Mostra: 611 - 620 of 1.349 RISULTATI
RECENSIONI

HAMILTON

JANE HAMILTON, LA MAPPA DI ALICE – BALDINI & CASTOLDI, MILANO 1996

Un tempo ritenevo che l’abbattersi della sciagura fosse in genere conseguenza di un errore marchiano o di una disgraziata fatalità. Non avevo ancora scoperto che può verificarsi così gradualmente che non se ne avvertono gli indizi premonitori né l’impatto. Magari non se ne percepisce neppure il movimento. Ho imparato che occorrono almeno due o più avvenimenti per alterare il corso di una vita: la verità sfugge una prima volta, una seconda, quindi una terza, e poi in un attimo si ha la sensazione che tutto sia franato di colpo.

Così filosofeggia Alice Goodwin, protagonista del libro La mappa di Alice, una casalinga trentenne che vive con il marito allevatore e con le due bambine in una fattoria del Wisconsin, travolta da una serie di accuse che distruggono la serenità della sua famiglia e la sua reputazione. Lei e il marito («Avevo sposato Howard sapendo che niente lo rendeva più felice della vista del latte che attraverso i tubi passava nella vasca di raccolta… La stalla era la sua guerra. Lui era il generale e le mucche i suoi soldati. Le guidava nelle loro esercitazioni due volte al giorno, sette giorni la settimana, cinquantadue settimane l’anno.») hanno rilevato l’ultima fattoria della cittadina di Praire Center, facendo un ottimo affare economico, ma suscitando da subito fastidio e diffidenza nella comunità ospitante. Troppo diversi, infatti, sembrano entrambi ai loro compaesani: lui, uomo asciutto, gran lavoratore, restio alla cura del proprio aspetto e poco propenso ai rapporti con le altre persone; lei disordinata, mutevole d’umore, scarsamente amante della casa e della cucina, e invece sempre immersa in letture e nella musica; le bambine cresciute spartanamente, senza alcuna concessione a futilità di moda. Quasi degli hippy, insomma, cui dare poco affidamento, indifferenti alla abitudini del paese, «estranei all’immaginario collettivo». Perciò i Goodwin vengono considerati con sospetto, salutati a fatica, trattati scortesemente nei locali pubblici. Sensazioni, impressioni vaghe, ma che prendono man mano consistenza col passare del tempo, fino a dar corpo a veri e propri incubi, a una persecuzione ossessiva. Quest’ansia generalizzata di punizione trova una sua valvola di sfogo quando nel laghetto della fattoria annega la bambina dei vicini con cui, soli, i Goodwin erano riusciti a instaurare un rapporto di amicizia e confidenza reciproca. E’ Alice che viene additata al pubblico ludibrio, per la sua disattenzione o superficialità e, in seguito, perché il senso di colpa che la disgrazia ha provocato in lei le fa assumere atteggiamenti autodistruttivi, che vendono stigmatizzati con acribia. Si scava con cattiveria nel suo passato alla ricerca di episodi che avallino la cattiva opinione che di lei nutre il paese, e così lo schiaffo affibbiato a un ragazzino difficile nella scuola in cui esercita la sua professione di infermiera, assume contorni mostruosi, connotati morbosi e deliranti. Le chiacchiere si ingigantiscono, diventano calunnie sempre più pesanti, finché Alice è arrestata sotto il peso di un’imputazione agghiacciante mossale dalla madre del ragazzino schiaffeggiato. Il marito e le bambine rimangono soli, evitati come la peste da tutta la comunità. Oggetto di telefonate anonime e di sputi per strada: vicini a loro rimangono solamente la famiglie della bimba annegata e un avvocato. Per pagare la cauzione e le spese del processo, Howard è comunque costretto a svendere la fattoria, e a trasferirsi in un’altra città, cercando un impiego qualsiasi. Rimane lucido, razionale e, impedendosi di lasciarsi sfiorare dal sospetto riguardo al comportamento della moglie, cerca di spiegare a se stesso e alle figlie cos’è successo: «A volte, la gente accusa dei suoi guai una persona che non c’entra…Alice si preoccupava tanto di quello che certe persone potevano dire di lei…Temeva che le vecchie comari sparlassero. Io le dicevo di lasciar perdere, che era sciocco far caso ai pettegolezzi. Adesso capisco di cosa bisogna ave paura: delle chiacchiere. Proprio. Le chiacchiere. E non so come abbiamo creduto di poter avviare una fattoria, qui. Occorre aver vicino gente con gli stessi interessi».

Alice viene ovviamente assolta dalle accuse, il bambino si contraddice, rivelando di essere rimasto traumatizzato da una scena vissuta nella sua famiglia, protagonisti sua madre e un estraneo; il caso Goodwin si sgonfia, pretesto di un rito di purificazione collettiva, con un capro espiatorio che necessariamente doveva essere una donna e estraneo alla comunità. Legalmente, quindi, tutto si riduce a niente: ma alcune vite sono state spezzate, due bambine rimarranno segnate per sempre, una coppia vivrà con problemi che non è andata a cercarsi.
L’autrice de La mappa di Alice, Jane Hamilton, si sta segnalando negli Stati Uniti come scrittrice di indubbio talento, sulla scia di Anne Tyler e di una nuova narrativa al femminile, non più intimista o rancorosa, ma aperta anche a tematiche di grosso rilievo sociale e civile. Molto coinvolgenti le pagine sull’annegamento della bambina nel laghetto, l’impatto di Alice con la prigione, la spietata autoanalisi del marito; e in generale il clima di sospetto, la rete viscida di congiura che incatena e soffoca i protagonisti, e inquieta noi lettori, al punto che cerchiamo di consolarci pensando che storie del genere possono accadere solo nei romanzi. Americani, per di più.

 

«L’Arena», 31 luglio 1996

RECENSIONI

HAN

BYUNG-CHUL HAN, LA SOCIETÀ SENZA DOLORE, EINAUDI – TORINO 2021

Byung-Chul Han (Seoul, 1959), pensatore coreano-tedesco tra i più letti al mondo, sapientemente critico nei riguardi del neoliberalismo economico e delle derive ideologiche e sociali contemporanee, in Italia ha pubblicato con l’editore Nottetempo numerosi saggi, stimolanti e di facile lettura.

Einaudi propone oggi nella collana Stile Libero una sua concisa riflessione sulle modalità con cui le culture mondiali affrontano il male, in pratica rimuovendolo da ogni orizzonte etico e comportamentale. Con il sottotitolo “Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”, La società senza dolore indaga come elemento caratterizzante delle società moderne l’algofobia, la paura di soffrire, per cui si tende a evitare qualsiasi circostanza conflittuale che preveda una partecipazione angosciante ad avvenimenti personali, collettivi o politici.

Sette capitoli del libro sono dedicati a una vera e propria ermeneutica del dolore , di cui si enuclea l’insensatezza, l’astuzia, la verità, la poetica, la dialettica e l’ontologia. Byung-Chul Han  ne cerca tracce definitorie nella letteratura e nella filosofia universale: Valéry,  Freud, Santa Teresa d’Avila, Andersen, Benjamin, Jünger, Weizsäcker, Butor, Celan, Heidegger, Nietzsche, Pearce.

Nel mondo attuale il dolore sembra aver perso il significato di catarsi, di conoscenza interiore, di preghiera, di riscatto dalla colpa, di relazione con Dio, di possibilità di racconto, di vincolo o desiderio, di legame solidale con il prossimo, di disciplina, di sensibilità artistica, di contatto con la realtà: è diventato semplicemente inutile, privo di giustificazione, intollerabile, fallimentare. “Non disponiamo piú di nessi di senso, narrazioni, istanze superiori o scopi in grado di abbracciare il dolore e renderlo sopportabile… Viviamo in una società della positività che tenta di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo”, imponendo una sorta di dittatura del benessere, della felicità e dell’ottimismo permanente, da perseguire in ogni campo. Il dolore, interpretato come segno di debolezza e passività, va nascosto o eliminato in nome dell’ottimizzazione delle prestazioni, perché non compatibile con le performance pretese dalla società.

Il dover piacere diventa un imperativo, il like assurge a emblema dell’approvazione generale. In tale nuova “cultura della compiacenza”, anche l’arte e la politica sono obbligate a conformarsi al gusto generale che ostracizza e condanna qualunque dissidenza o dissonanza, incoraggiando il conformismo e l’adeguamento alle esigenze dell’economia e del mercato. Invece proprio l’espressione artistica, che Adorno definiva “estraneità al mondo” dovrebbe offrire una narrazione antagonista rispetto all’ordine vigente: dovrebbe inquietare, disturbare, dare voce al tormento, e non servire da anestetizzante o edulcorante dei contrasti. Oggi, invece, perpetua l’Uguale, si è disciplinizzata. Come, appunto, il dolore, divenuto felpato e afono, richiuso in luoghi deputati quali carceri, ospedali, istituti che canalizzano il sapere e il lavoro produttivo. Nell’attuale regime neoliberista, il potere ha perso la sua forma disciplinare repressiva, assumendo in maniera più subdola e sottile l’abito del convincimento seduttivo: il cittadino subordinato viene convinto a realizzarsi positivamente e individualmente, in una pseudo-liberazione del proprio io,  e a occuparsi solo delle proprie esigenze fisiche e psicologiche al fine di raggiungere la felicità personale, senza interrogarsi su questioni di rilievo sociale. La sofferenza è privatizzata e psicologizzata, per impedire il diffondersi del malcontento e della rabbia politica.

Si prescrivono in maniera massiccia analgesici per coprire le responsabilità sociali che conducono al dolore, riducendolo a un apatico torpore, spoliticizzandolo e impedendogli di rendersi arma critica. L’anestesia indotta attraverso la farmacologia o con la strumentalizzazione dei media (i social,  i videogiochi, la televisione) mette al riparo la società dalla contestazione: “Cosí, invece della rivoluzione, c’è la depressione”. Gli individui, egocentrici, infiacchiti e narcotizzati, imparano ad aspirare solamente alla propria confortevole sopravvivenza, che assume un rilievo assoluto, superiore alla stessa libertà personale.

La pandemia che stiamo vivendo ha reso evidente questo paradosso: si ha paura del dolore perché si ha paura della morte, fino ad ora rimossa e adesso diventata improvvisamente e minacciosamente visibile, concreta. L’unico valore riconosciuto e accettato, anche perché politicamente inoffensivo, è l’allungamento biologico della vita, aldilà di qualsiasi dimensione metafisica o puramente etica.

© Riproduzione riservata                   «Gli Stati Generali», 13 maggio 2021

 

 

 

 

RECENSIONI

HAND

DAVID J. HAND, IL CASO NON ESISTE – BUR RIZZOLI, MILANO 2014

Con una divertente prefazione del giallista e chimico Marco Malvaldi, Rizzoli propone ai lettori un volume di divulgazione scientifica del matematico britannico David J.Hand, che ci orienta su concetti di non facile assimilazione quali il caso, la probabilità, l’inevitabilità. «Questo libro parla di eventi straordinariamente improbabili. Parla delle ragioni per cui accadono cose incredibilmente inverosimili. Di più: parla delle ragioni per cui continuano ad accadere, ancora e ancora, e ancora».

È successo a tutti noi, suppongo, di rimanere increduli e forse un po’ allarmati davanti a coincidenze impreviste e spiazzanti (casi di telepatia, incidenti ripetuti, oggetti persi e ritrovati, incontri inattesi…), al punto da farci interrogare su quali influenze invisibili governino il corso delle cose. L’autore riporta esempi di avvenimenti incredibili capitati sia a gente comune sia a persone famose e indubbiamente attendibili, che potrebbero indurci a supporre l’esistenza di misteriose entità in grado di governare e dirigere i nostri comportamenti e pensieri da un ipotetico aldilà. In generale, ciò che ci appare razionalmente incomprensibile ci mette a disagio, e tendiamo a voler razionalizzare anche l’inspiegabile. Vorremmo poter sempre individuare nelle nostre vite degli schemi regolari, sequenze verificabili di causa-effetto che possano escludere la casualità o l’irrazionalità.

«L’istinto primario che porta l’uomo a cercare sicurezza e protezione induce in noi un’inquietudine di fondo all’idea che gli eventi possano verificarsi per puro caso… Per esempio, potrei considerare il fatto di essere inciampato su un sampietrino dopo aver visto un gatto nero come la prova provata che vedere un gatto nero porta male, ignorando tutti i casi in cui ho visto un gatto nero e non sono inciampato».

Da scienziato titolare di una cattedra universitaria di statistica, David J. Hand osserva con estremo scetticismo (impegnandosi in una demolizione razionale) qualsiasi atteggiamento superstizioso, la credenza nei miracoli, le profezie, la parapsicologia, prendendosela anche con obiettivi illustri, quali lo psicanalista Carl Gustav Jung, troppo propenso a invocare il soprannaturale anche di fronte a fenomeni scientificamente spiegabilissimi. Sincronicità e coincidenze sono eventi concomitanti che ci sorprendono perché li percepiamo come significativamente collegati, quando in realtà non hanno alcuna connessione causale evidente, e derivano solo dal caso: e la probabilità non è una proprietà del mondo esterno, ma piuttosto una caratteristica del modo in cui ragioniamo sul mondo. Esiste una possibilità su 14 milioni che una persona vinca al jackpot: effettivamente c’è sempre un fortunato, ma ci sono anche 13.999.999 che non ci azzeccano…La rivoluzione scientifica che all’inizio del ‘900 ha segnato il passaggio dall’universo meccanicistico e deterministico, regolato da leggi ferree, all’universo probabilistico dominato dal caso e dall’incertezza (in cui si sono affacciate le affascinanti teorie della fisica quantistica) non è ancora riuscita a scalfire una diffusa mentalità acriticamente fideistica e superstiziosa. Con questo volume, David J. Hand ci accompagna gradatamente a scoprire quali leggi, certamente non casuali, regolano il caso: la legge dell’inevitabilità, dei numeri davvero grandi, della selezione, della prossimità sufficiente, dell’improbabilità, aiutandoci a riformulare una nuova visione della nostra mente, della natura, dell’universo.

 

© Riproduzione riservata          

www.sololibri.net/Il-caso-non-esiste-David-J-Hand.html       8 settembre 2015

RECENSIONI

HANDKE

PETER HANDKE, STORIA CON BAMBINA – GARZANTI, MILANO 1996

Un romanzo di Peter Handke (pubblicato nell’81), riproposto nel 1996 da Garzanti nell’ottima traduzione di Rolando Zorzi, che ribadisce le grandi qualità di stile e di pensiero dell’autore, al cui successo non è estranea – oltre all’indubbia abilità narrativa – una certa fama di ribellismo e ostilità al mondo.
Il testo è ristretto in una vicenda privatissima, interna all’anima, scarsa di connotazioni e riferimenti a luoghi o date concreti e attenta, invece, ad ogni sfumatura di sentimento: anche formalmente si presenta come molti altri romanzi dell’autore austriaco, quasi ad andamento diaristico, benché in terza persona, con qualche sporadica, improvvisa sterzata in prima persona, o passaggio brusco dal passato al presente, a sottolineare una partecipazione non più camuffabile.
Storia con bambina (Garzanti, 1996), è la vicenda d’amore che si snoda tra lo scrittore e sua figlia, pensata e attesa già molti anni prima della sua venuta al mondo. La bambina nasce ed è, in qualche modo, sostitutiva di qualsiasi presenza femminile al suo fianco e, subito, i due genitori entrano in crisi, riguardo ai ruoli da giocare tra di loro e con la neonata. Il padre, giovane autore già affermato ma perpetuamente in collisione con se stesso e con il mondo, trova nella figlia il suo orizzonte e confine, riuscendo solo in lei a circoscrivere ansie e pensieri: «la bambina gli si presenta quindi come il suo lavoro: il suo pretesto per non partecipare agli avvenimenti della storia»

Bambina – alibi, quindi, poiché lui deve occuparsi di lei, può finalmente dare le dimissioni da tutti i rapporti con gli altri, vivere in simbiosi con la piccola, in rari momenti di totale felicità: «Un’altra sera d’inverno, in casa il televisore è acceso lì davanti, l’uomo sta cullando la bambina; sfinita, finalmente si addormenta, e allora guardare la televisione con quel piccolo peso sul ventre, che emana calore, è pura gioia». Più spesso il rapporto tra i due è critico, sofferto: passano giornate intere in silenzio, ad osservarsi e a soppesarsi. Il padre tende a vivere in case grandi, immerse nel verde, aperte esclusivamente ad altri bambini, tra i quali sua figlia si muove però in modo diverso, «inserendosi nei giochi con quell’eccesso di partecipazione e quel leggero smarrimento che la rendono vittima predestinata, marchiata da un’educazione differente».

L’esibita diversità, la proclamata mitezza e indifferenza ai miti comuni di padre e figlia li trasforma in facile bersaglio della consapevole crudeltà degli altri. L’adulto, eternamente a disagio, impone allora alla bambina continui trasferimenti di scuola, di città, di nazione e di lingua, condannandola a un’infanzia da esiliata.
La foto che li ritrae sulla copertina del volume garzantiano è emblematica: Handke mortifero, capelli lunghi, baffi spioventi, occhiali scuri a nascondere uno sguardo che si immagina disperato, mentre la bambina bionda e interrogativa osserva l’obiettivo quasi spaventata.
Il libro non dice quale destino aspetti la ragazzina, come si concluda il suo apprendistato alla vita: la narrazione si chiude sul decimo compleanno di lei, e su una inevitabile, salutare separazione dal padre. Lui rimarrà probabilmente solo, come dopo ogni grande storia d’amore finita o ridotta a schemi quotidiani: ma questo, appunto, Handke non lo racconta, e lascia che a orientarci sul suo tormentato rapporto di genitore sia un verso di Pindaro: «Alzati, figlio, vieni alla terra ospitale, qui, dietro alla mia parola».

 

© Riproduzione riservata       

www.sololibri.net/Storia-con-bambina-Peter-Handke.html     16 novembre 2015

RECENSIONI

HANDKE

PETER HANDKE, POMERIGGIO DI UNO SCRITTORE – GUANDA, MILANO 2004

Nell’87 Peter Handke pubblicò questo testo che ricorda nel tema quello dello svizzero R.Walser (“La passeggiata”, 1917). Due scrittori in cammino, che raccontano il loro vagare solitario, immerso in pensieri e visioni, tra sporadici incontri, e imbarazzati, con i loro simili, e una difficile adesione al pulsare della vita dei più. “Perché sentiva una partecipazione così pura soltanto quando era solo? Perché poteva capire quelli che gli stavano vicino soltanto quando se n’erano andati, e quanto più erano lontani, tanto meglio?”; “quando io, da quanti anni ormai?, mi sono isolato e mi sono messo in disparte per scrivere, ho confessato la mia sconfitta come individuo sociale; mi sono escluso dagli altri per tutta la vita”. Lo scrittore narrato in terza persona da Handke è evidentemente un alter ego, amato e detestato, che ha fatto dello scrivere la ragione e il perno della sua intera esistenza, sacrificandola non tanto alla fama e al successo letterario, ma piuttosto alla ricerca di un modo per salvarsi dalla mediocrità e dalla falsità dei ruoli sociali. Se si obbliga ad uscire dalla sua stanza, a camminare per le strade del centro, o in periferia, o in montagna, lo fa con disagio, temendo sia di essere riconosciuto sia di essere ignorato, fuggendo da voci e rumori, oppure implorandoli e avvinghiandosi ad essi come all’unica traccia vitale nelle sue ore silenziose. Fuori di sé, gli fa compagnia la prima neve, il mendicante folle che urla la sua rabbia nel traffico, i fiori che resistono all’inverno, qualche timida conversazione in un’osteria: tornato alla sua solitudine, sono solo i tasti della macchina da scrivere, o l’annunciatore della radio, o il rubinetto che gocciola a scandirgli il tempo da vivere. “Non era strano che quasi soltanto i momenti in cui scriveva potessero dilatare a tal punto il luogo in cui risiedeva? Allora ciò che era piccolo diventava grande; i nomi non contavano più…”.

IBS, 20 luglio 2014

RECENSIONI

HANDKE

PETER HANDKE, POMERIGGIO DI UNO SCRITTORE – GUANDA, MILANO 2016

Peter Handke pubblicò nel 1987 Pomeriggio di uno scrittore, racconto che ricorda nel tema quello dello svizzero Robert Walser (“La passeggiata”, 1917). Due scrittori in cammino, che raccontano il loro vagare solitario, immerso in pensieri e visioni, tra sporadici e imbarazzati incontri con i loro simili, e una difficile adesione al pulsare della vita dei più. “Perché sentiva una partecipazione così pura soltanto quando era solo? Perché poteva capire quelli che gli stavano vicino soltanto quando se n’erano andati, e quanto più erano lontani, tanto meglio?”; “quando io, da quanti anni ormai?, mi sono isolato e mi sono messo in disparte per scrivere, ho confessato la mia sconfitta come individuo sociale; mi sono escluso dagli altri per tutta la vita”.

Lo scrittore narrato in terza persona da Peter Handke è evidentemente un alter ego, amato e detestato, che ha fatto dello scrivere la ragione e il perno della sua intera esistenza, sacrificandola non tanto alla fama e al successo letterario, ma piuttosto alla ricerca di un modo per salvarsi dalla mediocrità e dalla falsità dei ruoli sociali.
Se obbliga se stesso ad uscire di casa, a camminare per le strade del centro, o in periferia, o in montagna, lo fa con disagio, temendo sia di essere riconosciuto sia di essere ignorato, fuggendo da voci e rumori, oppure implorandoli e avvinghiandosi ad essi come all’unica traccia vitale nelle sue ore silenziose.
Distanziandosi dall’ossessione di sé, trova a fargli compagnia la prima neve, il mendicante folle che urla la sua rabbia nel traffico, i fiori che resistono all’inverno, qualche timida conversazione in un’osteria: tornato alla sua solitudine, sono solo i tasti della macchina da scrivere, o l’annunciatore della radio, o il rubinetto che gocciola a scandirgli il tempo da vivere. “Non era strano che quasi soltanto i momenti in cui scriveva potessero dilatare a tal punto il luogo in cui risiedeva? Allora ciò che era piccolo diventava grande; i nomi non contavano più…”

© Riproduzione riservata  
https://www.sololibri.net/Pomeriggio-di-uno-scrittore-Peter-Handke.html    11 gennaio 2018
RECENSIONI

HANDKE

PETER HANDKE, L’ASSENZA – GARZANTI, MILANO 2001

Una fiaba con quattro protagonisti magici, sollevati da ogni materialità come in ogni fiaba che si rispetti, che Peter Handke scrisse nell’87, incastonandola tra due massime della sapienza taoista, quasi a voler indicare una direzione di lettura: la sospensione del giudizio, l’indistinguibilità di ogni accadimento pratico. Rolando Zorzi, nella sua sapiente traduzione dal tedesco, attentissima all’inventività lessicale e fedele alla costruzione sintattica dello scrittore austriaco, commenta ammirato la novità di questo testo, il suo taglio cinematografico: “lo sguardo impersonale e personale insieme, che riprende prima le cose e poi i personaggi in campi lunghi, medi, lunghissimi…”.

La narrazione, come quasi sempre in Peter Handke, procede con severa lentezza, descrivendo minuziosamente ogni aspetto degli interni e degli esterni, con gusto assolutamente pittorico, quasi stregato dall’immobilità dei personaggi e delle loro esistenze. Protagonisti presenti ma contemporaneamente del tutto assenti, privi di sentimenti (amore e odio non esistono, entusiasmo e delusione non vengono nemmeno sfiorati nel loro rapportarsi con il mondo): un vecchio, un soldato, un giocatore incallito, una donna. Tutti senza nome, senza passato o futuro, senza parole che esprimano volontà di dialogo: persi in un loro muto vagare privo di meta, in cerca di una sosta dall’agitarsi della vita frenetica che non comprendono e da cui volontariamente si escludono. Tutto sembra indistinto e intercambiabile: gesti, parole, paesaggi, vicende. Una cosa vale l’altra, nell’indefinitezza del nulla: “Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c’è niente, mentre intorno c’è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non succede più niente e non ancora niente… Esserci, esistere, per me è successo sempre e soltanto per poco tempo, mai per tanto”. L’assenza, quindi di tempi e luoghi, di storia e di vita. Ma persistere a lungo nel nulla può diventare faticoso, anche per il lettore più fedele.

© Riproduzione riservata      
https://www.sololibri.net/L-assenza-Una-fiaba-Handke.html     30 gennaio 2018

 

RECENSIONI

HANDKE

PETER HANDKE, DI NOTTE, DAVANTI ALLA PARETE CON L’OMBRA DEGLI ALBERI – SETTECOLORI, MILANO 2022

Un titolo lungo e suggestivo, quello che Peter Handke ha scelto per il corposo ultimo libro pubblicato in Italia, a indicare un tempo e un luogo determinato, di assorta meditazione ed essenziale solipsismo: Di notte, davanti alla parete con l’ombra degli alberi. Segni e presagi dalla periferia 2007-20015. Handke, nato in Carinzia sul confine tra Austria e Slovenia nel 1942, non è un autore facile, e ha fama di non essere persona facile. Drammaturgo, sceneggiatore, romanziere, poeta, saggista, premio Nobel nel 2019, ha lasciato il paese nativo, che sentiva estraneo alla propria vulnerabile sensibilità e scontrosa irriducibilità ideologica (come altri due straordinari scrittori austriaci del ’900, Thomas Bernhard e Ingeborg Bachmann) per girare il mondo, e infine rifugiarsi nei dintorni di Parigi, a Chaville, dove pare condurre una vita eremitica.

La casa editrice milanese Settecolori propone ora, con traduzione e cura di Alessandra Iadicicco, una densa raccolta di appunti diaristici, aforismi, riflessioni, bozzetti, scritti con stile pacato ed evocativo, colto e lieve, e inframmezzati da disegni, schizzi stralunati, fantasiosi arabeschi. Scrutanti l’abisso del pensiero sono perlopiù le riflessioni cui Handke si abbandona nel suo quotidiano peregrinare materiale e spirituale, in un continuo scandaglio emotivo e filosofico, di domande e risposte indaganti le forme della solitudine (“Essere soli non è una buona cosa – a prima vista”, “Mi piace così, da solo. – E hai ragione”), dell’assenza (“Verbo per l’assenza: lascia rinverdire”), dell’introspezione (“Dunque io resto un filosofo camuffato?” “Visto abbastanza? Ascoltato abbastanza? Niente affatto”, “Non c’è niente di grave, a parte me”).

Altri frammenti sono esortazioni morali, moniti didascalici, prescrizioni di comportamento, suggerimenti benevoli: “Accrescere l’esistenza”, “Buttare via molto più spesso, e con leggerezza!”, “Il tuo pensiero deve essere un rammentare”, “Non restare lì dove sei capitato”, “Si impara anche quando non si impara”, “Tu non ti stupisci abbastanza!” Chi scrive sembra avvertire come un dovere il proprio ruolo di maestro, di esempio e sprone educativo, volto ad allargare i confini ristretti dell’esistenza domestica, ampliando gli orizzonti mentali, sviluppando il respiro della coscienza in chi legge.

Alla stregua di una pratica ascetica, il semplice camminare, il girovagare solitari nella natura, il “Wanderung” celebrato letterariamente da molti scrittori di lingua tedesca, diventa cura dell’io, oltre che premura-attenzione-gratitudine per l’ambiente: “Devo arrivare così lontano da poter andare ancora oltre”, “Camminare, andare a prendere un volto”, “Ieri ho camminato lungo i margini – che cosa voglio di più?”, “Per gradi: vagare per piacere – vagare alla ricerca – vagare”. Uscire di casa, passeggiare da soli, senza meta, concentrati su ciò che accade dentro e fuori di sé, diventa controllo delle emozioni, e insieme libertà di espressione fisica, esercizio di membra e meningi.

Moltissime sono, tra le prevalenti intuizioni personali, anche le citazioni da autori classici e contemporanei, da film, musiche, proverbi, a significare che persino un premio Nobel ottantenne non smette mai di cercare saggezza, imparando dal passato, interrogandosi sul presente.

I disegni riportati nel testo, in bianco e nero, o colorati con pastelli scuri, riproducono in genere alberi e varia vegetazione, pioggia e ghiaccio sui vetri, oggetti casalinghi, visi umani con espressioni stupefatte o malinconiche: raffigurazioni comunque consone al tono meditativo e raccolto del narrato, “strategia per attingere una rivelazione”, come sottolinea la curatrice. Nell’ultimo schizzo è effigiato il rosone di Notre Dame de Paris, in data 13 novembre 2015, giorno degli attentati terroristici nella capitale francese, perché la storia collettiva non deve rimanere esclusa dal vissuto privato.

Un’ultima considerazione su questo importante e necessario volume va doverosamente fatta riguardo all’approfondita postfazione della curatrice Alessandra Iadicicco, che ricostruisce con appassionata competenza tutto il percorso biografico e intellettuale di Peter Handke, postillato da ben nove volumi di diari già pubblicati e da centinaia di taccuini inediti, in cui – parallelamente alla copiosa attività letteraria ufficiale – lo scrittore reagisce tramite la parola a ogni accadimento personale, percezione, impressione, sentimento: non utilizzando la pura descrizione, ma attraverso i riflessi che di essi serba il linguaggio. Nei Tagebücher (vero e proprio libro d’ore) di cui ci occupiamo, disegni e parole trascritti tra il 2007 e il 2015 si affiancano e sovrappongono, offrendosi reciprocamente bellezza, quando anche l’ombra degli alberi nella notte diventa palpabile illuminazione.

 

© Riproduzione riservata                  25 maggio 2022

SoloLibri.net › notte-davanti-parete-ombra-alberi-Handke

RECENSIONI

HARDY

THOMAS HARDY, L’OROLOGIO DEGLI ANNI – ELLIOT, ROMA  2022

Con traduzione, prefazione e note di Edoardo Zuccato, la casa editrice Elliot pubblica una scelta di poesie scritte da Thomas Hardy tra il 1857 e il 1928. Il titolo dell’antologia, L’orologio degli anni, è tratto dalla composizione omonima, in cui uno Spirito offre a un vedovo la possibilità di rivedere la moglie defunta nell’età da lui scelta. Ma il desiderio espresso dall’uomo non viene esaudito, e il fantasma evocato regredisce dalla maturità fino all’infanzia e al dissolvimento nel nulla.

Si tratta di un testo esemplare dello stile e delle tematiche privilegiate dall’autore inglese (1840-1828), che anche nei famosissimi romanzi (Via dalla pazza folla, Tess dei d’Uberville, Jude l’oscuro) prediligeva la narrazione di episodi minuti e frammentati, le immagini rapide e poco convenzionali, le descrizioni di interni ed esterni inospitali e quasi minacciosi. La relazione tra passato e presente, ugualmente insoddisfacenti se non addirittura tormentati, anima ossessivamente la maggior parte delle poesie, in cui la consapevolezza dell’irrecuperabilità del tempo trascorso, avvertita nella sua feroce ingiustizia, rende impossibile vivere con serenità un presente mutilato delle sue radici. Ogni perdita è irreparabile, e la memoria non riesce ad addolcire o salvare il ricordo, se non falsandolo per renderlo ancora più amaro e affollato di rimorsi.

L’approfondita introduzione di Zuccato insiste molto sull’importanza che gli avvenimenti biografici del poeta hanno avuto sulla sua produzione letteraria: la nascita clandestina, l’infanzia trascorsa in una famiglia modesta e priva di cultura, gli studi interrotti, i due matrimoni entrambi travagliati per ragioni diverse. Il senso di estraneità vissuto sia nella provincia originaria sia in una Londra avviata a una celere trasformazione industriale e cosmopolita, lo aveva reso aspramente critico nei riguardi della società, spietata nelle sue dinamiche di oppressione delle classi e degli individui più deboli e sfortunati.

In questa raccolta sono ricorrenti le rappresentazioni di funerali, tombe, spettri e reincarnazioni, e contesti in cui i protagonisti vengono ingannati, illusi, abbandonati o traditi nel loro fiducioso relazionarsi al prossimo e alle vicende della vita. Anche il rapporto con il destino individuale e storico è infatti problematico, poiché Hardy (agnostico, fatalista, darwinista), riteneva la realtà mossa da forze cieche e feroci, insensibili alle sofferenze di un’umanità innocente e incapace di difendersi.

L’ingenua freschezza di queste poesie esercita anche oggi sul pubblico un fascino discreto, per l’attenzione sensibile agli eventi minimi di vissuto quotidiano, nel reiterarsi di pochi e fondamentali contenuti. La natura (Guardando fuori all’alba stagno, / campo, gregge, albero solitario, / sembra mi fissino tutti / come bimbi in castigo in classe, muti”), caratteri umani particolari (“Le lasciavamo fare come voleva, / Judy era pazza, lo si sapeva), gli oggetti (“Scricchiola, legnetto, scricchiola, / se ti tocco con i gomiti o le ginocchia, / è il tuo modo di parlare / di quella che a me ti donò”), il tempo trascorso (“Noi due, io e il Passato, governavamo la casa, / io e il Passato; aleggiava su ogni cosa da fare / senza mai lasciarmi solo”), l’amore per la prima e la seconda moglie (“La baciai col pensiero andando / via nel chiarore del mattino: / sul vetro del suo ritratto la baciai: / lei non lo seppe mai”): e poi la crudeltà della guerra, le vessazioni economiche, il dolore della morte, la imperturbabile vastità del cosmo. Secondo Edoardo Zuccato, “Comico e tragico, elegia e satira, lirica e canzone, riflessione filosofica e ricordo si alternano senza un ordito definito, come avviene nella vita”.

La chiarezza del dettato, lodata anche da Ezra Pound, la musicalità ottenuta con un sapiente impiego delle rime, l’utilizzo teatrale di dialoghi e monologhi, hanno reso l’opera poetica di Thomas Hardy facilmente memorizzabile, e proponibile anche didatticamente: citata in eventi pubblici e nei media, è riprodotta in numerose antologie scolastiche. Formalmente, i versi si affidano a una metrica tradizionale, con grande varietà di forme strofiche, seguendo ritmi echeggianti la musica popolare e utilizzando frequenti dialettismi e arcaismi, volti a rendere i testi facilmente accessibili ai lettori coevi, sebbene letti con una certa condiscendenza dalla critica accademica. Ma la presente antologia rende giusto merito a un grande narratore che ha voluto e saputo misurarsi con la voce intima ed essenziale della poesia.

© Riproduzione riservata               «L’Indice dei Libri del Mese» n. 6, giugno 2022

 

RECENSIONI

HECHT

ANTHONY HECHT, LE ORE DURE – DONZELLI, ROMA 2018

Di Anthony Hecht (New York, 1923Washington, 2004), la critica ha sempre sottolineato sia l’interesse per le tragiche vicende storiche del ’900 (la seconda guerra mondiale, a cui partecipò combattendo come fante in diversi paesi europei, e l’orrore dell’Olocausto, di cui fu testimone diretto durante la liberazione del campo di concentramento di Flossenbürg, nell’aprile del ’45), sia l’adesione a scelte formali severamente controllate e poco consuete, attraverso l’utilizzazione del pentametro giambico, con cui dava luogo a versi lunghi e complessi, dall’andamento narrativo, prediligendo la forma del poemetto rispetto alle composizioni brevi. Nato da genitori ebrei-tedeschi, studiò letteratura inglese al Bard College di New York, dove ora è sepolto: conobbe e frequentò i più importanti scrittori della sua epoca: da Jack Kerouac a Robert Lowell, Randall Jarrell, Elizabeth Bishop, Wystan Hugh Auden e Allen Tate. Professore universitario alla Rochester di New York e alla St. George di Washington, dagli anni ’50 fino alla morte pubblicò diversi volumi di poesia e vinse significativi premi (tra cui il Pulitzer nel 1968). In Italia sono stati editi solo I vespri veneziani (L’obliquo, Brescia 2012) e Le ore dure (Donzelli, Roma 2018).

Tratti da sei raccolte scritte da Hecht tra il 1967 e il 2001, introdotti da Joseph Harrison e resi in una sapiente e ardita versione da Damiano Abeni e da Moira Egan, i versi di quest’ultima antologia schiudono agli occhi del lettore un ventaglio di possibilità interpretative, offrendogli non solo molteplici puntelli culturali di riferimento (dalle Sacre Scritture al teatro elisabettiano, dai tragici greci al cinema, dalla mitologia all’arte figurativa), ma soprattutto una gamma di emozioni contrastanti cui abbandonarsi: ironia e spavento, brutalità e delicatezza, inquietudine e commozione, rabbia e pietà. A cominciare dalla poesia con cui si apre il volume, in cui il senso del paesaggio e dei suoi colori vivifica e riporta alla coscienza un ricordo assopito: “In Italia, dove cose così sanno accadere, / una volta ho avuto una visione – ma, capirete, / in nulla come quelle di Dante, o dei santi, / forse per niente una visione”. Nel paese europeo che più amava, Hecht camminava lentamente “in una piazza calda di sole”, circondato da amici e magnifici panorami, quando improvvisamente allo splendore di Palazzo Farnese si sovrappose l’immagine “di una collina color topo e brulla”.

Con un procedimento da lui spesso adottato, una memoria personale riaffiora dall’inconscio, a turbarlo, oscurando minacciosamente la possibilità di un abbandono sereno alla bellezza e alla positività dell’esistenza. In questo caso, la visione della collina aspra e desolata davanti a cui adolescente trascorreva le giornate invernali, irrompe ostile con un annuncio di negatività. Ma in altre poesie può essere una persona, un oggetto, un gesto o un dettaglio qualsiasi a indicare che il male può avventarsi inatteso, imprevedibile, a inquinare il corso della storia individuale e collettiva. Così, nel “mondo di struggimento” che Hecht ama descrivere, troppo spesso bagnato da “inevitabili lacrime”, in cui anche l’ambiente più banale, tetro o squallido viene riscattato da un’aspirazione alla bontà (“le punte minuscole dei crochi / che si fanno strada nella luce tra cumuli di neve”), e giustificato persino nella sua bruttezza o crudeltà (“Chi avrebbe mai pensato / a un qualsiasi altrove?”), una matura cameriera che cerca conforto per una delusione amorosa nelle riviste patinate offerte ai clienti del suo albergo, solo osservando un grappolo d’uva su un tavolo apparecchiato intuisce “un profondo segreto dell’universo”, cioè la caducità e l’insignificanza di tutto ciò che accade, e a cui è saggio rassegnarsi. Anche una giovane donna malata di leucemia, preferendo non ricevere visite consolatorie dai parenti, si aggrappa al poco bene intravisto intorno all’ospedale: “pare non mi importi molto della fine, / di come tutto si sistemerà, se si sistemerà. / Invece siedo alla finestra, / guardo gli alberi di fronte”. L’ immagine esterna dell’intreccio dei rami, descritta con acuta sensibilità pittorica, le ricorda il giocattolo di un’amichetta, L’uomo trasparente nel cui corpo di plastica erano visibili gli organi interni, e tutto l’apparato circolatorio di vene e arterie rosse e blu. Mondo vegetale e fisico umano nascondono misteri insolubili, è illusorio pretendere “di poter guardare oltre, e comprendere il mondo”.

Incomprensibile rimane soprattutto la malvagità gratuita, con cui le persone si comminano reciprocamente dolori e cattiverie, in tutte le epoche e latitudini: la governante teutonica fornita di “quel gusto particolare per il dolore inflitto” che terrorizza con sadica severità il bambino ebreo in sua custodia, profetizzandogli persecuzioni a venire; o il centurione romano costretto a osservare il suo imperatore mentre viene scuoiato vivo (“la pelle venne affidata a uno dei loro sellai / che la doveva conciare, imbottire e cucire. A che scopo?”). Nella descrizione dei personaggi (specialmente felici sono i ritratti femminili), Anthony Hecht accompagna ai dati concreti e attuali, fisici e caratteriali, le fantasticherie e le elucubrazioni più imprevedibili, i rimpianti del passato e le speranze per il futuro, le delusioni e i desideri di vendetta.

La bellezza è ovunque (negli alberi, nel profumo di rosmarino, nei corvi “becchini” sui rami, nella neve e nelle nuvole, in tutti i colori della tavolozza di un pittore devotamente impegnato a “catturare quanta verità sia possibile”). Ma pure la colpa e lo sfacelo sono dappertutto, e l’elenco è impietoso: nella coppia di sposi che si sta separando con “duro non sentire”, nei malati di Aids (“l’intera / ciurma d’innocenti”), in una vittima torturata da aguzzini (“sorvegliata giorno e / notte da giovani pretoriani muniti di smartphone”), in Giuditta che vendica su Oloferne tutti i soprusi subiti dai maschi (“Anche i più fiacchi, nelle loro fantasticherie, / trionfano come atleti sessuali”), nella fidanzata abbandonata che si punisce con sesso e droga, per poi suicidarsi (“Due anni per lo più felici. / In tutto quel tempo cosa hai imparato di me? // … E quando te ne sei andato ho preso una brutta china”). Ma è innanzitutto il bambino ebreo de Il Libro di Yolek, in una tra le composizioni più drammatiche e commoventi del libro, a impersonare la sofferenza innocente della vittima sacrificata da un carnefice ottuso e spietato: “Yolek che era debole di polmoni, e nemmeno un giorno / oltre i cinque anni, cui si impose di lasciare il pasto / e trascinarsi tra guardie armate”.  Il nazismo, la guerra, i campi di concentramento, essendo stati vissuti e partecipati direttamente dal poeta, tornano con un incubo ricorrente nei suoi versi, emblema del male assoluto e ingiustificabile (“ma per anni continueranno le urla, notte e giorno. // … La sera, Padre, al buio, quando imploro, / io sono là, io sono là”, “Perché tutto ciò mi scuote tanto, come un codice segreto / o un presagio attutito / di intenti ed eventi preordinati?”, “Sto in piedi al freddo sotto un pino / appena prima dell’alba, non so bene dove in Germania, / con un fucile Garand, freddo e bagnato, tra le mani”).

Il dolore sperimentato da soldato tormentò Hecht per anni, costringendolo addirittura a un lungo ricovero in clinica psichiatrica, e lo investì della missione di farsi testimone indignato di quella terrificante esperienza: “a me sta il compito di trovare parole / per ricordare come si deve // coloro che s’accalcano fitti / con numeri blu tatuati / di traverso sulle arterie, / gli ebrei che bruciano, muti”, “Chi non impara dalla storia / ha come maledizione il compito di ripeterla”.

Nei poemetti di questa antologia ‒ argomentati razionalmente, documentati storicamente, attenti all’introspezione psicologica dei personaggi ‒, Hecht assume con orgogliosa consapevolezza il ruolo di portavoce di un’etica calpestata da recuperare, in nome di una dignità che riguardi non solo il genere umano, ma anche tutto ciò che è vivo e respira, che è passato ma rimane fondamentale nella cultura e nella storia universale. Non rinunciando all’ironia e addirittura al sarcasmo, riesce tuttavia a farsi interprete della resistenza civile a ogni sopruso e ingiustizia, con la religiosità laica di un non credente convinto della necessaria affermazione del bene. Se il suo impegno di poeta si esprime nell’eccellenza di una scrittura complessa, erudita, studiata nella struttura metrica, nell’uso sapiente delle rime, in una sintassi elaborata, l’impegno di uomo lo rende (come scrive nell’importante prefazione Joseph Harrison, sottolineando “il suo interesse per l’analisi, profondamente umana e spesso dolorosa, di chi siamo, di cosa abbiamo fatto gli uni agli altri e a noi stessi”), “il più limpido cronista della disumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo, sia che il teatro di tale crudeltà fosse pubblico sia che fosse privato”.

 

© Riproduzione riservata        «Nazione Indiana», 23 gennaio 2019