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RECENSIONI

MANCUSO

STEFANO MANCUSO, LA TRIBU’ DEGLI ALBERI – EINAUDI, TORINO 2022

Stefano Mancuso (Catanzaro 1965), scienziato di fama internazionale, insegna Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze.
Nel 2005 ha fondato il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, destinato agli studi sul comportamento delle piante e sulla loro vita sociale, determinata da una funzione neuronale, anche se questi attributi sono molto diversi da quelli osservati nel mondo animale. Autore di numerosi volumi di divulgazione scientifica, per la prima volta Mancuso si è cimentato nella narrativa di invenzione pubblicando con Einaudi nel 2022 il romanzo fantastico La tribù degli alberi, una sorta di apologo in cui il lettore vede un bosco animarsi e rivestire caratteri, abitudini e pensieri umani. I riferimenti culturali di questa favola sono da ricercarsi nel mondo favoloso di Tolkien, in qualche similitudine con le storie di Harry Potter, nella devozione all’universo vegetale di Jean Giono e in una similarità affettiva con il nostro letterato più ecologista, l’Homo Radix Tiziano Fratus.

La comunità arborea di cui narra Stefano Mancuso ha sede nel regno di Endrevia, abitato da tribù di piante di età e caratteristiche fisiche diverse, legate da sentimenti di solidarietà e generosa amicizia, ma tra cui a volte serpeggia qualche rivalità, pettegolezzo, invidia, proprio come succede tra gli esseri umani. Vivono vicini gli uni agli altri alberi millenari e giovani virgulti, dal fogliame caduco o foltissimo, giganteschi e nani, ciarlieri e scontrosi. Si dividono in cinque tribù, ciascuna delle quali ha indoli e inclinazioni specifiche: ci sono i creativi Terranegra, affascinanti nella loro originale disposizione artistica. Di altro stampo sono i Cronaca, più razionali nella loro funzione di storici, archivisti e reporter informati su tutto ciò che accade nel bosco. I Dorsoduro sono scienziati, i Gurra temibili nella loro silenziosa imponenza, i Guizza specializzati in astronomia e statistica.

Voce narrante è il vecchio Laurin, che vive in una splendida radura chiamata Pian di Mezzo, al limitare dei due territori abitati dai due clan più forti, quelli di Terranegra e di Cronaca. Sin da giovane Laurin è stato conteso dai due gruppi, sbilanciati nel numero dei membri: lui stesso, indeciso su quale famiglia scegliere, viene poi convinto ad aderire ai Cronaca, e il suo battesimo iniziatico è celebrato con una grandiosa festa cui partecipano tutti gli abitanti di Endrevia, cantando, ballando e ubriacandosi di alois, una bevanda inebriante.
Laurin, con i suoi amici più fidati Lisetta e Pino, viene incaricato di scoprire quale sia il motivo dello squilibrio numerico che minaccia l’ordine e l’equilibrio tra le varie tribù. Parte quindi per un lungo viaggio alla ricerca di documenti segreti conservati in una biblioteca-labirinto sotterranea, in cui sono immagazzinati tutti i dati e le informazioni secolari che riguardano il passato della confraternita. Durante il viaggio i tre alberi, sradicati con sofferenza dal proprio terreno originario, si imbattono in situazioni e soggetti diversi, a volte minacciosi (perché “in ogni gruppo c’è sempre qualcuno che traligna”), più spesso divertenti, che l’autore tratteggia con bonaria ironia, rapportandoli ad atteggiamenti umani: conformismo, vittimismo, spavalderia, ostentazione nella moda, nella cultura, attraverso divertenti parodie carnevalesche dei Gay Pride, delle tribune politiche, dei festival letterari.
I tre investigatori vegetali, nelle loro indagini librarie sulle statistiche e sui dati rimasti sepolti per millenni nella biblioteca-labirinto, scoprono che negli ultimi due secoli il clima di Endrevia si era trasformato, provocando sconvolgimenti climatici con estrema frequenza: periodi di prolungata siccità e aumento abnorme delle temperature alternati a improvvise alluvioni, uragani, venti tempestosi; nuove specie animali e miriadi di microrganismi, originari di luoghi lontani, proliferati a dismisura; parassiti e malattie aumentate in modo esponenziale; molte specie anmali migrate in massa per cercare regioni più adatte alla sopravvivenza. Tutti questi disastrosi cambiamenti avevano provocato enormi squilibri nella consistenza numerica dei cinque diversi clan di Endrevia, ignorati da chi doveva occuparsene scientificamente.
Forti di questa nuova consapevolezza, i tre amici alberi affrontano la via del ritorno, venendo subito investiti dalla terribile notizia di una nuova catastrofe. Un enorme incendio aveva distrutto intere distese della radura, provocando molte vittime tra i loro compagni. Solo un riequilibrio idrologico poteva restituire alla comunità il suo verdeggiante benessere, garantendone l’evoluzione e la differenziazione in varie specie. Per ovviare al disastro bisognava procedere velocemente a una intensificazione della popolazione arborea, in grado di assorbire i gas inquinanti accumulatisi nell’atmosfera. Sotto le parvenze dell’apologo, l’autore suggerisce una proposta che da anni porta avanti nelle opportune sedi politiche e scientifiche: piantare mille miliardi di alberi entro il 2030 per salvare il pianeta, riparando la grave colpa confessata da uno dei protagonisti del libro: “Abbiamo preferito non vedere”.

Una favola per adulti e ragazzi, questa scritta da Stefano Mancuso (in cui non mancano riferimenti dotti, come quello al film Il raggio verde di Rohmer, e alle biblioteche di Borges e di Eco), che come ogni favola ha una sua sottesa morale.
Insegna a valutare l’importanza della lealtà nell’amicizia e della solidarietà con i meno fortunati, la gratitudine verso i benefattori, il rispetto per l’ambiente, l’ammirata osservazione delle bellezze naturali.
Non sarebbe nuociuto al racconto una minore dispersione di temi, e una maggiore concisione narrativa, come si conviene a tutte le favole che ci hanno aiutato a crescere, fornendoci materiale per i nostri sogni.

© Riproduzione riservata    SoloLibri.net                18 gennaio 2024

RECENSIONI

MANDEL’STAM

OSIP MANDEL’STAM, QUADERNI DI MOSCA – EINAUDI, TORINO 2021

Einaudi ha da poco pubblicato nella sua collana bianca di poesia una raccolta di Osip Mandel’štam, Quaderni di Mosca, egregiamente curata e tradotta da Pina Napolitano e Raissa Raskina, con testo a fronte e un ricco apparato di note.

Mandel’štam (Varsavia, 1891-Vladivostok, 1938), appartenente a una famiglia di ebrei benestanti, studiò a Parigi, Heidelberg, San Pietroburgo; viaggiò con inquietudine attraverso tutta la Russia, in Italia e in Finlandia, dove si convertì al cristianesimo metodista pur rimanendo molto legato alla cultura ebraica. Esponente di spicco della corrente letteraria post-simbolista dell’acmeismo, insieme a Gumilëv e alla Achmatova, aderì inizialmente a una scrittura di stampo neoclassico, attenta al valore formale della versificazione. Ebbe rapporti tumultuosi con l’ufficialità letteraria sovietica (“Razza maleodorante… scrivono dietro autorizzazione preventiva”) che lo considerava un esempio di “esasperato individualismo borghese”. A causa della sua violenta critica al regime (in una delle poesie qui antologizzate definiva Stalin “il montanaro del Cremlino… dalle tozze dita grasse come vermi”) fu arrestato due volte, nel 1933 e nel 1938, finendo i suoi giorni deportato in un gulag: i testi scritti durante la detenzione vennero conservati clandestinamente dalla moglie Nadežda, che li aveva imparati a memoria.

Il volume einaudiano comprende versi eterogenei, composti a partire dal 1930 e appartenenti alla seconda stagione della sua produzione letteraria, caratterizzata da un abbandono della forma controllata e classicheggiante per l’assunzione di stili e contenuti innovativi, meno rigidamente costruiti, e invece aperti a toni più intimi, colloquiali, francamente autobiografici, o a riflessioni storico-letterarie, situate in tempi e luoghi diversi: dall’Armenia, a Leningrado, a Mosca.

Dopo cinque anni di silenzio poetico, Mandel’štam era tornato alla composizione in versi grazie a un ritrovato slancio vitale seguito a un soggiorno di alcuni mesi in Armenia, paese a lungo vagheggiato e idealizzato per le radici storiche e culturali che glielo rendevano caro: suggestioni bibliche ed echi di tradizioni ebraiche, un passato di invasioni e stermini di cui mostrava le cicatrici, e soprattutto una concreta estraneità all’invisa politica sovietica. La dozzina di poesie “armene” pubblicate in rivista nel 1931, furono accolte con freddezza dai critici per il loro eccesso di letterarietà. Eppure, il sincero entusiasmo che le anima non ha nulla di retoricamente studiato: “Paese di colori andati a fuoco / e di morte pianure di vasai”, “Ah, Erivan’, Erivan’! Non città – nocciola tostata, / amo i meandri storti, le bocche grandi delle tue strade”, “Stato di pietre urlanti – / Armenia, Armenia! Che rochi monti chiama alle armi – / Armenia, Armenia!”.

Rientrato con la moglie a Leningrado, il poeta patì il clima di freddezza e sospetto del mondo letterario, che lo rinsaldò nell’antica diffidenza verso la città in cui era cresciuto (“Sono tornato nella mia città, nota fino alle lacrime, / fino alle venule, alle gonfie ghiandole infantili”, “Vivere a Pietroburgo è come dormire nella bara”, “Perché dunque questa città domina ancora / per antico diritto i miei sentimenti e pensieri? / Per incendi e gelo ancor più sfacciata – / vanesia, maledetta, vacua, giovanile!”). Se ne allontanò dopo pochi mesi, spostandosi con Nadežda a Mosca. Qui compose la maggior parte delle poesie presenti nel libro di cui ci occupiamo, oscillanti tra l’insofferenza per la capitale (“Mosca sgualdrina”, “Mosca buddista”), vissuta miseramente in alloggi promiscui, e un’adesione più sciolta al dinamismo della metropoli, raccontata nelle sue strade, nei tram, nelle fabbriche e nei musei: “Pidocchi e squallore, silenzio e muffa – / mezza stanza da letto, mezza galera”, “ascolto sonate nei vicoli / a tutti i chioschi ho l’acquolina in bocca, / sfoglio libri nei profondi androni –, e non vivo, e tuttavia vivo”, “Amo gli scambi dei tram sfrigolanti //… Entro negli antri favolosi dei musei”, “La Moscova è avvolta nel fumo di quattro ciminiere / e davanti a noi si stende la città intera”.

La stessa ambivalenza ideologica e sentimentale nutrita verso i luoghi, viene manifestata da Mandel’štam nei riguardi del tempo storico: il disprezzo per la contemporaneità (“il secolo scannalupo”) lo induce a esaltare la cultura e la mitologia classica, oppure a rifugiarsi in un onirismo atemporale. Ma polemicamente viene sottolineata dall’intellettuale-poeta anche l’appartenenza al presente, la partecipazione attiva alle sorti della nazione e del popolo: “È tempo che lo sappiate: sono anch’io un contemporaneo, / un uomo dell’epoca di Moscatessile, – / guardate com’è informe la mia giacca, / e come so camminare e parlare! / Provate a strapparmi dal secolo, – lo giuro: vi ci romperete il collo!”, “Basta malcontento! Nel cassetto le carte! / Oggi mi assale un diavolo simpatico, / come se il parrucchiere François / mi avesse fatto uno shampoo vigoroso. // Scommetto che non sono ancora morto, / e, come un fantino, giuro sulla mia testa / che posso ancora combinarne delle belle / sulla pista da corsa al trotto”.

L’adesione culturale al momento storico vissuto è evidente nel poemetto Lamarck, dedicato alla ricerca scientifica, i cui progressi negli anni ’30 provocavano discussioni e polemiche accese: la sete ansiosa di avvicinamento a un nuovo e prima ignorato ramo della scienza, apriva al poeta l’immaginosa avventura dell’evoluzione nella direzione di uno sprofondamento tellurico verso l’animalità bruta (“ogni cosa viva è solo un refuso / per un breve giorno senza eredi”).

Oltre alla biologia, gli interessi culturali manifestati nella seconda parte dei Quaderni di Mosca vertevano sulla linguistica (un utilizzo storicamente stratificato del russo, e la padronanza sicura di tedesco e italiano), della pittura (l’impressionismo), della musica (Mozart e Schubert), dei classici greci, della letteratura europea (Shakespeare, Goethe, Petrarca, Ariosto, Tasso, e soprattutto la Commedia dantesca). Mandel’štam dichiarava con esaltazione di “ardere” per la poesia di Dante, non solo per una consonanza di destino (la persecuzione politica, l’esilio, la visione dell’inferno come condanna metafisica), ma principalmente per una sintonia formale: univa i due poeti lo stesso amore per la metafora, l’originalità dell’invenzione sperimentale, il movimento impetuoso delle immagini, la costruzione inventiva del lessico, il vulcanico metamorfismo delle situazioni narrate (“Poesia, ti fanno bene le tempeste!”). Al sommo poeta fiorentino dedicò alcuni saggi, appena ripubblicati da Adelphi (Conversazione su Dante).

L’ultimo ciclo compositivo mandel’štamiano, tradizionalmente considerato difficile, oscuro, provocatorio nei contenuti e oscillante, stratificato, frammentario nello stile, è in realtà un vero e proprio laboratorio multiforme di rimandi letterari e culturali (allusioni, echi, citazioni), di intersecazioni di differenti livelli storici, di polemica sociale e politica. Quanto più l’esistenza materiale dell’uomo veniva mortificata e ingabbiata da un regime ottuso e refrattario all’indipendenza di pensiero e alla generosa espansione sentimentale, tanto più i versi del poeta esibivano la loro natura febbrile e incandescente, polifonica e vibrante di slanci intellettuali.

 

© Riproduzione riservata              «Gli Stati Generali», 18 giugno 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

MANFREDI-CORBO

GIULIANA MANFREDI e GEORGIA CORBO (a cura di), A PROPORRE BELLEZZA E UMANITA’.  I colophon di Alessandro Scansani – EDIZIONI DI STORIA E LETTERATURA, ROMA 2013

Giuliana Manfredi e Georgia Corbo hanno curato con passione e riconoscente amicizia questo elegante volume dalla copertina azzurra e dal formato oblungo, che propone ai lettori un omaggio all’intelligente e coraggiosa attività editoriale di Alessandro Scansani, morto precocemente nel 2011. Scansani fu il fondatore e l’anima pulsante delle edizioni reggiane Diabasis, nate nel 1988 con il nome de  Il Guado, che già indicava l’idea di attraversamento, come quello successivo, ellenizzante: il quale sta ancor più a indicare un progetto di peregrinazione intellettuale, e di raggiungimento di salvifici approdi. Questo libro, introdotto e concluso da due puntuali commenti di Elvio Guagnini e Maria Teresa Giaveri, offre testimonianza del lavoro svolto per 23 anni da Scansani attraverso la pubblicazione di centoventitré colophon, scelti tra i moltissimi che chiudevano tutti i libri delle sue edizioni. I colophon sono le poche righe finali in cui normalmente vengono citati la data e il luogo di stampa, o il nome della tipografia: Scansani ne aveva fatto un’arte particolare e gentile, non solo citando e ringraziando tutti coloro che avevano contribuito alla realizzazione del libro, e fornendo indicazioni preziose anche sulla carta e sui caratteri utilizzati, ma addirittura accompagnando queste note con un commento in similversi, una sorta di epigrafe che si trasformava in una minirecensione, utilizzando suggestive metafore, illuminanti immagini visionarie. Cosicché il catalogo Diabasis si arricchiva di gemme conclusive, dettate dalla sensibilità pudica di un editore che non solo amava profondamente la poesia, ma sapeva frequentarla in prima persona con discrezione e raffinatezza. Gli autori proposti dalla casa emiliana erano i più vari: da classici come Petrarca, Ariosto e Leopardi a poeti famosi come Paul Valéry, Sbarbaro, Biagio Marin, Roccatagliata Ceccardi, Paolo Bertolani (senza dimenticare l’avanguardia e Adriano Spatola, e altri autori meno noti ma ugualmente dignitosi); da narratori di fama mondiale come Camus ai nostri Cancogni, Tomizza, Pederiali, Silvio D’Arzo. Un’attenzione particolare era rivolta agli scrutatori d’anima, e ai percorsi spirituali di Kierkegaard, Mounier, Dossetti, Panikkar, Hans Küng, Martha Nussabaum, Nicolas Bouvier, nel loro aprirsi al confronto con tutte le religioni. Scansani li commentava così: «il variare delle forme / l’orizzonte diverso delle attese / e la ricerca di risposte altre», e così: «ferita mortale per Dio / e per la morte / tra la fine e l’inizio / dei tempi…». Altrettanto rispettoso interesse veniva rivolto agli studi sociali e ambientali (arte, architettura, fotografia, storia, urbanistica, salute, femminismo, razzismo e multiculturalismo), che sapevano coniugare insieme rigore intellettuale e passione politica, e si valevano di illustri prefatori: Galante Garrone, Asor Rosa, Mario Lavagetto, Paolo Prodi, Edgar Morin, Luigi Covatta… Ad ogni volume si accompagnava un colophon particolare, sempre caratterizzato da profonda empatia e acutezza critica:  «Lungo / le infinite cesure / del nostro tempo / nel futuro smarrito / dell’utopia e nell’ossessione / della memoria…», «e la poesia / cerca il filo dei suoi labirinti…», «Nel blu / profondo / imperfetto e incerto / della creazione vissuta / dove la Bellezza / si misura e sborda», «nella primavera maudite di una povera Italia / a proporre bellezza e umanità / in versi che durino…».

Scansani nutriva in sé la consapevolezza del dovere etico di una scrittura che sapesse farsi eleganza formale senza dimenticare la sua responsabilità di educazione civica, di impegno politico, e nello stesso modo conosceva e amava gli autori che proponeva in lettura, come si evince dalle righe dedicate a uno scrittore a lui caro, nato e morto nella sua Reggio Emilia, Giorgio Messori: «autore così assoluto e discreto / da rischiare in vita l’invisibilità». Un libro da conservare con cura e gratitudine, questo dedicato ai colophon di Diabasis, che bene evidenziano, come scrive nella postfazione Maria Teresa Giaveri, «il rapporto fra quell’amore della parola che genera poesia e quell’appassionato rispetto delle parole altrui che genera programmi editoriali».

 

«incroci on line» 10 novembre 2014

RECENSIONI

MANGANARO

PATRIZIA MANGANARO, NARCISISMO – EMP, PADOVA 2018

Le “riflessioni liquide” che la filosofa Patrizia Manganaro dedica al mito di Narciso, sono in realtà provocazioni rivolte non solo al lettore, ma anche al testo ovidiano e alle sue molteplici letture succedutesi nell’arco di due millenni, con l’intento dichiarato di far affiorare un’interpretazione non sempre negativa del termine Narcisismo.

Nella cultura occidentale (così come oggi si ramifica: narrativa, poesia, arte, musica, filosofia, psicoanalisi, sociologia) si è sedimentata l’idea di un Narciso emblema dell’io autoreferenziale, egoista, indifferente, vanitoso, sordo a ogni richiamo d’amore, chiuso nella sua scelta di solitudine autosufficiente. Nei brevi saggi qui raccolti, Manganaro prende invece in considerazione nuove possibilità esplorative di questo simbolo universale, che può così venir compreso e giustificato anche come meditazione, contemplazione, ricerca intellettuale. La mente che ri-flette, si flette due volte, ripiegandosi e rivolgendosi al desiderio inappagato, nel tentativo di indagare il significato più profondo di identità e alterità, di isolamento e relazione. Recuperando l’accezione poetica del mito, l’autrice lo rilegge attraverso le immagini dell’acqua e della luce, dello specchio e della visione, della superficie e dell’abisso. In un susseguirsi di domande incalzanti, in cui interroga sé stessa e gli approdi teorici più recenti della cultura contemporanea (il libriccino è corredato di una ricca e ponderata bibliografia), Narciso diventa figura rappresentativa del passaggio dal moderno al post-moderno, nella nostra epoca polimorfa e instabile, che ama guardarsi ed essere guardata, esibirsi e insieme nascondersi, «tra attrazione e repulsione, centramento e de-centramento, attività e passività, incanto e disincanto»: quando la persona diviene sosia e antagonista del proprio io, nell’accentramento su di sé che non desidera più alcun oggetto altro. Figlio dell’acqua, Narciso (generato dallo stupro del fiume Cefiso sulla virginale ninfa Liriope) incarna la liquidità senza forma del tempo presente, con la frantumazione del soggetto che non sa più riconoscere e comprendere l’oggettività esterna.

Una seconda ipotesi interpretativa viene individuata da Patrizia Manganaro nell’autoreferenzialità presente in ogni gesto artistico (ogni ritratto è un autoritratto…): l’immagine liquida di Narciso, incapace di toccarsi concretamente e appagato della pura visione, rimanda alla fluidità della scrittura contemporanea che nella sua frammentata episodicità ha sostituito il sistema monolitico e compatto della narrazione letteraria e filosofica (oggi prevalgono i diari, gli aforismi, i dialoghi veloci, i reportage), privilegiando la transitorietà del presente alla riflessione sul passato o alla progettualità del futuro.

Infine nel terzo intervento, si ipotizza che la postmodernità, alienata e mercificata nel dilagare dell’idolatria consumistica, abbia posto come primo santo del suo calendario eretico proprio Narciso, avendo scambiato per autonomia la mancanza di relazioni vere. «Infelice autoreferenzialità, il non poter essere altro da sé». Si diffondono così in maniera incontrollata disagio e sospetto, rapporti impersonali vuoti e inessenziali in luogo di legami autentici. Per Manganaro, i Narcisi per eccellenza di oggi sono gli intellettuali, “infantili, stretti nell’abbraccio tra smania di visibilità e crisi d’identità”, ormai incapaci di utopie, disimpegnati e asserviti al potere.

Eppure, anche l’egocentricità (non l’egoismo!) potrebbe risultare positiva e benefica, se soltanto si imparasse a partire dal sé inteso come scavo e conoscenza interiore, come ritorno al centro dell’io per arrivare a comunicare empaticamente le proprie conquiste intellettuali e morali a chi è altro, e non solo allo specchio riflettente.

 

© Riproduzione riservata      

https://www.sololibri.net/Narcisismo-Manganaro.html    18 settembre 2018

 

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RECENSIONI

MANGUEL

ALBERTO MANGUEL, CON BORGES – ADELPHI, MILANO 2005

Nel 1964 Alberto Manguel, all’epoca sedicenne, lavorava in una celebre libreria anglotedesca di Buenos Aires, dove ogni pomeriggio passava Jorge Luis Borges, di ritorno dalla Biblioteca Nazionale che dirigeva. Un giorno lo scrittore, ormai cieco, chiese al giovane se fosse disposto a leggere per lui, la sera dopo il lavoro, recandosi nel suo appartamento di Calle Maipù. Manguel accettò e dal loro vicendevole accordo, durato quattro anni, nacque poi questo libriccino, in cui si raccontano le passioni letterarie e le abitudini quotidiane del Maestro.
Di Alberto Manguel (1948) chiunque ami i libri dovrebbe conoscere “Il manuale dei luoghi fantastici” e “Una storia della lettura”, in cui l’autore argentino ha compendiato, con autentica e infiammata dedizione, il patrimonio storico e geografico universale della parola scritta. In questo lungo saggio rivela invece la sua dipendenza affettiva e culturale da J.L. Borges, di cui descrive tic e consuetudini domestiche, abbigliamento e mobilio della casa.

Il grande scrittore divideva un piccolo appartamento (“ovattato, caldo, lievemente profumato”) con la possessiva madre novantenne Doña Leonor (che lui chiamava rispettosamente “madre”, rispondendo al nomignolo inglese che lei gli aveva affibbiato, “Georgie”), con la premurosa domestica Fanny e con il gatto bianco Beppo. La sua dimora era tranquillamente piccolo-borghese, la camera da letto spartana (letto di ferro con copriletto chiaro), le poltrone consunte, scarsi quadri di scarso valore, poche librerie ospitanti solo enciclopedie, dizionari, qualche classico ma nessun libro suo. Pressoché indifferente all’arte, “era singolarmente privo di interesse per il mondo fisico… il suo mondo era interamente verbale: la musica, il colore e la forma vi entravano di rado”.

Una vita di carta, quella di Borges, solitaria, riservata, e completamente dedita alla lettura e alla scrittura. Gli autori prediletti erano Stevenson, Chesterton, Henry James, Kipling, più ovviamente Omero e Dante; amava le saghe anglosassoni e ogni antica epopea, ma anche i romanzi polizieschi e di avventura. Non nascondeva le sue violente idiosincrasie per molta letteratura novecentesca: Proust, Mann, Pirandello, lo strutturalismo e la psicanalisi. Leggeva in maniera anarchica e con un certo esibito snobismo, preferibilmente in lingua originale (adorava il tedesco) e mandando a mente, grazie a una memoria prodigiosa, poesia e interi brani narrativi. Si dichiarava spudoratamente sentimentale, e pretendeva di rivedere molte volte – pur nella sua cecità – lo stesso film, commentato dall’accompagnatore di turno: prediligendo i western e i musical come West Side Story.
Spietato nel sottolineare la stupidità e l’ignoranza altrui, beffardo e ironico nelle risposte, amante dei paradossi e dei nonsense, era tuttavia ottusamente irremovibile riguardo ad alcuni pregiudizi che rasentavano il razzismo e il luogo comune. Viveva l’amicizia, l’amore, la fede attraverso la lente acuta e disanimata della letteratura, sicuro che nei libri fosse possibile trovare il mondo intero, e che viceversa tutto il mondo fosse un libro da leggere. “Per Borges, il nocciolo della realtà stava nei libri: nel leggere libri, scrivere libri, parlare di libri. In maniera viscerale, era consapevole di continuare un dialogo iniziato migliaia di anni fa e che credeva non sarebbe mai finito”.

Nelle parole affettuose, nostalgiche e ammirate di Alberto Manguel recuperiamo lo spessore umano e la profondità culturale di un genio della letteratura, insieme ad alcune veniali e comprensibili fragilità.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Con-Borges-Alberto-Manguel.html     24 ottobre 2016

 

RECENSIONI

MANGUEL

ALBERTO MANGUEL, UNA STANZA PIENA DI GIOCATTOLI – ARCHINTO, MILANO 2012

Le edizioni Archinto proseguono nella loro meritoria opera di traduzione dello scrittore argentino Alberto Manguel, proponendo al pubblico italiano questo delizioso libriccino illustrato, che attraversa magicamente il mondo incantato e lieve dell’infanzia in un ispirato percorso tra i giocattoli: quelli dei bambini di oggi, e quelli carichi di nostalgia della nostra memoria. “E’ tutto qui”. Con queste parole l’autore dà l’avvio alla sua riflessione: perché davvero nella stanza dei giochi di un bambino ci sono “i mattoni di cui è fatto il mondo”, i personaggi che incontrerà nella sua esistenza (la nonna e il lupo, il soldato e la matrigna, la principessa e la strega); da loro imparerà a indagare le sue emozioni, le paure, le conquiste, i divieti, l’amore e la morte. In pagine dense e leggere, che riescono a coniugare fiaba e meditazione, umorismo e cultura, Manguel riflette su come il bambino che gioca con i lego sfidi i limiti imposti dalla gravità, e insieme sfidi se stesso, esattamente come chi osò innalzare la torre di Babele. E la nuova Arcadia che ogni bambina sogna quando allestisce la sua casa delle bambole esorcizza il timore che una qualsiasi insidiosa e invincibile minaccia possa turbare l’ordine, la cura e l’armonia tanto desiderate. E i giochi straordinari che i ragazzi si inventano non rappresentano sempre una ribellione a ciò che è precostituito, imposto loro dagli adulti? Giocando, ogni bambino impara a consolarsi dalla sofferenza, e impara anche ad essere crudele, a far soffrire. “Ludere” in latino, “to play” in inglese, significano sia giocare sia recitare: il bambino “imita i processi creativi del mondo”, e in questo modo “fa vivere di nuovo l’universo”, diventa ai suoi stessi occhi una piccola, ma onnipotente divinità. Alberto Manguel omaggia la fantasia dei piccoli, in queste sapienti e intenerite pagine, e la loro irriducibile disubbidienza alla realtà.

IBS, 2 novembre 2012

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MANICARDI

LUCIANO MANICARDI, SIATE CREATIVI! – QIQAJON, BOSE 2015

Le edizioni Qjqajon del Monastero di Bose pubblicano questo libriccino del monaco Luciano Manicardi dedicato alla creatività, intesa non solo come dote artistica ma soprattutto come condizione mentale e spirituale di approccio all’esistenza. Viviamo tutti una sorta di nichilismo che «ci appiattisce sul presente e ci paralizza nel pantano dell’oggi, chiudendoci in quella schiavitù volontaria della rinuncia a credere e a sperare, a immaginare e a desiderare…» . Come recuperare, allora, responsabilità e progettualità, orgoglio delle proprie scelte e gioia di esistere, indipendenza di pensiero e originalità? Come tornare, in una parola, a essere liberi e padroni della nostra vita? Manicardi riflette su tre realtà che condizionano il nostro agire contemporaneo, e che patiscono una profonda crisi: futuro, lavoro, interiorità. Ciascuna di esse ci appare priva di ottimismo e sfiduciata, quasi minacciosa nel suo profilarsi svuotato di prospettive. Il lavoro non è e non dovrebbe essere solo sforzo e fatica, attività compensata da un salario, subordinazione a interessi altrui, ma soprattutto ricerca di sé, completamento della propria umanità, conoscenza dell’io, costruzione di una spiritualità capace di riflettere anche sul proprio otium. Dove per otium non si deve intendere l’irresponsabile e impigrito “dolce far niente” o l’immersione nello svago e nel divertimento sfrenato, ma proprio un raccoglimento contemplativo che ci faccia recuperare un’intimità con noi stessi troppo trascurata: «…cerca consapevolmente la solitudine e abitala; vivi il silenzio come azione interiore, abita il silenzio; persegui la pace interiore, stabilisci in te la pace interiore».

Soprattutto in una contemporaneità e in un futuro come quello che ci si prospetta, in cui il lavoro si trasformerà profondamente (riducendosi negli orari, utilizzando macchine e robot che sostituiranno l’impiego di manodopera umana, lasciando a nostra disposizione sempre più tempo libero), è necessario che impariamo a impiegare diversamente i nostri pensieri e le nostre capacità, rivoluzionando abitudini collaudate, riscoprendo la meditazione e la riflessione: in una parola, tornando a essere creativi. «C’è una fecondità legata al non lavorare, al non fare, come nella parabola evangelica del seme che spunta da solo e che cresce, matura e porta frutto grazie sì al tempo del lavoro, del fare, ma anche a quello del non fare, dell’attesa, dell’assecondare i tempi della crescita (cf. Mc 4, 26-29). C’è un futuro che nasce dal non lavorare».

Manicardi esorta a sfruttare l’immaginazione personale, per far sì che l’impossibile divenga possibile, per non arrendersi al reale e approfondire ogni potenzialità vitale, permettendo l’emergere delle novità e lasciandosi stupire da esse. All’immaginazione bisogna poi accostare la concentrazione, la volontà, l’ambizione, l’accettazione dei conflitti con l’esterno: tutti atteggiamenti mentali che corroborano nella persona la sua peculiare originalità di individuo, rispetto alla banale massificazione cui ci obbligano la cultura mediatica, la dipendenza dalle mode, il conformismo sociale e ideologico.
Sono parole vivificanti, quelle espresse in queste poche pagine: e tuttavia ci lasciano un’impressione di utopismo elitario, di sofisticato cerebralismo, quando proprio in questi giorni il nostro mondo occidentale privilegiato e benestante viene invaso da masse di disperati, di affamati, di oppressi a cui è stata tolta qualsiasi speranza di futuro. E che certo, più che alla scoperta della loro creatività, sono rabbiosamente e giustamente interessati alla ricerca di un lavoro, di un’abitazione, di un riscatto non solo economico. Si avverte insomma in questa riflessione di Luciano Manicardi la stessa atmosfera di algido intellettualismo, di incontaminata supponenza che si respira nel Monastero di Bose, tanto attento allo scambio ecumenico e culturale, alla presenza assidua nei luoghi deputati dell’editoria e del confronto letterario, all’eleganza dei rituali religiosi, ma forse non altrettanto evangelicamente presente là dove forse oggi sceglierebbe di incarnarsi nuovamente Cristo.

 

© Riproduzione riservata   

www.sololibri.net/Siate-creativi-Luciano-Manicardi.html      29 settembre 2015

 

RECENSIONI

MANICARDI

LUCIANO MANICARDI, MEMORIA DEL LIMITE – VITA E PENSIERO, MILANO 2011

Il limite di cui si parla in questo libro sapiente e documentatissimo di Luciano Manicardi è, ovviamente, «il limite invalicabile e ineludibile della condizione umana», la morte. Nel mondo contemporaneo la morte, come la malattia e l’invecchiamento, è divenuta fenomeno da esorcizzare o addirittura negare, usando stratagemmi di rimozione (chi si veste a lutto, oggi? Chi scrive la parola morte nei necrologi? E i funerali vengono trasformati in happenings di celebrata individualizzazione, i corpi igienicamente cremati, le agonie vissute asetticamente e solitariamente negli ospedali…), o demandando alla scienza -nelle sue branche della farmacologia, della biotecnologia, della genetica- il compito faustiano di prolungare la vita indefinitamente, oltre la sua conclusione naturale. Un sogno di immortalità che assolutizza il presente, nella ricerca narcisistica di vivere sempre, e sempre giovani e sani, con la convinzione egoistica della propria insostituibilità. Se nel corso del XX secolo il mondo occidentale ha guadagnato circa trent’anni di speranza di vita alla nascita, l’ha fatto anche a discapito di quella parte del mondo che muore di fame, epidemie, guerre e catastrofi naturali senza possibilità di progettarsi un futuro; se da noi si rincorre il mito della prestanza estetica, della vitalità sessuale, del successo economico fino alla vecchiaia, in un’ assurda negazione del concetto di limite, altrove la morte continua a imperare come livellante ingiustizia. Manicardi, ricordando che in ogni società primitiva esistevano riti e tecniche funerarie, e che da sempre l’umanità ha messo in atto strategie di immortalità (religiose, politiche, generazionali) nel tentativo di vincere la morte, stigmatizza l’ottusità della società postmortale in cui viviamo, sottolineando che l’uomo è molto più che la sua dimensione biologica, e deve pertanto ritrovare la concezione del corpo come relazionalità, «disponibilità a lasciarsi alterare nell’incontro con il prossimo e con il mondo», accettazione del confine, e quindi della fine. Il richiamo conclusivo alla pagine della Scrittura che introducono il concetto di limite come fondamento della condizione umana è un invito a pensare alla resurrezione «non come eliminazione, ma come assunzione della morte», laddove «l’unica eternità umana è quella che può essere dischiusa dall’amore: l’amore all’interno di una vita finita».

 

«Interstizi & Intersezioni», 29 febbraio 2012

RECENSIONI

MANICARDI

LUCIANO MANICARDI, PENTIMENTO – QIQAJON, MAGNAGO 2011

Luciano Manicardi, monaco di Bose, dedica un’approfondita riflessione all’esperienza del pentimento, “occasione di verità, via per ritrovare autenticità nei rapporti con se stesso, con gli altri e con Dio, dopo aver sperimentato, con il peccato, l’allontanamento da se stesso, dagli altri e da Dio”. Attraverso questo percorso di conoscenza di sè, di scandaglio interiore, di ripensamento e recupero, che si definisce come un’intuizione spirituale, “corporea, psicologica e affettiva”, prendiamo atto della nosta tenebra, entriamo nel dolore e nella nostra colpa, ma risorgiamo a noi stessi e al mondo attraverso la misericordia e il perdono del Signore. Manicardi individua proprio nel pentimento e nel perdono la grandezza del critianesimo, la sua unicità. E sottolinea che in alcuni passi della Scrittura è Dio stesso a pentirsi del male e del castigo che aveva deciso: “nel suo nome è già implicato il peccato dell’uomo”. Proprio nella tensione esistente tra perdono e castigo, tra condanna e salvezza, tra persistenza nel male e conversione si situano le considerazioni più coinvolgenti e stimolanti di questa meditazione. E nel rilevare che oggi il pentimento è stato svuotato di considerazione dalla diffusione di pratiche psicoterapeutiche che propugnano una morale senza peccato, una cancellazione del senso di colpa, perché si tende a vivere il cristianesimo soprattutto nella sua dimensione militante e sociale, Manicardi richiama alla millenaria tradizione monastica e patristica, che legge nel pentirsi la strada per eccellenza che conduce alla conoscenza di Dio, alla compassione per gli altri, al giusto amore di sè. C’è tuttavia da chiedersi se la Chiesa non abbia nei secoli insistito troppo sui concetti di peccato e di colpa (quanti “Atti di dolore”, quanti eccessivi “Confiteor”!), sottovalutando invece l’importanza del ringraziamento, della lode, della gioia grata per la bellezza dell’esistente. Lo ricordava anche S.Paolo (Col. 3,15): ” E siate riconoscenti!”

IBS,  17 luglio 2011

RECENSIONI

MANNO

LUIGI MANNO, L’ABBANDONO (e-book), STREETLIB, 2015

Nel suo blog, Luigi Manno scrive di sé: «Nato al Sud. Classe di ferro 1988. Architetto di formazione, creativo di vocazione. Scrittore da tanto, fumettista da meno, blogger da poco». Non sono solo queste scarne parole di presentazione che possono incuriosire chi, come me, quotidianamente indaga con curiosità tutte le novità editoriali presenti sul web, avventurandosi anche in campi di non assidua frequentazione: in questo caso, l’arte del fumetto. Quanto il titolo lapidario dell’e-book, L’abbandono, accompagnato da un intrigante sottotitolo: «Solo. Spaventato. Abbandonato dal suo cane». E soprattutto l’immagine di copertina, con quel ragazzo stralunato e spettinato, due macchiette bianche sotto gli occhi che potrebbero essere lacrime o escrescenze cutanee oppure riflessi di luce.

Un adolescente spaurito e randagio che cerca il suo cane più randagio di lui («Billy, perché mi hai abbandonato? Billy, perché mi hai lasciato?»), in una città ostile, tra gente che lo ignora e lo schiva. Dorme nei giardini altrui, per terra, sull’erba sotto il cielo stellato, rubacchia qua e là, viene inseguito, offeso, picchiato. Colpisce il lettore l’espressione impaurita del ragazzino, il suo chiedersi meravigliato il perché dell’indifferenza altrui, che culmina in un primo piano tristissimo, con la didascalia «Era solo». La pagina finale ci stupisce con la sorpresa della caccia feroce ai diversi e agli abbandonati da parte di un mondo di persone “civili” trasformati in animali: lupi, porci, galline.

Un e-book che costa poco più di niente, disegnato con maestria, che si legge e si guarda – sorridendo amaro – in cinque minuti.

 

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www.sololibri.net/L-abbandono-Luigi-Manno.html;     31 marzo 2017