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RECENSIONI

GRUENBEIN

DURS GRÜNBEIN, DELLA NEVE, OVVERO CARTESIO IN GERMANIA – EINAUDI, TORINO 2005

Il poeta che in Europa si è più avvicinato al pensiero scientifico, esplorando le conquiste della neurobiologia, del cognitivismo, della psicanalisi, della fisiologia, è senz’altro il tedesco Durs Grünbein, nato a Dresda nel 1962, e oggi residente a Berlino. Il suo approccio positivista (anzi, decisamente materialista) alla scrittura, non gli ha impedito di produrre versi di profonda risonanza emotiva, sia nella ricostruzione della propria storia familiare e sentimentale, sia nelle coraggiose prese di posizione politiche, animate da una vivace vena sarcastica e da un generoso, sebbene risentito, slancio utopistico. Di questo originale e difficile percorso intellettuale, sospeso tra ricerca, meditazione, denuncia, sogno, elaborazione formale, è testimonianza il primo libro pubblicato sempre da Einaudi nel 2005, a cura di Anna Maria Carpi: Della neve, ovvero Cartesio in Germania.

In quarantadue canti e duemila versi, Durs Grünbein narra la nascita del razionalismo attraverso la figura di Cartesio, primo interprete filosofico della modernità. La scelta del matematico, astronomo e filosofo francese fu determinata senz’altro dal ruolo fondamentale da lui giocato nella storia del pensiero occidentale, ma probabilmente ebbe anche un rilievo la memoria del poemetto pubblicato da Samuel Beckett nel 1930, Whoroscope, in cui il drammaturgo irlandese tratteggiava un Cartesio superstizioso ed esoterico alle prese con dilemmi metafisici e culinari, mentre affida al suo servo Gillot la cottura di un uovo, esibendosi poi in un’esposizione erudita sul concetto di tempo, tra citazioni colte e provocazioni blasfeme e scurrili.

Gillot è anche il co-protagonista del libro di Grünbein: giovane servo e allievo di René Descartes, sua controparte ingenua e impulsiva, destinato a rappresentare il sano buon senso popolare e la fisica concretezza rispetto all’astrazione concettuale del maestro-padrone. Il primo canto si apre appunto con Gillot che sollecita con insistenza Cartesio ad alzarsi dal letto, per approfittare della gelida giornata nevosa, particolarmente adatta a un produttivo lavoro di riflessione e scrittura: «Destatevi, Monsieur. Tutta notte che nevica. / Fin dove arriva l’occhio è bianca la pianura, / è tutta un cono bianco. Sono gli alberi / che il grande arrangiatore con invernale mano ha ingentilito. // … Forse la neve aiuta – a capire cos’è la percezione. // … Placato ogni pensiero, un invito a studiare».

È l’inverno del 1619. Il giovane René passa alcuni mesi in una cittadina della Baviera, sommersa dalla neve e insanguinata dalla Guerra dei Trent’anni: massacri, saccheggi, incendi, stupri, ruberie. «Guerra e furia di lupi ‒ / L’artiglio del demonio attraversa l’Europa». Costretto all’inazione, si mette a riflettere su alcuni problemi di algebra e di geometria, prendendo in considerazione tutto ciò che vede e sente, senza mai prescindere dai suoi fondamentali processi cerebrali. Il cogito cartesiano ha infatti la prevalenza su qualsiasi altro argomento: «Io mai fantastico. // …Io sono un realista. //… Non mi serve l’esterno. Ho da guardarmi dentro. // … Io sono solo spirito. // … Io sono – sì. Ma cosa? / Tengo in pugno soltanto – ciò che ho pensato io, io convenuto. // … A me va contre coeur ogni fuga dal mondo». Il mondo e la mente, essere e pensare.

Senza mai prescindere dalla fisicità del corpo, steso nel bianco del letto, mentre fuori è tutto candido di neve, gelo e silenzio. Un corpo che ha necessità materiali e sessuali, che mangia e piscia, si ammala e delira, rimanendo tuttavia un inciampo nell’attività preminente dell’elucubrazione mentale («Banale è questo corpo. / Il cervello è al coperto – però i bisogni chiamano»). La regola che dà ordine al caos si afferma sovrana («In tutto regna numero e rapporto. Felicità: di essere impregnati / di coerenza»), e manifesta la sua gratitudine a chi ha indicato al mondo la strada della ragione: Euclide, Archimede, Copernico, Keplero, Galileo – il più grande, che per motivi di sicurezza va nominato con lo pseudonimo di Stephanus, onde evitare censure ecclesiastiche.

Gli aneddoti della tediosa esistenza condotta in Germania da Cartesio rivelano in lui sfumature di carattere oscillanti tra empatia e insensibilità: se Gillot piange per amore, lo scienziato disserta sulla composizione chimica delle lacrime; se il servo si confessa impietosito dalla sofferenza degli animali, subito il padrone sottolinea la loro natura sub-umana; se musica, luce e pittura appaiono miracoli ai sensi, ecco che vanno ridimensionati alla loro struttura materiale. L’osservazione della luna è ridotta ad abbagli ottici, una noce sgusciata viene paragonata alla dissezione del cervello, il rogo di Giordano Bruno contraddice ogni spiritualità cristiana. Spietato, il razionalista francese non concede a sé e agli altri la minima indulgenza verso credenze consolatorie.

Durs Grünbein, sulla base di fonti storiche, dei diari e degli appunti di René Descartes, ne ha ricostruito la biografia a partire dai mesi trascorsi a Neuburg fino agli anni vissuti alla corte svedese della regina Cristina, dove morì di polmonite nel 1649, circondato dal seguito protocollare di striscianti e ottusi leccapiedi (intense e commoventi le pagine finali sull’agonia: «E il mondo intorno è neve»). Da una neve all’altra, da un ghiaccio all’altro.

Anna Maria Carpi nella postfazione giustamente suggerisce che l’inverno rappresenta qui una metafora della condizione moderna, inaugurata proprio con la separazione cartesiana fra res cogitans e res extensa: «Muovendo dalla ‘tabula rasa’ dell’inverno, sentieri sublimi della conoscenza razionale portano al progressivo raffreddarsi dei rapporti dell’uomo con se stesso e coi suoi simili». Nella sua versione, la curatrice rende il verso alessandrino del poeta tedesco, elasticamente classicheggiante, con diverse aggregazioni di settenari, quinari ed endecasillabi, al fine di mantenerne il ritmo incalzante. Compito non facile, tradurre Grünbein, perché in lui all’indubbia maestria formale, si aggiunge una rara competenza scientifica, e un abbagliante enciclopedismo, alleggerito dall’arguzia e dall’ironia.

 

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 13 dicembre 2019

 

RECENSIONI

GUALTIERI

MARIANGELA GUALTIERI, BESTIA DI GIOIA – EINAUDI, TORINO 2010

Dopo tanta poesia edulcorata, cerebrale, o semplicemente noiosa, ecco finalmente un libro che si impone di forza, potente, vitale: orgoglioso di sé già dal titolo, quasi aggressivo, felicemente concreto. Bestia di gioia è il quarto volume di versi di Mariangela Gualtieri, scrittrice arrivata tardi alla poesia, dopo una lunga militanza nel teatro.
Le cinque sezioni che lo compongono sono tutte animate da un’urgenza morale prima che estetica, pur nella sapienza della forma, nel consapevole utilizzo della tradizione letteraria, e nella meditata capacità di piegare tale tradizione ai propri fini, che sono assolutamente (e necessariamente) contenutistici.
Gli incipit delle poesie sembrano spesso stagliarsi sulla pagina con convinzione quasi declamatoria: «Non c’è scatto nel cielo», «Che forza insolente hanno i fiori», «Andiamo mie ossa», «Piove dritto dritto», «Sii dolce con me. Sii gentile». E tuttavia subito dopo sono seguiti da improvvise richieste (al lettore? alla poesia stessa?) di aiuto, di rassicurazione, di confidenza. Come fuochi accesi e luminosissimi che chiedessero a volte di ardere, a volte di essere placati e spenti da un poco d’acqua: «Ma guarda ora – che pace».Tutto il volume è pervaso dallo stupore meravigliato e riconoscente di fronte al miracolo della bellezza naturale («Ecco la gemma. Ecco la foglia. / Ecco un volo perfetto di ala», «La nuvola piuttosto adoreremo / che è maestra di scorrere per il cielo / e di alta impermanenza, e di esistenza / senza peso»), con un’attenzione partecipe, ammirata e grata a ogni processo della vita, dalla nascita dell’universo fino alle sue espressioni più minute: le ragnatele e i fiori, la pioggia o il vapore che esce dalla pentola sul fuoco. Gli alberi, ad esempio, manifestano una confortante sicurezza nel rimanere tranquilli testimoni delle nostre inquietudini e malinconie («Certi alberi vicini alle case / sostano in una pace inclinata / come indicando come chiamando / noi, gli inquieti, i distratti / abitatori del mondo. Certi alberi / stanno parzialmente»). O le stelle, che ci rimandano ad altro, a qualcosa di più alto ed eterno che appartiene anche agli esseri umani e a ciascuna piccolissima cosa («le stelle / sono talmente risolute nel dirci / che c’è altra luce / che c’è lontano un fuoco / per il coraggioso»). O ancora il ciclo inarrestabile di nascita-morte nella natura: che è sempre e comunque esaltazione di vita («C’è solo vita / niente altro. Solo vita») Quello che importa è farsi partecipe del tutto, immergersi nella creazione, aderire all’esistente: «Stare bene profondo. / Essere ogni cosa».
Quasi sempre, quindi, la poesia di Mariangela Gualtieri riesce a diventare un vero inno alla gioia, alla potenza del creato in ogni sua manifestazione, anche quando arrivi ad essere apocalittica o distruttiva: «Ciò che non muta / io canto / la nuvola la cima il gambo / l’offerta il dono la rovina / apparente d’acqua che tracima / di tempesta e di onde». E sa opporre lo splendore della natura alla dittatura della superficialità, della grettezza e della povertà che ci ammannisce quotidianamente la cultura contemporanea («battagliati fra le catene / d’una dittatura che impera. / Noi non adoreremo le sue merci. / Non piegheremo la schiena / alla sua greppia»). In questo sembra consistere il compito del poeta: interprete e divulgatore della bellezza, della forza redentrice di tutto ciò che respira, o semplicemente è («e la mano che scrive è così lieta ora / che pensa ‘offro questa pace / a chi è dentro una pena grande.’ // Una preghiera pare tutto / il cielo. Una preghiera il verde / delle piante»).
Ci troviamo di fronte a uno spirito di profonda religiosità, non legata a istituzioni o riti, verrebbe da dire quasi paganeggiante, che arriva a ringraziare e a esaltare la divinità che ha creato i fiori («Quale cuore mancante / così traboccante di mancanza // quale giocondissima mente / è esplosa al suo centro / in colorati frammenti di sé / di sé stessa pensante»), o a celebrare la preghiera laica ed altissima della nuotatrice nel cloro della piscina comunale, nella poesia più commovente di tutto il volume.
Ma il richiamo civile e severo a tutte le chiese, di fede e politica, non ha nulla di falsamente devoto; è un invito deciso a non affidarsi a finzioni, giubilei, condoni, inchini: «Perdoniamo invece».
C’è inoltre un continuo offrirsi, quasi vittima sacrificale, a riscattare la sofferenza del mondo attraverso il potere salvifico dei versi: il suo «eccomi», di reminiscenza biblica, la sua generosa oblazione di poeta che paga, nell’eccesso di sensibilità, per il male e il bene di tutti: «Anche in questa brutta città appare chiaro / sopra i rumorosissimi bar / lo spettro luminoso della gioia».
Ecco quindi spiegata la gioia «bestiale» del titolo, che riesce a superare e a coprire qualsiasi bruttura.
Ogni aspetto della vita viene esaltato: il viaggio come il riposo (alcune poesie sono un omaggio al sonno, perso-bramato-ritrovato, allo sprofondare in un’incoscienza ristoratrice, per poi riemergere vivi e attenti alla nuova luce del giorno, «quando l’imperatore comanda / che sia luce»), l’amore come fusione totale con l’amato, come nostalgia di quando si era un’unicità indistinta. E persino la morte, intesa sì come caducità e perdita, ma anche come ritorno all’eterno, alla leggerezza della non appartenenza: «Presto la mano diventerà rametto / bianco fra le radici. Presto saremo / fuori di qui», «e il morire dei corpi non è / che l’entrare fuori misura. / Senza chili, senza metri, senza / particelle. Alleluiare».
Quindi la risposta poetica di Mariangela Gualtieri è l’obbedienza alle leggi imperscrutabili della fisica e della materia («C’è obbedienza nel regno»), la sua docile e gioiosa accettazione: in questo aderire al ciclo della vita e della morte, che ingloba cielo e terra, uomini animali e piante. E’ l’unica, terrena, palpabile felicità possibile, che la poesia ha la capacità e il dovere di comunicare agli altri.

 

«L’Immaginazione» n. 259, dicembre 2010

RECENSIONI

GUALTIERI

MARIANGELA GUALTIERI, LE GIOVANI PAROLE – EINAUDI, TORINO 2015

Quando leggo le intense poesie di Mariangela Gualtieri mi ritrovo sempre immersa nella stessa atmosfera che mi avvolge se affronto le pagine dei mistici renani: un’aria densa e sottile insieme, che sembra pulsare all’unisono con l’essere, con il tutto, con ciò che Meister Eckhart chiamava «il libero nulla». Anche in questo ultimo volume di versi, la dimensione spirituale (che è distacco dalle cose e da se stessi), il rapporto con l’eterno, si rispecchia e s’incarna nell’attenzione riconoscente a qualsiasi minima fibra dell’esistente: prende consistenza nell’ immedesimarsi con la vita fisica del mondo vegetale e animale, e addirittura degli oggetti. Non serve il movimento, non servono le parole. Nella sezione centrale Studio sullo stare fermi, il non agire, il wu-wei del taoismo trova la sua espressione in versi che mantengono la magia di un insegnamento filosofico, di un invito al raccoglimento meditativo: «Si può, sai, stando qui / stando molto fermi / sostenere una stella. Si può / dire alla foglia di cadere quando è ora / e il frutto pilotarlo alla maturazione .// Si fa un atto di fede, stando fermi. / Si dice: credo in ciò che non si vede…// E poi si fa concerto / col corpo planetare, con le sfere / celesti col musicale silenzio delle cose».

È una raccomandazione ribadita in tutta la prima parte della raccolta, intitolata programmaticamente Gemma dell’anno prossimo. Qui lo sguardo grato è rivolto essenzialmente ai fiori, agli alberi (viole, rose, giacinti, semi, bacche e frutti), «sosta d’altro mondo dentro il mondo; nostra consolazione; scrigno di perfezione». Solo l’adesione alla natura, il contatto con la terra insegna «quel mantra che contiene / l’antica vibrazione musicale / forse la prima, quando dal buio immoto / per traboccante felicità  / un gettito innescò la creazione». Mentre il paesaggio urbano, con i suoi traffici e rumori, le distrazioni e cupidigie, è marchiato da una perpetua insoddisfazione, da una condanna all’infelicità. L’innocenza degli elementi naturali (tra cui Mariangela Gualtieri sembra prediligere acqua e aria) insegna ad essere leggeri, a trasformare il finito nell’infinito, il relativo nell’assoluto, regalandoci quella “kindly light” di cui parlava John Henry Newman, e che chiamiamo grazia. La quale è anche rispettosa curiosità per il piccolo, per il dettaglio, per l’ala di una farfalla osservata in Esercizi al microscopio («Ogni granello. Ogni millimetro di foglia. / Ogni estremità di zampa d’ape / tutto ha siffatto marchio d’una cura / che lo sostiene»), e nella quasi-mimesi del francescano Cantico delle Creature nel poemetto Bello mondo: un ringraziamento per lo splendore del creato somigliante a una vera e propria lauda medievale. Ma grazia è anche ricordarsi della storia, quella dei popoli (e allora sarà da citare la sezione dedicata a Bruno Schulz e alla Prodigiosa visione de Le botteghe color cannella) e quella personale: Le giovani parole che hanno ammaliato gli anni adolescenziali della poetessa, con l’incanto della poesia, il turbinio di figure fantastiche, l’impenetrabilità misteriosa del silenzio («fatti un manto con quel suo niente / non precipitare nel boato / nel camposportivo del mondo»). E grazia è soprattutto compassione. Per la vita che si consuma, per la malattia, per il corpo che muore. Allora al lettore appare altissima, teatralmente agita, visivamente scolpita, la sezione dedicata alla madre malata (madre grande arca, forte nave, casa e guscio, larva buona, svaporata bella signora), in cui Mariangela Gualtieri allestisce «l’ultima scena» per la mamma immobilizzata e mentalmente indifesa, «accompagnando quel suo / disimparare il mondo», pregando perché muoia: «Muori ma’, / muori stanotte dolcemente, / fra un respiro, fra i sogni, / e non restare nella carne / non intrattenerti ora, non distrarti / da questo andare imminente / tu sorridente mia, tu dolce…// Non restare fra / gli spini del tempo. Muori senza dolore». Non solo respiro poetico, quindi, in questi versi; non solo abilità letteraria, visionarietà fantastica: ma soprattutto antica sapienza, conoscenza e riconoscenza del bene, condivisione di bellezza. E indulgente pietas.

 

© Riproduzione riservata

www.sololibri.net/Le-giovani-parole-Mariangela-Gualtieri.html        13 ottobre 2015

RECENSIONI

GUALTIERI

MARIANGELA GUALTIERI, CAINO – EINAUDI, TORINO 2011

Mariangela Gualtieri è una delle voci più alte della poesia contemporanea: donna di teatro (“quel luogo pieno di avventura mistero arte e fatica…”) si cimenta in questo testo con la rappresentazione scenica della prima, tragica violenza della storia umana: l’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino. E lo fa con tutta la passione e l’empatia di chi riconosce in sé e nell’animo di tutti noi l’abbaglio improvviso dell’odio, della rabbia e dell’invidia, e poi l’assillo perenne del pentimento, della paura, della condanna. “Ci somiglia talmente Caino… Noi siamo soli quanto lui, distruggiamo la vita fuori e dentro di noi, siamo ormai senza un’idea di prossimo… tutti votati alla terrestreità”. Ma in realtà in questo dramma non parla solo la brutalità della carne assassina, del raptus sopraffattore: intorno al protagonista si muovono tanti altri personaggi, che incarnano sia il male sia il bene, alter ego o controcanto dell’omicida. “L’alato”, ad esempio, voce saggia e profetica, ingenua e visionaria; oppure “L’illusionista”, lucido, protervo, rancoroso; “Abele”, delicato e sorridente, “dentro una legge di pace”. E il coro, che commenta cangiante e ritmico, suggerisce una sua visione filosofica del mondo, accompagna danzando le voci degli attori principali. Ma su tutto aleggia poi lo spirito dell’ “animale chiamato Dio”, bellissimo luminoso infinito, oppure astioso ingiusto violento (“Tu comandi. Rintroni allaghi, secchi, stendi al suolo, / schiacci non perdoni”). Un testo forte, dunque, questo, scandito con parole dure e mai ambivalenti o falsamente prudenti: certo la sua resa scenica deve avere un rilievo che ovviamente la semplice lettura non rende del tutto nelle sue potenzialità, fatte anche di “movimenti ritmici e sonori… scatti e danze…”, e silenzi, e pause, che invitano alla riflessione, alla condivisione di sentimenti, alla pietà.

IBS, 9 febbraio 2012

RECENSIONI

GUALTIERI

MARIANGELA GUALTIERI, L’INCANTO FONICO. L’ARTE DI DIRE LA POESIA –EINAUDI, TORINO 2022

Di cosa è fatta la poesia? Ovviamente, di parole. Ma anche di silenzio. Silenzio che circonda le parole, ne attutisce o amplifica suono e significato. È fatta di caratteri neri stampati sulla pagina. E di bianco, di tanto spazio bianco lasciato intorno, di fianco, sotto ai versi. Che non dicano troppo, che non dicano tutto. Di quali altre cose, sentimenti, sottigliezze, si nutra la poesia ce lo rivela Mariangela Gualtieri nel suo ultimo libro, L’incanto fonico. Da attrice e fondatrice nel 1983 del Teatro Valdoca insieme a Cesare Ronconi, e da poetessa tra le più intense e apprezzate oggi in Italia, nel suo saggio composto di aforismi, meditazioni, suggerimenti, intuizioni e lampi rivelatori, sottolinea l’importanza della resa sonora del componimento poetico. È stata Amelia Rosselli a coniare l’espressione “incanto fonico”, e alla sua arte viene reso omaggio nel volume, insieme a quella di altri eccellenti maestri: Dante, Emily Dickinson, Mandel’štam, Rilke, Celan, Cristina Campo. Poeti che hanno saputo “dinamizzare il verso nella sua vitalità massima”.

Forte della propria quarantennale esperienza sul palcoscenico, l’autrice sa quale sia l’importanza di riconsegnare vocalmente veridicità e tremore alla lettura poetica, quale sia la magia che si instaura quando un pubblico attento e silenzioso viene immerso in un “bagno acustico”: gli astanti, in “stato umanissimo d’ascolto acuto”, diventano testimoni e nello stesso tempo partecipi dell’evento sonoro, vivendolo risonante. Disabituati ad ascoltare poesia, ne sono affamati: “Portano loro denutrizione su poltroncine, la mettono lì spalancata. Portano loro gigante aver fame, aver sete. Nessuno da tempo dava un boccone. Nessuna tetta allattava loro secca terra interiore”.

Attraverso una prosa ellittica, ispirata, sentenziosa e sapienziale, Mariangela Gualtieri ci introduce nel rito del dire e dell’ascoltare poesia, che è tenacemente e sempre costruita su ritmo, timbro, respiro, memoria, pensiero: “Musica è. Tutti i poteri della musica. Tutti li ha”. Costruzione melodica, quindi, e concreta fisicità: “Da pagina a voce… Da mente a corpo”, “La forma sonora del verso passa da intimo della gola, intimo del respiro, strofina corde vocali, aziona diaframma, muscoli tutti della fonazione, sensuale lingua, sensuali labbra e profondità di laringe”. La materialità del dire poesia viene aiutata (a teatro, nelle sale di registrazione, in radio o alla televisione: ovunque siano previsti auditori) dalla “sacra tecnologia” fornita da esperti tecnici, da fonici competenti cui va la riconoscenza dell’autrice, poiché riescono a tramutare la tonalità umana in qualcosa di ultraterreno o di bestialmente ancestrale.

Allora i versi diventano “formule magiche… formule mantriche”, “pezzi di esplosivo capaci di indurre a trasformazione interiore”, riconducendo il vissuto alla sua dimensione più elevata e trascendente. Come suggerisce nella sua ricca produzione poetica, anche in questo saggio Mariangela Gualtieri affida alla poesia un compito di rinascita spirituale: “Sue molte potenze. Esortazione. Illuminazione. Cortocircuiti. Svelamento. Scioglimento di ghiacci interiori. Potenza di affratellamento, comprensione e compassione, risveglio della pietà. Rivolta. Profezia. Eversione. Sanguinamento. Consolazione. Consonanza con l’umano. Con l’armonia ritmica del mondo, del cosmo, del tutto…”

Così, immergendosi in un “mondo aurale orale”, si impara a piangere e a ridere, ad ascoltare e ad ascoltarsi, a “non avere non essere non volere… a esserci pienamente presenti e non esserci… a diventare invisibili”. Questo insegna la voce che dice poesia: “Lasciare zavorra di pensieri. Lasciare desiderio di compimenti, di buon risultato. Rinuncia. Niente esito”. Ciò che si raggiunge è una liberazione, un’apertura: perdono, consolazione, rimedio. “Catarsi si chiama. Come quando la neve appare. Come, svoltato l’angolo, luna improvvisa piena”.

 

© Riproduzione riservata                         «Gli Stati Generali», 23 maggio 2022

 

 

RECENSIONI

GUARDINI

ROMANO GUARDINI, RITRATTO DELLA MALINCONIA – MORCELLIANA, BRESCIA 2022

Un breve testo prezioso, questo Ritratto della malinconia di Romano Guardini, pubblicato in Germania nel 1928 e tradotto in Italia dalla casa editrice Morcelliana nel 1952, riproposto quindi in diverse edizioni fino alla più recente del 2022. Mantiene ancora oggi tutto il suo fascino di riflessione filosofica profonda, di scrittura elegante e sensibile, nell’affrontare un tema spesso indagato sia artisticamente sia psicanaliticamente, ma trascurato nella sua più elevata dimensione metafisica.

Teologo, filosofo e sacerdote, nato a Verona nel 1885 ma vissuto in Germania fino alla morte nel 1965, Guardini fu titolare di cattedre universitarie a Berlino, Tubinga e Monaco: perseguitato dai nazisti dovette a più riprese sospendere l’insegnamento. La sua vastissima produzione – che esprime una fine sensibilità artistica oltre che una forte ispirazione religiosa – è tutta intesa a prospettare, senza intenti sistematici, una concezione cattolica del mondo direttamente impegnata di fronte alle problematiche sociali ed esistenziali della vita moderna.

L’incipit del saggio non conosce addolcimenti retorici o diplomatici: “Troppo dolorosa è la malinconia e troppo a fondo spinge le sue radici nel nostro essere di uomini, perché la si debba abbandonare nelle mani degli psichiatri”.

Il riferimento obbligato è già dalle prime pagine quello al filosofo danese Sören Kierkegaard, alla sua “nostalgia divorante… vaga e informe”, immotivata, inspiegabile in un giovane uomo amato in famiglia e dagli amici, stimato intellettualmente, privo di inquietudini economiche o problemi di salute, ma in uno stato di perenne angoscia, incapace di cercare conforto e aiuto negli altri, di comprendere il mondo e sé stesso, consegnandosi alla gioia.

Secondo Guardini, nella malinconia “più che altrove si manifesta la criticità della nostra condizione umana”; essa nasce da una particolare vulnerabilità e sensibilità che rende indifesi rispetto alla spietatezza stessa dell’esistenza, alla sofferenza diffusa ovunque, tra gli uomini e nella natura. Nel malinconico esiste una sproporzione tra le cause di circostanze effettivamente negative e l’effetto che esse producono nell’animo: “Il male non sta nelle occasioni e nei conflitti esteriori, sta proprio nell’intimo; in una specie di affinità elettiva con tutto quello che può ferire”. In genere la malinconia si associa a una disistima di sé, a una scarsa consapevolezza del proprio valore che provoca timidezza e imbarazzo nelle frequentazioni sociali, nonostante l’aspirazione ad affermarsi e al riconoscimento avvertiti acutamente. Ciò porta a uno stato di insoddisfazione e di continuo auto-tormento, che induce a desiderare il proprio totale fallimento o addirittura la morte. Intuire la grandezza dei valori positivi, anziché produrre entusiasmo e desiderio di agire, può avere effetti disgreganti, soprattutto negli artisti che aspirano a ottenere la perfezione nelle loro opere, o nei religiosi che mirano alla santità: il senso di inadeguatezza e di colpa che derivano dal non raggiungimento degli obiettivi assume contorni autodistruttivi, costringendo il soggetto al nascondimento, alla solitudine.

Eppure, questo stato d’animo di “oscura tristezza” nasconde spesso tesori di profondità intellettuale, di volontà di raccoglimento, di indifferenza verso la superficialità e l’esteriorità, di attitudine alla gentilezza e alla benevolenza: segretamente vi si cela un desiderio inappagato di amore e bellezza, la nostalgia del bene e dell’eterno. Ma tale aspirazione all’assoluto si scontra con la consapevolezza della vanità e della transitorietà delle cose.

Medici e psicologi danno spiegazioni limitate e oggettive riguardo all’incapacità del malinconico di adeguarsi al reale, insistendo soprattutto su complessi relativi alla sessualità o a traumi infantili. Per Romano Guardini, uomo di fede e grande interprete di testi poetici, “la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo”. E suggerisce un rimedio per guarirne: radicarsi nella realtà, accettarla nei suoi limiti, accogliendo senza preclusioni la propria esistenza di confine tra materia e spirito, di creatura vincolata dalla propria condizione umana.

 

© Riproduzione riservata    SoloLibri.net           5 giugno 2024

RECENSIONI

GUARINELLI

STEFANO GUARINELLI, LA GENTE MORMORA – EDIZIONI PAOLINE, MILANO 2014
 L’autore di La gente mormora – Psicologia del pettegolezzo, Stefano Guarinelli, è un religioso, stimato psicologo e teologo, docente in diverse università italiane e straniere. La sua riflessione sul pettegolezzo come “tic psicosociale”, sulla sua funzione di coesione comunitaria, sulle sue motivazioni psicologiche e caratteriali, sulle cause scatenanti da cui prende avvio, e sugli effetti spesso devastanti che produce nell’ambiente in cui agisce, non si caratterizza solo scientificamente (basandosi cioè su eccellenti documentazioni bibliografiche, ricerche mediche, collaudati test di laboratorio, questionari, inchieste), ma si avvale di una sorta di messinscena narrativa innestata sulla sua (si suppone sofferta) esperienza personale.

Quindi nel testo sono frequenti, e un po’ fastidiosi, gli inserimenti ammiccanti alla sua vicenda esistenziale, che evidenziano talvolta supponenza, falsa umiltà e sottili rancori: «Credo di sì, ma non perché… lo dico io; Chi mi conosce, sa bene che non sto mentendo; Ora sia chiaro, non intendo dirimere la questione; Vi ho annoiato, vero? Me ne rendo conto».

Stefano Guarinelli sceglie come sfondo al suo libro il minuscolo paesino di Ponna, sulle montagne del comasco: dei suoi non troppo illuminati abitanti (la  Novi, il Guido, il Claudio, la Rosa, solertissimi nello spiare, nell’inventare, nell’infiorare, nel condannare, nel distruggere la reputazione degli altri) fa le cavie inconsapevoli ma assolutamente inscusabili della sua indagine psicologica.Chi è il pettegolo, perché chiacchiera e calunnia, in che modo il pettegolezzo si autopropaga, con quale fine, qual è la sua necessità sociale: considerazioni stimolanti sul controllo, l’autodifesa e la terapia conservativa del gruppo, sull’esclusione del “diverso”, sul bisogno di compensazione (affettivo, sessuale, culturale, professionale) del pettegolo frustrato.
L’autore giustamente non dimentica tra i diffusori di malignità e panzane preti, suore, parrocchie (a cui si potrebbero aggiungere senz’altro anche qualche cardinale o monaco mediatico).

 

© Riproduzione riservata        

www.sololibri.net/La-gente-mormora-Guarinelli.html       31 maggio 2016

RECENSIONI

GUAZZOTTI-ODDERA

PAOLA GUAZZOTTI-MARIA FEDERICA ODDERA, IL MINI DIZIONARIO DEI PROVERBI  ZANICHELLI, BOLOGNA 2008

I proverbi, espressione di un’ideologia, di una tradizione e di un’antica sapienza popolare, sono presenti in moltissimi documenti letterari, già a partire dalla nascita del volgare. Hanno accompagnato la formazione e la crescita culturale del nostro paese, divenendo patrimonio soprattutto delle classi contadine e degli strati di popolazione più emarginati, che li tramandavano di generazione in generazione.
Oggi riconosciamo in essi un substrato ideologico perlopiù conservatore, misogino e legato a valori obsoleti, quando non decisamente reazionari: snobbati dai giovani, ridicolizzati dai media, mantengono tuttavia una loro rilevanza dal punto di vista antropologico e di testimonianza storico-geografica.

Paola Guazzotti e Maria Federica Oddera hanno catalogato e raccolto circa 6000 proverbi, organizzandoli secondo parole chiave, in un mini-dizionario tascabile di 700 pagine, illustrato dai disegni di Giuseppe Maria Mitelli inseriti in una pubblicazione del 1678: Il mini dizionario dei Proverbi.

Alcuni di questi sono di dominio comune, ancora oggi usati sebbene con intenti spesso canzonatori; altri caduti in disuso o del tutto dimenticati. Rimane comunque divertente sfogliare queste pagine, anche per constatare quanto la mentalità contemporanea si sia liberata da superstizioni e pregiudizi arcaici.
Qualche esempio?

Vicino alla chiesa, lontano da Dio.
Donna adorna, tardi esce e tardi torna.
La donna il fuoco e il mare fan l’uomo pericolare.
Peggio è l’invidia dell’amico che l’insidia del nemico.
Chi vuol vivere e star sano, dai parenti stia lontano.
Tarda è la vendetta, guai a chi l’aspetta.
Finché l’uom ha dente in bocca, non sa mai quel che gli tocca.
Dio manda il freddo secondo i panni.

Eccetera, eccetera…

 

© Riproduzione riservata

www.sololibri.net/mini-dizionario-proverbi-Guazzotta-Oddera.html;    16 marzo 2017

RECENSIONI

GUENON

RENÉ GUÉNON, LA METAFISICA ORIENTALE – ADELPHI, MILANO 2022

Il filosofo ed esoterista francese René Guénon (1886-1951) conosciuto anche come Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya dopo la sua conversione all’Islam, scrisse ventisette libri e numerosi interventi su rivista, esplorando con un linguaggio accessibile il concetto di metafisica così come si presenta in tutte le forme tradizionali della spiritualità e delle religioni mondiali, dal paganesimo al sufismo al cristianesimo, attraverso le loro specifiche ritualità e credenze. Ammirato e contestato, considerato un rigoroso storico delle tradizioni religiose oppure un superficiale adattatore di teorie personali, Guénon è stato tradotto in moltissime lingue, e ancora oggi ispira la ricerca di alcune comunità musulmane esistenti sul nostro territorio.

Il breve saggio pubblicato da Adelphi, La metafisica orientale, trascrizione di una conferenza tenuta alla Sorbona il 17 dicembre 1925, chiarisce già alle prime battute che la metafisica è – aldilà di ogni contingenza storica e geografica –, universale, poiché la verità che aspira a raggiungere è una, e solo le forme esteriori di cui si riveste per esigenze espositive possono essere orientali od occidentali. Tuttavia, mentre nell’Occidente moderno (che non ritiene indagabile ciò che esula dall’ambito scientifico e razionale) essa è trascurata, banalizzata, addirittura sepolta, in Oriente rimane “oggetto di una conoscenza effettiva… vera, assoluta, infinita e suprema”.

Avendo sostituito alla conoscenza una “teoria della conoscenza”, la filosofia occidentale ha ammesso la sua impotenza, e si è riconosciuta in grado di definire solo in via teorica l’essere in quanto tale, secondo metodi razionali, discorsivi, riflessi, sensibili, capaci di cogliere esclusivamente il mondo del mutamento e del divenire, cioè la natura, o piuttosto un’infima parte della natura. In Oriente invece, interpretando correttamente il significato etimologico del termine “metafisica” come studio di ciò che è aldilà e al di sopra della natura, definisce il “soprannaturale” come ciò che supera l’essere e le sue forme: è l’infinito, l’indefinibile, l’incomunicabile, a cui si può accedere solo attraverso uno sforzo strettamente personale, in maniera intuitiva e immediata, ma superando la propria individualità umana per cogliere i principi universali, eterni e immutabili, della conoscenza.

Quali sono, dunque, le tappe principali della realizzazione metafisica secondo gli insegnamenti comuni a tutte le dottrine orientali? L’essere umano, se utilizza i mezzi adatti alla sua condizione di creatura finita come punti di appoggio per arrivarvi (parole, segni simbolici, riti, procedure preparatorie, conoscenza teorica), deve servirsene come supporti puramente accidentali: quello che davvero gli è necessario per elevarsi alla conoscenza è la concentrazione, abitudine “assolutamente estranea, persino contraria, alle abitudini mentali dell’Occidente moderno, dove tutto tende alla dispersione e al cambiamento incessante”.

Primo stadio da cui partire è la modalità corporea, la padronanza e il controllo della propria fisicità per poi estendersi oltre l’ambito sensibile in altre direzioni, attuando lo “stato primordiale” dell’autenticità, affrancato dal tempo e dalla limitante successione degli accadimenti, per arrivare a una considerazione simultanea delle cose e degli eventi, fuori dalla temporalità, in un non-tempo che conduca al senso dell’eternità. In una seconda fase, si supera l’appartenenza al mondo delle forme e delle condizioni individuali: si arriva così alla negazione dei limiti che definiscono ogni esistenza nella sua relatività, ottenendo la Liberazione e l’Unione con il Principio Supremo. Solo allora l’essere “liberato” è veramente in possesso di tutte le sue potenzialità, essendosi svincolato da ogni costrizione negativa e da ogni illusione. Il risultato raggiunto sarà un’acquisizione permanente, perché basata sulla conoscenza che è perenne, a differenza dell’azione che è una modificazione momentanea dell’essere. Il dominio metafisico è del tutto al di fuori del mondo fenomenico, non riguarda la psicologia, non produce poteri speciali, non assicura nessuna evoluzione esteriore. È invece un’illuminazione interiore, che non si occupa di successi contingenti. L’Occidente, fondando le sue religioni su formule tradizionali ed esteriori, ha sviluppato la propria civiltà in senso puramente materiale, destinandosi a un declino spirituale che lo condannerà a perdersi.

 

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › La-metafisica-orientale-Guenon        13 aprile 2022

 

 

RECENSIONI

GUERRI-MAGLI

GIORDANO BRUNO GUERRI, POVERA SANTA, POVERO ASSASSINO – MONDADORI,
MILANO 1993

IDA MAGLI, SULLA DIGNITA’ DELLA DONNA – GUANDA, MILANO 1993

Meritano un’unica riflessione due libri usciti quest’anno, uno prima dell’estate, l’altro poche settimane fa. Libri di diversa mole, diverso impianto formale e concettuale, diverso autore: Giordano Bruno Guerri, storico-polemista-studioso del costume, ha ripubblicato una sua ricerca sulla santità di Maria Goretti che aveva fatto scandalo otto anni fa; Ida Magli, docente universitaria-giornalista-antropologa (quindi dotata del riconosciuto diritto a esprimersi con indiscutibile competenza su tutto: uomo donna sesso scienza religione, e chi più ne ha più ne metta) ha rielaborato alcune sue recenti prese di posizione sulla violenza perpetrata sulle donne dal pensiero cattolico. Questi due volumi hanno il comune denominatore di parlare di donne (e pertanto di sesso: i due termini sono ormai diventati su qualsiasi pulpito un’endiadi indissolubile), ma mirando soprattutto a colpire la coercizione culturale, la violenza sociale, lo sfruttamento ideologico messo in atto dalla gerarchia ecclesiastica nei riguardi del mondo femminile. Giordano Bruno Guerri ha condotto un’operazione a nostro parere legittima già nella sua contestatissima edizione dell’85, compiendo ricerche, effettuando rilievi, dibattendo teorie riguardo alla morte e alla successiva santificazione di Maria Goretti. Il suo era, allora come ora, un libro a tesi, intento a dimostrare che «esibita come martire della purezza, fu invece martire della miseria e dell’ignoranza, come il suo assassino. Perché Maria non ha mai contato, non ha mai voluto o potuto, in vita e in morte, prodotto e vittima di sistemi a lei misteriosi». Opinabile, se si vuole, tuttavia legittimamente perseguita e dimostrata: per contrastare le tesi di Guerri, Giovanni Paolo II istituì una Commissione di studio che riscontrò nella narrazione ben 79 errori di documentazione o falsificazioni. A tale analisi ora Guerri risponde ripubblicando il libro senza alcuna variazione, ma aggiungendo alla fine un capitoletto in cui si difende da ogni confutazione degli esperti, e così compiendo un’operazione editoriale scaltra e meditata, perché il suo lavoro, anche se può infastidire per quel tanto di pruriginoso che si avverte tra le righe, è comunque un buono scoop giornalistico, vivace e coinvolgente.
Ben altra è la portata del libro di Ida Magli, che si presenta, già dalla lettera aperta di prefazione, più violento, duro, ideologicamente motivato e armato del pamphlet di Guerri. Anche lo stile è diverso: asseverativo, perentorio, aggressivo, molto molto più “virile” di quello, addirittura impositivo. L’obiettivo dichiarato è, anche qui, la difesa della donna, anzi delle donne come soggetti storici: in realtà il sesso femminile è un pretesto, che appare solo nella seconda parte del volume, per un attacco feroce e mirato al pontificato di Wojtyla. Ida Magli discute, contesta, affronta polemicamente, con le armi della dottrina e dell’ideologia, ma soprattutto con quelle più caustiche e inusuali (visto l’oggetto della polemica) del sarcasmo, dello sfottò cattivo, il Papa polacco, criticato non solo nel suo ruolo e nel suo carisma, ma anche come figura umana («Wojtyla è un vincente… un uomo autoritario che non ammette il minimo dissenso… un uomo terribile, un capo assoluto, totalitario…»). Il Papa è inchiodato a un cliché vignettistico, in cui i tratti che più lo delineano sono la potenza, la virilità, il delirio di onnipotenza, la “polonità” come destino di sacrificio, sofferenza ed eroismo, che secondo la Magli lo avvicina nello spirito a Chopin: questi genio, Wojtyla eroe di una stessa idea mitica della Polonia. La studiosa in queste pagine animate da una ferocia spropositata, di cui forse solo lei capirà le motivazioni più profonde, arriva a scrivere banalità sconcertanti per convalidare delle affermazioni su cui siamo tutti d’accordo: che la Chiesa cattolica sia malata di misoginia (ma non più di tutte le altre religioni mondiali), che la donna sia tuttora ridotta alla sua funzione biologica, e valutata in base all’uso che fa del suo sesso (e purtroppo non solo dalla Chiesa, ma anche dallo Stato, dalla società civile laica e rampante, ecc.), che la corporeità sia erroneamente e ossessivamente appiattita nella funzione copulatoria…Si tratta di considerazioni talmente vere e risapute, che non si capisce perché la Magli ci si accanisca con tanto fervore. Sulla posizione contestata e difficilmente condivisibile di Wojtyla riguardo agli stupri delle donne bosniache, abbiamo letto pagine sottili e più convincenti nella loro correttezza, di quanto non siano i parossismi della Magli. Giustamente l’autrice dedica la prima parte del libro a una dotta dissertazione sul potere che, da sempre, trova la sua giustificazione e la sua radice nel sacro (inteso come codificazione del controllo, dell’autorità, espresso «con norme coercitive e sacrificali»): ma tale non è solo il potere religioso, quanto tutti i poteri, politici, economici, militari e, perché no, della cultura accademica o giornalistica, quando si paluda di sacro per mantenersi inaccessibile, incontestabile… Non solo la Chiesa, quindi, non solo Wojtyla usano il sacro – e il potere – contro le donne. Baudelaire, immaginoso, rivoluzionario, grande poeta dell’800, scriveva in  Mon coeur mis a nu  questa stupidissima frase: «Mi sono sempre stupito che si permettesse alle donne di entrare nelle chiese. Che conversazione possono mai avere con Dio?» Ridiamo di questa idiozia di uno spirito sublime, e leggiamoci le conversazioni con Dio di un’altra grande, Simone Weil, donna, ebrea, quasi convertita al cattolicesimo. Baudelaire ha scritto ancora: «I miscredenti se non temessero nulla, riderebbero. Se si arrabbiano, è perché temono». Ida Magli è troppo arrabbiata.

«L’Arena», 9 dicembre 1993