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RECENSIONI

PARIS

RENZO PARIS, IL MATTINO DI DOMANI – ELLIOT, ROMA 2017

Quanta voglia e rimpianto di vita, nell’ultimo volume di poesie di Renzo Paris (Celano, 1944). A cominciare dal titolo, così propositivo e aurorale (Il mattino di domani), per continuare poi nei temi affioranti in tutt’e quattro le sezioni scandite stagionalmente, che dalla primavera dell’infanzia arrivano alla «ridicola vecchiaia» dell’inverno. Sono ricordi, personali e collettivi: memorie familiari e sociali, percorsi di crescita culturale e politica. E sono paesaggi, istantanee folgoranti di città straniere o italiane (Mosca, Parigi, Marrakech, Helsinki, e l’amatissima Roma sempre più multietnica). Oppure amori, adolescenziali e maturi (la moglie Marina, amanti dimenticate o redivive, sconosciute esploratrici di Facebook); turbamenti sessuali e tentazioni trasgressive («Lolite di un attimo, ragazze curiose, / per favore, smettete di ricordarmi la vita», «Sono un conduttore erotico, / falotico. Vivo dell’altrui piacere. / Luttuoso, voluttuoso, paciere delle arrabbiate, / braciere delle / scostumate»). E ancora i “cari fantasmi” che emergono dalle brume di un passato lontano ma affettuosamente rivisitato, con un sentimento di nostalgica riconoscenza (il mondo contadino dell’Abruzzo nativo, la madre, le maestre, i compagni di scuola, la gente semplice del paese; e poi gli amici poeti che non vivono più…). Una sorta di rendiconto morale, di dettagliato inventario su guadagni e perdite dell’esistenza, che però lascia aperti vitalissimi spiragli di progettualità e joie de vivre, anche quando affronta la malinconia del tempo che passa, dello «stupore dell’ultimo tramonto», del distacco dalle persone e dalle cose amate: «Cara vita, che a poco a poco mi abbandoni», «Ho vissuto per ricordare e adesso // che la memoria si cancella, dove vado?».

Renzo Paris, prolifico romanziere, poeta e saggista – nonché traduttore, critico letterario e docente universitario -, non ha mai lesinato il suo impegno culturale e politico: sempre schierato a sinistra, a lungo collaboratore del Manifesto, di Liberazione e oggi del Venerdì di Repubblica, nei versi non dimentica le tragedie umanitarie contemporanee, la fame del terzo mondo, i profughi delle guerre mediorientali, il terrorismo, la disperazione degli ultimi a cui nulla può offrire riparo e consolazione: né la bellezza dell’arte e della natura, né – ovviamente – la poesia («la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?».

Le composizioni di questa raccolta, tutte in terzine di vario metro, con rare indulgenze a rime, assonanze e calembour linguistici, sembrano ambire soprattutto a una chiara intenzionalità comunicativa, a una oggettività descrittiva che non lascia spazio a nebulose interpretazioni psicanalitiche: decise a rivendicare la propria prosaica adesione alla quotidianità dei gesti e dei sentimenti. Il loro autore continuamente ribadisce il suo ossessivo desiderio di partecipazione alla concretezza del reale, col timore che esso rimanga inappagato: «Nel mondo resto sempre a teatro», «Sono affollato di voci e di nessuna realtà». L’aggrapparsi tenacemente alle cose minime che osserva (insetti, uccelli, facce, parole di amore e amicizia) rimane allora il più solido ancoraggio per i mattini futuri.

 

«Nazione Indiana», 2 agosto 2017

 

RECENSIONI

PARRELLA

VALERIA PARRELLA, IL VERDETTO – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2020 (ebook)

Nome omen, dicevano gli antichi, e il nome dei due protagonisti del racconto di Valeria Parrella rispecchia il destino tragico di due eroi del mito, raccontati sia da Omero sia dai tragici greci e latini. Ne Il verdetto, Clitemnestra e Agamennone ripercorrono i passi dei loro omonimi classici, ripetendone passioni, rancori, tradimenti, vendette e morte.

Il testo è una rielaborazione dell’atto unico rappresentato nel 2007 allo Stabile Mercadante di Napoli con la regia di Mario Martone: un monologo femminile interrotto da brevi interventi della voce maschile, talvolta modulati su testi di canzoni partenopee. Nell’introduzione l’autrice precisa che l’intreccio della vicenda non è tratto dalla cronaca, né va letto come puro rifacimento della leggenda: risponde invece all’esigenza di indicare motivazioni più universali, tratteggiando il nodo che lega indissolubilmente due amanti in un rapporto masochistico di dipendenza reciproca, di gelosia e sacrificio.

Clitemnestra è una liceale di estrazione borghese che si innamora di un piccolo camorrista, e sfidando l’anatema familiare e la riprovazione cittadina, lo sposa e diventa la madre dei suoi tre figli. Nella sua scelta è spinta non solo dall’attrazione fisica (“certe spalle così larghe e certi occhi così profondi”), ma anche dal fascino esercitato dalla durezza dell’ambiente popolare, grossolano e brutale, in cui si inserisce. (“Tutto ‘sto teatro me piaceva”). Agamennone in poco tempo si impone come boss nel cerchio malavitoso, divenendone ‘o re, mentre a Clitennestra, così forbita nell’esprimersi, così diversa da tutte le altre donne del clan, subito viene riconosciuto il ruolo di regina. La coppia, a prima vista tanto male assortita, si trasferisce sulle pendici del Vesuvio, in una “villa troppo bella, isolata, alta, che dominava e doveva dare l’impressione di dominare”.

Lui però era sempre assente, impegnato in azioni di fuoco che lo portavano lontano, in missioni segrete da cui tornava sempre più rabbuiato e invelenito, sempre più cattivo: “D’accordo: mancava. Mancava sempre dal letto, da casa, dalla città. Finiva n galera, usciva, partiva, scompariva per giorni e neppure io, la moglie, dovevo sapere che fine aveva fatto. Ma quando tornava, allora era Agamennone che tornava… era Agamennone che mi dormiva affianco… lui era Agamennone, e io la femmina sua, il mio utero per moltiplicare la sua immagine”. Quando la guerra di camorra si fa più feroce, la prima vittima in famiglia è la giovane figlia, Ifigenia come la vergine adolescente del mito: ne derivano uccisioni e vendette, fughe, sparizioni. La separazione, l’esilio e il silenzio durano dieci anni. Entrano in gioco i reciproci amanti, Cassandra ed Egisto, il rancore e la rabbia soffocano qualsiasi altro sentimento, fino all’inevitabile e sanguinoso epilogo: “Così io sono stata Clitemnestra che amava e Clitemnestra che ama. Io sono Clitemnestra che ha aspettato, Clitemnestra che correva in avanti a costruire muri contro Agamennone e Clitemnestra che vorrebbe tornare indietro. Nulla di quello che ho fatto ha avuto senso se non in me, tutto è stato governato da Necessità eppure nulla è stato scelto, eppure nulla rinnego”.

In un crescendo di pathos che mantiene qualcosa dell’epos tragico, Valeria Parrella fa della protagonista una vittima del fato e della passione più ottenebrante: “uccidendo Agamennone, uno e unico ho versato il Mio sangue, perché è a me che ho tolto la vita”.

A questo punto, ogni applicazione della giustizia umana risulta sterile e assurda, perché la condanna è ovviamente auto-inflitta ed eterna.

 

© Riproduzione riservata                 6 maggio 2020

 

 

RECENSIONI

PASOLINI

PIER PAOLO PASOLINI, IL FASCISMO DEGLI ANTIFASCISTI – GARZANTI, MILANO 2018

Garzanti ha raccolto nella collana “I piccoli grandi libri” otto interventi che Pier Paolo Pasolini scrisse tra il 1962 e il 1975 sull’evoluzione storica del fascismo, e sulla sua sopravvivenza culturale e politica nell’Italia del dopoguerra. Fascismo inteso come potere massificante e subdolo, capace di modellare i comportamenti delle masse, manipolandone le idee e livellandone aspirazioni e desideri.

Nel primo saggio, pubblicato su Vie Nuove in risposta al quesito di un lettore sull’attrattiva che la destra esercitava sulle nuove generazioni, Pasolini polemizza con un’abitudine diffusa nel giornalismo «che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano», e li costruisce artificialmente, blandendo in tal modo la curiosità dei lettori. Alla stessa maniera ai giovani si offre l’immagine di un fascismo falsamente rivoluzionario, antiborghese, incorrotto e giustizialista, in un’Italia che «sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo». Un fascismo rappresentato «come normalità, come codificazione allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società». Questo scriveva Pasolini nel 1962, con il suo stile diretto, coraggiosamente polemico, ponendosi già allora in decisa opposizione contro il pensiero ammorbidito del neocapitalismo, contro i genitori educatamente antifascisti di ragazzi ingenuamente ribelli. E concludeva l’articolo con un epigramma feroce dedicato a padri e madri ipocritamente progressisti: «Che vi vengano figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio».

Anche nei saggi successivi, pubblicati perlopiù sul Corriere della Sera e inclusi poi in Scritti Corsari, gli strali pasoliniani prendono di mira soprattutto l’ideologia edonistica del consumo e la produzione di beni superflui (“che rendono superflua la vita”), così come era stata imposta negli anni 60-70 dalla stampa e dalla televisione, entrambe portavoce in primis degli interessi industriali, capaci di ammorbare con miraggi di ricchezza milioni di persone nel nostro paese. Un’Italia non più contadina, forse nemmeno operaia e certamente non più cattolica, ma abitata da una borghesia miope, attratta da valori ormai distanti da quelli espressi dalla triade Chiesa-Patria-Famiglia. In quest’Italia omologata culturalmente, non esisteva una reale differenza tra fascisti e antifascisti, simili ormai sia nell’estrazione sociale, sia nella psicologia, nel linguaggio, nell’abbigliamento.

La diversità tra il fascismo storico, espressione di una destra caricaturale, rozza, provinciale, e il nuovo fascismo, camaleontico e illiberale, «americanamente pragmatico», viene a più riprese illustrata nei vari articoli presenti nel volumetto garzantiano, insieme alla definizione ironica delle caratteristiche dell’antifascismo postbellico: un antifascismo di maniera, asservito a un Potere non ben definibile, che non essendo più quello politico-ecclesiastico-militare, si manifesta prevalentemente nell’interesse per il mercato, prono alle sue esigenze. L’antifascismo in questione era sostanzialmente antidemocratico, modaiolo, salottiero, parolaio, incapace di prese di posizione realmente di sinistra. Pasolini, pur riconoscendo la propria attitudine donchisciottesca ed estremistica, rivendica a sé il diritto di dissentire, di restare criticamente fuori dal coro, individuando nel conformismo interclassista che permea la società capitalistica internazionale il maggiore pericolo spersonalizzante del linguaggio, dell’etica, della cultura e della politica.

L’ultimo saggio antologizzato è il famoso articolo sulla scomparsa delle lucciole dalle campagne italiane, che Pasolini pubblicò sul Corriere il 1° febbraio 1975, in una prosa che ci appare dopo quasi cinquant’anni ancora violentemente profetica. Gli insetti minuscoli e innocui che non illuminano più romanticamente campi e periferie nostrani hanno segnato, con il loro sparire, la trasformazione non solo di un ambiente naturale, ma soprattutto di una società e di una cultura politica, che se prima era abbarbicata a valori residuali di patriarcato contadino e cattolico, negli anni ’70 iniziava a rivelare il suo vero volto di inconsistenza, di vuoto, di servilismo ad apparati burocratici senza alcuna presa sulla quotidianità vissuta dai cittadini. Attraverso quali rabbiose e sarcastiche parole Pasolini commenterebbe oggi l’eredità lasciataci dall’ involuzione culturale di allora e la stagnazione civile attuale, possiamo solo immaginare, con malinconica rassegnazione e scarse speranze in un riscatto futuro.

© Riproduzione riservata       «Il Pickwick», 21 gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONI

PASTERNAK

BORIS PASTERNAK, ANCH’IO HO CONOSCIUTO L’AMORE – PASSIGLI, FIRENZE 2015

L’editore Passigli ha pubblicato (con un’interessante prefazione di Marilena Rea) un’antologia delle poesie d’amore scritte da Boris Pasternak tra il 1913 e il 1956. Vi ritroviamo tutta l’intimità pudica, la cura dei dettagli più trascurabili, la sensibilità per le sfumature dei sentimenti, l’attenzione per la natura caratteristiche dello scrittore georgiano. In un’atmosfera che rimane, ovviamente, quella della sua amatissima madre Russia, il clima sembra non prediligere mai i chiarori soffocati delle estati, le luci afose del mezzogiorno: invece sempre albe o tramonti, nebbie e piogge, brine e nevi, autunni o inverni. Così nella descrizione minuta della vegetazione circostante, scopriamo sì qualche salice, pioppo o castagno, ma soprattutto vengono menzionate con particolare delicatezza le erbe del sottobosco, i fiori dei prati, le piante medicinali (mirtillo, menta, lappola, camomilla, belladonna, arnica, bucaneve, lillà, liquirizia, sorbo, astro, citiso…). E tra gli animali, non sono quasi mai raccontati quelli di medie o grandi dimensioni, piuttosto gli insetti, gli uccelli dai colori meno appariscenti, dall’esistenza più fragile e fugace. Così è anche dell’amore, narrato quasi con esitazione, evitando qualsiasi facile retorica, descrivendo più le lontananze che gli avvicinamenti, più il passato che il futuro: «Anch’io ho conosciuto l’amore, e magari lei / è ancora viva, chissà //…folleggia il passato, fingendo di non sapere / che non abita più in mezzo a noi»; «Non come servo, non asfissiante, / non di continuo – forse in tutto due volte / ti ho supplicato //…Neppure tu sopporti gli intrugli / di lagne servili e confessioni».

La passione, per essere degna di descrizione, deve essere sfebbrata, decantata in un sentimento più discreto, mai proclamato ad alta voce. Anzi, preferisce il silenzio, la lettera o la foto inviata da chissà dove, piuttosto della presenza concreta: «Vivo con la tua foto, quella che ride / e che le stridono ai polsi i braccialetti, / e si torce senza posa le dita, / quella da indugiare, indugiare, sospirare». Se lei si affaccia improvvisa nella quotidianità, è un’epifania luminosa, tacita, discreta: «Misurando coi passi il silenzio, / entrerai tu – come l’avvenire. // Apparirai sulla porta / con qualcosa di bianco, semplice, / con qualcuna di quelle stoffe / di cui sono cuciti i fiocchi di neve»; «Tu appartieni alla stirpe di queste cose. / Hai un senso disinteressato, come l’aria»; «La tua presenza è come il richiamo / a tavola che è pronto da mangiare». “Amore, cuore, per sempre” paiono termini abusati, insopportabilmente retorici: «È banale la parola amore, hai ragione. / Mi inventerò una parolina diversa». E Pasternak, forse il più grande poeta erotico del novecento russo, confessa con orgogliosa ingenuità: «Amore mio – che impressione! Quando ama un poeta / è un dio disadattato che s’innamora. / E il caos torna a strisciare nel mondo / come ai tempi della genesi. // I suoi occhi gocciano libbre di nebbia. / È confuso. Assomiglia a un mammut. / È passato di moda. Lo sa che non si può: / sono passati i tempi e – scorrettamente».

La scorrettezza di cantare in versi ciò che si prova, quasi fosse una colpa o una vergogna, in tempi e luoghi che pretendono partecipazione prosaica («Per piacere, sapete dirmi / che millennio abbiamo in cortile?») è qualcosa di cui il poeta, scrutatore degli abissi dell’anima, sa di potersi vantare: «Non so se sia risolto / l’enigma dell’oltretomba, / ma la vita – come il silenzio / d’autunno – è tutta un particolare».

«Poesia» n. 315, maggio 2016

RECENSIONI

PATARO

LORENZO PATARO, AMULETI – ENSEMBLE, ROMA 2022

Lorenzo Pataro nato a Castrovillari nel 1998, viveva a Laino Borgo, un piccolo paese del Pollino calabrese; si era laureato in Lettere a Salerno e collaborava a quotidiani e riviste, impegnato a diffondere con passione la parola poetica tra i lettori. Alla sua prima raccolta di versi, Bruciare la sete pubblicata nel 2018, era seguita Amuleti, arrivata tra le opere finaliste del Premio Strega Poesia nel 2023 e del Premio Pontedilegno Poesia 2024.

Se il libro d’esordio, da lui chiamato “il primo sogno”, raccontava di un amore “bruciante” tra due adolescenti in termini letterariamente ancora acerbi, è nella dedica iniziale e nei ringraziamenti finali del volume che possiamo intuire la scalfibile delicatezza e il candido entusiasmo di un ragazzo che scopre nella poesia la modalità espressiva capace di metterlo in contatto non solo con l’amata, ma con tutto il mondo che lo circonda, a cui si sente debitore di bellezza, in uno scambio di amicizia e appoggio ribadito nei cinque versi conclusivi della raccolta: “Siamo soli. / Per riflettere / dobbiamo rifletterci, / bruciare la sete / per dissetare l’altro”.

Decisamente più matura e formalmente meditata è la seconda prova di Lorenzo, che in pochi anni aveva saputo affinare la propria competenza critica, grazie anche all’intenso confronto e alla collaborazione con altri poeti, nella redazione di riviste settoriali e nell’avvicinamento a nuove esperienze di scrittura. Al punto che il prefatore Elio Pecora riconosce in Amuleti “un’opera mossa da una sua necessità ed espressa con strumenti saldi e affinati”.

Nelle quattro sezioni di cui si compone il libro, oggetto di esplorazione è di nuovo l’amore, ma qui con una chiara consapevolezza della sua temibilità: “Ancora ritorna lo sparviero / il nibbio a piantare l’urlo nella schiena / a percorrere il dolore come un dito / che tocca la ferita e la ripara // la stagione degli amori ritorna / e spalanca i richiami dei tordi nella nebbia”. Ma si tratta di un amore scorporato, di un tu femminile che appare e scompare, a promettere rifugio e soccorso come un albero frondoso, come acqua nel deserto: “fammi semina e raccolto / fammi fungo che cresce sul tuo ceppo / fammi nascere germoglio e gemma pura / cadi dal mio stelo come fossi la rugiada”.

Tuttavia, più di qualsiasi presenza umana, nel prosieguo delle pagine risulta preziosa e rassicurante la scoperta della sacralità insita negli oggetti, negli animali (pecore, tassi, volpi, cani, e soprattutto uccelli: passeri, merli, rondoni, allodole, falchi…) e nella vegetazione (rovi, querce, muschi, fichi, meli, uva, pioppi…), in un ambiente caratterizzato dalla campagna, da stalle, fienili, masserizie rurali. Niente di urbano, nessun cosmopolitismo in queste poesie, ma il ritmo calmo che si adegua al trascorrere naturale delle stagioni, ed è il solo a proteggere dall’insonnia e dalla febbre, promettendo guarigione e salvezza: “Potremmo dirci salvi soltanto / tra il freddo delle mura nella casa / di campagna, nell’aperto grido dello spazio // salvi soltanto nel vecchio pagliaio”. L’aspirazione alla quiete che risana non si risolve però nell’idillio romantico di visioni bucoliche, in stereotipi paesaggistici di consolante retorica: è invece reale desiderio di liberazione e di grazia, simboleggiato dalla frequente metafora del volo, e insieme scampo dal male, dalle ferite che incidono corpo e anima. Ferite, crepe, tagli, aghi, schegge, oggetti puntuti che trafiggono, graffiano, squarciano: il poeta si aggrappa ad amuleti e talismani, ad antichi riti contadini, a salmi più pagani che cristiani, a voci e apparizioni che esorcizzano gli spettri seduttivi del nulla.

C’è la consapevolezza filosofica, heideggeriana, del destino feroce che condanna l’essere umano alla solitudine del Geworfenheit (“Siamo nati. / Gettati in un nome verso un nome”), ma anche la speranza che il recupero di tradizioni storiche non adulterate, della sapienza produttiva della terra, della ritualità di gesti antichi possa farci riacquistare “la miniera di ciò che abbiamo perso”. Tra i brani in prosa che inframezzano le poesie, non si legge la volontà di razionalizzare il sentimento, ma semmai un più convinto insistere sui motivi che innervano i versi: lo stupore per la bellezza, “il doloroso mistero glorioso” di una rivelazione, la cura per tutto ciò che è vivo e respira, l’attesa di una rinascita: “fuori avvampa / ogni vigilia e resta solo il desiderio / di chi ha visto la luce e la rivuole”.

Sono temi che rasentano una spiritualità laica, formulati – come scrive giustamente Elio Pecora – “in un ritmo denso e pacato con la tenerezza che è pura nostalgia di un esistere senza confini e strutture”. Ma in questo sconfinarsi era presente in Lorenzo Pataro sia un’idea di continua metamorfosi in altre strutture fisiche (“Il ramo-lucertola spezzato, l’incavo / del riccio di castagna ad accogliere / il respiro dei dispersi nella luce, / le mani-radici nella terra, i palmi-catini / colmi d’acqua, la fronte che è un viale / in attesa delle foglie. Quanti corpi / attraversiamo, in quante forme migriamo / braccati come lupi nella notte”), sia il costante interrogarsi sulla morte, quella altrui (le tombe trascurate nel cimitero del paese, gli insepolti, i cancellati da ogni memoria), sia la propria: “Un giorno sarò terra concimata, solco da irrigare. Le mani avranno forma di scodella. E la pelle becchime per gli uccelli. Un giorno avrò dimora dove tutte le dimore hanno dimora. Il sangue sarà linfa per le querce, ossigeno degli olmi. Un giorno sarò vivo e sarò morto. L’anca sarà vaso per le rose. La lingua tappeto per i vermi. Un giorno sarò terra concimata”.

E questa ossessiva idea di trasformazione in altro da sé, fosse buio o sperabilmente luce, provocava in lui “Qualcosa di simile a un dolore. Forse meno lancinante di un dolore. Se ti volti senti solo la chiamata. E se ti chiami ogni cosa dice addio a ogni cosa”.

 

© Riproduzione riservata      «Nazione Indiana», 21 marzo 2025

 

 

RECENSIONI

PATOCKA

JAN PATOCKA, IL MONDO NATURALE E LA FENOMENOLOGIA – MIMESIS, MILANO 2003

Il volume si compone di quattro saggi pubblicati da Jan Patocka tra il 65 e il 72; di uno studio inedito di Guido Davide Neri sull’influenza di Husserl nella storia del pensiero novecentesco; di un’ approfondita introduzione di Alessandra Pantano, a cui si devono anche alcune traduzioni dei testi di Patocka. Partendo proprio dalla formazione filosofica di quest’ultimo, dai suoi debiti verso i maestri Husserl e Heidegger, e dal racconto della sua vita coraggiosa (in opposizione sia al totalitarismo comunista, sia al conformismo ideologico e culturale del trentennio postbellico), Pantano sottolinea l’originalità delle teorie del filosofo boemo. L’analisi fenomenologica del mondo naturale venne inquadrata da Patocka in una dimensione storica, lontana sia dal soggettivismo sia dall’irrazionalismo imperanti nella prima metà del novecento, cercando di liberare l’umanità dalle certezze apparenti e ovvie della quotidianità, ma anche dal dominio della tecno-scienza. Le sue riflessioni sul declino della civiltà occidentale, e soprattutto dell’Europa (che forse avrebbe potuto, essa sola, proporsi come la culla di una nuova identità culturale, radicata nell’inesauribile terreno del pensiero greco), e sulla strumentalità manipolatrice della scienza asservita alla tecnica, stanno trovando oggi forse un’eco nella ricerca di Severino e di altri filosofi. Il mondo naturale indagato da Patocka è il mondo della vita umana, che deve dispiegarsi in tre momenti: dall’accettazione di essa e della sua finitudine, alla sua difesa e conservazione (con uno sguardo profetico all’impegno ecologico attuale) fino all’apertura al “contatto con gli altri”, in una scossa esistenziale che conduca alla libertà. “Imparare a vivere nella problematicità”, rinunciando a risposte precostituite, lasciandosi coinvolgere sia dallo stupore sia dallo spaesamento angosciato e interrogante, accettando la lotta e il sacrificio, è l’unico modo per raggiungere il senso dell’essere e dell’esserci al mondo.

IBS, 8 dicembre 2013

RECENSIONI

PATUI

PAOLO PATUI, SCUSATE LA POLVERE – BOTTEGA ERRANTE EDIZIONI, UDINE 2019

I dieci racconti che Paolo Patui ha raccolto in Scusate la polvere sono ambientati tutti all’interno di cimiteri, e lambiscono il tema della morte con una profondità empatica e insieme leggera, senza mai apparire tetri, o funerei. Scritti con eleganza e vivacità, accomunano vivi e defunti in un confronto e arricchimento reciproco, nella consapevolezza che “La vita non muore mai. Viene affidata a chi resta”. Così nel delicato testo di apertura il narratore, un insegnante friulano, viene convinto da un collega-runner ad attraversare di corsa il cimitero di Udine in un tardo pomeriggio piovoso, ma finisce per attardarsi a curiosare tra le tombe, collezionando aneddoti e riflessioni su nomi, ritratti e iscrizioni sepolcrali.

“Brillano i fiori, brillano i marmi, brillano sguardi, visi e fotografie di persone stanche della vita o sorprese dalla morte”.

Avvicinato da un custode che avverte come una missione il proprio incarico di salvaguardare memorie, citando ai visitatori Foscolo, Proust, Ovidio e le canzoni di De André, viene a conoscenza del tragico destino di un giovane dal nome particolare, Elci, vittima di un terribile incidente stradale. In seguito, la visita ai cimiteri da casuale diviene per lui quasi abitudinaria, una sorta di cerimonia del ricordo, talvolta limitata alla sua città o ai paesi della provincia, altre volte spinta addirittura in diverse regioni o all’estero. Così gli capita di scoprire una sezione del camposanto udinese simile a un falansterio, con i loculi cementati verticalmente come in un condominio, e di ritrovarvi persone che avevano avuto un ruolo formativo o affettivo nella sua esistenza, e altre tombe indicanti casi particolarmente sofferti.

Si reca nei piccoli cimiteri friulani di Santa Marizza di Varmo, della Pieve di Gorto, di Paluzza, e in quello più esteso di San Daniele, per rendere omaggio allo scrittore Elio Bartolini, al calciatore Enzo Scaini, a uno psichiatra benefattore sulla cui lapide è incisa la frase “Vide e capì le sofferenze altrui”. Ancora scopre giovani partigiani fucilati, ragazze vittime di violenza, alpinisti precipitati in scalate impervie, Eluana Englaro bloccata nella bella foto dei suoi 22 anni.

“I cimiteri hanno odori diversi. Su in montagna c’è un odore secco di neve, di aghi di pino, di funghi umidi; qua sotto nelle pianure i cimiteri odorano di crisantemi e narcisi; di gigli marciti; sanno di nebbia e pioggia”.

A Torino il professore accompagna la sua classe di studenti in gita scolastica, e con due di loro visita il Monumentale, dove riposano alcuni soldati della I Guerra Mondiale, i calciatori precipitati nell’incidente aereo di Superga, Silvio Pellico, Edmondo De Amicis, Rita Levi Montalcini, la soubrette degli anni ’20 Isa Bluette: tante vite diverse, anonime o di successo, rese uguali dallo stesso grande sonno. Un altro Monumentale si trova a Milano, e vi giacciono molti artisti: Gaber, Jannacci, Fo, Walter Chiari, Wanda Osiris, tra capolavori scultorei di fama, nel silenzio di giardini curati.

E poi c’è Praga, con la sua immensa necropoli boscosa che accoglie Jan Palach, anch’essa visitata insieme agli allievi. Tra di loro una ragazza punk, dai capelli tinti, trucco vistoso, chewing gum perpetuamente tra i denti: il suicidio del padre l’ha convinta a raccogliere testimonianze e notizie sui vari cimiteri sparsi nel mondo, e ne fornisce ogni dettaglio all’insegnante.

A Parigi, nel celeberrimo Père-Lachaise, sono sepolti Oscar Wilde e Jim Morrison, mentre un altro campo è destinato ai ghigliottinati della Rivoluzione. Highgate a Londra ospita Marx, in quello Acattolico di Roma si possono vedere le tombe di Gramsci, Shelley, Gregory Corso. Vicino a Miami esiste un cimitero sottomarino, un altro ad Halifax è riservato ai morti del Titanic, a Hollywood ovviamente c’è spazio per gli attori. In Romania esiste un camposanto allegro e colorato, a Berlino i morti senza nome sono accolti nella foresta di Grunewald. All’interno del penitenziario di Santo Stefano ci sono le sepolture degli ergastolani, in quello del manicomio di Volterra solo i malati di mente. In Indonesia seppelliscono i morti nelle cavità degli alberi, in uno stato africano le tombe riproducono il mestiere del defunto, nelle zone coperte da ghiacci lasciano che i cadaveri si decompongano all’aperto.

Una galleria sepolcrale, quella raccontata con garbo da Paolo Patui, che racchiude in un abbraccio universale vita e morte, sopravvivenza nel ricordo o speranza nella resurrezione. Perché ogni cimitero “è un posto senza vita che ha senso solo quando è attraversato da chi la vita ce l’ha ancora”.

 

© Riproduzione riservata         13 luglio 2020

https://www.sololibri.net/Scusate-la-polvere-Patui.html

RECENSIONI

PAULHAN

JEAN PAULHAN, LENTI PROGRESSI IN AMORE – IL MELANGOLO, GENOVA 1992

Jean Paulhan (1884-1968), fondatore e firma prestigiosa delle più importanti riviste letterarie francesi dal 1925 al dopoguerra, fu anche critico d’arte e narratore, interessato soprattutto alle sfumature psicologiche e subconsce del linguaggio. Amico fraterno di Ungaretti, Paulhan ebbe una vita avventurosa, fu cercatore d’oro in Madagascar e partecipò alla Resistenza.

Lenti progressi in amore, scritto nel 1916 ma pubblicato integralmente per la prima volta solo nel 1966, e tradotto in Italia nel 1992, resta la sua opera più nota. Si tratta di un breve romanzo-saggio in cui si alternano ricordi, riflessioni, descrizioni di ambienti, personaggi e stati d’animo. Ambientato durante la I guerra mondiale, il suo protagonista principale è un giovane militare, alter ego dell’autore, che sta trascorrendo alcune settimane di riposo in un vecchio mulino della Borgogna, ospite di una famiglia contadina. Per riprendersi dalle fatiche dei combattimenti e delle marce, Jacques si culla in una pigra oziosità, cercando di svelare a se stesso la reale disposizione che prova nei riguardi del mondo circostante, e in specie dell’universo femminile, verso cui nutre sentimenti contrastanti di attrazione, fascino e timore.

Una lenta educazione affettiva e sessuale, lo porterà dall’esame severo della propria indole a una più benevola indulgenza verso i suoi impulsi e verso la fragilità della natura altrui. “È strano come il desiderio di una donna non sia per me proporzionale a quanto mi piace, al contrario, devo poterla disprezzare un po’. Si dice pure sia compito dell’uomo, ad ogni istante, lottare contro gli istinti che sorgono in lui, come nelle bestie feroci. Io però mi imbatto raramente in istinti simili, e la morale conforme, per quanto comune sia, non è affatto per me. Sarebbe piuttosto l’opposto”. Rievocando le sue esperienze amorose, confessa di averle vissute o con troppa precipitazione, o con esasperante metodicità, ricavandone sempre sentimenti di insoddisfazione, di vergogna o di noia.
La stanza polverosa che occupa nel mulino è posta in cima a una scricchiolante scala di legno, e gli permette di osservare dall’alto la vita gravosa di chi lavora nei campi, spiando le donne anche negli atteggiamenti più umilianti.

Jeanne, la maggiore delle figlie dei padroni di casa, una ragazzona bionda dai seni prominenti, spesso discinta più per sciatteria che per malizia, lo illude tentatrice lasciandosi avvicinare e abbracciare, per poi rifuggire, scontrosa o indifferente, da ulteriori approcci. Anche la madre della giovane sembra rivolgere un’attenzione particolare al bel soldatino, offrendosi di rassettargli la stanza nottetempo: ma lui, ingenuo, tarda a comprendere, e non ne approfitta. Poi c’è la sorellina Marie-Louise, precoce non solo nei pensieri. E Juliette, una timida sarta impaurita dall’ipotesi di concedere le sue grazie poco graziose: con lei il corteggiamento, delicato e pudico, si protrae più a lungo, ma induce Jacques a desistere per un eccesso di tenerezza. Il ragazzo manifesta una sua convinzione riguardo alle relazioni tra uomo e donna: “Non esiste un avvenimento più serio di un’avventura amorosa… Si rischiano un mucchio di cose, in primo luogo il concetto che si ha di se stessi”. Forse proprio per imparare a conoscersi più a fondo, e non solo per libidine, si lascia trascinare in un rapporto di sfrenata sensualità dalla bella e sregolata Simone, conosciuta in treno dopo una notte trascorsa a bere con dei commilitoni.

Quasi orgoglioso di aver scoperto un aspetto del suo carattere prima censurato, ammette: “Che fare nella vita di un difetto? Bisogna attendere che diventi una qualità. Con pazienza, se possibile”. Lenti progressi in amore, dunque, come recita il titolo del breve romanzo di Jean Paulhan, scritto in una prosa modernissima, espressa in ritratti calzanti e puntuali di cose e persone, contenuta in frasi brevi e dialoghi rapidi.

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https://www.sololibri.net/Lenti-progressi-in-amore-Paulhan.html          17 ottobre 2019

 

 

 

RECENSIONI

PAUTREL

MARC PAUTREL, UNA GIOVINEZZA DI BLAISE PASCAL – ARCHINTO, MILANO 2016

La breve biografia romanzata che Marc Pautrel ha dedicato a Una giovinezza di Blaise Pascal, si apre con la descrizione del filosofo bambino intento a disegnare col gesso sulle piastrelle del pavimento alcune figure geometriche, ignaro di cosa fosse la matematica perché suo padre Étienne (intendente di finanza, esattore delle imposte, Presidente del Tribunale fiscale e scienziato di valore) lo voleva intenzionalmente tenere lontano dalla sua stessa attrazione per i numeri, passione divorante che lo aveva indotto a trascurare moglie e figli. La madre di Blaise era infatti morta giovane, di un male misterioso di probabile origine psicologica. I suoi tre bambini, cresciuti dal padre mai più risposatosi, avevano dimostrato da subito una particolare genialità. Soprattutto l’unico maschio, per quanto cagionevole di salute, preda di improvvise convulsioni e paralisi, dimostrava una rara capacità di osservazione e riflessione, una curiosità vivace per qualsiasi ramo del sapere, e soprattutto un’innata ed eccezionale rapidità nei calcoli. «Senza sforzo, senza studio, d’istinto e con assoluta naturalezza… vede il corpo delle forme, vede il cuore delle cose, i suoi occhi penetrano la materia e ne rivelano la molla interiore. Blaise mette a nudo la carne del mondo fisico…». In poche pagine e con uno stile che rasenta la commozione, Marc Pautrel racconta il fervore intellettuale di Pascal adolescente prodigio, capace di mettere in crisi i matematici più famosi della sua epoca, e poi le sue ombrosità caratteriali, l’attaccamento morboso alla famiglia, le prime importanti scoperte tecniche e scientifiche, il dolore profondo per la morte del padre e lo sbandamento emotivo che ne conseguì. Infine il tragico incidente che lo portò in pericolo di vita e l’illuminazione spirituale (“la notte di fuoco” del 23 novembre 1654!) che lo condusse all’estasi della visione di Dio, guidandolo lungo i sentieri arcani della rivelazione, e alla produzione eccelsa dei suoi Pensieri.

 

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www.sololibri.net/giovinezza-Blaise-Pascal-Pautrel.html          4 maggio 2017

RECENSIONI

PAVESE

CESARE PAVESE, IL DESIDERIO MI BRUCIA – GARZANTI, MILANO 2021

Un Cesare Pavese (1908-1950) inedito e inaspettato, per noi che l’abbiamo conosciuto e amato leggendo i suoi romanzi secchi e disperati, il diario, le poesie petrose di Lavorare stanca: è quello proposto da Garzanti ne Il desiderio mi brucia, che raccoglie versi amorosi scritti a partire dall’ottobre del 1923 fino al 1929, con l’inserimento di pochi testi più tardi. Le composizioni adolescenziali sono assolutamente e retoricamente tradizionali, nel solco della poesia romantica ottocentesca e fors’anche della librettistica d’opera, molto rimate, metricamente composte e regolari, tematicamente prevedibili e ridondanti. Le immagini sono quelle, consuete, del desiderio sensuale fervido e appassionato, della brama di possesso negata, del sogno irrealizzabile, della delusione più amara e avvilente.

Dalla doppia quartina inziale (rimata ABAB-ABAB: “Oh, vagare con lei la sera scura, / perderci tra le piante ed ascoltare / le strida rauche su per la pianura / tremule come la luce stellare!”) ad altre dedicate a un quadro di D.G. Rossetti (“Sorge dall’ombra ed un lento mattino / le piove tra le mani una quieta luce / che il cuore pianamente acqueta / e le imbianca il volto alabastrino”), a una “Chioma d’Oro, bella ballerina”, o a un’ attrice idolatrata, giovanissima, straniera, lontana (“Ti vidi un giorno per alcuni istanti / e so che mai potrò più rivederti”), fino al turbamento smanioso (“Mi strugge l’anima perdutamente / il desiderio d’una donna viva, / spirito e carne, da poterla stringere / senza ritegno e scuoterla, avvinghiato / il mio corpo al suo corpo sussultante”.

Si tratta di evidenti esercizi stilistici di un ragazzo che coniuga la passione per la poesia con le prime inquietudini sessuali e i complessi tipici dell’età, vagando dal più estenuato romanticismo al timore del confronto e alla voglia di sfregiare volgarmente la figura femminile. Stilnovo e Baudelaire si fondono nelle prime prove letterarie di Pavese (“Le tue mani pallide / mi paiono due mistici gigli / fioriti sull’esile stelo, / nero fino al calice, / delle braccia sottili” versus “se fate le puttane o vi cedete / a chi solo vi piace o siete ignare, / soffro tremendamente e insieme godo / al pensiero che forse vi potrò / possedere in un letto”).

Sono già presenti in questi versi giovanili alcuni caratteri tipici delle donne raccontate dallo scrittore maturo: la voce roca, i capelli fini e biondi, i denti forti, la gola fresca, le gambe nervose: attributi più idealizzati che concreti, di un eterno femminino perseguito per tutta la vita.

Le poesie scritte tra la fine degli anni ’30 e la morte assumono ovviamente uno stile più maturo, secco e personale, anche nell’aggettivazione curata (“E l’acuto sorriso / ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti”, “come terra, sei chiusa… Sei riarsa come il mare”, “germogliante silenzio”, “Sei radice feroce”). Così, nella famosissima Verrà la morte e avrà i tuoi occhi troviamo: vizio assurdo, vana parola, grido taciuto, labbro chiuso. E nell’unica composizione in inglese: dappled smile, white-limbed doe, gliding grace.

Avvicinandosi alla scelta estrema, Pavese sembrò volersi asciugare da ogni concessione all’enfasi e all’artificio, per raggiungere l’essenzialità a cui si riduce sempre il dolore.

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 12 febbraio 2021