Mostra: 961 - 970 of 1.349 RISULTATI
RECENSIONI

PALERMO

ANTONELLA PALERMO, IL GIUNCO E LA STATUA – VYDIA, MONTECASSIANO (MC) 2024

 

Antonella Palermo, giornalista di origini molisane, vive e lavora a Roma, occupandosi di informazione culturale e attualità internazionale. La sua terza pubblicazione in versi, Il giunco e la statua, edita da Vydia, è introdotta da un’intensa, empatica e sapiente prefazione di Elena Santagata, che ne mette in luce non solo lo stile controllato e piano, fedele a “modulazioni anti-sperimentali”, ma anche l’equilibrato rapporto tra ambientazioni esterne e risonanze interiori, quale si evince dai contenuti della sua scrittura poetica.

Quindi ci imbattiamo in oggetti e persone che affollano le stanze o altrimenti le disertano, creando sospensioni, inquietudini e trasalimenti emotivi. Presenze e assenze, entrambe osservate analiticamente, descritte con attenzione partecipe, e vissute con il pathos di un’acuta sensibilità. La conclusione delle singole composizioni, ridotta a pochi o addirittura a un solo verso, esprime spesso una valenza gnomica e imperativa, rivolta più alla stessa autrice che ai lettori, quasi fosse motivata da un’ansia esplorativa che richiede di essere controllata razionalmente.

La raccolta, dedicata al padre morto dopo una sofferta malattia, si scandisce in tre capitoli.

Il primo è emblematicamente intitolato   Il tavolo al centro, a indicare l’elemento dominante di un cenobio familiare non sempre affettuoso: “Ci si sbranava per minuzie // qui ora si gioca al minimo, / le voci attutite, / sentire il vuoto sotto / anche se poggiamo i piedi”. Letti, sedie, divani, mensole, valigie: l’abituale arredamento domestico “si specchia / in un cuore imploso / e smemorato”. L’interno, con l’odore di cavolo bollito, il torsolo di mela ossidato, la polvere che si accumula sui mobili, l’assedio di mosche e formiche, riacutizza un cocente senso di disillusione per le “antiche sicurezze” crollate. Ma anche il fuori, visualizzato in vetrine spoglie, mendicanti, campanelli di ottone sulle porte, suscita una gelida vertigine, derivante dal rapporto tormentoso con un’alterità ostile.

La seconda breve sezione, L’ammanto, è un tenero omaggio al padre contadino, ridotto dalla malattia a esile giunco, a statua di Giacometti, a reliquia fossile. L’uomo che aveva usato tutta la sua forza “per spostare zolle / costruire il pozzo, tirar su gli ulivi” ora, nel suo giaciglio di ospedale, ha perso la voce, respira con l’ossigeno, non controlla più i movimenti. Giustamente la prefatrice parla di un’adesione di Antonella Palermo a un canone di “poesia terminale” inaugurato dalla Serie ospedaliera di Amelia Ros selli, e recentemente frequentato da numerosi autori, con la rievocazione delle dolorose agonie dei genitori, la riflessione sulla memoria e sulla morte, e quindi la finale elaborazione del lutto.

Nell’ultima parte del volume, La parola si arrende, la scrittura si immerge invece nel brulicare della vita, tra paesaggi, situazioni, e frequentazioni personali diverse. I viaggi (Sicilia, Sardegna, trafficate metropoli) presentano l’opportunità di godere nello stesso tempo di “solennità e grazia”, di “Girasoli maestosi / su giacimenti di sterpaglie”, di prolungati silenzi infranti dai “clamori dei bambini”.

Ma nonostante questo vorticare di distrazioni, di incontri, di eventi e località da scoprire, “Non diluisce la piena del dolore”. La poeta esamina con severità il suo atteggiamento di fronte all’esistenza, interrogandosi: “Posso rigare dritto, con voracità, o / ricominciare a dubitare”. Al bivio tra scelte diverse, generose o egoistiche, vitali o deprimenti, prova uno slancio di solidale amicizia nei riguardi della realtà: “Vorrei rammendare gli scheletri del mondo”.

E la parola finale, quella che si arrende al proprio potere trasformatore, è infine rivolta all’altro da sé, che sia un amico, un amore, un fantasma implorante soccorso: “Appòggiati”, gli dice.

 

© Riproduzione riservata    SoloLibri.net       6 febbraio 2024

 

RECENSIONI

PALEY

GRACE PALEY, FEDELTÀ – MINIMUM FAX, ROMA 2011

Grace Paley (1922-2007), newyorkese, ebrea di origine ucraina, ha scritto 45 racconti e un numero non elevato di poesie: in tutto, poco più di 300 pagine, che tuttavia hanno lasciato un segno considerevole nella letteratura americana. Militante pacifista e femminista, molto impegnata sul fronte della difesa dei diritti civili, si distinse per la partecipazione in prima linea alla campagna contro la guerra in Vietnam. Fra le sue raccolte narrative uscite in Italia ricordiamo Piccoli contrattempi del vivere, Enormi cambiamenti all’ultimo momento, Più tardi nel pomeriggio, tutte pubblicate da Einaudi. Parte della sua produzione saggistica è raccolta nel volume L’importanza di non capire tutto. Il volume edito da Minimum Fax nel 2011 raccoglie versi scritti tra il 2000 e il 2007, di stampo diaristico e quasi domestico, incentrati per lo più sugli affetti familiari e sulla lunga fedeltà sentimentale alle amicizie, alle passioni di una vita intera, alle convinzioni politiche e ideologiche. E soprattutto alla scrittura.

Fedeltà, quindi, “Fidelity” coerente al proprio vissuto, come amava sottolineare: “Credo nella fedeltà alle mie idee originarie, è il modo che ho per oppormi alle mode imperanti”. Così anche nella poesia che dà il titolo al volume, in cui manifesta la sua ubbidienza a un imperativo etico di responsabilità verso il prossimo, persino a scapito del proprio interesse privato, rinunciando a ogni concessione voluttuaria, a ogni gratificante accomodamento:

 

Dopo cena tornai al
libro che stavo leggendo     ero
arrivata a pagina cento-
quaranta     ancora duecentoventi
pensavo quella
sera     mentre a cena
parlavamo con una giovane
coppia     della densa improbabile
vita del libro in cui mi ero accomodata
i personaggi ormai erano i miei compagni inquieti

li conoscevo     sapevo che sarei potuta

rientrare in quelle vite senza alcuna perdita

tanto solidamente le abitavo     ho scorso gli scaffali
alcuni libri così cari     mi erano mancati
mi sono allungata per prenderli
in mano     ho respirato due volte
pensavo all’accelerazione dei giorni
sì     avrei potuto rientrarci ma…
No     come potevo disertare tutta quell’altra vita
quei seminterrati di città
Abbandono     Come potevo essermi permessa
di pensare a mezz’ora di distrazione
quando la vita aveva pagine     o decenni da sfogliare
e tante cose stavano per accadere alle persone
che già conoscevo e quasi amavo

 

Grace nei suoi versi rivolgeva attenzione alle cose quotidiane, con cui da donna doveva giostrarsi nelle incombenze domestiche irrimandabili. Dedizione a un ruolo femminile, di madre e nonna, che tuttavia sapeva mettere in secondo piano rispetto all’impegno civile e politico, cui orgogliosamente voleva dedicarsi. Rivolgeva perciò la sua pungente ironia ai sentimenti nobili celebrati con farisaica retorica dalla letteratura universale: la famiglia come rifugio, il buonismo parrocchiale, l’amore romantico ed edulcorato, da respingere come tentazioni luciferine. Ne è un divertente esempio questa

POESIA CONTRO L’AMORE

A volte non vorresti amare la persona che ami
e distogli la faccia da quella faccia
i cui occhi labbra potrebbero placare ogni rancore
cancellare l’insulto   rubarti la tristezza di non voler
amare     voltati allora voltati    a colazione
di sera     non alzare gli occhi dal giornale
per vedere quella faccia in tutta la sua serietà     una
concentrata dolcezza     lui tiene il suo libro
tra le mani   le dita nodose intagliate
dall’inverno    voltati    è tutto quello che puoi
fare    alla tua età per salvarti dall’amore

 

Oppure questa:

ALLORA

quando lei venne a prenderlo al traghetto
lui disse    sei così pallida   sciupata così
gracile   issandosi sulle punte dei piedi
per arrivare al suo orecchio   lei sussurrò
sono una donna anziana    oh da allora
lui fu sempre gentile

 

C’è nella scrittura di Grace Paley una generosa comprensione per le difficoltà e i dolori degli altri, e anche per le loro debolezze e vigliaccherie, che in sé stessa non accettava di perdonare. A questo sincero altruismo faceva da pendant una rabbiosa ribellione contro qualsiasi potere (ideologico, culturale o religioso) pretendesse di imporsi alle coscienze individuali. Persino Dio, nel suo prevaricante paternalismo, andava rifiutato (“Grazie a Dio non c’è nessun dio / o saremmo tutti perduti”). E con lui la guerra, il razzismo, l’inquinamento, l’omofobia, la morte, la malattia. Paolo Cagnetti, nella sua affettuosa e partecipe prefazione, definisce Fedeltà un libro “caotico”. Ma caotica, disordinata, vivace fu tutta l’esistenza di questa vulcanica poeta: piena di amici, amori, libri, viaggi, bambini, vecchi da aiutare, donne da difendere, conferenze e volantinaggi, articoli di protesta, sit-in e dimostrazioni. Le poesie, prive di punteggiatura, spaziate da pause bianche, colloquiali e polemiche, sempre un po’ grezze e non rifinite, seguono l’andamento precipitoso e disorganico dei suoi pensieri, quasi pressate dall’ansia di dire tutto. E questo tutto viene raccontato vorticosamente, appassionatamente: il traffico di New York, i taxi, i pompieri, un funerale, le torte da preparare per i nipotini, la sorella morta, le telefonate con le amiche (“Scrivere di donne è un atto politico”, affermava). Assetata di vita, anche la lotta contro il tumore al seno di cui morì ottantenne divenne una battaglia caparbia e coraggiosa contro il destino ingiusto: lotta come vessillo di non rassegnazione, da impugnare sempre.

FINESTRE

Questo corpo di ottant’anni è
un corpo piuttosto vecchio   che cosa
ci fa in giro per casa in questi giorni
controlla il bucato   le scope
vanno ancora bene   che cosa c’è per cena
ecco le finestre   guarda   oh
al di là del fiume   il monte Smarts
con l’aiuto del sole sta ricomponendo tutte
le sue collinette   mai visto in questo modo

prima d’ora   finestre   la storia del pomeriggio

 

© Riproduzione riservata             «Il Pickwick», 12 dicembre 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PALMA

LEDA PALMA, LA PRECISIONE DEL FARO – LA VITA FELICE, MILANO 2016

«La precisione del faro può essere inteso come un esercizio di sobrietà sentimentale, un tentativo riuscito di rintracciare un luogo comune che contenga e legittimi il nostro immaginario collettivo»: così scrive Donato di Stasi nella sua approfondita prefazione al libro di versi di Leda Palma, definendolo «libro composito, sacrale e profano».

Leda Palma, friulana trapiantata a Roma, ha pubblicato poesia e prosa, ma nel corso della sua esistenza lavorativa si è occupata soprattutto di teatro e televisione, come autrice, regista e attrice. Questo volume, intenzionalmente mirato già dal titolo a un obiettivo di illuminazione e schiarimento – interiore ed esteriore -, ci appare giocato sull’abbandono immediato allo scorrere del tempo, tra presente e passato, memoria recuperata e attenzione al presente. Le otto sezioni che lo compongono, infatti, oscillano tra l’idillio nostalgico, la testimonianza di fede, il resoconto di viaggio e l’omaggio affettivo a presenze amicali o familiari, rimanendo sempre e comunque fedeli nello stile a un rincorrersi fluido di suoni e immagini, privo di punti fermi e tassative cesure.

«M’insegue il paese», dichiara un verso della prima sezione, Geologia del ritorno: e Pagnacco, paese nativo dell’autrice, rimane dopo tanti anni radicato nel ricordo, definito nei particolari concreti (le campane della chiesa, gli scuri e il focolare della casa, la polenta che «sfrigola» sul focolare, il camposanto, il torrente e i prati) come nelle presenze animali (conigli e mucche) e umane (le suore, i «preti laidi vecchi»). Lo scavo sentimentale nella memoria produce inevitabilmente il recupero di presenze, e ad esse si dedicano versi commossi e grati, tesi a riscattare nella memoria disattenzioni o trascuratezze personali e collettive: la morte e la malattia di amici e parenti non è patita solo come dolore, ingiustizia, inadeguatezza, sensi di colpa, ma conduce a una verità per troppo tempo rimossa, temuta.

Al di là di ogni fine va intuito un inizio, che non si spiega solo come consolazione riparatrice o speranza illusoria, ma come effettiva realtà di sopravvivenza: «la grandezza della vita / del tuo cielo aperto più nulla solo / il mistero del cuore smontato / pezzo a pezzo / ricostruita e in pace finalmente / nell’avemaria del momento / per il tuo bene / o il mio». La madre, Silvana, Maria, l’amico suicida, il poeta carnico Tito Maniacco squarciano il buio della notte definitiva con il loro luminoso riaffacciarsi al ricordo, nelle sezioni Attraverso la morte, Tempo dà luce, La presenza dell’anima; mentre nelle pagine conclusive del libro Leda Palma si apre a un presente capace di aderire con solidarietà al mondo vivo, quello che soffre di povertà in India, o viene violentato nell’infanzia, o è costretto a inumane migrazioni («Non danno scampo le tue labbra mare / fatto destino il tuo fiato deriva / nel fitto delle braccia che / pugnalano un dopo che non c’è»). Per concludersi infine con un poemetto polifonico (Il cammino di Maya), che intreccia visioni mitiche a rivisitazioni storiche, memorie personali a descrizioni paesaggistiche, intercalando anche graficamente i caratteri corsivi e tondi dell’immaginazione e della constatazione realistica: «luna mia gemella d’incertezze / serpente della notte che m’allunga disinganni / ho scritto applausi sulle foglie sipari gonfi d’ambizione / nel finale sempre una paura che tace».

 

© Riproduzione riservata       

www.sololibri.net/precisione-faro-Leda-Palma.html         6 settembre 2016

 

 

 

 

RECENSIONI

PALMINI

Giuseppe Palmini, Il personalismo comunitario di Emmanuel Mounier – Nulla Die, Piazza Armerina 2021

Tra la fine del liceo e l’inizio dell’università, il mio filosofo di riferimento, insieme a Simone Weil e agli esistenzialisti, è stato Emmanuel Mounier. Ho voluto riprendere in considerazione il suo pensiero, per vedere quanto ancora – dopo cinquant’anni – la sua scrittura mi coinvolgesse, intellettualmente ed emotivamente. L’ho fatto seguendo il percorso tracciato da un saggio di Giuseppe Palmini pubblicato lo scorso anno dalle edizioni siciliane Nulla Die. In cinque capitoli, e offrendo una ricca bibliografia, Palmini indaga in che modo la filosofia personalista e comunitaria di Emmanuel Mounier (Grenoble 1905-Parigi 1950) sia suscettibile di attualizzazione, quanto cioè del suo pensiero, sfrondato degli inevitabili arcaismi e dal suo riconosciuto ingenuo volontarismo, possa indicare una via percorribile dalla civiltà occidentale per uscire dalla crisi economica ed etica in cui si dibatte.


Ne
Il personalismo, il filosofo francese affermava: “Di fronte alla crisi, la cui gravità molti si nascondevano, due spiegazioni venivano proposte. I marxisti dicevano: crisi economica classica, crisi di struttura. Intervenite sull’economia, il malato si rimetterà. I moralisti contrapponevano: crisi dell’uomo, crisi dei costumi, crisi dei valori. Cambiate l’uomo e le società guariranno. Noi non eravamo soddisfatti né degli uni né degli altri. Spiritualisti e materialisti ci sembravano partecipi del medesimo errore moderno: quello che, seguendo un discutibile cartesianesimo, separa arbitrariamente il ‘corpo’ dall’ ‘anima’, il pensiero dall’azione, l’homo faber dall’homo sapiens. Da parte nostra affermavamo che la crisi è in pari tempo una crisi economica e una crisi spirituale, una crisi delle strutture e una crisi dell’uomo”.

Dopo una puntuale ricostruzione della biografia e del percorso intellettuale di Mounier (la laurea in filosofia nel 1927 con una tesi su Descartes, lo studio approfondito di Henry Bergson e Charles Péguy, la frequentazione assidua di altri pensatori cattolici come Guitton e Maritain), il volume si sofferma in particolare sulla fondazione nel 1932 della rivista Esprit.

Organo ufficiale delle istanze più innovatrici del movimento cattolico francese, essa propugnava un ritorno allumanesimo cristiano in risposta sia alle tendenze individualistiche del liberalismo borghese sia al totalitarismo comunista, criticando “l’idolatria tirannica delle spiritualità inferiori: esaltazione razzista, passione nazionale, disciplina anonima, devozione allo stato o al leader, salvaguardia di interessi economici”. La rivista auspicava la rinascita di una “comunità di persone”, in opposizione alla società di massa, prospettata sia dall’individualismo liberale sia dal collettivismo: “Ogni regime che, di diritto o di fatto, consideri le persone come oggetti interscambiabili, li irreggimenti o li costringa contro la propria diversificata vocazione, oppure imponga loro questa vocazione, dal di fuori, con la tirannide di un moralismo legale, fonte di conformismo e di ipocrisia, questo regime è da condannare… Tout homme, sans exception, a le droit et le devoir de développer sa personalité”.

Opponendosi sia all’individualismo, che favorisce “il regime dell’anonimato, dell’irresponsabilità e della dispersione, dell’egoismo e della guerra”, sia alla massificazione di una “società senza volto…  spersonalizzata in ognuno dei suoi membri, spersonalizzata come insieme, in cui la massa offre un regime proprio fatto di anarchia mescolato a tirannide, vale a dire la tirannide dell’anonimo che è, fra tutte, la più vessatoria e la meno pietosa”, Mounier caldeggiava l’avvento di una rivoluzione comunitaria, di un nuovo rinascimento: “Rifare il Rinascimento … è doppiamente da rifare se, per essere completo deve essere duplice, e cioè personalista e comunitario”.

La sua analisi dei nascenti totalitarismi fascisti e nazisti negli anni ’30 era lungimirante e impietosa: “Dove nascono i fascismi? Sulle democrazie logore, nel momento in cui la spersonalizzazione e l’anarchia sono tali che ognuno ormai, scoraggiato dal proprio operato quotidiano, aspira al Salvatore che riprenda in mano tutti gli spaventosi problemi irrisolti, tutta la massa decomposta, e compia miracoli”.

In nessun modo velleitaria o disincarnata, la sua proposta di una rinascita sociale si innervava anche su radicali riforme economiche. In Dalla proprietà capitalistica alla proprietà umana (1936) proponeva di recuperare il primato della persona sulle cose, dell’uomo sulla produzione, delle esigenze del lavoratore su quelle del profitto, creando una società autogestita al centro della quale stessero i lavoratori, che assegnasse allo Stato solo una funzione di tutela e di garanzia. A tale profondo rinnovamento erano chiamati soprattutto i credenti: “Per i cristiani in particolare s’impone il dovere della distribuzione dei beni, un dovere di giustizia e di carità che non può essere appagato solo con l’elemosina e la beneficenza”. Queste tesi così estreme procurarono a Esprit l’ostilità delle gerarchie cattoliche e la censura da parte del governo di Vichy. Nel 1942 Mounier fu arrestato per il suo sostegno alla resistenza francese e liberato solo l’anno seguente.

Nelle pubblicazioni posteriori, il filosofo si occupò di pacifismo, anarchismo, esistenzialismo, progresso tecnologico, essenza del cristianesimo, psicologia dei caratteri umani: tutte queste riflessioni confluirono nella stesura del suo libro più noto e importante: Il personalismo, del 1949. Morì di infarto l’anno successivo, minato nella salute sia dalle vicende tormentate che aveva patito, sia dal dolore per l’invalidità cronica di sua figlia Françoise.

Il volume di Giuseppe Palmini articola i capitoli successivi nell’analisi approfondita sia della filosofia del personalismo, che vanta esponenti illustri già dal 1700, sia del progetto morale e sociale davvero avveniristico di Mounier, la cui visione politica indicava come indispensabile garantire a ogni individuo il possesso del “necessario personale”. Convintamente cattolico, innovatore anche nell’interpretazione del messaggio evangelico, riteneva importante armonizzare nella quotidianità l’aspetto carnale con quello spirituale dell’essere umano. Inoltre, rilevando il fondamentale apporto etico e civile dell’arte e della cultura, auspicava lo sviluppo dell’azione didattica nella formazione delle giovani generazioni. La visione acutamente intuitiva e profetica di Emmanuel Mounier nei confronti del mondo e del destino dei singoli, rende la lettura dei suoi scritti dopo tanti anni ancora vitale e coinvolgente.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 22 settembre 2022

 

 

RECENSIONI

PANARESE

ROSSELLA PANARESE, COMUNICAZIONE SCIENTIFICA – TRECCANI, TORINO 2021

L’e-book Comunicazione scientifica (dal prezzo inferiore a 1 euro) raccoglie quattro interventi di Rossella Panarese pubblicati nell’Appendice X dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Rossella Panarese (Roma 1960-2021), entrata giovanissima in Rai come redattrice a Radio3, di questo canale è diventata un’autorevole, stimata e infaticabile curatrice e conduttrice, soprattutto di trasmissioni riguardanti vari rami della scienza: Palomar, Futura, On the road, Duemila, Labanof.

Dopo una parentesi professionale come responsabile dell’Ufficio stampa del Comune di Roma, nel 2002 è rientrata in Rai, progettando, curando e in seguito conducendo per diciotto anni il programma Radio3 Scienza (“Non volevamo spiegare cos’è un bosone o una cellula staminale, o almeno non solo. Volevamo parlare di politica, di etica, di salute, di tecnologia, di scuola, di ricerca e di ambiente partendo dai temi dell’impresa scientifica”). Impegnata anche nella didattica come insegante e conferenziera in diversi master, seminari, festival organizzati in varie località italiane, la sua morte avvenuta in aprile ha lasciato grande rimpianto tra i collaboratori e il pubblico radiofonico.

In piazza Bainsizza, vicino alla sede di Radio3 a Roma, le è stata dedicata una quercia rossa su cui è infissa una targa riportante le sue parole: “Saper raccontare vuol dire avere a cuore l’ascoltatore, farsi carico dell’attenzione dell’altro, creare un filo comune tra chi parla e chi ascolta. Insomma, costruire una relazione. È quello che la radio può fare meglio di tutti. A me piace usare la metafora del ballo di coppia, che è tale se – e solo se – ognuno dei ballerini è concentrato sui suoi passi, ma in contatto con quelli dell’altro”.

I sette brevissimi saggi compresi sotto il titolo Comunicazione scientifica vertono appunto sulla necessità di trasmettere la cultura, anche nei suoi aspetti più ostici, al maggior numero di persone possibile, in termini chiari, comprensibili, ma non ridimensionati o spianati artificiosamente ai fini di ottenere una facile audience. Come scrive Chiara Valerio nella prefazione, la scrittura di Panarese mantiene una “forma interlocutoria”, nel convincimento che qualsiasi argomentazione debba permettere e incoraggiare l’intervento attivo del fruitore della conoscenza, pretendendone tuttavia anche l’ascolto attento e curioso, in un processo reciproco di costruzione comunicativa.

La prima domanda che si pone l’autrice riguarda la definizione del pubblico di non-esperti cui si rivolge la comunicazione scientifica. Essendo sempre più diversificato per età e preparazione scolastica, ad esso devono essere offerte soluzioni narrative, educative e informative originali, stimolanti e, ovviamente, qualificate e rigorose, che tengano conto del contesto in cui avvengono e offrano la possibilità di creare relazioni interattive adeguate. Agli scienziati e ai ricercatori va chiesto di diffondere i risultati del loro lavoro uscendo dalla “torre d’avorio” del sapere specialistico in cui sono rinchiusi, per contribuire all’alfabetizzazione scientifica della popolazione, sconfiggendone lo scetticismo e il senso umiliante di inadeguatezza culturale. Se la scienza è sotto attacco per la carenza di fondi destinati alla ricerca, per competizioni interne, per il proliferare di fake news, falsi scoop giornalistici, pubblicità ingannevoli e commercializzazione di prodotti medici e industriali inefficaci o fraudolenti, spetta al mondo politico e mediatico la responsabilità di riportare chiarezza e trasparenza nella popolazione.

“A emergere è il tema della cittadinanza scientifica, ossia del diritto di ognuno di noi a partecipare alle scelte che derivano dall’impresa scientifica, e di condividere le opportunità derivanti dallo sviluppo delle scienze e della tecnologia”. Diritto dei cittadini a essere informati con competenza, dunque, cui corrisponde però il dovere di approfondire con serietà le proprie fonti e nozioni.

Su alcuni temi molto delicati la discussione tra scienziati e pubblico è molto sensibile: vaccini, OGM, medicina ufficiale, intelligenza artificiale. In particolare, con lo scoppio della pandemia di Covid-19, si è sviluppata un’enorme richiesta di partecipazione popolare al dibattito scientifico, alimentata da paura e sofferenza personale: si chiede alla scienza di rivestire il ruolo che le compete, di guida prudente ed esperta dei comportamenti individuali e collettivi.

 

© Riproduzione riservata      SoloLibri.net › Comunicazione-scientifica-Panarese

24 giugno 2021

 

.

RECENSIONI

PANELLA

PASQUALE PANELLA, POEMA BIANCO – MIRAGGI, TORINO 2018

La voce narrante di questo Poema bianco di Pasquale Panella è femminile (come dichiara in apertura l’autore), e scandisce in tre sezioni di versi liberi una lunga e silenziosa riflessione in cui si confondono rimpianto e ironia, elegia e sarcasmo, logicità e insensatezza: a sottolineare una storia di amore e disamore, fedeltà e stanchezza, nel suo nascere crescere finire. Non assistiamo a una pièce teatrale destinata a un pubblico di spettatori, né a un dialogo che attenda risposte da un interlocutore privilegiato. Piuttosto rileviamo la volontà esplicita di districare, in un soliloquio lucidamente controllato, i fili aggrovigliati della mente, illuminando zone oscure del cuore e della memoria.

Il bianco citato nel titolo rimanda sia al candore sia al vuoto, alla pagina ancora da scrivere come a quella cancellata, a un’esigenza di chiarezza interiore o al bisogno di silenzio. Il poema pare invece riferirsi alla forma che assume sulla pagina questo monologo, un vero e proprio flusso continuo di versi, in cui i segni di interpunzione sono dati da virgole-virgolette-parentesi, e assidui, incalzanti punti di domanda. Nessun esclamativo, e un unico punto fermo conclusivo, dopo la parola «Fine».
Pasquale Panella, che nella sua vita artistica ha consegnato parole importanti a musiche altrettanto importanti, sembra anche qui voler dar voce a una sonorità di base che, sviluppandosi da armonie attutite e terse, si spezzano frequentemente in improvvise dissonanze, in brusche alzate di accenti, in ribadite sottolineature. Così il tono colloquiale, lo scherno, la battuta ironica irrompe ad alterare o prosaicizzare il carattere più delicato e nostalgico della profferta amorosa rivolta a un assente.

In un lunedì sera piovoso di un mese imprecisato, alle otto meno dieci, una “lei” parla a se stessa e di se stessa, parla a un “lui” e parla di lui, pur diffidando di qualsiasi possibilità di comunicazione, in un rapporto che per entrambi è diventato indifferenza, incomprensione, accusa reciproca, rancore: «Quando il telefono non squilla / sei sempre tu / che non mi chiami», «Tutto accade quando tutto è finito / Anzi, prima di finire / non è nemmeno tutto, / diventa tutto quando / è finito tutto, appunto», «Noi, ci siamo mai dati del Noi?». L’amore c’è stato, e affiorano i ricordi («Ma quante ombre / abbiamo fatto insieme», «Respiravamo e basta / Le mani come il vento che si calma / sul ventre, su una coscia, su una spalla / Il viso ritornava a fare il viso, / il profilo la prora / di una barca incagliata»), insieme alle tracce di un passato che si intende smitizzare attraverso un uso giocoso della lingua, con l’utilizzo di ripetizioni, assonanze, calembour: «Io ero la tua vita nella mia vita / che era la tua vita / Ero quella parola che ti volevo dire / Ero il mio amore / E tu eri l’amore mio / Insomma tu eri io».

L’idea platonica di fusione di due corpi e due anime torna a tentare insidiosamente il personaggio narrante, ma viene respinta beffardamente come lusinga ingannatrice: «parlarsi da vicino come quando / parliamo da soli / a chi siamo, noi, l’altro / (ecco il Noi, lontano) / che non c’è (ma lo siamo)».
Ingannevole appare anche lo scambio di ruoli sessuali programmato dall’autore del testo, e svelato da chi si proclama donna sapendo di non esserlo: «La voce è femminile, certo, / perché tu sei vile / Ti scrivi come se io / ti avessi scritto / Poi credi che l’abbia fatto per davvero», «noi siamo fatti / di contraddizione e corpo umano». Le contraddizioni, le incoerenze, le insicurezze che minano il rapporto tra due amanti svelano il sospetto nutrito nei riguardi di tutta la realtà («Non è questione di realtà, / l’esistenza / È questione di credulità»), e addirittura del linguaggio: «dalla sfiducia nelle parole / nasce la sperimentazione / o il loro gioco», «C’è questo difetto / nella descrizione: / che sembra sempre / un compito copiato».

Il poeta con voce di donna si diverte a usare gli strumenti del mestiere soprattutto quando ironizza sull’uso-abuso della rima, artificio cui i versi e le canzoni ricorrono da sempre per blandire occhio e orecchio di chi legge o ascolta: «Mi piacciono le rime con gli accenti / alla fine, baciate, per esempio: me con te»,«(le rime facili, sì, che sono rime, / le difficili, sì, che sono fisime)», «(La facilità delle rime / è dovuta alla spontaneità delle parole in ente)», «O è colpa delle rime: / le rime, penso,/ spesso fanno il senso».

Alla “storia” raccontata nella prima sezione del Poema bianco segue “l’antistoria” della seconda parte (aggiunta dieci anni dopo la prima pubblicazione: «versi esclusi, inclusi / qui / per togliermeli di torno»), un redde rationem in cui Pasquale Panella ritrova, passata la pioggia, il sole; dopo il lamento e la recriminazione, il sorriso indulgente e la leggerezza del divertissement. Un addio al dolore sentimentale, con la decisione di rivolgere le proprie attenzioni più alla scrittura e alla sua diffusione che ai tormenti del cuore («L’amore era l’amore, / adesso è il mio editore», è scritto in epigrafe). L’esperienza di coppia vissuta diventa terreno di riflessione disincantata e graffiante, riconsiderata nei suoi momenti di noia, delusione e incomprensione reciproca: «E siamo al romanzesco coniugale / (che non se ne può più recentemente) / tutto cavilli, distinguo inguinali, / pignolerie meticolose orali anali, / tutto un detto stradetto e ritrattato». La liberazione dai ricatti affettivi si compie quindi proprio sulla pagina scritta, e nella terza sezione del Poema Panella conclude «Che scrivere è farla / finita con la storia», una sorta di terapia programmata per guarire dal mal d’amour, esorcizzando fantasmi e sensi di colpa, e riproponendo un foglio vergine su cui vergare parole nuove.

«Il rischio dello scrivere è uno solo: / essere letti / Lo dicevi anche tu / Anche tu chi? Tu, io // E allora finiamoci, / o lettrice, / amore mio, / mia lacrima / di lettura fuor degli occhi // E fine».
Rimangono ancora i rumori, nella conclusione del libro, quelli prodotti e ascoltati da chi si muove nella solitudine di un appartamento dopo che il compagno o la compagna se ne è andato: i passi sul pavimento, la doccia, le sedie spostate, il frigo aperto, la pasta che si cuoce nella pentola. Rumori che sono echi di una presenza eclissata, quando le parole non servono più a niente, e si riducono a un’impalpabile esalazione di fiato: «Il soliloquio, questa intima piazzata, questo comizio, questo convenire, qui, di un’oratrice che ha solo se stessa a ascoltarla, a ascoltarsi, a sentirsi regnante sul silenzio».

Eppure anche le parole della donna solitaria a cui Pasquale Panella ha prestato voce ci hanno fatto compagnia, prima di dissolversi nel fumo: «vedi il fumo di tutte le parole / (vedilo, fa’ il favore)»..

 

© Riproduzione riservata               «Il Pickwick», 2 settembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PAPINI

GIOVANNI PAPINI, CHIUDIAMO LE SCUOLE!  – STAMPA ALTERNATIVA, TARQUINIA 2011

Che ricordo abbiamo, quasi tutti, di Giovanni Papini? Io personalmente, che da ragazza avevo letto con qualche entusiasmo Un uomo finito, mantengo una vaga impressione di lui come severo censore della mollezza letteraria, culturale, civile del popolo italiano: prima classicista, poi futurista, poi convinto interventista, quindi fascista, e infine intransigente cattolico.

Nato e morto a Firenze (1881-1956), Papini fu molto attivo nell’opera di svecchiamento della cultura e della società nel primo ventennio del ’900. Fondatore di due importanti riviste, Leonardo (1903) e Lacerba (1913), collaboratore de Il Regno e direttore de La voce (1912), collaborò intensamente con Corradini, Prezzolini e Soffici, concependo sempre la scrittura come terreno di lotta e azione, e scrivendo in uno stile declamatorio, fortemente polemico e dissacrante. Ebbe il grande merito di divulgare in Italia i maggiori movimenti filosofici stranieri, dall’intuizionismo francese di Bergson al pragmatismo anglo-americano di Peirce e di James. Quasi del tutto dimenticato e rimosso dalla scena culturale attuale, soprattutto per le sue scelte ideologiche e i suoi esaltati atteggiamenti reazionari, è stato recuperato editorialmente da Vallecchi e Mondadori, e oggi gode di un nuovo interesse anche da parte di alcuni movimenti di opposizione, non solo di destra. Stampa Alternativa, ad esempio, ha pubblicato in e-book un suo provocatorio e caustico pamphlet del 1914, Chiudiamo le scuole!, edito per la prima volta in volume da Vallecchi nel 1919, poi dalle edizioni Luni nel 1996 e nel 2013.

La proposta radicalmente rivoluzionaria di questo saggio si basa sulla convinzione non solo dell’inutilità dell’istituzione scolastica, ma addirittura sulla sua incontestabile nocività. Strumento di tortura mentale e fisica dei bambini, di livellamento culturale degli adolescenti, di indottrinamento ideologico degli universitari, l’istruzione statale affonda sistematicamente ogni personalità, originalità e iniziativa individuale attraverso l’imposizione di programmi uniformi, noiosi, formali e antiquati. Essa serve solo alle finalità pratiche della classe dirigente del paese: libera i genitori dall’impegno di seguire i figli per tutta la giornata, illudendoli inoltre sul futuro lavorativo della prole; mantiene una grande quantità di lavoratori (maestri, professori, ispettori, bidelli, editori, librai, cartolai) che altrimenti non avrebbero altra rendita economica; soprattutto forma cittadini ubbidienti e conformisti, incapaci di qualsiasi giudizio indipendente e personale. Non crea cultura, la trasmette solamente, e in maniera superficiale, pietrificata, massificante.

Il giudizio di Papini sulla classe insegnante è impietoso. Chi insegna esercita un potere sadico sulle sue vittime, annoiandole e mortificandole, nella convinzione pretenziosa e ingenua di appartenere a un ceto privilegiato, e di svolgere una funzione educativa indispensabile. In realtà, è molto spesso impreparato e privo di curiosità, svolge il suo lavoro solo per godere di tre mesi di vacanza e di uno stipendio garantito, si esercita a formare greggi ubbidienti di burattini, ripetendo per tutta la vita le stesse lezioni in maniera monotona, e anchilosandosi fisicamente in stanze polverose e malsane. L’unica possibile educazione è quella che si attua nel colloquio tra due persone, o nel commercio quotidiano con la vita e l’esperienza concreta, mentre il solo risultato della relazione tra maestri e scolari in una classe è un rapporto di servilismo, ipocrisia, reciproca diffidenza. Gli alunni sono sinceri solo quando imbrattano “la parete della latrina”.

Gli strali di Papini non sono diretti esclusivamente contro la didattica, ma si rivolgono anche alla costrizione materiale a cui vengono sottoposti i giovani, chiusi in “bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello”, quando invece dovrebbero poter godere di tanto spazio per muoversi, e di “un po’ d’igienica anarchia”. Il suo grido di protesta ricorda il “Come vi permettete?” recentemente lanciato da Greta Thunberg all’ONU: “Con quali traditori pretesti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro libertà nell’età più bella, e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro intelligenza?”

La sua opposizione a ogni tipo di reclusione forzata non si rivolge solo ai fabbricati scolastici, ma a qualsiasi edificio di segregazione, detenzione e isolamento: “Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengon rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto – contro la morte – contro lo straniero – contro il disordine – contro la solitudine – contro tutto ciò che impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine”. Mezzo secolo prima di Basaglia, di Illich, di Foucault, Giovanni Papini definiva gli istituti “sinistri magazzini di uomini cattivi”, dove milioni di esseri umani “son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia”. Le scuole, a differenza di altre istituzioni, rinchiudono maleficamente solo bambini e ragazzi sani, innocenti e tendenzialmente felici, privandoli della gioia di vivere, della voglia di crescere e imparare autonomamente, per renderli proni alle esigenze della classe dominante.

Cosa suggeriva quindi questo iconoclasta anarchico, per rendere ai giovani il loro diritto a un’esistenza salubre, libera e creativa? Di licenziare tutti i dipendenti del Ministero della pubblica istruzione, offrendo loro pensioni vitalizie purché lasciassero gli studenti “fuori dalle loro fabbriche privilegiate di cretini di stato”. Accidenti! Nemmeno il più esagitato dei Black bloc arriverebbe a proporre una soluzione così drastica e rivoluzionaria…

 

© Riproduzione riservata                «Il Pickwick», 4 novembre 2019

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PARAZZOLI

FERRUCCIO PARAZZOLI, AMICI PER PAURA – SEM, MILANO 2017

I “QuattroTempi” e i 25 capitoli in cui si suddivide l’ultimo romanzo di Ferruccio Parazzoli (Roma,1935) scandiscono le vicende vissute dal piccolo Francesco e dalla sua famiglia durante la seconda guerra mondiale. Una Roma piccolo-borghese, intimorita e sconcertata da una Storia a cui si sente estranea, e poi un rifugio marchigiano in cui trovare riparo dall’assedio tedesco e dai bombardamenti, fanno da sfondo agli avvenimenti domestici osservati con l’ingenuo stupore di un bambino che sogna ponendosi qualche domanda, e si pone domande sognando altri orizzonti, forse eroici, senz’altro più vitali di quelli della sua quotidianità, infreddolita e affamata.

Intorno a lui ruotano molti personaggi, per lo più appartenenti allo stretto cerchio familiare: un padre impiegato ministeriale, fedele agli affetti e al lavoro, ma privo di grandi ambizioni e idealità; la mamma tranquillamente devota ai suoi doveri di moglie, madre e casalinga; la sorellina Cristina, che manifesta sprazzi di vivace curiosità. E poi un nonno lombardo, massone e socialista, che con la sua morte improvvisa impaurisce il nipotino, e una schiera di zii e cugini a cui i quattro componenti del ridotto nucleo familiare rimane in sostanza indifferente, se non velatamente ostile. Il dramma della guerra è patito da tutti loro con rassegnata passività, in una silenziosa accettazione del ruolo di vittime, e Parazzoli riesce a rendere molto bene la docile sottomissione con cui i protagonisti vivono gli eventi, grandi e piccoli, delle loro esistenze (le morti private e le stragi belliche, i tradimenti politici e i soprusi parentali), in uno stile elegante e sorvegliato, pacatamente denotativo.

Francesco, cresciuto in un casamento INCIS a forma circolare, sul cui muro in alto campeggiano tre fasci Littorio color cioccolato, vive la sua remissiva e solitaria infanzia di Figlio della Lupa tra adunate e sfilate militari, proiezioni dei film Luce, discorsi di Mussolini ascoltati alla radio, canzoni e poesie fervide di amor patrio da imparare a memoria, precipitose corse nel rifugio antiaereo al suono delle sirene d’allarme, non appena si odono sfrecciare in cielo gli aerei nemici. Aggrappa le sue paure ai soldatini con cui gioca, al fucile con la canna di latta che imbraccia da valoroso combattente, «immortale piccolo dio della Guerra». La capacità di estraniarsi da un presente terrificante sarà ciò che lo aiuterà a salvarsi nell’incrudirsi degli avvenimenti. «Ma lui era lontano, accanto agli eroici soldati italiani, ai marinai, agli aviatori, ai bersaglieri, alle truppe coloniali vestite di cachi, ma soprattutto ai fanti in grigioverde».

L’inderogabile fuga nel maceratese con la mamma e la sorellina, per evitare i bombardamenti e i rastrellamenti in atto nella capitale, dapprima ospitati da estranei-stranianti parenti in una grande villa, quindi nella gelida canonica di un viceparroco partigiano, rivelano ai pochi anni di Francesco la durezza della realtà in precedenza solo intuita e temuta. Il ritorno in una Roma sventrata e immiserita, l’odio delle diverse fazioni politiche, la ferocia degli eserciti contrapposti («Chissà chi aveva ragione»), la fame, le violenze, i furti, le deportazioni rendono il bambino sempre più confuso e fragile, privo di punti di riferimento. Solo nella lettura, scoperta fortunosamente attraverso un anziano vicino bibliofilo, troverà le risposte cercate, arrivando a concludere che da grande non avrebbe fatto né il fante né il prete, ma lo scrittore: solamente in questo modo avrebbe potuto trasmettere agli altri il ricordo di quello che era successo, le morti ingiuste come quelle del suo amico Domenico, il sacrificio di anime generose, la sofferenza innocente di troppe vittime, e la gioia di una liberazione ritrovata.

 

© Riproduzione riservata    

www.sololibri.net/Amici-per-paura-Parazzoli.html;          10 aprile 2017

 

RECENSIONI

PARESCHI

SILVIA PARESCHI, I JEANS DI BRUCE SPRINGSTEEN – GIUNTI, FIRENZE 2016

Il mito americano, così com’è stato vissuto, alimentato e condiviso da generazioni intere in tutto il mondo dall’800 a oggi, recupera una sua voce vivace nelle pagine del libro di Silvia Pareschi I jeans di Bruce Springsteen, sospese tra il reportage e il resoconto diaristico, emozione e denuncia, nostalgia e irritazione, fascino e disinganno. Gli Usa, e in particolare la California, e in particolare San Francisco ‒ con il sottofondo di musica rock, blues, gospel o jazz, e le voci di Nina Simone e Grace Slick – raccontati da chi li conosce benissimo, perché ci vive e ci lavora da molti anni, traducendone gli scrittori più famosi per importanti case editrici italiane: Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Denis Johnson…

Silvia Pareschi alterna narrazioni di esperienze personali ad animate descrizioni paesaggistiche, risentiti commenti politici a dialoghi con personaggi tanto stravaganti da sembrare inventati. Così leggiamo divertiti di lezioni yoga in stanze affumicate dalla marijuana, bar gay frequentati da armoniosi ballerini e rudi camionisti, sozze lavanderie a gettone in cui si perdono slip e calzini, dentisti esosi, fast food automatizzati, uffici insonorizzati, decappottabili sportive e scassati pick-up, studi cinematografici specializzati in porno e chiese metodiste che organizzano mense per i poveri. La California che esce da queste pagine appare sempre più dominata dai techies, giovani automi che lavorano per i Big Five (Facebook, Google, Microsoft, Apple, Amazon), guadagnando stipendi astronomici; anche San Francisco appare stordita da una rivoluzione culturale che ne ha trasformato i lineamenti: “Dev’esserci qualcosa nell’aria, la polvere delle ossa dei cercatori d’oro che si mescola al vento dell’oceano e crea un’alchimia che rende tutto estremo, libertà, follia, genio, ricchezza, miseria. E tutti vengono qui attratti dall’estremo, ma dopo che hanno smesso di diventare beat, hippy o predicatori folli sono tornati a cecare quello che cercavano i cercatori d’oro: la ricchezza”.

Non solo dollari, però, non solo finanza fanno degli States il continente che più di ogni altro nutre l’immaginario collettivo mondiale. Ci sono dissestate autostrade a cinque corsie, città affollate e villaggi abbandonati, solitudini estreme di zone desertiche, foreste con querce enormi e sequoie, oceani e fiumi impetuosi, uragani catastrofici, monti in cui scorrazzano coyote, orsi e puma, l’urbanizzazione più sfrenata e la wilderness più primitiva, l’intellettualismo più snob e il fanatismo delle sette religiose.

E poi c’è lui, il mito dei miti: Springsteen, che fece toccare “vette di estasi mistica” a Silvia Pareschi adolescente, al punto da indurla a percorrere centinaia di miglia, coast-to-coast fino al New Jersey e alla città natale, Freehold, per  visitarne la casa, la scuola, la pizzeria preferita, e infine il sarto, da cui ottenne in regalo un paio di jeans scoloriti, appartenuti al divino. Taglia 38. Magari Bruce li indossava a dodici anni: reliquia comunque preziosa.

 

© Riproduzione riservata   

https://www.sololibri.net/I-jeans-di-Bruce-Springsteen-Pareschi.html              4 marzo 2019

 

RECENSIONI

PAREYSON

LUIGI PAREYSON, PERSONA E LIBERTA’ – LA SCUOLA, BRESCIA 2011

Al filosofo Luigi Pareyson, voce profetica e inquieta di un cristianesimo indocile, non omologato, assetato di verità, la casa editrice La Scuola ha dedicato un volume antologico, Persona e libertà, che raccoglie sei saggi, introdotti da una sapiente e ammirata prefazione di Giuseppe Riconda. Di questi sei interventi, che spaziano dalla visione estetica alla teoria dell’interpretazione, dal personalismo esistenziale alla riflessione sul pensiero tragico, quello che più caratterizza in maniera originale la riflessione del filosofo piemontese, è a mio parere l’ultimo: Filosofia della libertà.
In queste venti pagine Luigi Pareyson introduce il lettore al tema fondamentale del rapporto tra libertà e nulla, inizio e fine, creazione e annichilimento. Opponendo alla Grundfrage di Leibniz (“perché l’essere anziché il niente?”) la positività di un’affermazione divina libera e generosa, Pareyson postula un Dio come libertà originaria che prima ancora di dare principio alla creazione afferma se stesso come “uscita da un non essere”, “irruzione pura, impreveduta e repentina come un’esplosione”.

Libertà di essere come “inizio e scelta”, che ha conosciuto la negazione e l’ha sgominata appunto proponendosi come vittoria sul nulla e sul male. “Dire «Dio esiste» non significa se non dire «È stato scelto il bene»”. L’atto con cui Dio origina se stesso è drammatico perché indica la lotta “fra la volontà e il desiderio di Dio di affermarsi ed esistere e il pericolo che vincano il nulla e il male”.

All’interno di questa scelta divina originaria di positività e di bene, quale spazio lascia quindi Luigi Pareyson all’esistenza del male, della morte, della sofferenza innocente? Il male è un’ombra, uno “scurimento del fulgore divino”, ridestato dalla ribellione e provocazione umana, che solo attraverso l’ attraversamento del dolore, “luogo della solidarietà tra Dio e l’uomo” può essere sconfitto, trasformando il negativo in positivo, in una redenzione eterna e assoluta.

 

© Riproduzione riservata         

www.sololibri.net/Persona-e-liberta-Pareyson.html           12 dicembre 2016