TIZIANO ROSSI, IL BRUSÍO – EINAUDI, TORINO 2025

Nella Collezione bianca di Einaudi è uscito Brusìo, di Tiziano Rossi (Milano 1935), autore di numerosi libri di poesia confluiti in un unico volume garzantiano nel 2003, e di altri testi successivi in versi e prosa, fino a Gli affaccendati pubblicato lo scorso anno da Moretti & Vitali.

Critico letterario, a lungo professionalmente attivo nell’editoria, vincitore del Premio Viareggio nel 2019, Rossi ha fatto parte tra gli anni 60 e 80 della cosiddetta “scuola lombarda”, mantenendo un coerente e raffinato profilo letterario e culturale di attenzione alla realtà umana nei suoi molteplici aspetti relazionali: di famiglia, di ambienti lavorativi e urbani, di cronache diffuse, e più ampiamente di interesse alla situazione politica e sociale internazionale. In quest’ultima raccolta, le circa cento composizioni sono suddivise in quattro capitoli privi di titolo. Il primo è dedicato alla violenza che “colpisce regolare”, a partire dagli anni della guerra “porcheria mondiale”, ricostruiti recuperando i ricordi infantili, adesso che con la stanchezza dell’età “sparito è il superfluo / e dell’accadere / conta solo l’intero”. Protetto dall’affettuosa trepidazione dei parenti, il ragazzo di allora ubbidiva alle raccomandazioni del padre (“Mai fare lamento!”) e del nonno (“Quando bisogna ballare si balla”), se a luci oscurate aspettavano timorosi il nemico, balbettando “qualche fievole orazione”: il “modesto decoro” in cui viveva la famiglia fungeva da baluardo alla paura delle bombe, perché “occorre / resistere almeno in salute”. Intorno, tremavano i muri della casa, nel cortile erano sparite le galline, e lungo i binari della ferrovia giaceva insepolto per tre giorni il corpo di una ragazza uccisa.

“Miglioreremo? Miglioreremo”, cerca ora di convincersi il poeta, pensando a un futuro pacificato. Al desiderio di un domani più sereno risponde l’ultima sezione del libro, dedicata ai bambini che sono il potenziale dell’umanità, come suggerisce pomposamente un altro nonno osservando i nipotini al parco giochi. Il tempo dei piccoli è segnato dall’incanto, indifferente al “mondo bislacco” dei grandi, alle loro domande difficili e alla prudente esattezza dei calcoli. Le altalene, i tricicli, i peluche, le partite a pallone, le recite a scuola e il gioco della bandiera, descritto con affettuosa nostalgia. Tiziano Rossi novantenne affida ai “sopravvenienti” il germogliare di nuove attese: “Si spera nei loro tantissimi eccetera. / Noi qui restiamo / docile balbuzie”.

Nelle due parti centrali del volume, l’autore transita attraverso alcune allarmate e malinconiche considerazioni sui disastri ambientali degli ultimi decenni e sulla passiva rassegnazione delle persone comuni rispetto al degrado dei rapporti umani. Con più amarezza che sarcasmo così commenta l’attualità: “Avanzano sulla statale / mandrie d’automobili sbuffanti… // Di qua le genti / nel parcheggio deposte / girano in tondo a testa bassa / ansando appena, / poi deboline si disperdono / tra le fabbrichette”, “Il nostro pianeta fabbrica e disfa / e già comincia l’enorme baraonda”, “Svelare il presente? Ma è già / sorpassato… // l’oggi precipita, il cuore indugia, / circospezione, circospezione”.

L’augurio rivolto alla Terra è che dalla catastrofe climatica possa derivare una rigenerazione prepotente, fatta di nuove giungle selvatiche, lussureggiante vegetazione tropicale, risveglio di animalità “con palpitante vena salgariana”. Chi scrive sa che non potrà assistere all’alba di una nuova epoca di ottimistico riscatto: l’età avanzata indebolisce i sensi, e la lentezza nei movimenti va accettata con consapevole tranquillità. “Gli pareva di abitare da tempo / un pallido acquario / forse una bambagia / ma in fondo / sempre era stato il suo sogno / uno zitto dissolversi mite”. L’attesa della fine non provoca disperazione: “Fluire è la cosa che conta”, “E dunque noi con la nostra / stipata valigia / andremo altrove nell’aria: / un nuovo trasloco, come tanti”, perché “mica sei il centro, nessuno lo è”. Saggiamente e con un sorriso spiazzante il poeta ammette: “Esistere è un teso rinviare / e sono necessari un po’ di ghirigori. / Per intanto sulla tavola mi aspetta / una pagnotta”, “Purtroppo eravamo mortali / però la commedia / tanto vivace / non era male, non era male”.

Lo scarso ossequio tributato alla metrica e ad altre figure retoriche (rime, assonanze, anafore, ellissi ecc.), lo stile piano e colloquiale, il lessico mai ricercato, e l’utilizzo composto e intelligente del registro ironico, fanno della poesia di Tiziano Rossi un bell’esempio di originalità formale. A livello contenutistico appare poi rilevante il suo richiamo alle responsabilità individuali verso la storia collettiva nell’intrecciarsi a quella personale, riletta con affettuosa sensibilità.

 

© Riproduzione riservata          «L’Indice dei Libri del Mese» n. IV, aprile 2025