicare, spesso in forma anonima e clandestina, poesie (Il Condannato a Morte, 1942), romanzi (Il miracolo della rosa, 1944; Nostra Signora dei Fiori, 1946; Querelle de Brest, 1947; Diario di un ladro, 1949), opere teatrali (Le serve, 1947; I negri, 1958): testi ritenuti pornografici e iconoclastici, che gli procurarono successo e pesanti critiche, censure e prestigio. Apprezzati in particolare dall’intellettualità francese più impegnata, vennero celebrati per il loro ingenuo ma eversivo primitivismo da Jean Cocteau, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre. Proprio a quest’ultimo Genet dovette la sua consacrazione letteraria, determinata dalla pubblicazione del saggio Santo Genet. Commediante e martire, del 1952. In esso, Sartre innalzava a paradigma l’intera esistenza dello scrittore capace di trovare nella bassezza e nell’abbrutimento un’ascesi verso la libertà del pensiero e della creazione, persino contraffacendo la sua stessa biografia, in un camuffamento trasgressivo del guitto che brama fare di sé una leggenda vivente, un mito, e appunto un santo. Gli ultimi anni di Jean Genet furono votati alla lotta politica in favore dei movimenti progressisti e rivoluzionari: le Pantere Nere negli USA, i Palestinesi dell’Olp, la Rote Armee Fraktion, gli sfruttati e i diseredati. Visse deliberatamente ai margini della società, alloggiando in alberghi di quart’ordine, o facendosi ospitare da compagni di lotta in giro per il mondo: infine, debilitato dall’abuso di droghe e psicofarmaci, morì di cancro in un hotel parigino nel 1986 e fu sepolto per suo volere a Larache, in Marocco.

Il libro di poesie recentemente pubblicato da Guanda, con testo francese a fronte, raccoglie versi che si riallacciano ai temi della produzione narrativa e teatrale, fortemente ideologizzati in senso antiborghese e anarchico. La critica totale al sistema sociale dell’Occidente trova qui una corrispondenza formale sia nel recupero di toni classicheggianti, quasi barocchi, sia nell’approdo all’oniricità fantastica del surrealismo. La tensione provocatoria si esprime nella scelta di un linguaggio crudo, di. termini gergali, di descrizioni che rasentano l’oscenità: i sei poemetti presentati, quasi tutti in quartine regolari, spaziano nei contenuti dalle esperienze carcerarie all’amore, dalle descrizioni dei bassifondi al rifiuto di ogni convenzione sociale. Il primo poemetto, forse il più noto, è Il Condannato a Morte, del 1942, dedicato a un giovane e affascinante compagno di prigione, giustiziato nel ’39 nel carcere di Saint-Brieuc. L’attacco manifesta una luminosa e inquieta visionarietà, che spesso ritorna, con metafore ispirate soprattutto alla natura, nei versi successivi: «Il vento che trascina un cuore sul lastrico delle corti; / Un angelo che singhiozza impigliato su un albero, / La colonna azzurra inquadrata dal marmo, attorcigliata, / Nella mia notte fanno aprire uscite di sicurezza». Ma i momenti idilliaci vengono subito corretti da insistite metafore erotiche, da esplicite esaltazioni di genitali maschili, da descrizioni di amplessi violenti: «Adora in ginocchio, come alla gogna sacra, / Il mio torso tatuato, adora fino alle lacrime / Il mio sesso che urta colpendoti come un’arma, / Adora il mio bastone che adesso ti penetra».

La traduzione meditatamente intensa del curatore Giancarlo Pavanello ha scelto di rendere in maniera sobria ed equilibrata l’alessandrino molto ritmato e rimato dell’originale francese, che invece evidenzia una cadenza quasi ossessiva, come ossessivamente tornano immagini e concetti legati al desiderio sessuale, all’esplorazione dei corpi, alla volontà di possesso, nel dominio e nella sottomissione. Genet, nella costrizione di una cella, esplode in inni panici alla libertà e alla fisicità negate, con una sensualità rabbiosa e irrefrenabile: «Divaga, mia Follia, per la mia gioia partorisci / Un consolante inferno popolato di bei soldati, / Nudi fino alla cintola, in braghe resèda, / Butta i pesanti fiori il cui odore mi folgora. // Strappa da non si sa dove i gesti più folli. / Rapisci giovanetti, inventa torture, / Mutila la Bellezza, sfregia i volti, / E ai ragazzi da’ appuntamento alla Guyana»; «Incolla il corpo estasiato sul mio che muore / D’inculare la più tenera e dolce canaglia. / Palpando incantato i rotondi biondi coglioni, / Il piolo di marmo nero ti entra fino al cuore».

C’è sadismo e terrore, brama e cupio dissolvi, in queste poesie, che mantengono evidenti reminiscenze di Villon, Sade, Rimbaud, Artaud. Muri, passaggi sotterranei, brande, cancellate, sbarre sono gli elementi oggettivi degli interni, insieme al buio, al tanfo, alla nausea: l’esterno è parimenti minaccioso, con i cieli in tempesta, nubi, folate fredde di vento e il richiamo imperioso del mare. Nel terzo poemetto, La Galera, quello di Genet è tuttavia un mare letterario e antico, che ricorda molto Coleridge, popolato da velieri e ciurme, masnadieri e galee, stive e furfanteschi mozzi, nella memoria mai sopita di amplessi giovanili con esuberanti marittimi, già celebrati in Querelle de Brest (1947), mito omoerotico portato sullo schermo da Fassbinder nel 1982: «Un ragazzotto  ben piantato fra onda e vento / Con la bocca scheggiata dove spesso vedevo / Impigliarsi la pipa alle mie femminee sottane / Questo mino passava terribile fra le orifiamme… La testa mi si impantanava fetida, solitaria, / Nel fondo del mare del letto del sogno degli odori / Fino a non so quale assurda profondità».

Il fascino seduttivo dell’acqua torna nell’ultima composizione, Il pescatore del Suquet, dialogo amoroso dedicato all’innocenza impudica di un ragazzo posseduto tra i canneti di una spiaggia: «Intorno a lui il tempo, l’aria, il paesaggio divenivano incerti. Steso sulla sabbia, ciò che scorgevo fra i rami divaricati delle gambe nude tremolava. La sabbia conservava la traccia dei suoi piedi, ma conservava anche la traccia di un sesso commosso dal calore e dal turbamento della sera. Luccicavano i cristalli… Da quella notte amo il fanciullo malizioso, leggero, lunatico e vigoroso il cui corpo fa fremere, avvicinandosi, l’acqua, il cielo, gli scogli, le case, i ragazzi e le ragazze. E la pagina sulla quale scrivo». Poeta del corpo e della fame feroce di corpi, Jean Genet ha trovato la sua santità nella celebrazione del male, come scrisse Sartre, a cui abbandonarsi senza coscienza e senza resistenza. Voluttà di perdersi perfettamente espressa negli ultimi versi di questo libro: «Perché scorro via diventando palude / Dove la notte va a illividire i fuochi fatui / Lingua di fuoco che veglia il mio passaggio».

 

© Riproduzione riservata                        «Il Pickwick», 11 settembre 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

GENNA

GIUSEPPE GENNA, LA VITA UMANA SUL PIANETA TERRA – MONDADORI, MILANO 2015

Seguendo le indicazioni impartitegli dall’ «editore più importante dell’Italia… vestito al solito, un completo antracite argenteo… l’orologio massiccio di Rolex», Giuseppe Genna avrebbe dovuto scrivere un “thriller, azione, spy-story… un cazzo di storia semplice e leggibile” per rappresentare il male, quello che la gente vuole vedere e leggere, in cui ama riconoscersi.
Quale male più autentico, allora, di quello impersonato dal nazi-stragista norvegese Anders Behring Breivik, che il 22 luglio 2011 in poche ore sterminò 77 persone, di cui 69 adolescenti? Ma secondo Genna «Breivik non è il male. E’ il vuoto». E raccontare il vuoto non è facile.
In La vita umana sul pianeta terra, Genna cerca di delinearne i contorni, descrivendolo, recuperando anche cronachisticamente, con puntuali ricerche investigative, l’accaduto, e le sue inspiegabili spiegazioni. Ricostruire, quindi, l’infanzia anaffettiva e disturbata del mostro, l’adolescenza con i suoi complessi e le passioni, la sessualità morbosa, le letture fanatiche, le droghe, i rapporti con tutti gli estremismi di destra mondiali, i traumi. Ma «Qualunque trauma è secondario. Qualunque trauma non ha la forza di giustificare nulla».

Giuseppe Genna incastra il vuoto psichico ed esistenziale di Breivik nel vuoto sociale di tutto l’Occidente contemporaneo, lo confronta con il proprio vuoto, intercalando la vicenda biografica del nazista con la sua, confrontando la periferia di Oslo a quella milanese, il disagio delle masse giovanili norvegesi a quello dei ragazzi italiani. Indaga le proprie ansie, il proprio «terrore di vivere e di morire», scoprendosi «unico e interrotto», sperduto come tutti, come tutti su questo nostro pianeta Terra riecheggiante «l’urlo della scimmia antenata».
Breivik alias Hitler, sterminatori di vittime che non sanno nemmeno più dichiararsi innocenti, e vagano come fantasmi muti implorando giustizia o vendetta. Ma «Questa è l’epoca. Non è follia. E’ seriale. Ogni mito è muto… Senza niente se non questo niente».

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Vita-umana-terra-Genna.html    16 maggio 2016

RECENSIONI

GENNA

GIUSEPPE GENNA, ITALIA DE PROFUNDIS – MINIMUM FAX, ROMA 2014

Basterebbero da sole le paginette introduttive, il “Non inizio”, per convincere il lettore del livello non solo stilistico, ma anche emotivo e culturale della prosa di Giuseppe Genna. “Italia de profundis” è un romanzo caleidoscopico, in cui si trova di tutto: a partire dall’analisi lucidissima e sconfortata dei miti e dei riti di questo nostro Paese, sempre più involgarito e incapace di rigenerarsi (l’autore non salva niente in questa sua discesa negli inferi quotidiani della pancia molle italiana: politica, religione, istruzione, editoria, mondo mediatico, moda, rapporti interpersonali, amore, famiglia…).
Ma troviamo anche pagine di spaesato turbamento, di buio terrore nella descrizione della morte del padre, figura preziosamente simbolica di pulizia morale e sconfitta sociale, che torna ripetutamente a riflettere la sua ombra nelle giornate del figlio.
Troviamo l’amore perso perché eccessivo, non dominabile, e non comunicabile.
Troviamo “quattro storie di merda” da non ricordare, con esperienze disperanti di utilizzo di droga, o squallidamente oscene di prostituzione transessuale, o sofferte nel coinvolgimento in un episodio di eutanasia.
E questo continuo, micidiale, impietoso scorticamento del proprio io psichico: l’analisi morbosa e autopunitiva dei propri fallimenti, dei complessi, delle viltà, insieme al compiacimento esibito della propria intelligenza, e all’esaltazione dei rari momenti di successo mondano.
Un’ironia che diventa spesso scherno sogghignante (ma anche amarissimo) di fronte ai comportamenti più conformistici e beoti della massa, come nelle esilaranti pagine finali su una vacanza in un villaggio turistico in Sicilia. Mai nessuna indulgenza, verso di sé e verso gli altri; mai un sorriso, una carezza. Sempre, invece, l’ansia divorante di vivere tutto, di essere tutto, e poi di annullarsi. Burroughs e Plotino, Eliot e i Kraftwerk, sciamanesimo e David Linch. Soprattutto troviamo una straordinaria abilità di scrittura.

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/Italia-De-Profundis-Genna.html;     23 marzo 2017

 

RECENSIONI

GENNA

GIUSEPPE GENNA, HISTORY – MONDADORI, MILANO 2017

Questo nuovo romanzo di Giuseppe Genna (che si conferma essere il più funambolico, metafisico e carnale, politico e antipolitico, dei nostri narratori) si intitola History, a suggerire l’ambizioso progetto di una scrittura capace di fondere insieme passato e presente, vicenda individuale e destini universali, mito-scienza-cronaca-religione in una scrittura onnivora, lampeggiante, complessa. Un libro di grande rilievo, quindi, come a me sono sempre parsi tutti quelli scritti da questo autore di origini siciliane, nato a Milano nel 1969, che sa spaziare dal pamphlet alla giallistica, dalla biografia storica alla fantascienza, dalla critica sociale a quella letteraria.

Il primo dei sei capitoli in cui si suddivide il corposo volume si apre sull’agonia del nonno novantenne del protagonista bambino, nell’atmosfera morbosa e lugubre di uno squallido appartamento in un caseggiato popolare della periferia milanese. Il vecchio fatica a morire, i parenti riuniti intorno a vegliarlo sembrano insofferenti (se adulti), spaventati o ipnotizzati dalla rivoltante fisicità della malattia, se ragazzini («Perché siamo nei corpi, o dio padre?»). Il terrore e lo schifo del nipotino si mescola all’osservazione minuziosa dello scrittore adulto, nella descrizione dei volti, degli atteggiamenti e dell’arredamento fatiscente, insieme a slabbrati e rabbiosi ricordi infantili, a squarci di cronache lontane (Alfredino Rampi, Aldo Moro, Manuela Orlandi…), che sempre insistono sulla violenza fatta a chi non può difendersi. Allora l’hinterland proletario diventa teatro della millenaria sopraffazione dei ricchi sui poveri, e si anima di “un assolutismo di desolazione”, di “sconsolatezza” nel grigiore degli ospizi per vecchi, degli uffici comunali, dei giardinetti spelacchiati, delle architetture fasciste, delle parrocchie deserte; ma anche nella sordida brutalità del macello comunale, nella disperazione dei tossici o nella minaccia costante del pedofilo del quartiere. L’infanzia è mitizzata solo in quanto appartiene al passato, e perché «crescere significa diventare cadaveri a metà». Una volta divenuti adulti, falsi e colpevoli sempre, «siamo qualunque cosa, siamo una cosa qualunque».

Su questa intercambiabilità e interdipendenza dei destini umani, proiettati nei capitoli successivi in un’attualità e in un futuro sinistramente indecifrabili, si interroga Giuseppe Genna. Dopo lo straordinario ANTEFATTO introduttivo, la sua scrittura s’incunea feroce nel presente di questa nostra Italia malata e insoddisfatta, che arranca dietro ai modelli mondiali di un progresso disumano, fantascientifico, distopico. Dal ritratto esilarante del Ministro della Cultura, inadeguato al suo ruolo e insulsamente enfatico, si passa alla spietata disamina dei miti contemporanei della supermassa, imbottigliata nelle autostrade e negli autogrill, cementata in grattacieli iperbolici dai giardini pensili, mimeticamente rimbambita dalla «festa macabra euforica» di Halloween: robotizzata, disanimata, omogeneizzata, spiata, corrotta, controllata da droni e computer e finanza marcia. «Il denaro ha raggiunto una tale estensione e intensità, scomparendo dietro quinte poste dietro quinte che stanno dietro quinte, indefinitamente, il denaro ha raggiunto un tale stadio evolutivo che: non esiste più».

In questo quadro desolante di umanità sorvegliata ed eterodiretta nemmeno l’arte si salva, e anche la coscienza dell’intellettuale si riduce al ruolo di grillo parlante, di vox clamans fagocitata dal potere. L’autore viene reclutato dal grande editore che non è più interessato alla sua opera, ma solo a controllare la sua mente, esattamente come controlla la mente di tutti. L’incontro deflagrante e rivelatore avviene inaspettatamente con una bambina autistica, History, figlia di un tycoon dell’economia meneghina, che oppone l’impenetrabilità sofferente del suo cervello alla permeabilità empatica altrettanto sofferente dello scrittore. I due, entrambi vittime di un esperimento scientifico che li sovrasta e finisce per annullarli in una reciproca dipendenza, scoprono una solidarietà quasi fisica, animalesca, che si oppone alla macchina incaricata di decifrare i loro linguaggi, decodificandoli e ricomponendoli, modificandoli per renderli innocui. Malattia e disagio diventano l’unica resistenza possibile contro la civiltà dei tecnopoli ideati dal capitale finanziario, e le poche individualità che tentano una ribellione (un parroco profetico, una sensibile psichiatra, un figlio disperato) sono alla fine ridotte al silenzio.

Giuseppe Genna, maestro nel rappresentare soprattutto la morsa del dolore per cui non esiste consolazione, è consapevole di avere scritto pagine su «lastre di oro mentale», in uno stile caleidoscopico che sembra voler sbranare se stesso, trafelato, corrosivo, sarcastico, poetico, osceno e puro, violento e delicato, ansimante in termini sempre più specialistici – tecnologici, medici, filosofici – e in anglicismi, quasi ad indicare uno spossessamento incontrollato della sua stessa scrittura. Ma quello che gli preme è fare arrivare al lettore un messaggio terrorizzato e terrorizzante riguardo al futuro che ci aspetta, fagocitante, per annullarci come individui: «Non siamo più niente! Più niente!»

 

© Riproduzione riservata  

www.sololibri.net/History-Giuseppe-Genna.html          5 ottobre 2017

 

 

RECENSIONI

GERMANI

MAURO GERMANI, VOCE INTERROTTA – ITALIC PEQUOD, ANCONA 2016

Mauro Germani, nato a Milano nel 1954, ha fondato e diretto per un decennio la rivista Margo, e ha pubblicato diversi saggi di letteratura, insieme a numerosi volumi di narrativa e poesia.
Con questo libro di versi, Voce interrotta, si situa nella corrente della produzione elegiaca, intimistica, assolutamente sentimentale, dedicata alle intermittenze del cuore e della memoria, al recupero del passato, alla nostalgia impalpabile per tutto ciò che si è perduto.

La sua è infatti una scrittura segnata da una perdita, da una ferita che si teme non rimarginabile: da trattare, quindi, con estrema delicatezza, con attenzione protettiva.
Lo scenario che fa da sfondo a queste poesie è quello, urbano e indifferente, di una Milano impenetrabile, da percorrere a piedi o con i mezzi pubblici, cercando di ritrovare se stessi o un’eco solidale in qualche presenza umana: «Mi sono dimenticato / sul tram / e adesso non so / dove andrò», «case / senza nessuno», «la fine dentro l’asfalto», «quella voce che giurava la notte / e decideva nei palazzi / vuoti».

L’autore patisce un’assoluta e incomunicabile solitudine, rassegnato alla non speranza più che alla disperazione («Sarò alla vita / come un nome sbagliato»), metaforizzata in immagini negative di fulmini, buio, crolli improvvisi, incendi, frane. E lentamente si fa strada nel lettore l’intuizione che questo dolore rappreso sia dovuto a una mancanza incolmabile, a un lutto familiare mai del tutto esplicitato: «adesso che sei nostro / e ci ami, / ci ami ancora / come un bambino», «attese / di nebbia e di nulla», «Di chi questo volto / assalito dall’ombra, / questo sguardo / d’abisso / fuggito dal mondo?», «Da troppo tempo siamo vivi / e lontani, da troppo / nomi perduti / in bocca alla notte».

Una notte che ingoia presenze amate e non più recuperabili, rimpianti, dialoghi supposti che si riducono a monologhi amari, nel rincorrere «passi / quasi a mezz’aria, / senza più carne». Alle prime tre sezioni di  Voce interrotta, raccolte sotto il titolo allusivo Dissolvenze, segue un Poemetto delle verità presunte o degli osservatori osservati, in cui Mauro Germani sembra cedere all’incubo dello sdoppiamento, del giudizio implacabile di un tribunale, in un crudele gioco degli specchi che lo vede artefice e vittima allo stesso tempo, accusatore e accusato, in un’atmosfera kafkiana di misteriosa persecuzione: «io spio loro / che spiano me», «mi maledicono / sempre, mi / tengono appeso / nel vuoto, / mi promettono una vita / di nomi innocenti / di assassini sicuri», «mi nascondo sempre / eppure mi guardano».

 

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www.sololibri.net/Voce-interrotta-Mauro-Germani.html      6 luglio 2016

RECENSIONI

GEZZI

MASSIMO GEZZI, IL NUMERO DEI VIVI – DONZELLI, ROMA 2015

Massimo Gezzi (1976), marchigiano residente oggi in Ticino, pubblica da Donzelli questo volume di poesie fortemente connotate da una severa esigenza etica, e dalla volontà di aderire al reale, anche quando esso si proponga a noi nelle sue imperfezioni, nelle sue distratte ambivalenze. C’è un continuo interrogarsi, in questi versi, su cosa si debba intendere per esistenza, anzi per coesistenza con se stessi e con gli altri, nella vita familiare e sociale, nella contingenza quotidiana: «Mentre sei qui che respiri e guardi i boschi…». E da questo assillante rimettersi in discussione, Gezzi fa derivare propositi e indicazioni di comportamento, suggerimenti morali, in una tensione didascalica che forse niente ha da spartire col cristianesimo, o con l’impegno politico, ma senz’altro rimane un richiamo potente alla solidarietà e alla comprensione umana: «Difendi questa luce, se sei un nulla / come tutti. Difendi questo nulla / che non smette di essere. Smetti di tirare / righe scure, di cancellare. Tocca il tavolo, la carta. / Impara un’altra volta a fare di conto: / non sottrarre allo zero, aggiungi uno».

Troviamo nella scansione delle sezioni e nella disposizione delle poesie quasi un’ossessione aritmetica, che partendo dallo zero definisce titoli e successioni secondo i numeri cardinali, nell’auspicio di una crescita di consapevolezza e di generosità. Ma sempre con la discrezione di chi non ha certezze, non ama imporsi, nutre in sé più interrogativi che affermazioni: «Non hai torto, non hai ragione»; «c’erano tutte le risposte, / non ce ne sarebbero state mai».
L’osservazione del mondo è attenta e partecipe: ambienti, oggetti, luoghi, corpi (con una particolare sensibilità verso persone sofferenti, malate, anziane) vengono raccontati con diligente scrupolo documentaristico, esprimendo un intenso gusto visivo per i colori, gli interni delle case e la natura.
Da insegnante, Gezzi sembra prediligere il rapporto con i giovani, dentro e fuori la scuola, soprattutto quando li avverte indifesi e spaesati. Da padre, dedica tre belle poesie alla sua bambina, già immaginandola in un domani che potrebbe delinearsi sia roseo sia problematico, ma comunque sempre arricchente e simbiotico: «Ogni giorno ti indovino in qualcuna, / ti spio nel futuro, ti proietto / negli spazi che saranno solo tuoi. / Quando non ti vedo, e ho paura che non arrivi, / butto un libro lì vicino, / tengo un posto per te».

Da poeta, sembra cercare un timbro maggiormente sicuro e personale, essendo forse consapevole della propria originalità più contenutistica che formale, e riconoscendo un debito evidente verso la tradizione italiana (si avvertono echi di Luzi, e della musicalità minimalista di Pusterla) e francese (Jaccottet e Bonnefoy). Massimo Gezzi conserva, come molti altri poeti a lui coetanei, una sorta di manierismo descrittivo, concretizzato spesso in elenchi tripartiti di sostantivi che danno un ritmo cadenzato al verso: «Pareti, porte chiuse, fiumi che si disperdono»; «i libri, / le cornici, le piante tese»; «scheletri / composti, tibie, crani fracassati»; «arcate, muri, / volte di granai»; «due orecchie, due gambe, due polmoni»; «le pentole, / lo zucchero, le piante del balcone»; «la pazienza, la nascita, l’istante dell’amore». E sottolinea coerentemente la sua scelta di mettere una sordina espressiva a toni e modi, optando per una delicatezza del sentire che non risulti mai coercitiva, ma sappia suggerire «il bene delle cose che esistono»… «sperando che il bene sia più ubiquo del male».

 

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www.sololibri.net/Il-numero-dei-vivi-Massimo-Gezzi.html       2 settembre 2015

 

RECENSIONI

GEZZI

MASSIMO GEZZI, UNO DI NESSUNO – CASAGRANDE, BELLINZONA 2016

Il poeta marchigiano Massimo Gezzi, che da anni vive e insegna in Ticino, ha pubblicato presso l’editore bellinzonese Casagrande un poemetto in undici stanze, ripercorrendo la vita e l’opera tragica di Giovanni Antonelli. Le ricerche, pazienti e accurate, sul “poeta pazzo” suo concittadino (Antonelli nacque a Sant’Elpidio a Mare nel 1848, e morì ad Ancona nel 1918) hanno occupato Massimo Gezzi per più di due anni, dando infine luogo a questa pubblicazione, consistente in una ricostruzione in versi delle vicende biografiche del protagonista, e nella successiva scansione in note illustrative delle poesie. Le quali, in un tono pacatamente narrativo, scevro di qualsiasi lusinga o espediente linguistico-formale, ripercorrono in prima persona l’esistenza raminga e infelice di “uno” appartenuto solo a se stesso, Uno di nessuno, appunto, in esilio perenne e straziato. “Più mastino che uomo”, “erba avvelenata che crebbe / disprezzata come ortica del fosso”

Giovanni Antonelli venne al mondo nella primavera del 1848, nell’anno delle rivoluzioni che sconvolsero Italia ed Europa, e fu da subito egli stesso segnato da un’inquietudine ribelle (“Provai subito sdegno del pantano / natale”) che lo spinse a imbarcarsi come mozzo a tredici anni. Violentato sessualmente, picchiato, schernito da ciurma e ufficiali, spesso segregato in una cella di rigore, si congedò dalla marina dopo dodici anni di sofferenze e soprusi. Diventò adulto tra fame e malattie, ricoveri e latitanze, fughe e peregrinazioni a piedi attraverso varie regioni, in un perpetuo “dolore da braccato”, rifiutato dalla famiglia e dal paese d’origine.
Più volte incarcerato, e ancora più spesso rinchiuso in vari manicomi, la sua violenta polemica contro la società si incancrenì in reiterate azioni di prepotenza e rivolta furente contro cose e persone, che riusciva a placare solo attraverso la scrittura di poesie e di diari autobiografici, la cui stesura talvolta gli venne consigliata e commissionata dagli stessi medici che l’avevano in cura. Si esibiva anche in letture pubbliche, raramente con successo, più spesso incontrando nel pubblico derisione o compatimento. “Ciabattini, sicari, rettili, zerbini, / raccogliete le monete che avete speso / per ascoltarmi. Non avrete le mie ossa, / non serberò il vostro ricordo”, “Andate, parole, calmate le mie angosce. / Evadete dalle carceri, ribellatevi a chi vi arresta, / lasciatemi l’illusione che qualcuno saprà / veramente chi siamo, se io sono / Antonelli e voi tutti siete me”.

La sua aspirazione a un riconoscimento tardivo si è realizzata solo recentemente, con la pubblicazione de “Il libro di un pazzo” presso gli editori Giometti & Antonello di Macerata, e con questo omaggio in versi di Massimo Gezzi.

 

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www.sololibri.net/Uno-di-nessuno-Massimo-Gezzi.html       21 novembre 2016

 

 

RECENSIONI

GHENO

VERA GHENO, CHIAMAMI COSÌ. NORMALITÀ, DIVERSITÀ E TUTTE LE PAROLE NEL MEZZO

IL MARGINE, TRENTO 2022

 

Vera Gheno (1975) è un’accademica, sociolinguista e traduttrice italo-ungherese. Si occupa prevalentemente di comunicazione digitale, e nei suoi numerosi interventi sulla stampa e nei seguitissimi social sostiene l’inclusività del linguaggio scritto e orale, contro ogni discriminazione di genere o etnia. In quest’ultima pubblicazione, Chiamami così (che riporta come esplicativo sottotitolo Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo), muove dalla considerazione che “Una realtà in trasformazione richiede pensieri e parole mutevoli, che si aggiornino in base alle esigenze delle varie componenti della società”: assodato quindi che il mondo in cui agiamo si sta trasformando continuamente e velocemente, soprattutto per impulso della globalizzazione e dell’avvento dei nuovi media, ne deriva che anche il nostro modo di esprimerci debba adeguarsi alla sua evoluzione.

In cinque brevi e stimolanti capitoli, Vera Gheno sottolinea la necessità non procrastinabile di riflettere, soprattutto nell’ambito della formazione – scolastica e non –, sulla rappresentatività sociale e linguistica, relativizzando punti di vista a lungo considerati come universali e riconsiderando in particolare i concetti di diversità e normalità. Quali e quante sono le caratteristiche peculiari che riteniamo ci differenzino all’interno di una comunità? Tra le altre, senz’altro il sesso biologico e l’orientamento sessuale, l’etnia e la provenienza geografica, la religione, l’istruzione, la disabilità, la neuro- diversità, l’età, il corpo, l’indole, le abitudini culturali, le possibilità economiche. Da ognuna di queste nasce una possibile discriminazione, classificabile con un nome: misoginia, omofobia, body-shaming, ageismo, xenofobia, ecc.

“Discriminare significa, letteralmente, operare una distinzione: va da sé che essa può avere un valore neutro, oppure produrre una differenza che va a discapito di una categoria, sancendo chi è «dentro» e chi è «fuori» da una norma”. Se consideriamo la diversità come uno scarto dalla normalità, e non nel senso più appropriato di varietà arricchente, finiamo per imporre artificialmente la nostra identità maggioritaria come modello assoluto a tutte le minoranze, rifiutando loro il diritto di autorappresentarsi. Viviamo infatti in una società normocentrica, che impone i suoi modelli canonici di bellezza fisica e prestigio economico-sociale, da raggiungere a tutti i costi per poter rientrare nell’agognata cerchia dei cosiddetti “normali”. Viviamo inoltre in una società androcentrica, in cui ogni tipo di potere è stato per millenni gestito da maschi, costringendo le donne a ruoli subalterni e ghettizzanti, continuamente ribaditi dalle parole che si utilizzano per abitudine, pigrizia, superficialità (“Ho sempre detto così!”).

Per cambiare questo stato di cose, per trasformare la mentalità pigramente imperante, dobbiamo agire in primo luogo mutando le nostre ossidate abitudini linguistiche. La maggior parte delle persone, tradizionalmente ostile alle novità, si trova in imbarazzo o manifesta fastidio verso i nomi femminili professionali: dire avvocata, sindaca, direttora, ministra, questora, crea disagio, mentre non provoca nessuno sconcerto dire infermiera, maestra, cuoca. Forse perché alcuni ruoli apicali sono appannaggio quasi esclusivamente maschile? Per favorire e incoraggiare la presenza sociale della donna in ogni campo lavorativo, si dovrebbe evitare di usare il maschile sovraesteso quando ci si rivolge a una moltitudine mista: se cambia la composizione della società, la lingua si deve evolvere di conseguenza. La linguistica, come l’architettura, la medicina e altre arti e discipline sono costruite secondo un’ottica assolutamente patriarcale, che mira a tenere divise e in stato di conflittualità tra loro le minoranze, in modo da poterle manovrare con maggiore facilità.

Quali strategie attuare per gestire correttamente le differenze? Parlare di inclusività è fuorviante perché indica un movimento non reciproco e sbilanciato tra chi include e chi viene incluso: meglio sarebbe agire con l’obiettivo di una convivenza delle differenze. “La diversità non deve essere ignorata ma celebrata, e nominata bene. Nominare in maniera corretta delle compagini della società che sono state fino a tempi recenti sottorappresentate linguisticamente fa sì che quelle minoranze acquisiscano una maggiore concretezza e diventino abituali agli occhi degli altri individui, ma anche ai propri stessi occhi…  Noi siamo tutti diversi, non tutti uguali, ed è giusto lasciare che la complessità della realtà modifichi la lingua”.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 22 luglio 2022

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

GIGLIOLI

DANIELE GIGLIOLI, STATO DI MINORITA’ – LATERZA, BARI 2015

Daniele Giglioli, professore di Letterature comparate all’Università di Bergamo, ha dato alle stampe per Laterza questo interessante volume che coniuga insieme letteratura e sociologia, politica ed etica, cronaca e storia. In dodici capitoli, corredati da un essenziale apparato di note, l’autore si interroga, e ci interroga, sulla deriva democratica che stiamo vivendo, e a cui sembra ci siamo malinconicamente arresi, delegando ad altri (economisti, network, intelligence…) il diritto di agire, e di decidere delle nostre vite e delle sorti del mondo. Viviamo, quindi, in uno stato di minorità – come veniva definita da Kant, nel suo saggio sull’illuminismo, l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro -, e non ne siamo turbati. Se nel Novecento si lottava, anche sanguinosamente (guerre mondiali, terrorismi, attentati), presi da passioni, estremismi, faziosità partitiche, oggi – all’alba del terzo millennio – «la più cieca e insensata irrazionalità mercantile e finanziaria» ha spodestato il confronto politico tra gli individui, mentre l’interesse personale, la chiusura nel privato, la difesa egoistica del proprio benessere, il raggiungimento del successo spadroneggiano in ogni aspetto della vita pubblica e culturale. Giglioli avverte questa tendenza anche nella letteratura, italiana e internazionale, tesa a celebrare o rimpiangere il passato, in toni risentiti e amari; oppure a rispecchiare in maniera riduttiva scelte di vita individuali, spesso frustrate o sconfitte. E proprio alla letteratura l’autore si appella per meglio argomentare le sue tesi.
Lo fa appoggiandosi all’esegesi del romanzo-pamphlet di José Saramago Saggio sulla lucidità, del 2004. Seguendo le tracce narrative del Nobel portoghese, Giglioli analizza alcuni dei nodi centrali intorno a cui si avviluppa la riflessione contemporanea sull’essenza costitutiva del potere. Se l’allegoria di Saramago descriveva un’ipotetica città in cui gli abitanti votavano in massa scheda bianca alle elezioni, mettendo così in crisi tutto l’apparato amministrativo, e provocando una reazione quasi isterica da parte delle autorità, Daniele Giglioli respinge come inefficace qualsiasi posizione di puro rifiuto, e si chiede invece quale possa essere l’alternativa a una resa imbelle che inibisce le persone alla prassi, alla partecipazione politica attiva, lasciandole appagate della pura sopravvivenza materiale. L’aggressività, forse? O la fuga? Ovviamente, è da respingere qualsiasi soluzione violenta: «Il terrorismo è un delirio di onnipotenza cui sottende una condizione di impotenza radicale…Rappresentare i terroristi come dotati di un’incalcolabile potenza è una strategia retorica che serve a legittimare politiche securitarie, procedure di controllo, spionaggio generalizzato».

Se non si può e non si deve ricorrere all’insurrezione, altrettanto inefficace risulta l’atteggiamento rinunciatario, vittimistico, di evasione: «Non è tanto l’impotenza a garantire innocenza, ma la mancata assunzione di responsabilità per la propria inazione a generare il desiderio di sentirsi innocenti, cioè vittime».

Cosa suggerisce allora Giglioli (riprendendo molte tesi di Jan Spurk) per vincere l’apatia, la rassegnazione paralizzante a un’obbedienza di comodo a chi ci governa? Di tornare a essere partigiani, preferendo emotivamente il confronto anche conflittuale piuttosto che una concordia fasulla: affrontare il negativo, rendendolo produttivo. Ripartire, rinascere. «Senso di colpa per i passati errori e rimpianto per i passati splendori (le lotte, le conquiste, le vittorie anche se parziali) contribuiscono alla costruzione della gabbia che si tratterrebbe invece di rompere… Solo pensare l’azione sotto la specie della nascita – distacco, separazione, nuovo inizio – permette di essere di parte senza risentimento, se risentimento, come sapeva Nietzsche, è non perdonarsi che il passato sia andato come è andato». In una parola, uscire dallo stato di minorità, tornare a disporre della propria esistenza, individualmente e collettivamente.

 

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www.sololibri.net/Stato-di-minorita-Daniele-Giglioli.html              4 ottobre 2015